DIO CREATORE – PARTE III

Lo stato di Adamo quando fu creato

CAPITOLO XVI

Adamo quando fu creato ricevette la giustizia.

SOMMARIO. Veniamo rinnovati in quanto riceviamo la giustizia, dalla quale si è allontanto l’ uomo caduto col peccato. Lo stato in cui siamo rinnovati nella giustizia e nella santità della verità si identifica nello stato di Adamo innocente. Adamo quando fu creato ricevette la giustizi, che ha perduto con il peccato: 712-717. Dio fece l’ uomo retto, cioè con volontà buona, perciò non aveva bisognso del Mediatore: 718-721. La sopranaralità di quella grazia. Agostino considerò kla grazia distinta dai principi costitutivi della natura, sia degli angeli sia dei demoni. Concessa la natura, elargita la grazia. Che l’ uomo sia e giusto sia. Nell’ uomo caduto rimase la natura ragionevole. La grazia gratuita infatti non può essere pretesa:722-727. L’ uomo fu creato da Dio, non nato da Dio, tuttavia con il dono di Dio, come la grazia, diventa figlio adottivo di Dio. Anche nello stato di natura innocente questa adozione era un dono sublime di Dio: 728-731.

712. (De gen. ad litt. VI 24,35). Come mai – obiettano [quei commentatori] – si dice che noi veniamo rinnovati, se non riceviamo ciò che perse il primo uomo nel quale tutti muoiono? Noi lo riceviamo senza dubbio in un certo senso e non lo riceviamo in un altro senso. Sì, noi non riceviamo l’immortalità di un corpo spirituale che l’uomo non aveva ancora, ma riceviamo la giustizia da cui l’uomo è decaduto per il peccato. Noi perciò saremo rinnovati allontanandoci dalla vecchiezza del peccato e non trasformati nel corpo naturale in cui fu fatto Adamo all’origine, ma in uno migliore, cioè in un corpo spirituale, quando diverremo simili agli angeli di Dio 47, quando saremo adatti ad abitare nella nostra casa celeste, ove non avremo più bisogno d’un cibo che si corrompe. Noi dunque siamo rinnovati nello spirito della nostra mente 48 conforme all’immagine di Colui che ci ha creati e che Adamo perse peccando. Ma noi saremo rinnovati anche nella carne quando questo corpo corruttibile si vestirà dell’incorruttibilità 49 in modo da diventare un corpo spirituale in cui Adamo non era stato ancora trasformato ma era destinato ad esserlo se, a causa del suo peccato, non avesse meritato anche la morte del suo corpo materiale.

713. (ib. VI 27,38). L’Apostolo dice ancora: Spogliandovi dell’uomo vecchio con le sue azioni rivestitevi di quello nuovo, che si rinnova nella conoscenza di Dio secondo l’immagine del suo Creatore 54. Questa immagine, impressa nello spirito dell’anima nostra e perduta da Adamo a causa del suo peccato, noi la riceviamo per la grazia della giustificazione;

714. (ib. VI 26,37). Osserva quindi ciò che segue: Dovete inoltre rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestirvi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella verità della santità 53. Ecco ciò che Adamo perse a causa del peccato.

715. (ib. VI 28,39). Adamo dunque, secondo la suddetta interpretazione, aveva un corpo naturale non solo prima che fosse nel paradiso, ma anche dopo che fu messo nel paradiso, sebbene rispetto all’uomo interiore fosse spirituale conforme all’immagine del suo Creatore. Questa qualità però la perse a causa del peccato, per cui meritò anche la morte del corpo, mentre, se non avesse peccato, avrebbe meritato anche la trasformazione in corpo spirituale. Se infatti egli visse una vita naturale anche quanto all’anima non si può dire che veniamo rinnovati nello stato in cui era lui. Poiché coloro ai quali è detto: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente 56, sono esortati a divenire spirituali; se invece Adamo non era spirituale neppure nella sua mente, in qual modo veniamo rinnovati nello stato in cui l’uomo non fu mai?

716. (De pecc. Mer. Et rem. I 7,7). Se il Cristo è in voi, il corpo è morto per il peccato, ma lo spirito è vita per la giustizia 13. L’ha detto, perché gli uomini non reputassero di non aver ricevuto dalla grazia del Cristo beneficio alcuno o minimo per il fatto che subiranno necessariamente la morte del corpo. Devono considerare che il corpo porta, si, ancora il merito del peccato soggiacendo alla condizione della morte, ma ha già cominciato a vivere per la giustizia della fede lo spirito che, pur esso, era stato estinto nell’uomo da una specie di morte d’infedeltà.

717. (De Trin. XIV 15,21). Perché esso non può darsi la giustizia, che non ha perché l’ha perduta. Questa giustizia l’uomo l’ha ricevuta, all’atto della creazione, ma per il peccato l’ha perduta totalmente. Riceve dunque la giustizia, grazie alla quale poter meritare di ricevere la beatitudine.

718. (De corr. et gr. 6,9). E non riflettono che se non sono ancora rigenerati, c’è una causa prima per la quale debbono dispiacersi con se stessi quando vengono rimproverati per la loro inobbedienza a Dio, ed è che Dio fece l’uomo retto quando inizialmente lo creò, e non c’è ingiustizia in Dio 25….Quindi la prima perversità che ci impedisce di ubbidire a Dio proviene dall’uomo, perché egli divenne perverso decadendo per la sua volontà cattiva dalla rettitudine nella quale Dio originariamente lo aveva creato.

719. (ib. 11,32). Dunque Dio aveva dato all’uomo la volontà buona, perché in essa certo lo aveva creato Colui che lo aveva creato retto;

720. (De civ. Dei XIV 11,1). Dunque Dio, come è detto nella Scrittura, creò l’uomo onesto 104 e quindi di buona volontà. Non sarebbe stato onesto se non avesse avuto la volontà buona. Dunque la volontà buona è opera di Dio, poiché l’uomo è stato da lui creato dotato di essa.

721. (Enchir. 108). Non ci potrebbe liberare nemmeno l’uomo Gesú Cristo in persona, unico Mediatore tra Dio e gli uomini 267, se non fosse anche Dio. Quando fu creato Adamo, cioè un uomo retto, non c’era bisogno di un mediatore. Quando però i peccati scavarono un solco profondo tra il genere umano e Dio, era necessario che ci riconciliassimo con Dio, fino alla risurrezione della carne nella vita eterna, per mezzo di un mediatore, l’unico ad esser nato, vissuto e ucciso senza peccato;

722. (De civ. Dei XII 9,2). Se buona (volontà), dunque già l’avevano. E l’aveva potuta causare soltanto colui che li ha creati dotati di volontà buona, cioè con l’amore ordinato con cui unirsi a lui, producendo a un tempo il loro essere e donando la grazia.

723. (De gen. Ad litt. VIII 10,23). Poiché, allo stesso modo che l’uomo coltiva la terra non per far sì che sia terra, ma renderla con il suo lavoro tale da portar frutto, così Dio in un modo più efficace coltiva l’uomo, creato da lui stesso, perché possa essere reso giusto, purché non si allontani da lui per superbia.

724. (De Sp. et litt. 28,48). anche in tale interpretazione rimane intatta la differenza tra il Nuovo e il Vecchio Testamento riposta nel fatto che nel Nuovo viene scritta nel cuore dei fedeli la legge di Dio, nel Vecchio sulle tavole. Per il rinnovamento del patto si scrive nel cuore proprio ciò che non si cancellò completamente per il vecchio peccato. Come infatti per il Nuovo Testamento si rinnova nella mente dei credenti la stessa immagine di Dio che l’empietà non aveva completamente distrutta, essendosi l’anima dell’uomo conservata necessariamente ragionevole, così anche la legge di Dio, non completamente cancellata nell’anima umana per il peccato, certamente si scrive rinnovata per la grazia. Né di tale iscrizione, che è giustificazione, era capace nei giudei la legge scritta sulle tavole, ma era capace soltanto di favorire la prevaricazione. Infatti essi pure erano uomini ed era innata in loro la forza della natura, per la quale l’animale ragionevole giudica e opera su alcuni punti secondo la legge. Ma la pietà, che conduce ad un’altra vita beata ed eterna, ha una legge immacolata che converte le anime 272 e le inonda di luce nuova, attuando in esse quello che è scritto nel salmo: Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto 273. Gli uomini, voltate le spalle a questa luce, hanno meritato d’invecchiare e non possono essere ringiovaniti se non dalla grazia cristiana, cioè solamente dall’intercessione del Mediatore. Uno solo infatti è Dio e uno solo il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti 274.

725. (Ep 140 29,70). la creatura razionale e mutevole non diviene beata se dal suo proprio bene mutevole non si rivolga, con umile pietà, al bene immutabile e comune che è Dio, da cui si allontanò con superba empietà, e gli resti fedele. Progredendo in questo sentimento, qualunque opera buona compia, la compie in onore di Dio, cioè in lode di Lui, da cui ha ricevuta la grazia per farla. Ne segue il rendimento di grazie, che si celebra nell’intimo segreto dei fedeli.

726. (Ep 140 37,85). In realtà l’amore di Dio è diffuso nei nostri cuori, non per mezzo nostro, ma dello Spirito Santo che ci è stato dato 309.

727. (En. in Ps. 18,2). gratuitamente, cioè per grazia. Infatti non è grazia, se non è gratuita.

728. (C. Faust. Man. III 3). Per quanto ci concerne non ci ha generati della sua sostanza. Siamo solo una sua creatura ch’egli ha creato e non generato. Pertanto, per farci diventare a modo suo fratelli di Cristo, ci ha adottati. Questa modalità attraverso la quale Dio ci ha fatto nascere con la sua parola e la sua grazia perché fossimo suoi figli, pur non essendo nati da lui, ma solo da lui creati e formati, prende il nome di adozione.

729. (En. in Ps. 49,2). Se siamo divenuti figli di Dio, siamo anche stati fatti dèi; ma questo per la grazia di chi adotta, non per la natura di chi genera.

730 (Ep. 140 3,9). nascita, questa, spirituale in quanto non proviene da sangue né da volere d’uomo né da volere di carne, ma da Dio…Questa nascita si chiama anche adozione. Noi infatti eravamo qualche cosa prima d’essere figli di Dio e abbiamo ricevuto il beneficio di diventare quello che non eravamo, allo stesso modo che l’adottato, prima dell’adozione, non era ancora figlio di chi lo avrebbe adottato e nondimeno esisteva già per essere adottato. In questa generazione ch’è dono di grazia non rientra quella del Figlio che, pur essendo Figlio di Dio, venne per farsi figlio dell’uomo e per concedere a noi, che eravamo solo figli dell’uomo, il dono di diventare figli di Dio…Egli dunque discese perché noi ascendessimo, e pur restando nella propria natura, divenne partecipe della natura nostra, affinché noi, pur conservando la nostra natura, diventassimo partecipi della sua. Non è tuttavia da credere che la partecipazione alla natura umana abbia reso inferiore la natura del Verbo, mentre ha reso migliori noi il fatto che partecipiamo della sua natura di Dio.

731. (C. duas Ep. Pel. II 6,11). Sui meriti dunque dei bambini rispondete perché gli uni escano dai corpi con il battesimo e gli altri senza il battesimo, perché indipendentemente dai meriti dei genitori siano o gratificati o privati di un bene tanto eccellente da diventare figli di Dio da figli degli uomini, escluso ogni merito dei genitori, escluso ogni merito proprio dei figli.

CAPITOLO XVII

Adamo nella sua prima condizione ricevette la grazia, che Agostino chiama «adiutorium sine quo”.

SOMMARIO: Adamo aveva la necessità della grazia per custodire la giustizia nella quale fu creato. Non era sufficiente il libero arbitrio: 732-735. La questione suscita un’ altra domanda: Come si può dire che Adamo non peccò, non avendo il dono della perseveranza: 736. La risposta di Agostino si articola così: a) il libero arbitrio di Adamo innocente è da mettere alla prova con il pericolo: 737. b) Adamo ricevette una grande grazia, ma insufficiente; la grazia di Adamo non era come la nostra, poiché non ne aveva bisogno: 738. c) Non aveva la grazia quale ebbe la natura umana di Cristo, con la quale non avrebbe potuto volere il male: 739. d) Ebbe la grazia “sine qua” non avrebbe potuto peseverare nel bene. In lui vi era il libero arbitrio perché potesse volere la permanenza nel bene. Adamo poteva non peccare, non morire, non abbandonare il bene; mentre i beati non poterono peccare, non morire, non abbandonare: 740-741. ????????????: 742-743).

732. (Ep. 186 11,37). Infatti, se anche la natura umana fosse ancora nell’integrità in cui fu creata, non potrebbe mantenervisi senza uno speciale aiuto del Creatore. Se quindi, senza la grazia di Dio, non può conservare la salvezza ricevuta, come potrà, senza la grazia di Dio ricuperarla, una volta perduta?

733. ( De nat. et gr. 48,56). Anche se parlasse della natura integra e sana dell’uomo (che adesso non abbiamo),… non avrebbe ragione di dire che non peccare dipende esclusivamente da noi, quantunque peccare dipenderebbe da noi: anche allora infatti ci sarebbe l’aiuto di Dio che si offrirebbe a farci volere, come la luce si offre ad occhi sani per farli vedere.

734. (Enchir. 106). poiché, pur essendo il peccato fondato solo sul libero arbitrio, quest’ultimo tuttavia non bastava a perseverare nella giustizia, se dalla partecipazione al bene immutabile non provenisse l’offerta dell’aiuto divino.

735. (Enchir. 107). La grazia, poi, se non è gratuita, non è grazia 263. Dunque si deve intendere che i beni stessi meritati dall’uomo sono dono di Dio; quando per essi viene resa la vita eterna, che cosa si rende se non grazia su grazia 264? L’uomo dunque è stato creato retto265, in modo da poter rimanere in quella condizione di rettitudine non senza l’aiuto divino, e da diventare perverso per la propria libertà.

736. (De corr. et gr. 10,26). A questo punto sorge un’altra questione, che certo non dev’essere trascurata, ma affrontata e risolta con l’aiuto di Dio nella cui mano siamo noi e i nostri ragionamenti 93. Ci viene chiesto infatti, per quanto riguarda questo dono di Dio che è il perseverare nel bene fino alla fine, che cosa pensiamo particolarmente del primo uomo, che certo fu creato retto e senza alcuna menda. Io non dico: Se non ebbe la perseveranza, come poté essere senza difetto uno a cui mancò questo dono di Dio tanto necessario? Infatti a simile domanda si risponde facilmente così: Egli non ebbe la perseveranza perché non rimase in quel bene che lo rendeva senza difetto; cominciò ad avere il difetto dal momento in cui cadde, e se cominciò, prima di cominciare evidentemente fu senza difetto. Infatti una cosa è non avere il difetto, e un’altra non rimanere in quella bontà nella quale non c’è alcun difetto. Proprio perché non è detto che egli non fu mai senza difetto, ma è detto che non restò senza difetto, senza alcun dubbio viene dimostrato che fu senza difetto, bene in cui è accusato di non essere rimasto. Ma piuttosto ciò che dev’essere indagato e trattato con maggior diligenza è come dobbiamo rispondere a quelli che dicono: “Se ebbe la perseveranza in quella rettitudine nella quale fu creato senza difetto, senza dubbio perseverò in essa; e se perseverò, certo non peccò e non abbandonò né quella sua rettitudine né Dio. Ma la verità proclama che egli peccò e abbandonò il bene. Allora non ebbe la perseveranza in quel bene; e se non l’ebbe, certo non la ricevette. Infatti come avrebbe potuto ricevere la perseveranza e non perseverare? Ma allora, se non l’ebbe perché non la ricevette, come fece a peccare non perseverando, lui che la perseveranza non l’aveva ricevuta? E infatti non si può dire che egli non la ricevette perché la generosità della grazia non lo distinse dalla massa di perdizione. Sicuramente, prima che peccasse colui dal quale fu tratta

737. (ib. 10,27-28). Su tutto questo problema noi confessiamo nella maniera più salutare quello che crediamo nella maniera più retta : Dio, Signore di tutte le cose, le creò tutte buone assai, seppe in precedenza che dai beni sarebbero sorti dei mali, ma conobbe che era più conveniente all’assoluta onnipotenza della sua bontà trarre il bene anche dai mali piuttosto che non permettere l’esistenza dei mali; dunque dette alla vita degli angeli e degli uomini un ordinamento tale da dimostrare in essa prima quale potere avesse il loro libero arbitrio e poi quale potere avessero il beneficio della sua grazia e il giudizio della sua giustizia….Ma poiché attraverso il libero arbitrio abbandonò Dio, sperimentò il suo giusto giudizio e fu condannato con tutta la sua stirpe, che consistendo allora interamente in lui, peccò tutta con lui.

738 (ib. 11,29). E allora? Adamo non ebbe la grazia di Dio? Anzi al contrario l’ebbe e grande, ma diversa. Egli si trovava fra i beni che aveva ricevuto dalla bontà del suo Creatore; infatti quei beni nei quali egli non subiva alcun male, non se li era procacciati con i suoi meriti nemmeno lui.

739. (ib 11,31). Il primo uomo non ebbe questa grazia, di non voler essere mai malvagio; ma senza dubbio ebbe quella che non lo avrebbe mai fatto essere malvagio se avesse voluto mantenersi in essa; senza tale grazia anche con il libero arbitrio non avrebbe potuto essere buono, mentre invece con il libero arbitrio l’avrebbe potuta abbandonare. Dio dunque volle che neppure Adamo fosse senza la sua grazia, ma la lasciò nel suo libero arbitrio. Effettivamente il libero arbitrio è sufficiente per il male, ma inadeguato per il bene se non venga aiutato dal Bene onnipotente. E se Adamo non avesse abbandonato questo aiuto con il libero arbitrio, sarebbe sempre stato buono; ma lo abbandonò e fu abbandonato. Certo l’aiuto era tale che egli poteva abbandonarlo quando lo voleva, oppure permanervi se lo voleva; ma esso non poteva far sì che volesse. Questa è la prima grazia che fu data al primo Adamo; ma una più potente di questa è nel secondo Adamo. Infatti la prima è quella che fa avere all’uomo la giustizia, se vuole; ma la seconda ha maggior potere, perché fa anche sì che egli voglia e voglia tanto intensamente e ami con tanto ardore da vincere con la volontà dello spirito la volontà della carne che ha brame contrarie. Neppure la prima era piccola e dimostrava nello stesso tempo la potenza del libero arbitrio, perché l’uomo ne riceveva tanto giovamento che senza questo aiuto non era in grado di rimanere nel bene, pur potendolo abbandonare se voleva. Ma la seconda è tanto maggiore: infatti poco sarebbe per l’uomo riconquistare per mezzo di essa la libertà perduta, poco sarebbe non potere senza di essa conquistare il bene o nel bene perseverare volendo, se essa non glielo facesse anche volere.

740 (ib 11,32). Dunque Dio aveva dato all’uomo la volontà buona, perché in essa certo lo aveva creato Colui che lo aveva creato retto; gli aveva dato un aiuto senza il quale non avrebbe potuto permanere in questa virtù se lo avesse voluto, ma volerlo o no lo lasciò al suo libero arbitrio. Dunque se lo avesse voluto avrebbe potuto permanervi, perché non gli mancava l’aiuto per mezzo del quale poteva e senza il quale non poteva mantenere con perseveranza il bene che voleva. Ma poiché non volle permanere, certo la colpa è della stessa persona alla quale sarebbe appartenuto il merito se avesse voluto permanere. L’esempio è quello degli angeli santi: mentre gli altri attraverso il libero arbitrio cadevano, attraverso lo stesso libero arbitrio essi rimasero saldi e meritarono di ricevere la mercede dovuta a questa persistenza, cioè una così assoluta pienezza di beatitudine che li rende sicurissimi di rimanervi sempre. Se questo aiuto fosse mancato sia all’angelo che all’uomo fin dal primo momento che furono creati, poiché la loro natura non era stata creata tale da poter perseverare, se lo voleva, senza l’aiuto divino, certamente non sarebbero caduti per loro colpa: evidentemente sarebbe mancato loro l’aiuto senza il quale non potevano perseverare. Ma ora, se a qualcuno manca tale aiuto, ciò è ormai castigo del peccato; a chi invece è dato, è dato secondo la grazia, non secondo il dovuto. Ed esso tanto più generosamente è dato attraverso Gesù Cristo nostro Signore a quelli ai quali piacque a Dio di darlo, che non solo ci assiste un aiuto senza il quale non possiamo perseverare anche se vogliamo, ma esso è anche di tanta grandezza e valore da far sì che noi vogliamo. Così avviene che noi, per mezzo di questa grazia di Dio che ci aiuta a ricevere il bene e a conservarlo con perseveranza, non solo possiamo quello che vogliamo, ma anche vogliamo quello che possiamo. Ma non fu questa la condizione del primo uomo: egli ebbe una di queste due cose, ma non l’altra. Infatti per ricevere il bene non aveva bisogno della grazia perché non l’aveva ancora perduto, ma per rimanere in esso aveva bisogno dell’aiuto della grazia, senza il quale assolutamente non poteva perseverare. Aveva ricevuto il dono di potere se voleva, ma non possedeva il dono di volere quello che poteva; infatti, se lo avesse avuto, avrebbe perseverato. E avrebbe in realtà potuto perseverare se avesse voluto; il fatto che non volle dipese dal libero arbitrio, che allora era libero al punto che poteva volere sia bene che male. Ma che ci sarà di più libero del libero arbitrio, quando esso non potrà più essere servo del peccato?. E questa doveva essere la ricompensa del merito che anche l’uomo avrebbe avuto come l’ebbero i santi angeli. Ma ora, dopo che con il peccato è stato dissipato il merito nel bene, in coloro che vengono liberati è diventato un dono della grazia quello che sarebbe stato il compenso del merito.

741 (ib. 12,33). Per questo motivo bisogna considerare con diligente attenzione quale sia la differenza tra questi due ordini di concetti: poter non peccare e non poter peccare, poter non morire e non poter morire, poter non abbandonare il bene e non poter abbandonare il bene. Infatti il primo uomo poteva non peccare, poteva non morire, poteva non abbandonare il bene. E allora diremo: Non poteva peccare colui che aveva un simile arbitrio? Oppure sosterremo: Non poteva morire quello al quale fu detto: Se peccherai, morrai 102 ? O infine: Non poteva abbandonare il bene, quando invece peccando lo abbandonò e perciò morì? Dunque la prima libertà del volere era poter non peccare; l’ultima sarà molto maggiore: non poter peccare. La prima immortalità era poter non morire, l’ultima sarà molto maggiore: non poter morire. La prima potestà della perseveranza era poter non abbandonare il bene; l’ultima felicità della perseveranza sarà non poter abbandonare il bene. E allora poiché i beni ultimi saranno migliori e più pieni, forse quelli precedenti erano nulli o trascurabili?

742. (ib. 12,34). Del pari bisogna distinguere gli aiuti stessi. Una cosa è l’aiuto senza il quale non avviene qualcosa, e un’altra cosa l’aiuto per mezzo del quale qualcosa avviene. Infatti senza alimenti non possiamo vivere, ma tuttavia quando ci siano gli alimenti, non sarà per essi che vivrà chi vuole morire. Dunque l’aiuto degli alimenti è quello senza il quale non avviene, non quello per mezzo del quale avviene che viviamo. Invece quando sia data la beatitudine che l’uomo non possiede, egli diviene subito beato. Infatti è non solo un aiuto senza il quale non avviene, ma anche per mezzo del quale avviene ciò per cui è dato. Perciò esso è sia una aiuto per mezzo del quale qualcosa avviene, sia un aiuto senza il quale qualcosa non avviene: se la beatitudine è stata data all’uomo, subito egli diviene beato, e se non gli è mai stata data, non lo sarà mai. Gli alimenti non necessariamente fanno sì che l’uomo viva, ma tuttavia senza di essi non può vivere. Dunque al primo uomo, che in quel bene per cui era stato creato retto aveva ricevuto di poter non peccare, poter non morire, poter non abbandonare questo bene, fu dato l’aiuto della perseveranza: non un aiuto per cui perseverasse, ma un aiuto senza il quale non poteva perseverare con il libero arbitrio. Ma ora ai santi predestinati dalla grazia al regno di Dio non viene dato in questo modo l’aiuto della perseveranza; al contrario ad essi viene donata la perseveranza stessa. Così non solo senza questo dono non possono essere perseveranti, ma addirittura attraverso questo dono non possono essere che perseveranti. Infatti non solo disse: Senza di me nulla potete fare, ma disse anche: Non siete voi che avete eletto me, ma io ho eletto voi e vi ho disposto affinché andiate e portiate frutto e il frutto vostro resti 103. Con queste parole chiarì di aver dato non solo la giustizia, ma anche la perseveranza nella giustizia. Infatti se era Cristo che li disponeva affinché andassero e portassero frutto e il loro frutto restasse, chi oserebbe dire: Non resterà? Chi oserebbe dire: Forse non resterà? Senza ripensamenti sono infatti i doni e la chiamata di Dio 104; ma qui si tratta della chiamata di coloro a cui è stata rivolta secondo il decreto. Se dunque Cristo prega per essi affinché la loro fede non venga meno, senza dubbio essa non verrà meno fino alla fine e per questo saprà perseverare fino alla fine e il termine di questa vita non la troverà che ben salda.

743. (ib. 12,38). 103. Così avvenne che la volontà dell’uomo, debole e fiacca, perseverasse per virtù di Dio in un bene ancora piccolo, mentre la volontà del primo uomo, forte e sana, affidandosi alla virtù del libero arbitrio, non perseverò in un bene più grande. Non gli sarebbe mancato l’aiuto di Dio senza il quale egli non avrebbe potuto perseverare anche se avesse voluto; esso però non era tale che Dio operasse in lui il volere.

CAPITOLO XVIII

Erano nudi ma non si vergognavano.

SOMMARIO. Per Giuliano plagiano la concupiscenza c’era anche prima del peccato, ma non era una qualità negativa. Per i Manichei la concupiscenza era una sostanza contraria: 744-746) La concupiscenza si si trova nel comportamento turpe: 747. I protoparenti non avevano concupiscenza prima del peccato perché non disobbedivano, per cui anche se erano nudi non si vergognavano (arrossivano): 748-751. Niente era contrario che si congiungessero prima del peccato senza ardore di libidine e generassero figli: 752-753. l’ integrità era una dono preternaturale. Arricchiti dalla grazia non avevano motivo di nascondersi, Persa la grazia, hanno sperimentato la libidine. Lo stato era meraviglioso essendo vestiti di grazia. Persa la grazia, si sono trovati confusi dalla loro nudità: 754-757. All’ obiezione di Giuliano risponde: Liberata la cattiva volontà (di disobbedire) si è manifestata la concupiscenza peccaminosa: 758.

744. (C. Iul. VI 18,56). Tu dici: “la concupiscenza dunque, è una sensazione e non una cattiva qualità; di conseguenza, quando diminuisce la concupiscenza, diminuisce anche la sensazione”.

745. (ib o.i. I 71). Che sia naturale la voluttà di tutti i sensi lo insegna la testimonianza universale. Che poi questa voluttà e concupiscenza sia esistita nel paradiso prima del peccato lo mette in evidenza il fatto che la via al delitto passò attraverso la concupiscenza, la quale dopo aver eccitato gli occhi con la bellezza del pomo accese anche il prurito della speranza di un giocondo sapore. Non poté quindi questa concupiscenza, che pecca quando non tiene la sua misura ed è invece una disposizione naturale e innocente quando sta nel limite della concessione, non poté, dico, essere frutto del peccato, perché si dice che essa fu occasione del peccato non certo per suo vizio, ma per vizio della volontà.

746. (De haer. 46). Dicono che la concupiscenza carnale, a causa della quale la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito 8, non è un’infermità…ma la vogliono una sostanza contraria, aderente a noi tanto che essa si distacca da noi, quando ne veniamo liberati e purgati, e, tuttavia, anche essa rimane immortalmente viva nella sua propria natura;

747. (De civ. Dei XIV 15-16). Una certa appetenza al contrario precede il piacere ed è avvertita nella carne come sua esigenza. È il caso della fame e della sete e di quella che in riferimento agli organi genitali si denomina libidine, sebbene il termine sia in genere di ogni desiderio sfrenato. Difatti gli autori classici hanno stabilito che l’ira non sia altro che la libidine di vendicarsi 134, sebbene l’uomo, anche se non si ha alcun sentimento di vendetta, si arrabbia con oggetti inanimati e spazientito spezza lo stilo che non scrive o la penna. Però anche questa, sebbene più irragionevole, è una determinata libidine di vendicarsi e da essa deriva in base a non saprei quale parvenza di contraccambio, per così dire, che chi fa il male sopporta il male. V’è dunque la libidine di vendicarsi che si denomina ira, v’è la libidine di possedere ricchezze che è l’avarizia, v’è la libidine di spuntarla a tutti i costi che è la caparbietà, c’è la libidine di vantarsi che si denomina ostentazione 135….16. Sebbene dunque la libidine sia relativa a molti impulsi, quando si usa il termine, se non si aggiunge il tipo d’impulso, di solito si offre alla mente quello con cui sono eccitate le parti che esigono pudore. Essa non solo si aggiudica tutto il corpo e non solo nella zona periferica ma anche nel profondo, ed eccita tutto l’uomo mediante la passione dell’animo in stretta commischianza con l’impulso della carne in modo che ne deriva quel piacere che è il più stimolante dei piaceri sensibili

748. (De pecc. mer. et rem. II 22,36). Prima dunque che la violassero piacevano a Dio e Dio piaceva a loro. Sebbene portassero un corpo animale, non avvertivano in esso nessun movimento di disobbedienza contro di loro. Era effetto dell’ordine della giustizia: avendo la loro anima ricevuto dal Signore il corpo in qualità di servitore, come l’anima stessa obbediva al suo Signore, cosi a lei doveva obbedire il suo corpo e prestare senza resistenza alcuna quel genere di servizio appropriato a lei. Per questo ed erano nudi e non ne provavano vergogna 163.

749 (De civ. Dei XIV 17). Si dice infatti nella Scrittura: Erano nudi e non si vergognavano 137 e non perché la propria nudità fosse loro sconosciuta ma non era ancora invereconda. Non ancora la libidine stimolava quegli organi al di là di un’autodeterminazione, non ancora la carne con la sua disobbedienza forniva una testimonianza a rimproverare la disobbedienza dell’uomo.

750. (De gen ad litt. XI 1,3). Tutti e due erano nudi 2. È vero: i corpi dei due [primi] esseri umani, che vivevano nel paradiso, erano completamente nudi. Ma non provavano vergogna 3. Perché si sarebbero dovuti vergognare, dal momento che non sperimentavano nelle loro membra alcuna legge in guerra con la legge del loro spirito 4? Quella legge fu inflitta loro come pena del peccato dopo che fu commessa la trasgressione, quando la disubbidienza si appropriò di ciò ch’era stato proibito e la giustizia punì il peccato commesso. Prima che ciò avvenisse, essi erano nudi – come dice la Scrittura – e non sentivano vergogna; nel loro corpo non c’era alcun moto di cui dovessero vergognarsi; pensavano di non aver nulla da velare poiché non avevano provato alcun moto da frenare.

751. (De corr et gr. 11,29). E allora? Adamo non ebbe la grazia di Dio? Anzi al contrario l’ebbe e grande, ma diversa. Egli si trovava fra i beni che aveva ricevuto dalla bontà del suo Creatore; infatti quei beni nei quali egli non subiva alcun male, non se li era procacciati con i suoi meriti nemmeno lui. Invece i santi, ai quali è diretta questa grazia della liberazione, in questa vita si trovano tra i mali, e perciò gridano a Dio: Liberaci dal male 96. Egli in quei beni non aveva bisogno della morte di Cristo; questi invece sono sciolti dal reato sia ereditario sia loro proprio dal sangue dell’Agnello. Egli non aveva bisogno di quell’aiuto che implorano questi quando dicono: Vedo nelle mie membra un’altra legge,… Infatti in essi la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito 98 e lo spirito a quelli della carne, e mentre si affannano e rischiano in questa contesa, chiedono che sia data loro attraverso la grazia di Cristo la forza di lottare e vincere. Ma egli non era affatto combattuto né turbato da questa lotta di se stesso contro se stesso e godeva in sé della sua pace in quel luogo di beatitudine.

752. (De civ. Dei XIV 23,1-2). Chi afferma che i progenitori non si sarebbero accoppiati e non avrebbero generato se non avessero peccato, in definitiva afferma che fu indispensabile il peccato dell’uomo per ottenere un gran numero di eletti. Se non peccando rimanevano soli – giacché, come alcuni sostengono, se non peccavano, non potevano generare –, il peccato fu necessario affinché di onesti non rimanessero soltanto due ma un gran numero. È assurdo pensarlo. Si deve piuttosto ritenere che il numero degli eletti richiesto per costituire la città santa, anche se nessuno peccava, sarebbe stato eguale a quello che ora, per la grazia di Dio, si seleziona dalla moltitudine dei peccatori fino a che le creature esistenti nel tempo generano e sono generate 149….2. Quindi quell’accoppiamento, degno della felicità del paradiso terrestre, se non vi fosse stato il peccato, avrebbe generato figli da amare senza la libidine di cui vergognarsi.

753. (De gen ad litt. IX 3,6). In realtà, sebbene la Scrittura ricordi che [i nostri progenitori] ebbero rapporti sessuali e generarono figli solo dopo essere stati cacciati dal paradiso, io tuttavia non vedo che cosa avrebbe potuto impedire che per loro ci fosse un’onorata unione matrimoniale e il talamo intemerato 11 anche nel paradiso. Dio infatti, se fossero vissuti nella fedeltà e nella giustizia e lo avessero servito nell’ubbidienza e nella santità, avrebbe concesso loro di generare figli con il loro seme senza l’ardore disordinato della concupiscenza, senza la fatica e il dolore del parto.

754. (C. Iul. IV 16,82). “Perché mai, tu dici, al suono della voce di Dio che passeggiava nel paradiso, Adamo e sua moglie si nascosero, se le cinture potevano bastare a coprire la nudità dei genitali di cui si vergognavano 133“? Ma che dici, quando non trovi niente da dire? Non capisci che cercarono un nascondiglio il più recondito possibile perché erano trepidanti di fronte a Dio? La copertura posta intorno ai lombi copriva l’eccitazione che essi sentivano in se stessi mentre arrossivano. Se quando erano nudi non sentivano vergogna, ne segue che dopo il peccato si sono coperti perché si vergognavano.

755. (De gen. ad litt. XI 31,41). Quanto invece alla frase riferita dalla Scrittura: E si aprirono i loro occhi e si accorsero d’esser nudi 67, è stata scritta come sono narrati tutti gli altri fatti realmente avvenuti e perciò non ci devono indurre a considerarli come un racconto allegorico…Appena dunque trasgredirono il precetto, si trovarono completamente nudi interiormente, abbandonati dalla grazia che avevano offeso con una sfrontata arroganza e con orgoglioso amore per la propria indipendenza. Gettando allora uno sguardo sulle proprie membra essi provarono un movimento di concupiscenza ch’era loro ignoto…Una volta dunque che [i nostri progenitori] ebbero perduta questa condizione, il loro corpo assunse la proprietà d’essere esposto alle malattie e destinato alla morte, che è insita anche nel corpo degli animali

756 (ib. XI 32,42). Così, dunque, a causa di quel turbamento i nostri progenitori s’affrettarono a procurarsi foglie di fico che intrecciarono per farsene cinture e, poiché avevano lasciato [volontariamente] ciò che doveva costituire la loro gloria, coprirono ciò che doveva costituire la loro vergogna.

757. (De civ. Dei XIII 13). Appena avvenuta la trasgressione del comando, i progenitori rimasero sconvolti dalla nudità dei propri corpi 28, perché la grazia divina li aveva abbandonati. Perciò con foglie di fico, che eventualmente per prime si offrirono al loro sbigottimento, coprirono le parti che suscitavano il loro pudore. Erano le stesse di prima ma non erano oggetto di pudore. Provavano un nuovo stimolo della propria carne ribelle, quasi uno scambio del castigo dovuto alla loro ribellione. Ormai l’anima, che si compiaceva della propria libertà all’insubordinazione e sdegnava di sottomettersi a Dio, era privata della connaturale sottomissione del corpo. Poiché aveva abbandonato di suo arbitrio il Padrone a lei superiore, non conteneva più al proprio arbitrio il servo a lei inferiore e non riusciva in alcun modo a sottomettere la carne, come avrebbe sempre potuto se lei fosse rimasta sottomessa a Dio. La carne cominciò a rivoltarsi contro lo spirito 29. Siamo nati con questo dissidio da cui deriviamo la primitiva soggezione alla morte e per cui dalla prima disobbedienza portiamo sempre nelle nostre membra e nella natura viziata il suo contrasto o trionfo.

758. (C. Iul. o.i. I 71). La prima a muoversi fu la volontà cattiva che credette al subdolo serpente, e la seguì la concupiscenza cattiva che agognò il cibo illecito. Non ci fu dunque nel paradiso una qualsiasi cupidigia che si sia opposta ad una qualsiasi volontà, ma piuttosto una cupidigia depravata si mise a servizio di una volontà depravata. E quindi, sebbene fossero già ambedue cattive, tuttavia fu la volontà a condurre la cupidità e non la cupidità a condurre la volontà; la cupidità non precedette la volontà, né resisté alla volontà.

CAPITOLO XIX

Mortale era la situazione del corpo, immortale per dono del Creatore.

SOMMARIO. Sono contrari i Pelagiani, per i quali Adamo, sia che peccasse sia che non peccasse, doveva morire: 759.

Il corpo di Adamo era animale, non spirituale, perciò di natura mortale: Aveva necessità di cibo per il corpo, anche se con l’ albero della vita era scongiurata la necessità della morte, perciò poteva non morire. Non godeva l’ immortalità assoluta, con la quale non poteva morire; ma condizionata, con la quale poteva non morire, se non avesse peccato: 760-762. Per il dono dell’ immortalità argomenta con la S. Scrittura Gen. 2,17, interpretando la morte del corpo. Non segue necessariamente che dovesse morire subito nel giorno in cui ha mangiato, ma che sarebbe stata attivata la necessità della morte: 763-764. Considerando la situazione sotto il profilo storico, la morte è diventata la pena del peccato. Adamo immortale prima del peccato, non per la condizione del corpo, ma per dono del Creatore; perchò il dono era preternaturale. L’ albero della vita difendeva il corpo dalla morte. Aveva una speciale qualità, con la quale Adamo sarebbe stato presevato dalle malattie e dalla vecchiaia: 765-770.

759. (De haer. 88,7). Costoro dicono che lo stesso Adamo, anche se non avesse peccato, sarebbe morto fisicamente, e, pertanto, non è morto per effetto della colpa, ma a causa della qualità della sua natura.

760. (De civ. Dei XIII 20). Non solo non sarà come è ora quando si trova in stato di ottima salute e nemmeno come fu nei progenitori prima del peccato. Essi, quantunque non sarebbero morti se non avessero peccato, si nutrivano tuttavia come tutti gli uomini, perché avevano un corpo di terra, ancora animale non spirituale. Certamente non invecchiavano in modo da essere inevitabilmente condotti a morire. Questo privilegio con straordinario favore divino era loro accordato dall’albero della vita che era nel mezzo del paradiso terrestre assieme all’albero vietato. Consumavano altri cibi salvo quelli dell’unico albero proibito, non perché fosse un male ma per raccomandare a loro il bene della schietta e sincera obbedienza che è una grande virtù della creatura ragionevole ordinata sotto il Creatore e Signore. Certamente se non si toccava una cosa cattiva, ma proibita, il peccato era soltanto di disobbedienza. Si tirava avanti dunque con altri cibi che adoperavano affinché il corpo non sperimentasse lo stento con la fame e la sete. Si assaggiava poi qualcosa dall’albero della vita affinché la morte non sopraggiungesse improvvisa per qualche malanno o essi non morissero sfiniti dalla vecchiaia col trascorrere del tempo, come se gli altri alberi fossero di nutrimento e quello avesse un significato misterico. Si deve intendere, cioè, che l’albero della vita era nel paradiso terrestre come in quello spirituale, ossia intelligibile, la Sapienza di Dio di cui è stato scritto: È l’albero della vita per coloro che l’accolgono 47.

761. (ib. XIII 23,1). Perciò non v’è dubbio che il suo corpo fosse animale non spirituale, perché aveva bisogno di cibo e bevanda per non essere estenuato dalla fame e dalla sete e non era dotato di immortalità incondizionata e definitiva, ma era difeso dalla ineluttabilità della morte ed era mantenuto nel fiore della giovinezza mediante il legno della vita. Tuttavia non sarebbe morto se non fosse incorso con la trasgressione nella sentenza di Dio che lo aveva preavvertito e minacciato e se, allontanato dall’albero della vita, non fosse destinato a morire di vecchiaia nel tempo, sebbene anche fuori del paradiso terrestre non gli fosse negato il cibo.

762. De gen ad litt. VI 25,36). Il corpo di Adamo infatti, prima che peccasse, poteva chiamarsi mortale per un verso e immortale per un altro: cioè mortale perché poteva morire, immortale invece perché poteva non morire. Una cosa è infatti non poter morire, come è il caso di certe nature create immortali da Dio; un’altra cosa è invece poter non morire, nel senso in cui fu creato immortale il primo uomo; questa immortalità gli era data non dalla costituzione della sua natura ma dall’albero della vita. Dopo ch’ebbe peccato, Adamo fu allontanato dall’albero della vita con la conseguenza di poter morire, mentre, se non avesse peccato, avrebbe potuto non morire. Mortale era dunque Adamo per la costituzione del suo corpo naturale, immortale per un dono concessogli dal Creatore. Se infatti il corpo era naturale, era certamente mortale poiché poteva anche morire, sebbene fosse nello stesso tempo immortale poiché poteva anche non morire. In realtà solo un essere spirituale è immortale per il fatto che non potrà assolutamente morire, e questa qualità ci è promessa solo per il futuro, vale a dire nella risurrezione.

763. (De pecc. mer. et rem. I 2,2). Coloro che dicono che “Adamo fu creato in tale stato che sarebbe morto anche senza il merito del peccato, non in pena di una colpa, ma per necessità di natura”, devono riferire non alla morte del corpo, ma alla morte dell’anima, che muore nello stesso atto di peccare, le parole della Legge: Quando ne mangerete, certamente morirete 1. Di tale morte il Signore denominò morti gli infedeli, dicendo di essi: Lascia i morti seppellire i loro morti 2. Ma allora che cosa risponderanno a leggere che Dio nel rimproverare e condannare il primo uomo proprio dopo il peccato gli disse: Tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto 3? Infatti non quanto all’anima, ma, com’è evidente, quanto al corpo era stato tratto dalla terra e con la morte dello stesso corpo sarebbe tornato alla terra. Tuttavia, sebbene fosse terra secondo il corpo e portasse il corpo animale con il quale era stato creato, Adamo, se non avesse peccato, sarebbe stato trasformato in corpo spirituale e sarebbe passato senza la prova della morte a quella incorruttibilità che è promessa a quanti sono credenti e santi

764. (De civ. Dei XIII 23,1). E per lo meno era una vita che, se non peccava, l’uomo poteva avere perenne nel paradiso, sebbene in un corpo animale fino a che non divenisse spirituale come rimunerazione dell’obbedienza. Nelle parole dette da Dio: Nel giorno in cui mangerete dell’albero certamente morirete 59, si allude evidentemente a questa morte visibile, con cui avviene la separazione dell’anima dal corpo. Tuttavia non deve sembrare assurdo che i progenitori non siano stati separati dal corpo proprio in quel giorno in cui hanno consumato il cibo proibito apportatore di morte. Da quel giorno certamente la natura fu pervertita e depravata e con l’allontanamento dall’albero della vita avvenne in essi anche la giusta soggezione del corpo alla morte. Noi ci siamo nati con questa soggezione.

765. (ib. XIII 15). È noto perciò fra i cristiani, i quali professano sinceramente la fede cattolica, che anche la morte fisica ci è stata inflitta non per legge di natura, da cui Dio non derivò alcuna morte per l’uomo, ma a causa del peccato.

766. (C. Iul. o.i. VI 39). Che forse Adamo per questo sarebbe stato morituro, anche se non avesse peccato, perché era stato fatto con un corpo animale e non con un corpo spirituale? Assolutamente sbagli, se per questo giudichi necessario a noi riempire il paradiso di Dio con le morti e con le pene dei morenti e inoltre con la spregevolezza, con la debolezza, con la corruzione, nelle quali sono seminati adesso i corpi animali degli uomini. L’albero della vita infatti, che Dio piantò nel suo paradiso, difendeva dalla morte anche il corpo animale, finché, per il merito di una perseverante obbedienza, passasse, senza l’intervento della morte, alla gloria spirituale di cui i giusti entreranno in possesso risorgendo. Giusto era infatti che l’immagine di Dio, non offuscata né invecchiata da nessun peccato, fosse inserita in un tale corpo dove, sebbene creato e plasmato di materia terrena, durasse la stabilità di vivere somministratagli dall’albero della vita e vivesse provvisoriamente per mezzo di un’anima vivente, che nessuna necessità separasse dal corpo, e poi per la pratica della obbedienza giungesse allo spirito vivificante, di modo che non le fosse sottratta questa vita minore, nella quale poteva e morire e non morire, ma le fosse data in aggiunta quella vita più ampia dove vivesse senza il beneficio di nessun albero e dove non potesse morire.

767. (De gen ad litt. VI 25,36) Dopo ch’ebbe peccato, Adamo fu allontanato dall’albero della vita con la conseguenza di poter morire, mentre, se non avesse peccato, avrebbe potuto non morire. Mortale era dunque Adamo per la costituzione del suo corpo naturale, immortale per un dono concessogli dal Creatore.

768. (C. Iul. o.i. VI 39). Ti domando infatti in quale corpo tu stimi che siano adesso Elia ed Enoch: in un corpo animale o in un corpo spirituale? Se risponderai: ” In un corpo animale “, per quale ragione non vuoi credere che Adamo ed Eva e i loro discendenti, se non avessero violato con nessuna prevaricazione il precetto di Dio, sarebbero vissuti, benché in un corpo animale, così come vivono adesso Elia ed Enoch? Poiché Adamo ed Eva erano nel medesimo paradiso dove sono stati trasferiti Elia ed Enoch, e questi vivono nel medesimo paradiso donde, perché morissero, furono cacciati via Adamo ed Eva. Infatti l’albero materiale della vita così somministrava la vita ai corpi animali come l’albero spirituale della vita, ossia la Sapienza di Dio, somministrava la vita della dottrina salvatrice alle menti sante. Onde alcuni commentatori della parola di Dio, anche cattolici, hanno preferito presentare il paradiso come spirituale, senza però opporsi alla storia che più evidentemente indica il paradiso come materiale. Se poi risponderai che Enoch ed Elia hanno già un corpo spirituale, per quale ragione non confessi che il corpo animale dei primi uomini e di quanti nascessero da essi per la serie delle successioni, se non fosse esistito nessun peccato, che meritamente li separasse dall’albero della vita, sarebbe potuto passare senza morte intermedia in un corpo spirituale, perché tu non sia costretto a riempire il paradiso di Dio, a riempire il luogo dei gaudi felici con le pene delle morti e dei morenti e con le innumerevoli sofferenze dei morbi mortali?

769. (De gen. ad litt. VIII 5,11). Si deve inoltre notare che il cibo dell’albero di vita, benché fosse materiale, era tuttavia di tal natura da rinvigorire il corpo umano dandogli una sanità duratura, non come uno degli altri alimenti, ma grazie ad un influsso misterioso che conservava [sempre] sano il corpo. Infatti, benché quello fosse di certo un pane ordinario, tuttavia in un’altra occasione ebbe un potere maggiore, poiché con una sola piccola focaccia Dio preservò un uomo dall’inedia per lo spazio di quaranta giorni 23. Esiteremo forse noi a credere che Dio, mediante il frutto di un albero, destinato ad essere figura d’un cibo più eccellente, potesse dare all’uomo il potere di preservare il proprio corpo dal deterioramento fisico, causato da malattie o dall’età, o dal cadere anche nella morte, dal momento che diede al cibo dell’uomo una proprietà tanto meravigliosa che la farina e l’olio, contenuti in recipienti di terracotta, potessero ristorare le forze mancanti senza che venissero a mancare essi stessi 24? Adesso venga pure fuori uno della genìa degli attaccabrighe a dire che Dio avrebbe dovuto compiere simili miracoli nelle nostre regioni ma non avrebbe dovuto compierli nel paradiso terrestre, come se creare nel paradiso l’uomo con il fango o la donna traendola da una costola dell’uomo non fosse un miracolo più grande di quello di risuscitare i morti sulla nostra terra.

770. (De pecc. mer. et rem. I 3,3). Non ci sarebbe stato in realtà da temere che, vivendo a lungo quaggiù in un corpo animale, fosse gravato dalla vecchiaia e giungesse un poco alla volta alla morte per senilità. Se Dio infatti concesse alle vesti e alle calzature degli israeliti di non logorarsi in tanti anni 5, che ci sarebbe di strano che la sua potenza concedesse all’uomo in premio della sua sottomissione che, pur avendo un corpo animale, cioè mortale, avesse in esso una tale costituzione che gli consentisse d’essere annoso senza decadenza, destinato a passare, quando Dio lo volesse, dalla mortalità all’immortalità saltando la morte?

CAPITOLO XX

Altri doni che hanno arricchito i protoparenti.

SOMMARIO. Nel Paradiso godevano una perfetta felicità. Erano immuni da tristezze, ansia, dolore, malattia, ecc.: 771. Non erano afflitti dal timore della morte, perché era in loro potere non subire il male della morte: 772. Dai mali della vita presente Agostino argomenta l’esistenza e la trasmissione del peccato originale, che, anche se i Pelagiani lo negano, sono obbligati a chiedere il paradiso con gemiti e suppliche. Descrive il paradiso dei Pelagiani: 773-775. Il paradiso luogo di felicità: 776. L’ ignoranza e le difficoltà sono penali, non affliggevano l’ uomo quando è stato creato. Adamo aveva una grande scienza, visto che impose i nomi a tutti gli animali: 777-778. Impararono da soli a parlare, oppure sono stati aiutati da Dio: 779-780.

771. (De civ. Dei XIV 26). Viveva dunque l’uomo nel paradiso terrestre come voleva finché volle ciò che Dio aveva comandato. Viveva beandosi in Dio perché da lui buono anche egli era buono. Viveva senza indigenza perché aveva il potere di vivere sempre in quello stato. C’era il cibo per saziare la fame, la bevanda per smorzare la sete, l’albero della vita perché la vecchiaia non lo stroncasse. Nessun fattore di soggezione alla morte nel corpo o dal corpo recava inquietudine alle sue facoltà. Non si temevano malattie nell’organismo, insidie dall’ambiente. V’erano piena salute nel fisico, sicura serenità nella coscienza. Come nel paradiso terrestre non v’erano caldo e freddo così in chi lo abitava non avveniva lo scontro della volontà buona con l’ambizione o il timore. Non v’erano assolutamente né tristezza né frivola allegria. Una gioia schietta era resa stabile da Dio perché per lui ardeva l’amore che proviene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera 154. Vigevano tra gli sposi un reciproco rapporto di fedeltà proveniente da un amore onesto, la concorde applicazione della mente e del corpo e l’osservanza senza difficoltà del comandamento. La svogliatezza non infiacchiva l’uomo nell’inazione, il sonno non lo molestava contro voglia.

772. (C. Iul. o.i. VI 14). Dove poi Manicheo dice misero l’uomo anche prima di peccare per il timore della morte che Dio gli minacciò qualora avesse peccato, rispondiamo di comune accordo che per un uomo, il quale non avrebbe mai potuto peccare se non avesse mai voluto peccare, la precauzione di dover evitare quella pena che sarebbe seguita al peccato era una precauzione tranquilla, non era un’angoscia turbolenta… non solo non era tormentata da nessuna paura, ma anzi godeva una grande letizia, perché aveva la possibilità di non soffrire il male della morte, dal quale rifuggono i cuori di tutti i fedeli o di quasi tutti.

773. (ib. I 67). E così, opponendoti a questi personaggi e ad altri loro compagni nella fede sana, a tanti e a tanto grandi dottori, sei costretto a riempire il paradiso, anche se nessuno avesse peccato, del dolore delle partorienti, della fatica dei nascenti, dei gemiti dei languenti, dei funerali di quelli che muoiono, della mestizia di quelli che piangono. Che c’è da meravigliarsi allora che siate andati fuori da questo paradiso che è la Chiesa, quando quel paradiso, dal quale andarono fuori coloro che peccando ci mandarono in coteste miserie, lo avete fatto quale non osa immaginarlo, non dico nessuno dei Cristiani, ma nemmeno qualcuno degli uomini, se non è un pazzo?

774. (ib. III 154). La natura umana, creata buona dal Dio buono, fu talmente viziata dal grande peccato della disobbedienza che anche la posterità trasse da quel peccato il merito e il supplizio della morte. A questa posterità tuttavia il Dio buono non nega la sua buona arte. Questo insegna la fede cattolica e contro di voi e contro i manichei. Ma voi, che negate questa fede, pensate, per favore, un momento al paradiso. Vi va bene forse che in esso poniamo uomini casti e donne caste che lottino contro la libidine, donne gravide che soffrano di nausea, di fastidio, di pallore; altre donne che abortiscano feti immaturi, altre che gemano e urlino nel parto; tutti gli stessi neonati che piangano, che sorridano tardivamente, che ancora più tardivamente parlino e lo facciano balbettando; poi siano portati a scuola perché imparino le lettere gridando sotto le fruste, le sferze, le verghe, in una varietà di punizioni distribuite secondo la varietà delle inclinazioni; inoltre innumerevoli malattie e incursioni di demoni, e morsi di fiere che ne strazino alcuni e ne divorino altri, e poi i sani che sono nutriti sotto incerte vicende dalla misera sollecitudine dei genitori; e che anche nel paradiso esistano pure le orfanezze e i lutti e i rimpianti di persone care perdute, con intima angoscia del cuore? Sarebbe lungo elencare tutti i mali di cui abbonda questa vita: né sono tuttavia, cotesti mali, peccati di nessun genere. Se dunque questi mali sarebbero dovuti esistere nel paradiso, senza che un precedente peccato li avesse fatti meritare, cercate pure a quali uditori predicare coteste opinioni grottesche: non certo a fedeli, ma a derisori. Sicuramente se un paradiso siffatto si dipingesse, nessuno lo chiamerebbe paradiso, nemmeno se vi vedesse scritto sopra questo nome, né direbbe che ha sbagliato l’artista, ma riconoscerebbe prontamente il caricaturista. Tuttavia però di coloro che vi conoscono nessuno si meraviglierebbe, se al titolo si aggiungesse il vostro nome e si scrivesse: Il paradiso dei pelagiani! Se viceversa arrossite di questo… mutate finalmente, vi prego, la vostra perversa sentenza e vogliate credere che la natura umana fu mutata in queste miserie da quel grande peccato, e che in nessun modo avrebbero potuto esistere cotesti mali nel paradiso. Questa fu la ragione per cui dal paradiso uscirono i due, dei quali anche la discendenza sarebbe stata degna di subire quei mali, passando in tutti l’infezione del peccato insieme alla istituzione del castigo.

775. (ib. VI 26). Con te io tratto delle miserie che, scacciato dal paradiso e collocato in posizione contraria al paradiso, tenti di collocare nel paradiso e di attribuirle, perdendo il tuo pudore e bestemmiando con la tua bocca, non ai meriti di coloro che peccarono, ma a Dio istitutore delle nature, come se egli abbia istituito per natura anche queste miserie.

776. (De civ. Dei XIV 10). Se li sperimentavano, non si spiega come fossero felici in quel meraviglioso luogo di felicità, cioè nel paradiso terrestre. Nessuno infatti si può ritenere pienamente felice se è afflitto dal timore o dal dolore. Ma era impossibile che i primi uomini temessero o fossero tristi nella sovrabbondanza di beni così grandi. Non si temeva la morte né la cattiva salute del corpo, non v’era qualcosa che la volontà buona non potesse raggiungere né nulla che potesse affliggere l’essere fisico o spirituale dell’uomo perché viveva nella felicità.

777. (De lib. Arb. III 18,52). Vi sono in realtà per l’anima che pecca queste due condizioni di pena: l’ignoranza e la debolezza. A causa dell’ignoranza ci toglie dignità l’errore, a causa della debolezza ci tormenta il dolore. Ma affermare il falso a posto del vero fino ad errare involontariamente e non poter trattenersi da azioni passionali, perché reagisce con tormento la sofferenza della soggezione alla carne, non è natura dell’uomo in quanto tale, ma pena dell’uomo condannato.

778. (C. Iul. o.i. V 1). Né pensate secondo la fede cristiana quale sia stato creato Adamo, che impose i nomi a tutte le specie di animali viventi 3: un fatto che anche nella letteratura secolare viene giudicato come un indizio di eccellentissima sapienza. Tant’è vero che allo stesso Pitagora, dal quale nacque il nome di filosofia, si attribuisce di aver detto che l’uomo più sapiente di tutti fu colui che mise per primo i vocaboli alle cose. Del resto anche se di Adamo non avessimo saputo nulla di simile, sarebbe stato ugualmente nostro compito congetturare con un buon ragionamento quale sia stata creata la natura in quell’uomo in cui non c’era assolutamente nessun vizio…. E quale cristiano può dubitare che quanti in questo mondo, pienissimo di errori e di orrori, appariscono intelligentissimi, dei quali tuttavia i corpi corruttibili appesantiscono le anime, se si mettono a confronto con l’intelligenza di Adamo, distano da lui molto più di quanto le testuggini distano dagli uccelli in velocità?

779. (ib. VI 9). A tale proposito dobbiamo tuttavia riflettere che nel paradiso, se si imparava qualcosa che a quella vita fosse utile conoscere, lo apprendeva senza nessuna fatica o sofferenza la natura beata o dall’insegnamento di Dio o da se stessa.

780. (De gen. ad litt. VIII 16,35). Ma forse qualcuno potrebbe essere imbarazzato [non riuscendo a spiegarsi] come mai potessero parlare o capire un linguaggio persone che non l’avevano mai imparato col crescere tra altre persone che lo parlavano né apprendendolo da qualche maestro, come se a Dio fosse difficile insegnare a parlare a quelle persone, dal momento che le aveva create capaci d’imparare una lingua anche dagli uomini, se ne fossero esistiti altri dai quali apprenderla.

CAPITOLO XXI

A proposito di ignoranza e altre difficoltà nel “De libero arbitrio”.

SOMMARIO. Causa del peccato è stata la volontà: 781-782. Ma che cosa dire dell’ ignoranza o dell’incompetenza sui peccati commessi? Afferma il peccato di Adamo: 783-784. Ma si obietta: Se Adamo ed Eva peccarono, noi miseri cosa avremmo fatto?. Risponde Agostino: Ignoranza e difficoltà sono quasi invincibili e di esse con l’aiuto divino possiamo trionfare:785-787. Per soddisfare meglio l’obiezione, considera quattro ipotesi sull’ origine delle anime: 791-794.

781. (De lib. arb. III 17,48-49). Il volere è causa del peccato, ma tu cerchi la causa del volere stesso. Ora se io potrò trovarla, cercherai anche la causa di quella causa che è stata trovata? E quale limite vi sarà al ricercare, quale termine nel discutere col dialogo, quando è necessario che non ricerchi al di là della radice?. Non pensare che si poteva dire qualche cosa di più vero del detto che la radice di tutti i mali è l’avarizia 7, cioè voler di più di quanto basta…. Ora questo tipo di avarizia è desiderio disordinato e tale desiderio è volontà pervertita. Dunque la volontà pervertita è causa di tutti i mali. E se fosse secondo natura, la conserverebbe, non le sarebbe dannosa e perciò non sarebbe pervertita. Ne consegue che la radice di tutti i mali non è secondo natura. È un argomento sufficiente contro tutti coloro che considerano gli essere naturali un male… Ma in definitiva quale potrà essere la causa della volontà anteriormente alla volontà? O è la stessa volontà, e non ci si allontana da questa radice della volontà, ovvero non è volontà, e allora non ha alcun peccato. Quindi o è la volontà stessa la prima causa del peccato, ovvero la prima causa del peccato non è peccato. Ora non si può ragionevolmente imputare a qualcuno un peccato, se non pecca. Quindi ragionevolmente si imputa soltanto a chi vuole. Ma non capisco perché vorresti ricercare ancora. Poi, qualunque sia la causa della volontà o è giusta o è ingiusta. Se è giusta, chi le obbedisce, non pecca; se è ingiusta, non le obbedisca e non peccherà.

782. (ib. III 17,50). Qualunque sia codesta causa della volontà, se non è possibile resisterle, si cede ad essa senza peccato; se è possibile, non le si ceda e non si peccherà. Ma forse può ingannare un incauto? Dunque si guardi per non essere ingannato. Ma ha tanto potere d’ingannare che proprio non è possibile guardarsene? Se è così, non si danno peccati. Non si pecca in condizioni, in cui è assolutamente impossibile evitare. Ma si pecca, dunque è possibile evitare.

783 (ib. III 18,51). E tuttavia anche azioni compiute per ignoranza sono disapprovate e giudicate da correggere dall’autorità della sacra Scrittura. Dice l’Apostolo: Ho ottenuto il perdono perché l’ho fatto per ignoranza 8. Ed il Profeta: Non ricordare le colpe della giovinezza e della mia ignoranza 9. Si devono disapprovare anche azioni compiute per necessità, quando l’uomo vuole agire bene e non può. Da questo principio derivano le seguenti espressioni: Non faccio il bene che voglio, ma compio il male che non voglio 10 e questa: Volere il bene è alla mia portata, ma non riesco a compierlo 11, e ancora: La carne ha desideri contro lo spirito e lo spirito contro la carne; essi si contrastano a vicenda per non farvi compiere le azioni che volete 12. Ma tutto questo è degli uomini che provengono dalla condanna di morte. Se essa non è pena dell’uomo, ma natura, essi non sono peccati. Se non ci si allontana dallo stato, in cui secondo natura l’uomo è stato creato, sicché non può essere in condizione migliore, fa ciò che deve, quando compie le azioni indicate. Se l’uomo fosse buono, sarebbe in una diversa condizione, ma ora perché è così, non è buono, e non ha in potere di esserlo sia che non veda come dovrebbe essere, sia che lo veda e non possa essere come vede che dovrebbe essere. Chi dubiterebbe che questa è una pena? Ora ogni pena, se è giusta, è pena del peccato e si denomina supplizio. Se poi la pena è ingiusta, poiché non v’è dubbio che è pena, è stata imposta da un ingiusto dominatore. Ma è da pazzi dubitare della onnipotenza e della giustizia di Dio. Dunque la pena è giusta e si paga per un peccato. Infatti è impossibile che un qualche ingiusto dominatore abbia sottratto l’uomo a Dio, che non se ne sarebbe accorto, ovvero glielo abbia estorto contro il suo volere mediante il timore o la lotta come a uno più debole per tormentare l’uomo con una pena ingiusta. Rimane dunque che questa giusta pena derivi dalla condanna dell’uomo.

784. (ib. III 18,52). Non c’è da meravigliarsi che l’uomo o per ignoranza non abbia il libero arbitrio della volontà, con cui scegliere il da farsi secondo ragione, ovvero che per la resistenza dell’abito della passione, sviluppatosi in certo senso come un’altra natura a causa della illibertà nella propagazione della specie, egli conosca il da farsi e lo voglia, ma non possa compierlo. È pena giustissima del peccato che si perda ciò che non si è voluto usar bene, sebbene fosse possibile senza alcuna difficoltà, se si volesse. È quanto dire che chi, pur conoscendo, non agisce secondo ragione, perde la conoscenza di ciò che è ragionevole e chi non ha voluto agire secondo ragione potendolo, ne perde la possibilità quando lo vuole. Vi sono in realtà per l’anima che pecca queste due condizioni di pena: l’ignoranza e la debolezza. A causa dell’ignoranza ci toglie dignità l’errore, a causa della debolezza ci tormenta il dolore. Ma affermare il falso a posto del vero fino ad errare involontariamente e non poter trattenersi da azioni passionali, perché reagisce con tormento la sofferenza della soggezione alla carne, non è natura dell’uomo in quanto tale, ma pena dell’uomo condannato. Ma quando si parla della libera volontà di agire secondo ragione, si parla di quella, in cui l’uomo è stato creato.

785. (ib. III 19,53). Qui si presenta il problema che gli uomini son soliti di rimuginare, giacché in tema di peccato son disposti a tutto fuorché ad accusarsi. Dicono: ” Se Adamo ed Eva hanno peccato, che cosa noi meschini abbiamo fatto da nascere con l’accecamento della ignoranza e con le tribolazioni della debolezza? Siamo condizionati ad errare in un primo tempo perché non sappiamo cosa dobbiamo fare, poi, appena ci si manifestano i comandamenti della giustizia, vorremmo eseguirli, ma non ne siamo capaci perché ce lo impedisce non saprei quale necessità della concupiscenza carnale “. A costoro in poche parole si risponde che stiano quieti e la smettano di mormorare contro Dio. Forse si lagnerebbero giustamente, se nessun uomo riuscisse vittorioso dell’errore e della passione. Ma Dio è dovunque presente e mediante la creatura che gli obbedisce come a signore in molti modi chiama chi si è allontanato, insegna a chi crede, consola chi spera, esorta chi ama, aiuta chi si sforza, esaudisce chi invoca. Quindi non ti si rimprovera come colpa che senza volere ignori, ma che trascura di cercare ciò che ignori, ed ugualmente non che non fasci le membra ferite, ma che disprezzi chi ti vuol guarire. Questi sono peccati tuoi. A nessuno è stato negato di conoscere che si cerca con utilità ciò che senza utilità si ignora e che si deve umilmente riconoscere la debolezza affinché a lui, che cerca e riconosce, venga in aiuto colui che, nel venire in aiuto, non erra e non si affatica.

786. (ib. III 19,54). Infatti l’azione che non si compie secondo ragione per ignoranza e quella che non si può compiere secondo ragione anche se si vuole si dicono peccati appunto perché hanno origine dal primo peccato della libera volontà. Quella premessa ha richiesto queste conclusioni. Si dice lingua non soltanto l’organo che si muove in bocca nel parlare, ma anche l’effetto che consegue al movimento di questo organo, cioè la forma e la sequenza delle parole e in questo senso appunto si dice che la lingua greca è diversa dalla latina. Così non solo si dice peccato quello che propriamente è considerato peccato perché si commette volontariamente e coscientemente, ma anche quello che necessariamente consegue da quella condanna. Allo stesso modo, in termini di natura, la natura dell’uomo, in cui originariamente nel suo genere l’uomo è stato creato innocente, parlando con proprietà s’intende diversamente da questa, in cui dalla pena del primo uomo condannato si nasce mortali, ignoranti e schiavi della carne. In questo senso dice l’Apostolo: Siamo stati anche noi per natura figli dell’ira, come gli altri 13.

787. (ib. III 20,55). Ora dalla prima coppia noi nasciamo nell’ignoranza, nella debolezza e nella mortalità, poiché essi avendo peccato sono stati precipitato nell’errore, nella tribolazione e nella morte. Con assoluta giustizia dunque Dio, sommo ordinatore della realtà, volle che dall’origine apparisse nella nascita dell’uomo la giustizia di chi punisce ed in seguito la misericordia di chi libera. Al primo uomo dopo la condanna non è stata tolta la felicità in maniera da togliergli anche la fecondità. Era possibile infatti che anche dalla sua discendenza, sebbene carnale e mortale, provenisse nel suo genere un conveniente ornamento della terra. Non era certamente giusto che generasse individui migliori di se stesso, ma era necessario che, col volgersi verso Dio, chi voleva non solo non fosse impedito, ma anche aiutato per superare la condanna che col volgersi in altro senso il capostipite aveva meritato. Anche così il Creatore delle cose ha mostrato con quanta facilità l’uomo, se avesse voluto, avrebbe potuto conservare ciò che è stato creato, quando la sua discendenza ha potuto trionfare della condizione in cui è nato.

788. (ib. III 20,56). Inoltre se è stata creata una sola anima, da cui sono derivate quelle di tutti gli uomini che nascono, chi può dire di non aver peccato quando il primo ha peccato? Se invece sono create singolarmente in ciascuno che nasce, non è ingiusto, anzi appare come molto conveniente all’ordine che il cattivo merito di chi precede sia natura di chi segue e che il buon merito di chi segue sia natura di chi precede. Che cosa di irrazionale infatti se il Creatore ha voluto anche così mostrare che a tal punto eccelle la dignità dell’anima sulle creature materiali che il sorgere di uno può iniziare da quel punto, in cui si è avuto il tramontare di un altro? Infatti il giungere dell’anima peccatrice all’ignoranza e debolezza si dice appunto pena perché prima di questa pena è stata più perfetta. Se dunque una ha cominciato non solo prima del peccato, ma addirittura prima della propria vita, ad esser tale, quale un’altra diventa dopo una vita colpevole, possiede ugualmente un grande bene, di cui ringraziare il proprio Creatore perché il suo sorgere e incominciare sono più perfetti di qualsiasi corpo perfetto. Non sono beni mediocri non solo che è anima e che per questo suo essere è più perfetta del corpo, ma anche che può, con l’aiuto del suo Creatore, perfezionarsi e con religioso impegno acquistare e vivere le virtù. Con esse si riscatta dalla debolezza che tormenta e dalla ignoranza che acceca. Che se è vera l’ipotesi, per le anime create l’ignoranza e la debolezza non saranno pena del peccato, ma stimolo ad avanzare e inizio di perfezione. Infatti prima di ogni merito di opera buona non è poco avere ricevuto un naturale criterio con cui l’anima preferisce la sapienza all’errore, la serenità alla tribolazione, per giungervi non in virtù dell’origine ma della scelta. E se l’anima non vorrà farlo, sarà a diritto giudicata rea di peccato, perché non ha bene usato della facoltà che ha ricevuto. Quantunque infatti sia nata nell’ignoranza e della debolezza, non è tuttavia costretta da qualche necessità a rimanere nello stato in cui ha avuto origine. Inoltre soltanto Dio onnipotente ha potuto essere creatore anche di tali anime che non amato crea, amando sana e amato perfeziona. Egli concede di esistere a quelle che non esistono e di esser beate a quelle che lo amano perché da lui esistono.

789. (ib. III 20,58). Se poi le anime viventi fuori del corpo non sono mandate da Dio Signore, ma spontaneamente vengono ad abitare nei corpi, è facile comprendere che non si deve assolutamente incolpare il Creatore per qualsiasi effetto di ignoranza e difficoltà che è seguito alla loro stessa scelta. Ma egli sarebbe ugualmente senza colpa, anche se le avesse mandate lui perché malgrado l’ignoranza e debolezza, non ha tolto loro il libero volere di chiedere, ricercare e sforzarsi, pronto a dare a coloro che chiedono, a mostrare a coloro che ricercano, ad aprire a coloro che picchiano. Egli concederà che l’ignoranza e debolezza, le quali devono esser superate dagli individui desiderosi d’apprendere e volenterosi, valgano per conseguire la corona della gloria.

790. (ib. III 20,58). Ai negligenti invece che col pretesto della debolezza intendono scusare i propri peccati, non rinfaccerà come peccato la ignoranza e la debolezza, ma li punirà con giusta pena perché hanno preferito rimanere in esse piuttosto che giungere alla verità e vigore spirituale con l’impegno di apprendere nella ricerca e con l’umiltà di lodare Dio nella preghiera.

791. (ib. III 63). Comunque sia, tanto se l’argomento è addirittura da omettere, come da rimandare per ora e considerare in altra occasione, non viene elusa la conclusione che, come è evidente, le anime scontano le pene dei loro peccati perché si dà la perfettissima, giustissima, immobile e immutabile maestà e sostanza del Creatore. E questi peccati, come da tempo stiamo discutendo, si devono imputare soltanto alla loro volontà. Non si deve cercare altra causa del peccato.

792. (ib. III 22,64-65). 64. Se invece ignoranza e debolezza sono naturali, proprio di lì l’anima inizia a progredire e ad avanzare alla conoscenza e alla serenità fino a che in lei non sia perfetta la felicità. Ma se essa trascurerà di propria scelta, pur essendogliene stata concessa la possibilità, il progresso nelle conoscenze più alte e nella pietà, viene precipitata giustamente in ignoranza e debolezza più gravi, che sono già effetti della pena. E perciò viene posta in un livello inferiore da un equo e convenientissimo ordinamento delle cose. Infatti non viene all’anima imputato a colpa il fatto che per natura non sa e per natura non può, ma che non si è applicata a sapere e che non ha posto l’impegno ad acquistare la capacità di agire secondo ragione. Non sapere e non poter parlare è naturale per il bambino. E questa ignoranza e incapacità di parlare non solo non è colpevole dal punto di vista delle regole dei grammatici, ma desta perfino una certa carezzevole tenerezza nell’affettività umana. Infatti il bambino non ha trascurato, per un suo vizio, di acquistare quella capacità o perduto, per vizio, una capacità che aveva acquistata. Quindi se la felicità consistesse nell’arte del parlare e fosse considerata colpa lo sbagliare nelle parole, come quando si sbaglia nella vita morale, non si potrebbe incolpare alcuno d’infanzia perché è partito da essa per conseguire l’arte del parlare. Giustamente invece sarebbe condannato, se per cattiva volontà vi fosse ritornato o rimasto. Così anche adesso, se la ignoranza del vero e la difficoltà dell’onesto sono naturali nell’uomo perché da esse cominci ad elevarsi alla felicità della sapienza e della serenità, non si possono ragionevolmente condannare a causa dell’inizio naturale. Se invece non si vuole avanzare o si vuole tornare indietro, molto giustamente si pagherà la pena…. Ma il Creatore dell’anima è lodato in ogni caso, sia perché l’ha iniziata fin dal principio alla capacità del sommo bene, sia perché aiuta il suo progresso, sia perché la perfeziona compiutamente, se progredisce, sia perché la sottopone a giustissima condanna secondo i meriti, se pecca, cioè se rifiuta di elevarsi dai propri inizi alla perfezione o se torna indietro dopo aver progredito. Dunque per questo appunto che non è ancor perfetta tanto quanto ha ottenuto di poter essere col progredire, non l’ha creata malvagia. Infatti tutte le perfezioni dei corpi sono inferiori al suo stato originario. Eppure le giudica degne di lode chi sa rettamente giudicare delle cose. Il fatto dunque d’ignorare deriva dal motivo che ancora non ha ricevuto un dono; ma anche questo riceverà, se userà bene di ciò che ha ricevuto. Ha ricevuto di cercare con diligenza e pietà, se vorrà. Inoltre non ha ancora ricevuto di essere capace, conseguentemente alla conoscenza che ha, di compiere ciò che deve fare. È andata avanti appunto una sua parte più nobile per conoscere qual è il bene della buona azione, ma una sua parte più tarda per il peso della carne non necessariamente viene condotta alla norma morale. Così dalla stessa incapacità di agire è ammonita a implorare come soccorritore del proprio perfezionamento colui, al quale ella pensa come ad autore del proprio inizio. Per questo le diviene più caro, perché è innalzata alla felicità, non dalle proprie forze, ma dalla misericordia di colui, dalla cui bontà ha l’esistenza. E quanto è più cara a colui, dal quale esiste, con tanta maggiore tranquillità in lui si riposa e tanto più largamente gode della sua eternità. Infatti non si può ragionevolmente considerare sterile un arboscello recente e ancora infruttuoso, sebbene trascorra alcune estati senza frutti, fino a che al tempo giusto non manifesta la propria produttività. Si deve dunque lodare con la dovuta pietà il Creatore dell’anima perché le ha concesso un cominciamento tale che progredendo mediante l’impegno può giungere al frutto della sapienza e giustizia e le ha comunicato tanta dignità che ha anche posto in suo potere di tendere, se vuole, alla felicità.

793. (ib. III 24,71). Pertanto si deve investigare più attentamente in quale stato fu creato il primo uomo anziché il modo con cui si è propagata la sua discendenza.

794. (Retr. I 9,6). . Negando il peccato originale i Pelagiani escludono che questa infelicità possa discendere da una giusta condanna. Pur tuttavia, anche nel caso che ignoranza e difficoltà fossero ascrivibili alla originaria natura dell’uomo, non per questo Dio sarebbe da incolpare, ma piuttosto da lodare, come risulta dalla discussione contenuta nel terzo libro·117. La discussione contenuta nell’opera in questione va intesa come rivolta contro i Manichei i quali non accettano le Sacre Scritture comprese nell’Antico Testamento contenente il racconto del peccato originale

CAPITOLO XXII

L’ esistenza e la natura della concupiscenza nelle opere contro i Pelagiani, specialmente in “Contro Giuliano opera imperfetta”.

SOMMARIO. Le opinioni dei Manichei e dei Pelagiani circa la concupiscenza. Ambedue vengono redarguiti dalla Chiesa Cattolica:795. Controversia tra Giuliano e Agostino sulla natura della concupiscenza. La concupiscenza per Giuliano è un bene naturale e istituito da Dio. Per agostino è un vizio perché è contro ragione, conduce all’ illecito, ed è la pena del peccato: 796-807. E’ un male e tuttavia non positivo perché è una privazione, e una debolezza dell’ anima: 808-810. Agostino distingue due specie di concupiscenza, una che dovrebbe servire la volontà per generare la prole, l’ altra, “quale è adesso, che inclina contro lo spirito. La prima , non la seconda poteva esserci in paradiso prima del peccato: 811. Sulla concupiscenza attuale, ragiona contro Giuliano, deriva dal peccato originale con il quate la natura è stata viziata. I Pelagiani, che negano il peccato di Adamo, dovrebbero rispondere ai Manichei che chiedono: da dove questo male? Agostino stesso risponde ai Manichei, distinguendo la natura , che è buona, dalla concupiscenza, che natura non è. Anche la natura viziata è una lodevole opera del Creatore: 812-819.

795. (C. d. Ep. Pel. II 2,2). I manichei negano che il Dio buono sia creatore di tutte le nature; i pelagiani negano che Dio sia negli uomini purificatore, salvatore, liberatore di tutte le età. La Cattolica redarguisce gli uni e gli altri difendendo la creatura di Dio, sia contro i manichei perché nessuna creatura sia sottratta alla creazione di lui, sia contro i pelagiani, perché la natura umana che si è smarrita sia ricercata in tutte le sue età. I manichei vituperano la concupiscenza della carne, non come vizio accidentale, ma come natura cattiva esistente dall’eternità; i pelagiani non considerano vizio la concupiscenza della carne, ma per giunta la lodano come un bene naturale. La Cattolica redarguisce gli uni e gli altri dicendo ai manichei: Non è natura, ma vizio, e dicendo ai pelagiani: Non viene dal Padre, ma dal mondo, perché gli uni e gli altri permettano la cura di questa sorta di malattia, smettendo i manichei di credere inguaribile la natura e i pelagiani di celebrarne le lodi.

796. (C. Iul. o.i. IV 29). Altro è la facoltà di sentire, altro il vizio di concupire. Distingui diligentemente queste due realtà e non voler errare deformemente… Leggi il Vangelo: Chi guarda, dichiara, una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore 42. Non ha detto: Chi guarda, che è il sentire per mezzo di quel senso del corpo che si chiama vista, ma ha detto: Chi guarda per desiderare, che è il guardare per fare il male. La vista dunque è un senso buono della carne, la concupiscenza è invece un movimento cattivo della carne.

797. ( C. d. Ep. Pel. I 17,35). Per la questione infatti che stiamo trattando basta che la concupiscenza non sia adesso negli uomini tale e quale voi concedete che avrebbe potuto essere nel luogo di quella felicità. Quale appunto essa sia adesso lo riconosce certamente, pur con vergogna, il senso di tutti i mortali, perché essa e tenta con irrequietezza disordinata e importuna le persone caste, anche quando non la vogliono e la reprimono per temperanza, e spesso si sottrae alle persone che la vogliono e si fa sentire a quelle che non la vogliono, cosicché con la sua disobbedienza attesta di non essere altro che pena della prima famosa disobbedienza. Perciò meritamente si sentirono confusi di essa i primi uomini di allora, quando si coprirono le parti vergognose, e se ne sente confuso adesso chiunque si considera uomo, pudico e impudico che sia: e non sia mai che si sentano confusi dell’opera di Dio, ma si sentono confusi della pena del primo e antico peccato.

798. (C. Iul. o.i. I 96). Sappiamo che la ragione per cui dite che per il peccato dell’uomo non si cambia lo stato di natura è che avete abbandonato la fede cattolica, la quale insegna che il primo uomo fu fatto in modo da non aver la necessità di morire… Chiedo inoltre se la natura peccatrice sia esente da vizio: se ciò è assurdissimo, ha dunque un vizio; se ha un vizio, è stata certamente viziata. In che modo dunque non è stata mutata, se da sana che era è stata viziata?

799. (ib. IV 41). Per quale ragione dunque la libidine nell’uomo resiste allo spirito, mentre non lo fa nella bestia, se non per la ragione che nella bestia la libidine appartiene alla sua natura, nell’uomo invece appartiene alla pena, sia per la sua presenza che non ci sarebbe altrimenti, sia per la sua resistenza, perché sarebbe stata sottomessa, se non fosse stata causata o viziata dal peccato?… In che modo dunque si dice un bene la libidine che, se non le si resiste, spinge e costringe l’uomo a fare il male?

800. (ib. IV 58). è un ragionamento che si può fare della libidine delle bestie, per le quali essa non è un male perché non hanno il bene della ragione, per cui la loro carne non concupisce contro lo spirito. Ma ciò che resiste allo spirito dell’uomo quando vuol fare il bene, per quanto grande sia la tua loquacità nel difenderlo, non può essere un bene.

801. (ib. I 71). Si dice peccato perché è stata causata dal peccato e appetisce di peccare. Il suo reato è stato sciolto dalla rigenerazione, il suo conflitto è stato lasciato in essere per esercitazione. E’ un male chiaramente. Non con le forze della nostra volontà, come credi tu, gli resistiamo, senza l’aiuto divino. Questo male va debellato, non va negato; lo dobbiamo sconfiggere, non difendere. Infine, se gli acconsenti riconosci che è un male peccando, se gli resisti riconosci che è un male lottando.

802. (De nat. et gr. 54,63). Che però la carne sia contraria allo spirito in modo che non facciamo quello che vorremmo è un vizio e non è la nostra natura

803. (C. Iul. o.i. IV 69). Altro è il senso della carne, altro è la concupiscenza della carne, la quale concupiscenza è sentita dal senso e della mente e della carne; come il dolore della carne non è lo stesso senso della carne, ma non si può sentire il dolore se manca il senso. Pertanto con il senso della carne chiamato tatto si sentono in modo diverso, come tutti gli altri, gli oggetti aspri e gli oggetti lisci; invece con la concupiscenza della carne si desiderano in modo non diverso le azioni illecite e le azioni lecite che si giudicano diverse tra loro non con la concupiscenza, ma con l’intelligenza; né ci si astiene dalle azioni illecite se non si resiste alla concupiscenza. Non si evitano quindi le azioni cattive se non si frena la concupiscenza cattiva, che da te con orrenda impudenza o piuttosto con demenza è detta buona. Né arrossisci, né aborrisci di essere arrivato a tanta sconcezza che nessuno si liberi dal suo male se non consentendo al tuo bene. Quindi la concupiscenza della carne, con la quale si desiderano le azioni proibite, non viene dal Padre. Invano pensi o meglio vuoi far pensare che, nel passo dove l’apostolo Giovanni lo ha detto, la concupiscenza della carne stia per la lussuria. Certamente, se non viene dal Padre la lussuria, non viene dal Padre nemmeno la concupiscenza che, acconsentita, concepisce e partorisce la lussuria. A che mira infatti con i suoi movimenti, ai quali abbiamo l’obbligo di opporre resistenza, se non ad arrivare alla lussuria? Com’è dunque un bene la concupiscenza che tenta di giungere al male? Com’è un nostro bene la concupiscenza che tenta di giungere al male? Questo male quindi, o Giuliano, dev’essere sanato dalla bontà divina, non dev’essere lodato dalla vanità, dalla iniquità, dalla empietà umana.

804. (ib. IV 2,7). Scrivendo queste parole non ti rendi conto che l’unione dei coniugi in vista della generazione è un bene lodevole in quanto con essa è posto un limite lecito al male della concupiscenza. Ma perché non dev’essere chiamato male quello che riconosci dev’essere frenato?

805. (C. d. Ep. Pel. I 15,31). Scrive: Noi diciamo istituito da Dio il movimento dei genitali, ossia la stessa virilità, senza la quale è impossibile la copula. A ciò rispondiamo che Dio ha istituito il movimento dei genitali e, per usare la sua parola, la virilità, senza la quale è impossibile la copula, ma in tal modo che non avesse nulla di vergognoso. Non sarebbe stato decente infatti che la creatura si vergognasse dell’opera del suo Creatore; ma la disobbedienza di quelle membra fu giustamente ripagata alla disobbedienza dei primi uomini, e di quella disobbedienza delle membra arrossirono quando si coprirono con foglie di fico le parti vergognose che prima non erano vergognose.

806.(De nupt. et conc. II 21,36). Quanto al pane e al vino 75, poi, io non li condanno a motivo dei ghiottoni e degli ubriaconi, come non condanno l’oro a motivo degli avidi e degli avari. Di conseguenza non condanno neppure l’onesta unione degli sposi a causa della vergognosa concupiscenza carnale. Essa infatti, se in precedenza non fosse stato commesso alcun peccato, potrebbe essere tale da non fare arrossire gli sposi; ma l’attuale è sorta dopo il peccato e i primi uomini furono costretti a velarla per la confusione 76. Per i posteri coniugati ne è rimasta la conseguenza di essere costretti a evitare lo sguardo umano durante l’esecuzione di una tale azione, anche quando fanno un uso buono e lecito di quel male, confessando così che è vergognosa, mentre nessuno dovrebbe vergognarsi di ciò che è buono. In tal modo ci vengono suggerite due verità: l’onestà della lodevole unione con la quale si generano i figli e la disonestà della vergognosa libidine, a causa della quale i generati devono essere rigenerati per non essere condannati. Pertanto, chi si unisce lecitamente nella vergognosa libidine fa buon uso di una cosa cattiva, chi invece si unisce illecitamente fa cattivo uso di una cosa cattiva. È più esatto infatti chiamare male piuttosto che bene ciò di cui arrossiscono sia i cattivi che i buoni

807. (ib. II 22,37). “Mostrami, dice, un matrimonio corporale senza unione carnale”. Io non gli posso mostrare un matrimonio corporale senza tale unione, ma neanche lui può mostrare la stessa unione esente dalla confusione. Nel paradiso invece, se non ci fosse stato il peccato, non ci sarebbe stata certo una generazione senza l’unione dei due sessi, ma ci sarebbe stata un’unione esente dalla confusione. Ci sarebbe stata in effetti, nell’atto di accoppiarsi, la pacifica obbedienza delle membra, senza la vergognosa concupiscenza della carne.

808. (ib. I 25,28). Se poi ci si chiede come questa concupiscenza carnale possa rimanere nel rigenerato, nel quale è avvenuta la remissione di tutti i peccati,… a queste domande si risponde che nel battesimo la concupiscenza della carne è rimessa non in modo che cessi di esistere, ma in modo che non sia più imputata a peccato. Anche se la sua colpevolezza è stata ormai cancellata, essa tuttavia rimane fino a quando non sarà guarita tutta la nostra infermità,.. Non rimane alla maniera di una sostanza, come un corpo o uno spirito, ma è uno stato affettivo di cattiva qualità, come un languore.

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809. (De nat. et gr. 20,22). Non stiamo a giudicare se la natura umana non possa essere viziata dal peccato ma, credendo alle Scritture divine che la dicono viziata dal peccato, indaghiamo come ciò sia potuto avvenire! Abbiamo già imparato che il peccato non è una sostanza. Non t’accorgi, per omettere altre cose, che anche il non mangiare non è una sostanza? Ci si astiene da una sostanza, qual è il cibo. Eppure, per quanto l’astenersi dal cibo non sia una sostanza, la sostanza del corpo, se questo si astiene completamente dal cibo, tanto languisce, tanto si corrompe per i disturbi della salute, tanto si esaurisce nelle sue forze, tanto s’indebolisce e si accascia che, pur se continua a vivere in qualche modo, sarà difficile farla tornare a quel cibo, astenendosi dal quale si è tanto viziata. Alla pari non è una sostanza il peccato. Ma una sostanza è Dio e la sostanza somma e il solo vero cibo della creatura razionale. Da lui avendo disertato per disobbedienza e non potendo più per debolezza cibarsi di lui, mentre ne doveva anche godere, non senti quello che il salmista dice: Il mio cuore abbattuto come erba inaridisce, dimentico di mangiare il mio pane 80?

810. (De perf. iust. hom. 2,4). Scrive costui: Si deve chiedere ancora se il peccato sia un’azione o una sostanza. Se è una sostanza, bisogna che abbia un creatore, e se si dice che ha un creatore sembrerà subito che al di fuori di Dio si ammetta un altro creatore di una qualche sostanza; Ma se è un’empietà dir questo, sarà necessario riconoscere che ogni peccato è un’azione e non una sostanza. Se dunque è un’azione, anzi proprio perché è veramente un’azione, si può evitare. Noi rispondiamo che senza dubbio il peccato si dice ed è un’azione, non una sostanza. Ma anche lo zoppicare è similmente nel corpo un’azione e non una sostanza, perché sostanza è il piede stesso o il corpo o l’uomo che zoppica per un piede viziato. E tuttavia non può l’uomo fare a meno di zoppicare, se non ha il piede risanato. Ciò può avvenire anche nell’interno dell’uomo, ma con la grazia di Dio, per Gesù Cristo nostro Signore 7. Evidentemente il vizio stesso per cui l’uomo zoppica non è né il piede né il corpo né l’uomo né lo stesso zoppicare, che certamente manca quando l’uomo non cammina, pur essendo insito in lui un vizio che lo fa zoppicare quando cammina. Cerchi dunque che nome dare a tale vizio: se lo vuol chiamare sostanza o azione o piuttosto deterioramento d’una sostanza che rende deforme la sua azione.

811. (C. Iul. o.i. I 70). Attività pia è in questa vita onorare Dio e per mezzo della sua grazia combattere contro i vizi interni e non cedere ad essi, quando eccitano e spingono a comportamenti illeciti, e chiedere con religiosa pietà il perdono se si cede e l’aiuto divino per non cedere. Nel paradiso al contrario, se nessuno avesse peccato, non ci sarebbe l’attività pia di espugnare i vizi, perché il permanere della felicità consisterebbe nel non avere vizi… Perdonate: non crederemmo mai che voi viviate meglio di loro, nemmeno se non amaste la concupiscenza della carne così da volerla collocare anche nel paradiso prima del peccato, tale e quale si trova ad essere ora che concupisce contro lo spirito. Poiché, se, come dici, Non era diversa la condizione nel paradiso della mescolanza dei sessi da quella che si pratica adesso nei matrimoni, vuol dire che c’era là anche prima del peccato la libidine della carne, senza la quale non possono attualmente mescolarsi i due sessi. Se dunque non volete che in quella beatitudine le membra genitali, non ancora pudende, nel compiere la loro opera di seminare la prole, potessero obbedire senza libidine alla volontà umana, torno ancora a domandarvi quale crediate fosse allora la medesima libidine. Certamente, quando era necessaria, seguiva la volontà. Ma forse anche quando non era necessaria per la propagazione dei figli, stimolava tuttavia l’animo e lo spingeva o a tutti gli accoppiamenti condannabili o a tutti gli accoppiamenti veniali con il coniuge? Se infatti era tale e quale è adesso, faceva senza dubbio così, sia che le si resistesse per temperanza, sia che le si cedesse per intemperanza. E allora l’uomo era costretto o a servire alla libidine peccando o a contrastarla con intima guerra. La prima di queste ipotesi, se avete sensibilità umana, la sentite in disaccordo con l’onestà; la seconda con la pace di quella felicità. Resta dunque che la libidine, se esisteva nel paradiso, era talmente sottomessa alla volontà da non trarre al peccato la mente retta e quieta, né da provocarla al combattimento, e da non spingere né a peccare né a battagliare lo spirito che obbediva a Dio e godeva di Dio. E poiché adesso la concupiscenza non è così, ma appetisce avidamente e non temperatamente gli stessi comportamenti leciti, in quelli poi illeciti o umilia lo spirito o concupisce contro lo spirito, riconoscete il male contratto dalla natura viziata nella sua integrità.

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812. (ib. VI 14). Che c’è dunque da meravigliarsi, se Manicheo, intuendo i mali di questa vita: e il corpo di questa morte che appesantisce l’anima, e la discordia tra la carne e lo spiritofa anche con la tua bocca, quasi parlasse contro di noi, affermazioni tali e quali vediamo fatte da Gregorio contro di voi? Donde risulta che i mali di questa vita,.. anche i manichei li confessano insieme ai cattolici, ma sulla questione donde siano questi mali non dicono lo stesso gli uni e gli altri, e c’è su tale questione una grande distanza tra loro, perché i manichei attribuiscono i mali ad una natura cattiva e aliena, i cattolici invece ad una natura e nostra e buona, ma viziata dal peccato e punita meritatamente. Tu che non vuoi dire ciò che diciamo noi, che cosa dici per conto tuo? In che modo rispondi a Manicheo sul problema donde siano questi mali con i quali nascono gli uomini e che non nascerebbero nel paradiso, se nessuno avesse peccato e se la nostra natura vi fosse rimasta non depravata, ma retta, come fu creata?… e se il vizio non viene dalla natura viziata a causa della prevaricazione del primo uomo, di’ donde venga. Se poi questi vizi non sono congeniti, di’ donde vengano. Dirai: dall’abitudine di peccare che ognuno si è fatta con la libera volontà…. Ma è proprio vero che uno sia duro di cuore per volontà? O che uno sia smemorato per volontà? O che uno sia fatuo per volontà? … Infatti con queste loro sentenze tali antistiti cattolici insegnarono sufficientemente e apertamente che della carne non è mala la natura, ma è malo il vizio: sanato il quale, la carne ritorna a non appesantire più l’anima con nessuna delle sue corruzioni, come fu istituita primieramente, e a non avere nessuna discordia con lo spirito, concupiscendo atteggiamenti contrari ad esso…??????

813. (ib. III 170). Ma la sentenza propria e velenosa dei manichei è quella che aiutate con il vostro errore voi, i quali, nei riguardi della concupiscenza della carne, alle cui sollecitazioni a perpetrare azioni illecite si oppone, vogliate o non vogliate, la castità, negate che essa sia accaduta per il peccato alla natura che Dio creò buona. E in questo modo fate sì che i manichei, nei riguardi di quella concupiscenza di cui essi per la lotta dei casti e per la testimonianza degli Apostoli dimostrano la malvagità, concludano che essa non come qualità cattiva da sanare, ma come sostanza cattiva da separare, non sia un’accidentalità accaduta alla natura buona, ma sia stata mescolata alla natura buona come una sostanza anch’essa, derivata dalla gente delle tenebre e da una sostanza cattiva coeterna a Dio. Ma continuate e ordite calunnie contro di noi con la peste dei manichei, che voi aiutate tanto da renderli invitti, a meno che anche voi con essi non siate vinti da quella verità cattolica che è veramente invitta.

814. (ib. III 187). Ma tu sei caduto pari pari inevitabilmente tra le zanne di Manicheo, tu così grande lodatore della concupiscenza della carne da collocarla pure nel paradiso, cioè in un luogo di tanta beatitudine,

815. (ib. VI 9). Ma proprio non ti accorgi che tu, per ignoranza certamente ma tuttavia vigorosamente, suffraghi Manicheo con l’enfasi e con lo strepito spumeggiante di cotesta tua loquacità? Se infatti alla sua domanda donde venga il male, con la quale questione i manichei sono stati soliti turbare i cuori non eruditi, noi rispondessimo che è sorto dalla libera volontà della creatura ragionevole, ed egli dicesse: Donde vengono dunque questi tanti mali, non quelli che capitano a coloro che sono già nati e che fanno già uso dell’arbitrio della volontà nel progredire degli anni, ma quelli con i quali nascono o tutti gli uomini o molti uomini? In tutti è appunto congenita la concupiscenza della carne per cui la carne concupisce contro lo spirito,.. Che altro risponderebbe la fede cattolica se non che tutti cotesti mali, da quando l’uomo peccò e fu scacciato dal paradiso, cioè dal luogo della felicità, sorgono dalla natura umana che è stata viziata dal contagio del peccato? Se infatti nessuno avesse peccato, non sarebbero nati nel paradiso né cotesti vizi, né altri vizi di nessun genere… Tu invece per opporti a me sei costretto a fare l’affermazione più assurda e più detestabile: cioè che cotesti mali dei nascenti sarebbero sorti anche nel paradiso, se nessuno avesse peccato. Qui Manicheo ti incalzerà a dire donde sarebbero sorti. Dove tu, messo così alle strette, se dirai che cotesti mali sarebbero sorti dalle stesse nature dei nascenti senza il merito di nessuna volontà, accuserai certamente il Creatore e per non farlo ti rifugerai nei meriti delle volontà cattive. Ma costui chiederà: Di quali volontà? Non c’è infatti nessuna volontà dei semi o dei bambini nascenti…. Dal che si deduce che cotesti mali non sarebbero sorti se nessuno avesse peccato, né sarebbero potuti esistere nel paradiso, dal quale coloro che avevano peccato uscirono prima di generare.

 

816. (ib. VI 16). Io non sono a tal punto ” più ottuso di un pestello “, come tu mi insulti, da obiettare a Manicheo per confutarlo l’autorità di questo libro divino, dalla quale non si sente tenuto. A te la obietto quando l’argomento lo richiede, poiché è comune a me e a te. Con Manicheo invece non cerco di convincerlo della bontà di queste creature partendo dall’opificio di Dio, perché egli lo nega; ma piuttosto partendo dalla bontà delle creature lo spingo a confessare che esse hanno un opifice buono… E per questo bisogna incalzarli sempre con la bontà delle creature perché riconoscano come loro autore il Dio buono: il che negano. Ebbene, tutte le creature sono così buone che la ragione dimostra la bontà anche di quelle creature che sono create con addosso dei vizi, in forza dell’attestazione anche degli stessi vizi, perché il vizio è contro la natura: se infatti la natura stessa non piacesse giustamente, in nessun modo dispiacerebbe giustamente il vizio della stessa natura. Di questo argomento contro i manichei, i quali reputano che anche gli stessi vizi siano nature e sostanze, si discute più diffusamente in alcuni nostri opuscoli e si indica che il vizio non è una natura e perché è contro la natura per questo è un male, e che quindi la natura in quanto natura è un bene. Donde si coglie che non è creatore delle nature se non il creatore dei beni, quindi il creatore buono; ma migliore delle sue creature per una grande differenza e per una somma bontà, così da non poter essere in nessun modo viziato, non per grazia ricevuta, ma per proprietà di natura. Quindi le nature create, tanto quelle che sono senza vizio, tanto quelle che vengono viziate dopo essere nate, tanto quelle che nascono già viziate, non possono avere per loro creatore se non colui che crea i beni, perché esse in quanto sono nature sono buone, anche tutte quelle nature che sono state viziate. Non è infatti autore dei vizi ma delle nature il loro creatore. Infatti anche lo stesso autore dei vizi è buono per la sua natura che gli fece Dio, ma è malo per un vizio che lo fece defezionare dal suo creatore buono con una volontà cattiva. Questa è pertanto la ragione vera che confuta l’errore dei manichei,

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817. (ib. III 206). La natura umana, sebbene sia ” mala ” perché è stata viziata, non è tuttavia un male perché è una natura. Nessuna natura infatti è un male in quanto è natura, ma è assolutamente un bene, senza il quale bene non può esistere nessun male, perché nessun vizio può esistere se non in una qualche natura, sebbene possa esserci la natura senza il vizio: o perché non è stata mai viziata, o perché è stata risanata. Il che se i manichei lo capissero, non sarebbero assolutamente manichei, perché lo sono introducendo due nature dalle parti contrarie del bene e del male. Se dunque vedi quale differenza ci sia tra noi e i manichei, taci; se non lo vedi, taci.

818. (ib. III 205). Vergògnati ormai. La concupiscenza della carne non viene dal Padre, ma dal mondo, cioè dagli uomini, i cui feti hanno riempito il mondo. Ma i manichei attribuiscono la concupiscenza alla gente delle tenebre, e li aiutate voi che non volete che a causa della prevaricazione del primo uomo, secondo la fede ambrosiana, ossia cattolica, questo male della concupiscenza si sia convertito in natura per noi 256.

819. (ib. III 196). In questo hai detto il vero, e la ragione per cui anche in una natura ” mala ” è lodevole l’opera del Creatore è che anche la natura ” mala ” è un bene in quanto è natura; e perché questo bene sia liberato dal male è necessaria la grazia.

CAPITOLO XXIII

Alcuni testi più oscuri che vengono prodotti contro lo stato soprannaturale di Adamo.

SOMMARIO. Se si guarda la natura innocente, essa ha diritto alla visione di Dio come un premio promesso: 820. Sembrerebbe che esso sia soprannaturale perché viene dato senza merito, anche se sia dovuto alla natura: 821. Si dice vera natura quella quella che senza vizio e con la grazia è stata creata, e per questo sembra dovuta a tale natura: 822-823. Se la grazia rifà l’ immagine con la quale siamo stati fatti, sembrerebbe che la grazia sia stata naturale per Adamo: 824. Il peccato è contro la natura, dunque la grazia è contro natura: 825.

820. (De corr. et gr. 11,32). Ma che ci sarà di più libero del libero arbitrio, quando esso non potrà più essere servo del peccato?. E questa doveva essere la ricompensa del merito che anche l’uomo avrebbe avuto come l’ebbero i santi angeli. Ma ora, dopo che con il peccato è stato dissipato il merito nel bene, in coloro che vengono liberati è diventato un dono della grazia quello che sarebbe stato il compenso del merito.

821. (Ep. 194 2.4). Se poi questa è una grazia, vuol dire ch’è largita senza alcun merito, ma per gratuita bontà.

822. (Retr. I 10,3). I Pelagiani potrebbero anche rifugiarsi nell’affermazione da me fatta poco dopo che non esiste un male naturale·135. Intendevamo però riferirci alla natura quale era all’inizio, senza difetto alcuno, ed in realtà è quella la natura che vien propriamente definita natura dell’uomo. Noi invece ci serviamo del termine natura in senso metaforico per designare l’uomo qual è alla sua nascita.

823. (ib. I 15,6). Ho anche detto: Le anime non possono in alcun modo essere malvagie per natura·205. Se ci si chiede come intendiamo, in riferimento con questa nostra affermazione, le parole dell’Apostolo: Eravamo anche noi per natura figli dell’ira come tutti gli altri·206, rispondiamo che nelle mie parole ho voluto che per natura s’intendesse quella che vien detta natura in senso proprio e nella quale siamo stati creati senza difetto. Quella infatti di cui parla l’Apostolo è detta natura in funzione della sua origine, un’origine comunque corrotta da un difetto che è contro natura.

824. (De Sp. et litt. 27,47). Questa è infatti l’opera dello Spirito di grazia: restaurare in noi l’immagine di Dio nella quale fummo fatti per natura.

825. (De civ. Dei XIV 11,1). Inoltre la volontà cattiva, sebbene non sia secondo la natura ma contro la natura perché ne è la degenerazione, tuttavia è della medesima natura di cui è degenerazione, che può sussistere soltanto in una natura… Inoltre il male non si elide eliminando la sostanza che era stata aggiunta ovvero una sua porzione, ma con la salute e l’emendamento dell’essere che era malato e pervertito. Perciò l’arbitrio della volontà è libero quando non è schiavo dei vizi e dei peccati. In tale forma ci è stato dato da Dio ma, se viene perduto per una personale mancanza, può essere restituito soltanto da chi ebbe il potere di darlo.