DIO CREATORE – PARTE IV

4Il peccato di Adamo

CAPITOLO XXIV

I protoparenti commisero un grande peccato di disobbedienza e di superbia, e i doni ricevuti giustamente sono stati perduti

SOMMARIO. Con sapienza è stato stabilito che i protoparenti esercitassero l’obbedienza per mandato divino: 826. Ispiratore del peccato fu il diavolo, che si rivolse alla donna, usando un vero e naturale serpente come mezzo vocale. Non fu nella potestà del diavolo scegliere tale animale, ma fu permesso per la circostanza. Il serpente non capiva i suoni delle parole che rivolgeva alla donna: 827-830. Agostino con molti argomenti prova quanto fu grande il peccato dei protoparenti: a) dalle pene inflitte; b) il comandamento era di facile osservanza; c) la cupidità non poteva ancora resistere alla volontà; d) Adamo si trovava ancora in uno stato di eccellente natura; e) particolarmente per preservare dalle miserie la progenie futura: 831.838. Nel primo peccato dell’uomo si individuano peccati di diversa specie: 839. Agostino descrive vivacemente i beni ricevuti da Adamo prima e dopo la perdita dei doni dopo la condanna prodotta dal peccato. Estromesso dal paradiso e allontanato dall’albero della vita, Adamo fu in pratica scomunicato: 840-844. Come mai, mancando la concupiscenza, Adamo ha potuto credere alle parole del serpente? Risponde Agostino che Adamo non si sarebbe nutrito del cibo proibito, se prima per superbia, che è l’inizio della cattiva volontà, se non avesse desiderato di aumentare la propria eccellenza, per essere ancora più orgohlioso, tradendo il dono perfetto: 848-851. Poiché stima eccessiva la dannazione, non sa stabilire la misura dell’iniquità del peccato. Crede piuttosto che i protoparenti furono salvati a causa del sangue di Cristo: 852-853. Dice ancora di ignorare come Dio abbia potuto permettere che fosse tentato, sapendo che avrebbe ceduto, e suggerisce le ragioni di tale convenienza, per meritare una lode più grande, se non avesse consentito, e che fosse più chiaro come Dio è capace di usare con giustizia anche delle volontà perverse: 854.

826. (De pecc. mer. et rem. II 21). Era assolutamente impossibile che il Creatore del bene, il quale ha fatto tutte le cose ed erano molto buone 162, piantasse alcunché di cattivo nella fertilità di quel paradiso, considerato anche materialmente. Ma perché l’uomo, al quale era utilissimo servire sotto un tale Padrone, capisse quanto fosse grande la bontà della sola obbedienza, che era stata l’unica prestazione richiesta dal Padrone al servitore e che conveniva non al dominio del Padrone, ma piuttosto agli interessi del servitore, fu proibito ai primi uomini un albero che a farne uso senza la proibizione non avrebbe recato a loro assolutamente nessun male. Dal male che incorsero usando di esso dopo la proibizione si veniva a capire sufficientemente che quel male non fu causato a loro da un albero pernicioso con il suo frutto nocivo, ma solamente dalla violazione dell’obbedienza.

827. (De civ. Dei XIV 11,2). Poi l’angelo superbo e quindi invidioso, disdegnando mediante la superbia Dio per se stesso e scegliendo quasi con presunzione da tiranno di dominare su esseri a lui sottomessi anziché essere sottomesso,… Egli con la furberia del cattivo consigliere propose di insinuarsi nella coscienza dell’uomo che invidiava perché era rimasto in piedi mentre egli era caduto….scelse il serpente, animale viscido che si muove con spire tortuose, perché adatto al suo intento di comunicare con l’uomo. Avendolo sottomesso mediante la presenza angelica e la superiorità della natura, con la perversità propria di un essere spirituale e giovandosene come di uno strumento, con inganno rivolse la parola alla donna, cominciando cioè dalla parte più debole della coppia umana per giungere gradualmente all’intero. Riteneva infatti che l’uomo non credesse facilmente e che non potesse essere tratto in inganno con un proprio errore ma soltanto nel consentire all’altrui errore.

828. (De gen. ad litt. XI 2,4). C’era però il serpente, il più astuto, è vero, ma solo fra tutti gli animali fatti dal Signore Iddio 5….Questo serpente per altro potrebbe dirsi “il più sapiente” degli animali non a motivo della sua anima irrazionale, ma dello spirito d’un altro essere, ossia dello spirito diabolico. Poiché per quanto in basso siano stati precipitati gli angeli ribelli dalla loro dimora celeste a causa della loro perversità e della loro superbia, tuttavia per la loro natura sono superiori a tutte le bestie a causa dell’eccellenza della loro ragione. Che c’è dunque di strano se il diavolo, entrando nel serpente e sottomettendolo alla sua suggestione, comunicandogli il proprio spirito alla maniera in cui sogliono essere invasati i profeti dei demoni, l’aveva reso “il più sapiente” di tutte le bestie che vivono in virtù di un’anima viva ma irrazionale.

829. (ib. XI 3,5). Noi però non dobbiamo immaginare affatto che il diavolo si scegliesse di proprio arbitrio e potere il serpente per tentare l’uomo e persuaderlo a commettere il peccato ma, essendo insito in lui il desiderio d’ingannare a causa della sua perversa e invidiosa volontà, non poté soddisfarlo se non mediante l’animale con cui gli fu permesso di appagarlo.

830. (ib. XI 28,35). Il serpente perciò non capiva le parole rivolte alla donna che erano proferite per suo mezzo, perché non si deve credere che l’anima del serpente fosse trasformata in una natura razionale, dal momento che neppure gli esseri umani, la cui natura è razionale, sanno ciò che dicono quando il demonio parla in loro nello stato d’ossessione che richiede l’intervento dell’esorcista.

831. (De civ. Dei XIII 12). Dio aveva detto al primo uomo sul cibo vietato, quando lo aveva collocato nel paradiso terrestre: Il giorno in cui ne mangerete certamente morirete 27. Quindi la sanzione include non solo la prima fase della prima morte in cui l’anima è privata di Dio e non solo la fase successiva in cui il corpo è privato dell’anima, né soltanto tutta la prima fase in cui l’anima separata da Dio e dal corpo viene punita, ma ha incluso tutto ciò che è morte fino all’ultima denominata seconda che è definitiva.

832. (C. Iul. o.i. VI 23). L’usurpazione infatti di un pomo proibito, poiché fu punita così che la natura, che aveva la possibilità di non morire, avesse la necessità di morire, supera senza dubbio tutti i giudizi umani. Mangiare appunto un pomo vietato da una legge di Dio sembrerebbe un peccato leggero; ma quanto abbia stimato questo peccato colui che non può sbagliare appare bene dalla grandiosità del castigo.

833. (De civ. Dei XIV 12). Se qualcuno, come ho detto, è turbato da questa considerazione, non deve ritenere che fosse futile e insignificante l’azione compiuta perché è avvenuta mediante il cibo, certamente non cattivo e nocivo in sé, ma proibito. Dio non avrebbe creato in quel luogo di grande felicità una cattiva pianta. Però col precetto era ingiunta l’obbedienza, una virtù che è in certo senso madre e istitutrice di tutte le virtù nella creatura ragionevole….Il precetto di non mangiare un solo genere di cibo, in un luogo in cui v’era grande abbondanza di altri, era tanto facile da adempiere, così recente per ricordarsene, soprattutto in quella situazione in cui l’ingordigia ancora non si opponeva alla volontà, condizione che seguì come pena della trasgressione. Fu quindi violato con tanto maggiore disonestà quanto più facile n’era l’osservanza.

834. (C. Iul. o.i. VI 22). Quanto più in alto è appunto per se stessa la natura ragionevole, tanto peggiore è la sua rovina, e quanto più incredibile è il suo peccato, tanto più esso è condannabile….Dio dunque imputò come peccato al primo Adamo ciò da cui gli fu libero astenersi, ma lo stesso primo Adamo fu di una natura così eccellente, perché fu senza vizio, da essere il suo peccato di gran lunga tanto più grande dei peccati di tutti gli altri, quanto egli era di gran lunga migliore di tutti gli altri; onde anche la sua punizione, seguita immediatamente al suo peccato, apparve tanto grande da essere egli subito preso anche dalla necessità di morire,

835. (ib. III 57). Ma l’apostasia del primo uomo, nel quale era somma e non impedita da nessun vizio la libertà della sua propria volontà, fu un peccato tanto grande che per la rovina di esso la natura umana crollò tutta intera. Lo sta a indicare la tanta miseria del genere umano, la quale dai primi lamenti dei bambini che vagiscono fino agli estremi ansiti di coloro che spirano è così nota a tutti

836. (ib. II 94). dovreste riconoscere quanto sia stato grande quel peccato che a causa di un solo uomo entrò nel mondo e passò con la morte in tutti gli uomini, dal fatto stesso che anche i battezzati, pur rimosso il reato, non sono sottratti a tutti i mali di questo secolo, con i quali nascono gli uomini, se non dopo questa vita, durante la quale è necessario che ci esercitiamo ancora con l’esperienza dei mali, anche dopo che ci sono stati promessi i beni.

838. ( ib. VI 27). E poiché considerate ingiusto che la pena dei padri passi nei posteri senza la colpa, concedete che sia passata anche la colpa. Che massima sia stata appunto la colpa del primo uomo,… non solo dalle stesse miserie del genere umano che cominciano con le culle degli infanti, ma anche da te stesso. Tu pure infatti nel secondo libro di questa tua opera riponesti la massima forma del peccato nel primo uomo, perché risaltasse nel senso opposto la massima forma della giustizia nel Cristo 176. Di averlo detto mi sembra che tu ti sia dimenticato: infatti, se tu ne fossi stato memore, mai certamente tenteresti con tanta loquacità si sminuire il peccato di Adamo. Ma io dimostro che quel peccato fu il peccato più grande dalla grandiosità della sua stessa pena: non c’è infatti per Adamo una pena maggiore dell’esser scacciato dal paradiso e dell’essere separato dall’albero della vita perché non vivesse in eterno, con l’aggiunta anche delle angosce di questa vita così che i suoi giorni e gemessero nelle fatiche e passassero come un’ombra.

839. (Enchir. 45). Del resto anche in quell’unico peccato, che a causa di un solo uomo è entrato nel mondo, raggiungendo tutti gli uomini 99, e per il quale anche i piú piccoli sono battezzati, si possono intendere numerosi peccati, suddividendolo in un certo senso in tutte le sue singole parti. Vi è infatti anche la superbia, perché l’uomo ha preferito il proprio potere a quello di Dio; il sacrilegio, perché non ha creduto a Dio; l’omicidio, perché s’è precipitato nella morte; l’impurità spirituale, perché l’integrità della mente umana è stata violata dalla seduzione del serpente; il furto, perché è stato rubato il cibo proibito; l’avarizia, perché ha desiderato piú di quanto doveva bastargli; e quant’altro si può ancora scoprire, con un attento esame, in quest’unico misfatto.

840. (De gen. ad litt. VI 24,35). Come mai – obiettano [quei commentatori] – si dice che noi veniamo rinnovati, se non riceviamo ciò che perse il primo uomo nel quale tutti muoiono?… riceviamo la giustizia da cui l’uomo è decaduto per il peccato….Noi dunque siamo rinnovati nello spirito della nostra mente 48 conforme all’immagine di Colui che ci ha creati e che Adamo perse peccando.

841. (De civ. Dei XIV 15,1). Dunque dall’uomo era stato disprezzato il comando di Dio che l’aveva creato, l’aveva ideato a sua immagine, l’aveva preposto agli altri animali, l’aveva stabilito nel paradiso terrestre, gli aveva concesso l’abbondanza di tutti i beni e della salute, non l’aveva gravato di molti, onerosi e difficili comandi, ma l’aveva agevolato con un solo comando molto facile e lieve a favore del dono salutare dell’obbedienza. Con esso ammoniva la creatura, cui conveniva una libera sottomissione, che Egli era il Signore. Alla trasgressione quindi seguì una giusta condanna e tale che l’uomo, il quale con l’osservanza del comando sarebbe divenuto spirituale anche nella carne, divenne al contrario carnale anche nella coscienza. Egli, che con la superbia si arrogava di esser fine a sé, fu abbandonato a sé dalla giustizia di Dio, però non in modo da essere completamente in proprio potere ma in discordia con se stesso e alle dipendenze di colui col quale si era accordato peccando. Così invece della libertà che aveva ambito sostenne una dura e abominevole schiavitù, perché morto di propria volontà nello spirito e destinato a morire contro volontà nel corpo, disertore della vita eterna e condannato anche alla morte eterna se la grazia non lo avesse liberato.

842. (De pecc. mer. et rem. II 22,36). Prima dunque che la violassero piacevano a Dio e Dio piaceva a loro. Sebbene portassero un corpo animale, non avvertivano in esso nessun movimento di disobbedienza contro di loro. Era effetto dell’ordine della giustizia: avendo la loro anima ricevuto dal Signore il corpo in qualità di servitore, come l’anima stessa obbediva al suo Signore, cosi a lei doveva obbedire il suo corpo e prestare senza resistenza alcuna quel genere di servizio appropriato a lei. Per questo ed erano nudi e non ne provavano vergogna 163.

843. (ib. II 34,55). Non era carne del peccato la carne che fu fatta all’inizio e nella quale l’uomo in mezzo alle delizie del paradiso non volle osservare la giustizia. Perciò Dio stabili che la carne del peccato, propagatasi dopo il peccato dell’uomo, dovesse lottare in mezzo a fatiche e molestie per ricuperare la giustizia. Anche per questo Adamo, dimesso dal paradiso, fissò la sua dimora di fronte all’Eden 240, cioè di fronte alla patria delle delizie, a significare che nelle fatiche, l’opposto delle delizie, doveva rieducarsi la carne del peccato, la quale nelle delizie, prima d’essere carne del peccato, non osservò l’obbedienza.

844. (De gen. ad litt. XI 40,54). L’uomo rimase privo non solo della vita che avrebbe ricevuto con gli angeli, se avesse osservato il precetto, ma anche della vita che menava nel paradiso ove il suo corpo godeva d’una condizione privilegiata di felicità e perciò dovette essere allontanato in ogni modo dall’albero della vita, e questo non solo perché quell’albero manteneva il suo corpo in quello stato di felicità grazie alla virtù invisibile di una realtà visibile, ma anche perché esso era anche un sacramento dell’invisibile sapienza. L’uomo dunque doveva essere allontanato da quell’albero sia perché ormai egli era destinato alla morte, sia anche perché era – diciamo così – scomunicato [dal paradiso] allo stesso modo che anche nel paradiso di quaggiù, che è la Chiesa, talvolta alcuni fedeli vengono allontanati dai sacramenti visibili dell’altare a norma della disciplina ecclesiastica.

845. (ib XI 42,58). Ma c’è un problema più difficile. Se Adamo era già spirituale quanto all’anima intellettiva, seppure non ancora quanto al corpo, in che modo avrebbe potuto prestar fede alle parole del serpente, che cioè Dio aveva proibito di mangiare del frutto dell’albero perché egli sapeva che, se lo avessero fatto, sarebbero divenuti come dèi mediante la conoscenza del bene e del male… O bisognerebbe forse dire che precisamente Adamo non avrebbe prestato fede [al serpente] e perciò gli fu avvicinata [dal serpente] la donna… e questo sarebbe il motivo per cui l’Apostolo non le attribuisce d’essere immagine di Dio? Dice infatti: L’uomo non ha bisogno di coprirsi il capo, perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece è [solo] gloria dell’uomo 96,… in altre parole fu per mezzo della donna che si rese trasgressore [del precetto divino] anche l’uomo…. D’altra parte l’Apostolo chiama trasgressore anche l’uomo, quando dice: Con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di Colui che doveva venire 99, tuttavia non dice che fu ingannato. Infatti, interrogato da Dio, Adamo non rispose: “La donna che mi hai dato per compagna mi ha ingannato ed io ho mangiato”, ma: Essa mi ha dato del frutto dell’albero e io ho mangiato; la donna al contrario dice: Il serpente mi ha ingannata 100.

846. (De civ. Dei XIV 11.2). Opportunamente ha detto l’Apostolo: Adamo non fu ingannato, ma la donna 112. Essa infatti ritenne vere le parole del serpente, egli invece non volle anche nella partecipazione al peccato disgiungersi dall’unico legame che aveva, però non è meno colpevole se ha peccato con consapevolezza e discernimento. L’Apostolo non ha detto: “Non ha peccato”, ma: Non fu ingannato. Esprime il medesimo concetto con le parole: Per colpa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e poco dopo più palesemente: Con una trasgressione simile a quella di Adamo 113. Ha voluto far capire che possono ingannarsi quelli i quali non ritengono peccato le loro azioni, ma egli lo sapeva. Altrimenti non avrebbe senso la frase: Adamo non fu ingannato. Ma non avendo sperimentato la severità divina poté ingannarsi nel ritenere passibile di perdono la colpa commessa. Quindi non è stato ingannato nel senso in cui fu ingannata la donna, ma s’illuse sul modo con cui sarebbe stata giudicata la sua discolpa: Me ne ha dato la donna che mi hai posto vicino, proprio essa, e ne ho mangiato 114. Non c’è altro da aggiungere. Sebbene non siano stati ingannati tutti e due nel prestar fede, nondimeno col peccare tutti e due sono stati abbindolati e accalappiati nei tranelli del diavolo.

847. (De gen. ad litt. XI 30,39). Rispose, quindi, il serpente alla donna: “Voi non morrete affatto. Dio anzi sapeva che il giorno in cui ne mangerete si apriranno i vostri occhi e sarete simili a dèi, conoscitori del bene e del male” 61. In qual modo queste parole avrebbero potuto persuadere la donna che l’azione proibita da Dio era buona e utile, se già nel suo spirito non ci fosse stato l’amore della propria autonomia e una specie di superba presunzione di se stessa che sarebbe stata messa a nudo ed umiliata mediante la tentazione?

848. (De civ. Dei XIV 13,1). Cominciarono ad esser cattivi in segreto per incorrere in un’aperta disobbedienza. Non sarebbero giunti all’azione cattiva se non precorreva la volontà cattiva. E inizio della volontà cattiva fu senz’altro la superbia. Inizio di ogni peccato appunto è la superbia 115. E la superbia è il desiderio di una superiorità a rovescio. Si ha infatti la superiorità a rovescio quando, abbandonata l’autorità cui si deve aderire, si diviene e si è in qualche modo autorità a se stessi. Avviene quando disordinatamente si diviene fine a se stessi. E si è fine a se stessi quando ci si distacca dal bene immutabile, che deve esser fine più che ciascuno a se stesso. Questa defezione è volontaria. Se la volontà rimanesse stabile nell’amore al superiore bene immutabile, dal quale era illuminata per vedere e infiammata per amare, non se ne distaccherebbe per divenire fine a se stessa e in tal modo accecarsi e gelarsi. Così la donna ha creduto che il serpente dicesse il vero, Adamo ha anteposto il desiderio della moglie al comando di Dio e si è illuso di essere venialmente trasgressore del comando perché anche nella comunanza del peccato non abbandonava la compagna della sua vita. Dunque l’azione malvagia, cioè la trasgressione nel mangiare un cibo vietato, è stata compiuta da individui che già erano malvagi.

849. (C. Iul. V 4,17). Nel paradiso, in verità, dall’anima ha cominciato ad innalzarsi la superbia e da essa è derivato il consenso alla trasgressione del comando per cui il serpente disse: Diventerete come dèi 57. Quel peccato l’ha commesso tutto l’uomo.

850. (De civ. Dei XIV 13,2). Il diavolo non avrebbe reso prigioniero l’uomo a causa del peccato compiuto in piena luce, appena avvenne ciò che Dio aveva proibito, se egli non avesse cominciato a rendersi fine a se stesso. Per questo motivo lo allettavano le parole: Sarete come dèi 122.

851. (Serm. 340/A,1). D’altra parte grave malizia è la superbia, anzi, la malizia primitiva, il principio, la scaturigine, la causa di tutti i peccati: fu essa che sbalzò dall’alto l’angelo e ne fece il diavolo. Inoltre questi, nel suo stato di deiezione, propinò la coppa della superbia all’uomo ben saldo al suo posto: e a monte della superbia fece issare quello che era stato creato a immagine di Dio; era ormai anche indegno, perché superbo. Ne ebbe invidia, riuscì a persuaderlo a disprezzare il comando di Dio e a godersi la propria indipendenza. E in che modo giunse a persuaderlo? Disse: Se mangerete, sarete come dèi 4. Notate, quindi, se non fu la superbia a persuadere. Era stato creato uomo, volle essere Dio: si arrogò quel che non era, perdette ciò che era; non che ebbe a perdere la natura umana, ma perdette la beatitudine presente e futura. Perdette la sede cui doveva essere elevato, ingannato da chi ne era stato precipitato.

852. (De civ. Dei XIV 15,1). Chi ritiene che tale condanna sia eccessiva o ingiusta certamente non sa valutare quanto grande sia stata la malvagità nel peccare in un caso in cui v’era tanta facilità di non peccare. Infatti come non a torto viene esaltata la sublime obbedienza di Abramo perché, con l’uccisione del figlio, gli fu imposta una prova molto difficile 129, così nel paradiso molto più grave fu la disobbedienza perché l’osservanza del comando non presentava difficoltà.

853. (De pecc. mer. et rem. II 34,55). Come dunque quei primi uomini vivendo poi nella giustizia, per la quale meritamente si credono liberati mediante il sangue del Signore dall’estremo castigo, non meritarono tuttavia d’essere richiamati durante la loro vita nel paradiso, cosi anche la carne del peccato, per quanto dopo la remissione dei peccati una persona sia vissuta in essa con giustizia, non merita immediatamente di non soffrire quella morte che ha tratto dalla propaggine del peccato.

854. (De gen. ad litt. XI 4,6). Se dunque si chiede perché Dio permise che fosse tentato l’uomo ch’egli prevedeva avrebbe dato il consenso al tentatore, io non posso scandagliare la profondità dei disegni divini e confesso che [la soluzione] del problema sorpassa di molto le mie forze. Può esserci dunque forse una causa occulta, la cui conoscenza è riservata – non per i loro meriti ma piuttosto per una grazia di Dio – a persone più valenti e più sante di me; ma tuttavia, nei limiti della facoltà che Dio mi concede di capire o mi permette di dire, non mi pare che l’uomo sarebbe stato degno di gran lode, se fosse stato in grado di vivere rettamente per la semplice ragione che nessuno lo avrebbe persuaso a vivere male, dal momento che nella sua natura aveva il potere e, nel suo potere, la capacità di volere per non acconsentire ai consigli del tentatore, sempre però con l’aiuto di Colui che resiste ai superbi, ma concede la sua grazia agli umili 9. Perché dunque Dio non avrebbe dovuto permettere che l’uomo fosse tentato, sebbene prevedesse che avrebbe acconsentito [alla tentazione]? L’uomo infatti, in quell’occasione, avrebbe agito di propria volontà e avrebbe, così, commesso la colpa e avrebbe dovuto subire il castigo per essere restituito nell’ordine della giustizia di Dio? In tal modo Dio avrebbe mostrato all’anima, per istruzione dei suoi servi futuri, quanto rettamente egli si serve delle volontà anche perverse delle anime quando queste si servono delle loro nature buone per fare il male.

CAPITOLO XXV

Il peccato di Adamo si trasmette per propagazione.

ARTICOLO I

In che modo Agostino dimostra la trasmissione del peccato con gli argomenti della Scrittura.

SOMMARIO. La trasmissione del peccato originale è negata dai Pelagiani: 855. Ps. 50,7; Iob 14,4; e Ef 2,3 li interpreta del peccato originale: 856-857. Ma l’argomentazione più importante contro i Pelagiani è quella di s. Paolo Rom. 5,12, secondo i quali peccò lui solo, danneggiando noi solo con il cattivo esempio. Se le cose stessero così si potrebbero dire anche del diavolo, che aveva peccato prima di Adamo? Se noi eravamo in Adamo come in radice, allora anche l’albero era avvelenato: 858-859. “In quo” (Rom. 5,12), è da prendere come “relativum”, non come “causale”, cioè “propter quod”, o “eo quod”, come se gli uomini imitassero soltanto il peccato di Adamo. Si deve riferire o al peccato o ancora meglio ad Adamo, non certamente alla morte come i Pelagiani volevano: 860-864. Alla difficoltà di Giuliano si soddisfa con l’argomento scritturistico: 865.

855. (De haer, 88,6). Affermano ancora che i bambini, discendenti per via di generazione da Adamo, non contraggono, in conseguenza di questo loro primo modo di nascere, l’infezione prodotta dall’antica colpa mortifera. Asseriscono, infatti, con tanta risolutezza che i bambini nascono senza un qualsiasi legame con il peccato commesso all’origine, che non c’è assolutamente nulla che debba venir loro rimesso, mediante una loro seconda nascita;

856. (En in Ps. 50,10). David riassume in sé il genere umano, ha presente le catene di ognuno, considera la radice della morte, fa attenzione all’origine del male, e dice: Ecco che nell’iniquità sono stato concepito. Forse che David era nato da un adulterio e non da Iesse, uomo giusto, e dalla moglie di lui 16 ? Perché dice di essere stato concepito nell’iniquità, se non perché deriva tale iniquità da Adamo?

857. (Serm. 170 2). L’uomo si trovò assoggettato ai suoi perversi desideri, che alimentava contro di sé con la cattiva abitudine; egli che traeva la sua origine da Adamo e con lui fatto prigioniero e schiavo del peccato. Al riguardo dice l’Apostolo: Anche noi un tempo siamo stati figli d’ira 9. Ne segue che egli non dice immune dal peccato neanche il neonato di un giorno 10, non a causa di ciò che ha commesso, ma a causa di ciò che ha contratto.

858. (ib. 294 14.15). Ponete mente per un poco al contenuto di un’illazione assai capziosa che da loro viene tirata in campo, per essere stati messi alle strette dalle parole dell’Apostolo, il quale dice: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e a causa del peccato la morte; e così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato in lui 28 . Non so chi non possa comprendere tali parole;… si sforzano di replicare ammettendo che con questo l’Apostolo ha voluto dire che Adamo peccò per primo e quanti hanno peccato dopo di lui, nell’imitarlo, hanno peccato…. Vado diritto a rispondere: Adamo non è stato il primo a peccare, se ricerchi il primo peccatore, guarda al diavolo. Ma, l’Apostolo, volendo dimostrare che la massa del genere umano è avvelenata in radice, considerò l’origine da cui siamo derivati, non come colui che abbiamo imitato…. Destati, fratello. Perché si ha bisogno di Cristo se non per il fatto che la stirpe è stata condannata in Adamo e in Cristo si cerca la rigenerazione?

859. (De pecc. mer. et rem. I 9,10). Ma da chiunque altro fosse detto ciò che dice l’Apostolo, non potrebbe avere per loro un significato diverso da quello che non vogliono intendere nell’Apostolo. Però poiché sono parole dell’Apostolo, alla cui autorità e dottrina essi soccombono, rinfacciano a noi ottusità di mente e tentano di storcere a non so qual altro senso quelle parole che sono state dette con tanta nitidità. L’Apostolo dice: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte. Questo è proprio della propagazione e non dell’imitazione; perché, se dell’imitazione, direbbe: “A causa del diavolo”. Ora, nessuno mette in dubbio che parli del primo uomo chiamato Adamo. E cosi, dice, ha raggiunto tutti gli uomini.

860. (C. Iul. o.i. II 63). E’ vero, in quel luogo dove si dice: A causa di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e per il peccato la morte, e così passò in tutti gli uomini, sembra ambiguo che cosa si asserisca passato in tutti gli uomini: se il peccato, se la morte, se ambedue; ma quale sia di queste ipotesi la buona lo indica la realtà stessa tanto aperta. Infatti, se non fosse passato il peccato, non ogni uomo nascerebbe con la legge del peccato che abita nelle membra. Se non fosse passata la morte, non morirebbero tutti gli uomini, per quanto si attiene alla presente condizione dei mortali. Nella frase poi dell’Apostolo: Nel quale tutti peccarono, non si intende se non in Adamo, nel quale dice pure che essi muoiono, perché non sarebbe stato giusto che passasse la pena senza la colpa.

861. (C. duas ep. Pel. IV 4,7). Ma costoro lo dicono con la volontà precisa di deviare gli uomini dalle parole dell’Apostolo verso il loro modo di sentire. Infatti dove l’Apostolo afferma: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, e così è passato in tutti gli uomini 17, il passaggio non lo vogliono intendere del peccato, bensì della morte. E allora che significano le parole seguenti: Nel quale tutti hanno peccato? L’Apostolo infatti o dice che tutti hanno peccato in quell’unico uomo di cui aveva dichiarato: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, o dice che tutti hanno peccato in quel peccato, o certamente dice che tutti hanno peccato nella morte. Non deve infatti far difficoltà che non abbia detto: “Nella quale”, ma abbia detto: Nel quale tutti hanno peccato; la morte è appunto di genere maschile nella lingua greca. Scelgano dunque quello che vogliono: o infatti “tutti hanno peccato in quell’uomo”, e ciò è stato detto proprio perché, quando egli peccò, in lui c’erano tutti; o tutti hanno peccato in quel peccato, perché è diventato universalmente di tutti il peccato che tutti i nascenti erano destinati a contrarre, o resta che dicano che tutti hanno peccato in quella morte. Ma in che modo questo lo si possa intendere non lo vedo davvero. Nel peccato infatti muoiono gli uomini; non è nella morte che tutti peccano, perché al peccato che la precede segue la morte, non alla morte che lo precede segue il peccato.

862. (ib IV 4,6). Ma i pelagiani come fanno a dire: “Soltanto la morte è passata a noi attraverso Adamo”? Se per questo infatti noi moriamo perché egli morì, e se egli morì perché peccò, allora vengono a dire che passa la pena senza la colpa e che gli innocenti bambini sono puniti con un castigo ingiusto, contraendo la morte senza i meriti della morte. Il che la fede cattolica lo sa dell’unico e solo Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù 16, il quale si è degnato di subire la morte per noi, cioè la pena del peccato, senza il peccato.

863. (C. Iul. VI 24,75). Solo la tua straordinaria sfacciataggine, solo la tua demenza, direi, può respingere la fondatissima fede espressa nelle parole dell’Apostolo: Per opera di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e attraverso il peccato la morte; così la morte passò su tutti gli uomini, perché tutti peccarono in lui 213. Invano cerchi di cavar fuori un senso nuovo e distorto in contrasto con quello vero, affermando che in quella frase è stato detto: Perché tutti peccarono in lui, come se si dicesse: “E per questo motivo tutti peccarono”, così come era stato detto: Per questo motivo (in quo) il più giovane corregge la sua vita 214. Praticamente vorresti dire che non si deve intendere nel senso che tutti gli uomini hanno peccato all’inizio in un solo uomo, uniti insieme come in una massa, ma che hanno peccato proprio perché quel primo uomo aveva peccato, vale a dire, hanno peccato imitandolo e non perché sono stati generati da lui. L’espressione “in lui” col senso di “e per questo motivo”, non si adatta a questo significato. Si pecca infatti per il motivo che ciascuno si propone nel peccare, o in qualsiasi altro modo si presenti un’occasione di peccato. Chi può mai essere tanto insensato da dire che quest’uomo ha commesso omicidio perché, nel Paradiso, Adamo ha mangiato il frutto dell’albero proibito, mentre sappiamo che in una rapina ha ucciso un altro uomo, non pensando affatto ad Adamo, ma semplicemente perché si potesse appropriare dell’oro che portava? In ugual modo tutti gli altri peccati che ciascuno commette personalmente hanno un motivo per il quale sono commessi, anche se nessuno ricorda il peccato commesso da quel primo uomo né se lo propone come esempio nel peccare.

864. (De pecc. mer. et rem. I 11.13). Dice: Ma la morte regnò da Adamo fino a Mosè 34, cioè dal primo uomo fino anche alla stessa legge promulgata divinamente, perché nemmeno essa poté sopprimere il regno della morte. Per regno della morte intende tale dominio tra gli uomini del reato del peccato da impedire a loro di giungere alla vita eterna che è la vera vita e trarli viceversa anche alla morte seconda che è la pena eterna…. Dunque su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, su coloro cioè che non peccarono di propria volontà come Adamo, ma contrassero da lui il peccato originale.

865. (C. Iul. VI 9,24). “Spiegami, tu dici, in che modo il peccato può essere addebitato giustamente ad una persona che non ha voluto né potuto peccare?”. Per quanto attiene all’azione della vita di ciascuno, altro è il compimento dei peccati ed altro è il contagio dei peccati altrui. Se vorreste evitare di torcere in senso erroneo la tesi giusta, sapreste ascoltare l’Apostolo che brevemente la spiega dicendo che è stato uno solo colui nel quale tutti hanno peccato. In quell’uno solo sono morti tutti, affinché un altro, uno solo, morisse per tutti. Uno solo morì per tutti, tutti conseguentemente morirono 77, e per essi Cristo è morto. Nega dunque che Cristo è morto anche per i bambini, affinché possa sottrarli al numero di coloro che sono morti, e cioè dal contagio dei peccati. “Come può avvenire, tu dici, che qualcosa che appartiene all’arbitrio della volontà si mescoli ai semi”? Se questo non può avvenire, evidentemente non c’è motivo per affermare che i bambini, non ancora usciti dal corpo, sono morti. Se Cristo però è morto anche per essi, vuol dire che anch’essi sono morti: Se uno è morto per tutti, tutti conseguentemente morirono. Capisci, Giuliano? Queste sono parole dell’Apostolo, non mie. Perché mi chiedi in qual modo sia avvenuto, dal momento che puoi constatare che in qualche modo è pur avvenuto, se in qualche modo tu credi all’Apostolo, che in nessun modo può aver mentito su Cristo e su quelli per i quali Cristo è morto?

ARTICOLO II

Altri argomenti per la trasmissione del peccato originale.

SOMMARIO. Usa l’argomento della Tradizione. Per cui scriveva: “non ho invento io il peccato originale”: 886-889. Altro argomento la prassi del battesimo dei fanciulli. Il potere diabolico viene esorcizzato e soffiato via nei fanciulli e gli si rinuncia con le parole di chi li ha presentati (al rito). E non sarebbero battezzati, se non dovessero essere liberati dal peccato attraverso la rigenerazione: 870-873. Non si può nemmeno ammettere la distinzione dei Pelagiani tra regno dei cieli e vita eterna:874-878. In diversi modi applica il principio di ereditarietà: 879-882. Argomenta ora dalle miserie da cui sono afflitti i fanciulli e così stimola i Pelagiani: devono ammettere la dottrina dei Manichei sulla mescolanza del bene e del male, o dicano che Dio è incapace o ingiusto. I Pelagiani non ammettono nessuna delle due ipotesi; dunque risconoscano nel peccato originale la causa di codeste miserie: 883-887. Similmente argomenta dalle gravi afflizioni, alle quali la vita dei mortali è soggetta al presente, che sarebbero ingiuste, trattandosi poi di fanciulli, a meno che non si ereditasse anche la pena e la colpa: 888-889.

866. (C. Iul. II 10,33-34). Tanti sacerdoti santi ed illustri nell’esposizione delle divine Scritture, quali Ireneo, Cipriano, Reticio, Olimpio, Ilario, Ambrogio, Gregorio, Innocenzo, Giovanni, Basilio, ai quali, tu voglia o no, aggiungo il prete Girolamo, per omettere gli altri che sono ancora vivi, hanno difeso contro di voi la verità cattolica, che tutti gli uomini sono soggetti al peccato originale. Nessuno è escluso, all’infuori di colui che la Vergine ha concepito immune dalla legge del peccato che ripugna alla legge della mente.

867. (ib. II 10,37). Questi sono vescovi, seri, dotti, santi, solidi difensori della verità contro garrule vanità, nei quali non potrai trovare nulla da disprezzare quanto a ragione, erudizione e libertà, le tre qualità che hai attribuito ai giudici…. Per opera di questi piantatori, innaffiatori, edificatori, pastori, nutritori, la S. Chiesa è cresciuta dopo gli Apostoli.

868. (ib. I 7,30-31). Sei confutato da ogni parte: la testimonianza di tanti Santi è più luminosa della luce. Osserva bene in quale assemblea ti ho introdotto. C’è Ambrogio di Milano che il tuo maestro Pelagio ha lodato con tanto entusiasmo da affermare che “nei libri risplende sommamente la fede di Roma e che egli eccelse come un fiore bellissimo tra gli scrittori latini, tanto che neppure un nemico avrebbe osato criticare la sua fede e la sua purissima interpretazione della Scrittura”. C’è Giovanni di Costantinopoli che tu stesso, nell’opera alla quale sto rispondendo, hai collocato in un posto preminente nel numero degli eruditi e dei Santi. C’è S. Basilio di cui alcune parole, non pertinenti al problema ora trattato, hai creduto potessero favorirti. Ci sono tutti gli altri, la cui concorde testimonianza ti dovrebbe convincere. Questa non è, come hai scritto con penna maligna, una cospirazione di uomini perduti. Essi hanno brillato nella Chiesa Cattolica con lo studio della sana dottrina; rivestiti e muniti di armi spirituali hanno combattuto valorose battaglie contro gli eretici e, dopo aver svolto fedelmente il proprio lavoro, si sono addormentati serenamente in grembo alla pace…. L’assemblea dei Santi, però, nella quale ti ho introdotto, non è una massa di popolo: essi sono figli, sì, ma anche Padri della Chiesa.

869. (De nupt. et conc. II 12,25): Non sono stato io a inventare il peccato originale, che la fede cattolica crede dai tempi più remoti. Tu piuttosto, che lo neghi, sei senza dubbio un nuovo eretico. Per un giudizio di Dio, sono sotto il potere del diavolo tutti coloro che sono stati generati con il peccato, se non saranno rigenerati in Cristo.

870. (De pecc. orig II 40,45). gli stessi sacramenti della santa Chiesa, dicevo, indicano sufficientemente che i bambini, anche di recentissimo parto, sono liberati dalla schiavitù del diavolo per mezzo della grazia del Cristo. A parte infatti che si battezzano in remissione dei peccati non con un sacramento falso, ma sincero, anche all’inizio del rito vengono esorcizzati e si soffia via il potere dell’avversario, al quale essi pure con le parole di coloro che li portano rispondono di rinunziare. Con tutti questi riti, che sono segni sacri ed evidenti di realtà occulte, si mostra che i bambini passano dalla pessima schiavitù del diavolo all’ottima libertà del Redentore

871. (C. Iul. VI 5,11). gli stessi sacramenti della santa Chiesa, dicevo, indicano sufficientemente che i bambini, anche di recentissimo parto, sono liberati dalla schiavitù del diavolo per mezzo della grazia del Cristo. A parte infatti che si battezzano in remissione dei peccati non con un sacramento falso, ma sincero, anche all’inizio del rito vengono esorcizzati e si soffia via il potere dell’avversario, al quale essi pure con le parole di coloro che li portano rispondono di rinunziare. Con tutti questi riti, che sono segni sacri ed evidenti di realtà occulte, si mostra che i bambini passano dalla pessima schiavitù del diavolo all’ottima libertà del Redentore… Ma come può avvenire questo se la Chiesa esorcizza uno da cui non c’è nulla da scacciare, oppure lava uno in cui non c’è nulla da lavare?

872. (De pecc. mer. et rem. I 34,63). Che fa in lui il mio esorcismo, se non è compreso nella famiglia del diavolo?

873. (C. Iul o.i. I 50). Se onori il Dio in cui ha sperato e spera la Chiesa dei primogeniti iscritti nei cieli 79, perché non credi che i bambini battezzandi sono liberati dal potere delle tenebre 80, dato che la Chiesa li essuffla e li esorcizza proprio perché sia espulsa da loro la potestà delle tenebre?

874. (Serm. 294 3,3). Bisogna evitare di prestare orecchio a questo primo errore, esso va estirpato dalle menti. È una novità mai udita prima, nella Chiesa, che esista una vita eterna al di fuori del regno dei cieli e che esista una salvezza eterna al di fuori del regno di Dio. Ad evitare che tu, fratello, debba assecondarci al riguardo senza convinzione, rifletti anzitutto che è riservata inevitabilmente la dannazione a chiunque non spetta il regno di Dio.

875. (De pecc. mer. et rem. I 20,26). Costoro sono terrorizzati dalla sentenza del Signore che dice: Se uno non sarà nato di nuovo, non vedrà il regno di Dio, spiegata poi da lui cosi: Se uno non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito, non entrerà nel regno dei cieli 61. Per questo cercano d’attribuire ai bambini non battezzati la salvezza e la vita eterna per merito d’innocenza, ma di escluderli dal regno dei cieli per mancanza di battesimo. È una nuova e strana pretesa, quasi che ci possa essere l’eterna salvezza della vita eterna al di fuori dell’eredità del Cristo, al di fuori del regno dei cieli. Hanno evidentemente dove rifugiarsi e nascondersi, perché il Signore non ha detto: Se uno non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito “non avrà la vita”, ma ha detto: Non entrerà nel regno di Dio. Se avesse detto la vita, non sarebbe potuto nascere nessun dubbio. Togliamo allora l’incertezza. Ascoltiamo subito il Signore, non più i sospetti e le congetture dei mortali. Ascoltiamo, dico, il Signore che non parlando proprio del sacramento del santo lavacro, ma del sacramento della sua santa mensa, alla quale nessuno accede ritualmente senza essere stato battezzato, dichiara: Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita 62. Che altro cerchiamo? Che si può rispondere a questo, a meno che la cocciutaggine non voglia rivoltarsi rabbiosa contro la saldezza d’una verità evidente?

876. (ib. III 4,7). Costoro sono terrorizzati dalla sentenza del Signore che dice: Se uno non sarà nato di nuovo, non vedrà il regno di Dio, spiegata poi da lui cosi: Se uno non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito, non entrerà nel regno dei cieli 61. Per questo cercano d’attribuire ai bambini non battezzati la salvezza e la vita eterna per merito d’innocenza, ma di escluderli dal regno dei cieli per mancanza di battesimo. È una nuova e strana pretesa, quasi che ci possa essere l’eterna salvezza della vita eterna al di fuori dell’eredità del Cristo, al di fuori del regno dei cieli. Hanno evidentemente dove rifugiarsi e nascondersi, perché il Signore non ha detto: Se uno non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito “non avrà la vita”, ma ha detto: Non entrerà nel regno di Dio. Se avesse detto la vita, non sarebbe potuto nascere nessun dubbio. Togliamo allora l’incertezza. Ascoltiamo subito il Signore, non più i sospetti e le congetture dei mortali. Ascoltiamo, dico, il Signore che non parlando proprio del sacramento del santo lavacro, ma del sacramento della sua santa mensa, alla quale nessuno accede ritualmente senza essere stato battezzato, dichiara: Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita 62. Che altro cerchiamo? Che si può rispondere a questo, a meno che la cocciutaggine non voglia rivoltarsi rabbiosa contro la saldezza d’una verità evidente?

877. (ib. I 19,25). Se invece emigrerà da questa vita dopo aver ricevuto il battesimo ed essere stato sciolto dal reato a cui sottostava originalmente, raggiungerà la sua perfezione nella luce della verità, che durando immutabilmente in eterno illumina i giustificati con la presenza del Creatore. Soltanto i peccati separano infatti gli uomini da Dio ed essi vengono sciolti dalla grazia del Cristo,

878. (ib. I 30,58). Nel dire questo prima di tutto costoro non spiegano mai per quale giustizia l’immagine di Dio che non ha nessun peccato venga esclusa dal regno di Dio. Vediamo poi se il Signore Gesù, il solo ed unico Maestro buono 186, in questa stessa lettura evangelica non abbia inteso e mostrato che solo la remissione dei peccati consente ai battezzati di giungere al regno di Dio; per quanto dovrebbero bastare a buoni intenditori queste parole: Se uno non sarà nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio,… Per quale ragione infatti deve nascere di nuovo se non per essere rinnovato? Da che cosa dev’essere rinnovato se non dal vecchiume? Da quale vecchiume se non da quello del nostro uomo vecchio che è stato crocifisso con il Cristo, perché fosse distrutto il corpo del peccato 187? O per quale altra ragione l’immagine di Dio non entra nel regno di Dio se non perché le sbarra l’ingresso la barriera del peccato?

879. (C. Iul. o.i. I 48). Non è gran cosa che tu veda i bambini sprovvisti di volontà propria per scegliere il bene o il male. Vorrei che tu vedessi quello che vide lo scrittore che, scrivendo agli Ebrei, dice che Levi, figlio d’Israele, era nei lombi del suo padre Abramo, quando questi pagò le decime, e perciò le pagò anche Levi in Abramo 61. Se tu avessi per questo fatto occhio cristiano, vedresti con la fede, se non lo potessi vedere con l’intelligenza, che nei lombi di Adamo erano presenti tutti quelli che sarebbero nati da lui in forza della concupiscenza carnale;… Per questo Ambrogio, mio dottore, lodato eccellentemente anche dalla bocca del tuo dottore, scrive: Ciò che è ancora più grave è che per questa sua interpretazione Adamo si cinse in quella parte del corpo dove avrebbe dovuto cingersi piuttosto con il frutto della castità. Si dice infatti che nei lombi, tenuti coperti da noi, risiedano certi semi della generazione.

880. (De civ. Dei XIII 14). Dio ha creato onesto l’uomo perché è principio dell’essere e non della depravazione. L’uomo volontariamente pervertito e giustamente condannato ha generato individui pervertiti e condannati. Tutti fummo in quell’uno quando tutti fummo quell’uno che cadde nel peccato tramite la donna che da lui era stata prelevata prima del peccato. Non ancora per noi singolarmente era stata data all’esistenza e distribuita la forma in cui ognuno doveva vivere, ma vi era già la natura seminale da cui dovevamo provenire. Poiché essa era viziata per il peccato, irretita nel laccio della morte e giustamente condannata, l’uomo non poteva provenire dall’uomo in condizione diversa.

881. (De pecc. mer. et rem. III 7,14). Del resto, nei santi Libri canonici s’impone con forza l’autorità chiarissima e pienissima di questa sentenza, con la quale l’Apostolo grida: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte e cosi ha raggiunto tutti gli uomini, che tutti hanno peccato in lui 31. Perciò non si può dire senza fare riserve nemmeno questo: il peccato di Adamo ha nociuto anche ai non peccanti, perché la Scrittura dichiara: Tutti hanno peccato in lui. E questi peccati originali non si dicono peccati altrui nel senso che non appartengano affatto ai bambini, dal momento che in Adamo hanno peccato tutti allorché nella sua natura, per quella forza innata per cui li poteva generare, erano ancora tutti lui solo; ma si dicono peccati altrui, perché gli altri uomini non vivevano ancora la propria vita e la vita di quell’unico uomo conteneva da sola tutto quello che sarebbe stato nella sua discendenza futura.

882. (C. Iul. o.i. II 177). Se uno per la sua intemperanza prende la podagra e la trasmette ai figli, come spesso accade, non si dice giustamente che quel vizio è passato dal genitore ai figli? Anch’essi hanno preso la podagra nel genitore, perché erano in lui quando egli la prese, ed erano così, essi e lui, ancora un solo uomo; la presero dunque non per azione umana, ma per ragione seminale. Ciò dunque che talvolta accade nelle malattie del corpo lo sapeva accaduto in quell’antico e grande peccato che viziò l’universale natura umana per colpa del primo e unico genitore l’Apostolo, il quale con lucidissima locuzione, che voi tentate di ottenebrare, diceva: A causa di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e con il peccato la morte, e così passò in tutti gli uomini, che tutti peccarono in lui 281. Aveva appunto inteso esaltare la grazia del Cristo indicando in lui la ” forma ” opposta ad Adamo e contrapponendo al principe della generazione il principe della rigenerazione.

883. (ib. III 48). Infatti voi non trovate in nessun modo come dimostrare la giustizia di Dio se egli, pur non trovando nei nascenti nessun peccato, nondimeno li aggrava di un corpo corruttibile e per giunta di tante e di così grandi calamità. Sono realmente innumerevoli i mali che soffrono i bambini: febbre, tosse, scabbia, dolori sparsi in tutte le membra, diarrea, vermi e altri mali da non potersi contare, provenienti dalla carne stessa; poi i moltissimi patimenti degli stessi trattamenti curativi delle malattie, e dall’esterno i colpi delle ferite, le piaghe delle percosse, le incursioni dei demoni. Ma voi, sapienti eretici, per non confessare il peccato originale, siete pronti a riempire il paradiso di tali fiori. Se infatti dite che nel paradiso non ci sarebbero stati questi mali, chiedo per quale ragione essi siano nei bambini, che non hanno, come sostenete voi, nessun peccato in nessun modo.

884. (C. Iul. VI 21,67). Quanto la vostra comune eresia favorisca i manichei l’ho frequentemente dimostrato, ma neppure qui lo debbo tralasciare. I manichei enumerano i mali che si manifestano nei bambini, che anche Cicerone tiene presenti nei libri Sulla Repubblica, da cui ho già riportato le sue parole 174. Ricordando quei mali, egli dice che “l’uomo è stato gettato tra queste calamità non da una natura madre, ma da una matrigna”. Ad essi si aggiungono anche quegli svariati mali, fino all’ossessione diabolica, che vediamo colpire se non tutti, certamente molti bambini. Concludono quindi dicendo: se Dio è giusto e onnipotente, per quale motivo la sua immagine nei bambini soffre tanti mali, se non perché è vera la mescolanza delle due nature, come noi affermiamo, di quella buona cioè e di quella cattiva? La verità cattolica li redarguisce professando il peccato originale, per il quale il genere umano è diventato lo zimbello dei demoni, e la discendenza dei mortali è stata destinata ad una faticosa miseria. Certamente non sarebbe stato così, se la natura umana per mezzo del libero arbitrio fosse rimasta nello stato in cui era stata creata all’inizio. Negando il peccato originale, invece, siete costretti a dichiarare impotente o ingiusto Dio, sotto il cui potere, la sua immagine nei bambini, senza un demerito per peccati propri od originali, viene colpita da tanti mali; non si può dire infatti che per mezzo di essi si esercita la virtù, come giustamente lo si può dire dei buoni adulti, che hanno l’uso della ragione. Siccome però non potete dire che Dio è impotente o ingiusto, i manichei vedranno rafforzato contro di voi il proprio necessario errore sulla mescolanza delle due sostanze nemiche tra loro. Non è vero, dunque, come tu dici, che “nessuna erba dei lavandai mi purifica dall’infezione manichea”. Con tali insolenti parole offendi il lavacro di rigenerazione che ho ricevuto nel seno della cattolica Madre. In voi piuttosto si è insinuato il malizioso veleno dell’antico serpente a tal punto da infamare i cattolici con l’orrore del nome manicheo ed aiutare i manichei con la perversità nel vostro errore.

885. ( ib. II 10,33). Dio sarebbe molto più ingiusto se, lui giusto, infliggesse ai fanciulli, pur non avendo contratto essi alcun peccato, tutti quei mali che non si riescono a contare.

886. (C. Iul. o.i. III 5). Dici la verità e quindi nulla d’ingiusto opera Dio quando fa gravare un giogo pesante sui figli di Adamo dal giorno della loro nascita dal grembo materno. Il che sarebbe senza dubbio ingiusto, se non ci fosse il peccato originale.

887. (ib. III 7). ). Proprio perché non si dubita della equità di Dio, si crede giusto il grave giogo che pesa sul bambino, e proprio perché esso si crede giusto, non si crede che il bambino sia senza il peccato originale.

888. (De civ. Dei XXII 22,1). Per quanto riguarda la prima origine, la vita stessa, se di vita si deve parlare, piena di tanti e grandi mali, attesta che tutta la discendenza di esseri soggetti alla morte fu condannata. Che altro significa infatti un certo abisso dell’ignoranza, da cui promana l’errore che ha accolto tutti i figli di Adamo in una specie di baratro tenebroso sicché l’uomo non se ne può liberare senza fatica, sofferenze, timore? Che cosa sta ad indicare l’amore di tante cose inutili e nocive? Da esso infatti derivano le preoccupazioni affannose, i turbamenti, le afflizioni, i timori, le pazze gioie, le discordie, le liti, le guerre, i tradimenti, i furori, le inimicizie, l’inganno, l’adulazione, la frode, il furto, la rapina, la slealtà, la superbia, l’ambizione, l’invidia, gli omicidi, i parricidi, la crudeltà, la spietatezza, l’ingiustizia, la lussuria, l’insolenza, la sfrontatezza, l’impudicizia, le fornicazioni, gli adultèri, gli incesti e contro la natura dell’uno e dell’altro sesso i tanti stupri e atti impuri che è vergogna perfino parlarne, i sacrilegi, le eresie, le bestemmie, gli spergiuri, le oppressioni degli innocenti, le calunnie, gli inganni, le concussioni, le false testimonianze, le condanne ingiuste, le violenze, i furti e ogni altro tipo di malvagità che non viene in mente e tuttavia non scompare dalla vita umana nel tempo. Per la verità sono colpe proprie degli uomini malvagi, ma provengono da quella radice dell’errore e dell’amore pervertito, con cui nasce ogni figlio di Adamo. Difatti chi ignora con quanta ignoranza della verità, che è già palese nei bambini, e con quale eccesso di cattiva inclinazione, che comincia già ad apparire nei fanciulli, l’uomo viene all’esistenza? Perciò se gli si consente di vivere come vuole e di fare tutto ciò che vuole, giunge a tutti o a molti di questi delitti che ho enumerato o che non mi è stato possibile di enumerare.

889. (C. duas ep. Pel. IV 4,6). Certamente i pelagiani non hanno come avversari i manichei nel dire: “Attraverso Adamo è passata a noi la morte e non sono passati i peccati”, perché nemmeno i manichei sostengono l’esistenza del peccato originale come un peccato che sia passato e passi in tutti gli uomini insieme con la morte dal primo uomo, puro e retto all’inizio nel corpo e nello spirito e poi depravato a causa del libero arbitrio….E per questo i manichei concordano con i pelagiani nel dire che il peccato del primo uomo non è passato nel genere umano, né per mezzo della carne che secondo loro non è mai stata buona, né per mezzo dell’anima che fanno venire nella carne dell’uomo con i meriti dei suoi inquinamenti già contratti da lei prima che fosse nella carne. Ma i pelagiani come fanno a dire: “Soltanto la morte è passata a noi attraverso Adamo”? Se per questo infatti noi moriamo perché egli morì, e se egli morì perché peccò, allora vengono a dire che passa la pena senza la colpa e che gli innocenti bambini sono puniti con un castigo ingiusto, contraendo la morte senza i meriti della morte.

CAPITOLO XXVI

La natura del peccato originale.

SOMMARIO. Niente segreti da capire. Il peccato originale non è la concupiscenza, perché qualsiasi cosa deriva dal peccato viene cancellato nel Battesimo, mentre la concupiscenza rimane. La concupiscenza viene chiamata peccato perché viene dal peccato e inclina al peccato. Anche quando il peccato “chiama” la concupiscenza scambia l’effetto con la causa (metonimia). Quale relazione tra atto e reato. La concupiscenza resta in atto dopo il battesimo, passa al reato: 890-894. Per diritto di generazione e propagazione, il peccato di disobbedienza di Adamo, con il quale si è separato da Dio, è anche nostro. Fu un atto volontario della natura umana, non certamente un atto di nostra volontà, ma per volontà del primo genitore, capostipite della stessa natura. Il peccato originale ha una ragione di colpa in noi ‘per la nostra partecipazione nel peccato di Adamo, con il quale siamo una stessa natura. Fummo anche noi implicati nel reato e nostro malgrado prigionieri delle pene. E’ un peccato di natura: 895-905. La concupiscenza, come l’ignoranza e la morte, sono effetti del peccato originale. Poiché il disordine, per la disobbedienza superba introdotta nel mondo, si manifesta specialmente nella concupiscenza, si può dire che il peccato originale consiste, non nella concupiscenza stessa, ma nel reato di questa, con la colpevolezza e con l’obbligo della divina giustizia di soddisfare la ribellione della carne contro lo spirito, che è contraria al primitivo ordine creato. E’ collegata con l’avversione abituale a Dio e si scioglie quando con l’onda del battesimo diventiamo partecipi della giustizia di Cristo che ci giustifica: 906-911.

890. (De mor. Eccl. Cath. I 22,40). Ma di tutte le cose che si possiedono in questa vita il corpo è per l’uomo la catena più pesante, secondo le giustissime leggi di Dio, a causa dell’antico peccato, del quale nulla è più noto per parlarne, nulla più segreto per comprenderlo.

891. (C. duas ep. Pel. I 13,26-27). Scrive: Dicono pure che il battesimo non indulge completamente i peccati e non toglie i crimini, ma li rade, cosicché nella carne cattiva rimangono le radici di tutti i peccati. Chi all’infuori di un infedele lo potrebbe affermare contro i pelagiani? Noi dunque diciamo che il battesimo indulge tutti i peccati e toglie i crimini, non li rade; né diciamo che nella carne cattiva rimangono le radici di tutti i peccati, come sulla testa le radici dei capelli rasati, dalle quali crescano di nuovo altri peccati da dover radere di nuovo. Ho saputo infatti che si valgono anche di questa similitudine per la loro calunnia, come se questo fosse quello che sentiamo e diciamo noi…. 27. Ma credo che costoro s’ingannino o ingannino sul conto di questa concupiscenza della carne contro la quale anche al battezzato, che pur metta tutta la sua diligenza nel progredire e si lasci guidare dallo Spirito di Dio 68, è necessario combattere con animo pio. Ma la concupiscenza, sebbene sia chiamata peccato 69, non si chiama certamente così perché è peccato, bensì perché è stata suscitata dal peccato, come una scrittura si dice mano di chicchessia perché l’ha tracciata una mano. Peccati sono invece le azioni che si fanno, le parole che si dicono, i pensieri che si pensano illecitamente secondo la concupiscenza della carne o secondo l’ignoranza, e questi peccati, se non sono rimessi, ci tengono in stato di reato anche dopo che sono trascorsi. E cotesta stessa concupiscenza della carne è così rimessa nel battesimo che, sebbene l’abbiano contratta i nascenti, non nuoce per nulla ai rinascenti. Dai quali la contraggono tuttavia di nuovo i figli che sono generati carnalmente, e nuocerà di nuovo ai nascenti finché, rinascendo nel medesimo modo, non venga rimessa. In costoro dopo il battesimo rimane presente senza nessun danno per la vita futura, perché il suo reato contratto per generazione è stato rimesso per rigenerazione. Ed è per questo che la concupiscenza non è più peccato, ma si chiama peccato sia perché l’ha prodotta il peccato, sia perché la mette in movimento il piacere di peccare, anche quando non le si acconsente in forza del piacere vincente della giustizia.

892. (De nupt. et conc. I 25,28). Se poi ci si chiede come questa concupiscenza carnale possa rimanere nel rigenerato, nel quale è avvenuta la remissione di tutti i peccati, dal momento che per mezzo di essa è concepito e con essa nasce anche il figlio di un genitore battezzato, oppure se ci si chiede per quale ragione la concupiscenza carnale sia peccato nella prole, quando nel genitore battezzato può sussistere senza essere peccato; a queste domande si risponde che nel battesimo la concupiscenza della carne è rimessa non in modo che cessi di esistere, ma in modo che non sia più imputata a peccato. Anche se la sua colpevolezza è stata ormai cancellata, essa tuttavia rimane fino a quando non sarà guarita tutta la nostra infermità, quando cioè con il quotidiano progresso del rinnovamento dell’uomo interiore, l’uomo esteriore si sarà rivestito di incorruttibilità 67. Non rimane alla maniera di una sostanza, come un corpo o uno spirito, ma è uno stato affettivo di cattiva qualità, come un languore. Non rimane dunque niente che non sia rimesso,… la concupiscenza della carne resta in questo corpo mortale

893. (ib. I 26,29). Quando dunque coloro che vengono rigenerati in Cristo ricevono la remissione di tutti i peccati, necessariamente, è evidente, deve essere rimessa anche la colpevolezza di questa concupiscenza, la quale, benché rimanga in loro, come ho detto, non viene più imputata a peccato. In effetti, come rimane e, se non viene rimessa, rimarrà per sempre la colpevolezza di quei peccati che non possono restare per il semplice fatto che passano mentre si compiono, così, quando viene rimessa, la colpevolezza della concupiscenza viene cancellata. Non aver peccati, infatti, significa proprio questo: non essere colpevole di peccato. Se uno, per esempio, ha commesso adulterio, anche se non lo commette più in seguito, è colpevole di adulterio finché la sua colpa non viene rimessa con il perdono. Egli dunque è in peccato, anche se non esiste più l’azione alla quale acconsentì, perché è passata insieme al tempo nel quale fu compiuta. Se non aver peccati consistesse nel non peccare più, sarebbe sufficiente che la Scrittura ci ammonisse così: Figlio, hai peccato? Non farne altri. Invece non è sufficiente, perché aggiunge: E prega che ti siano perdonati quelli passati 70. Se non vengono rimessi, quindi, i peccati rimangono. Ma come rimangono, se sono passati, se non perché sono passati come atto, ma rimangono come colpa? Così dunque può accadere, al contrario, che anche la concupiscenza rimanga come atto e passi come colpa.

894. (ib. I 23,25). Ma poiché, secondo un certo modo di parlare, è chiamata peccato, perché è frutto del peccato e, nel caso che prevalga, è causa di peccato, il suo reato sussiste in chi è generato: reato che la grazia di Cristo, attraverso la remissione di tutti i peccati, non lascia sussistere in colui che è stato rigenerato, se costui non le ubbidisce quando comanda in qualche modo azioni cattive. Si chiama peccato, perché è stata prodotta dal peccato, benché nei rigenerati non sia più di per sé un peccato, allo stesso modo che si chiama lingua il linguaggio, che è un prodotto della lingua, e si chiama mano la scrittura, che è una realizzazione della mano. Si chiama ancora peccato, perché se è vittoriosa commette il peccato,

895. (De pecc. mer. et rem. II 22,36). Quindi tale disobbedienza della carne, che consiste nello stesso suo movimento istintivo, anche se non gli si permette d’avere effetto, non esisteva allora nei primi uomini, quando erano nudi e non se ne confondevano. Non si era ancora prodotta appunto la disobbedienza dell’anima razionale, signora della carne, contro il suo Signore, disobbedienza che per reciprocità di pena la portò a sperimentare la disobbedienza della carne, sua ancella, con un certo senso di vergogna e di molestia, che ovviamente l’anima stessa con la sua disobbedienza non inflisse a Dio. Non reca infatti a Dio né vergogna né molestia se noi disobbediamo a lui, perché non possiamo diminuire in nessun modo il suo supremo potere su di noi, ma a noi deve recare vergogna che la carne non stia sottomessa al nostro comando, perché ciò avviene per l’infermità meritata da noi peccando e che è chiamata peccato che abita nelle nostre membra 164. Questo poi è un peccato cosi speciale da essere pena del peccato. Infine, dopo che fu commessa quella trasgressione e l’anima disobbedendo si rivoltò contro la legge del suo Signore, il servitore dell’anima, cioè il suo corpo, cominciò a sentire contro di essa la legge della disobbedienza e quegli uomini si vergognarono della loro nudità,

896. (C. Iul. o.i. II 163). Certamente non si sbaglia a dire peccato altrui la disobbedienza di quell’uomo, perché noi, non ancora nati, non avevamo fatto ancora nulla di personale né in bene né in male. Ma poiché in lui che disobbedì, quando disobbedì, c’eravamo tutti e poiché il suo delitto fu tanto e tale da viziare l’universale natura umana – come basta a indicarlo la stessa miseria così manifesta del genere umano – cotesto delitto altrui diventa nostro per l’inquinamento della successione. Perciò un dottore cattolico, che intese bene l’Apostolo, ha detto: Noi uomini nasciamo tutti sotto il peccato, perché è viziata la stessa nostra origine 238. Il quale modo d’intendere di Ambrogio e di altri suoi colleghi nella verità cattolica, se lo vorrete seguire, non sarete costretti ad escludere i bambini dal beneficio della morte di colui che fu messo a morte per i nostri peccati e morì uno per tutti 239. Dove l’Apostolo grida come conseguenza: Tutti quindi sono morti e per tutti egli è morto 240, e voi reclamate: Non sono morti i bambini. Mettetevi a gridare anche la conseguenza. Dunque per i bambini non è morto Gesù, e vedete se a giacere morti non siate voi che ai bambini morti, perché non ritornino vivi, negate la morte del Cristo. Perché ad essi non si deve imputare, come pensate voi, il peccato di un uomo unico e morto già da tempo. Né fate attenzione che il primo uomo Adamo è morto da tempo, così tuttavia che il secondo uomo dopo di lui sia il Cristo, sebbene tra il primo e il secondo gli uomini siano nati a migliaia. Perciò è manifesto che appartiene ad Adamo ogni uomo che nasce da lui per la successione della propaggine, come appartiene al Cristo ogni uomo che rinasce in lui per elargizione di grazia. Perciò avviene che i due uomini, il primo e il secondo, siano in qualche modo tutto il genere umano.

897. (De pecc. mer. et rem. III 7,14). in Adamo hanno peccato tutti allorché nella sua natura, per quella forza innata per cui li poteva generare, erano ancora tutti lui solo; ma si dicono peccati altrui, perché gli altri uomini non vivevano ancora la propria vita e la vita di quell’unico uomo conteneva da sola tutto quello che sarebbe stato nella sua discendenza futura.

898. (Serm. 175,1). di esso peccò un solo uomo nel quale era il tutto, e il tutto si perdette.

899. (C. Iul. o.i, IV 104). coloro che non avevano ancora una loro volontà, essendo ancora inesistenti nella loro sostanza, poterono tutti insieme peccare in lui? Smettila piuttosto di ciarlare a vanvera, e che quanti non ancora nati e quindi incapaci di fare per mezzo delle proprie volontà alcunché di bene o di male, abbiano potuto peccare in quell’uno in cui erano presenti per la ragione del seme, quando egli con la sua propria volontà commise quel grande peccato…intendilo se puoi, e se non puoi credilo.

900. (Retr. I 13,5). E anche quello che nei bambini è detto peccato originale, benché essi non fruiscano ancora del libero arbitrio della volontà, non è assurdo chiamarlo volontario in quanto, una volta contratto a causa del primo cattivo uso della volontà da parte dell’uomo, è divenuto, in certo qual modo, ereditario. Non è dunque falso quanto ho detto: Il peccato è un male talmente legato alla volontà che in nessun modo potrebbe essere peccato se non fosse volontario·163.

901. (Ib. I 15,5). Perché dunque – ci si obietta – parlate del peccato dei bambini dei quali non ritenete colpevole la volontà? Si risponde ch’essi sono ritenuti tali non perché posseggano una volontà, ma per la loro origine. Chi è in effetti, quanto all’origine, ogni uomo che vive sulla terra se non Adamo? Ma Adamo aveva senz’altro una volontà e proprio perché ha peccato con quella volontà il peccato per opera sua è entrato nel mondo·204.

902. (De nupt. et conc. II 28,48). il peccato deriva dalla volontà. Forse mi chiede se anche il peccato originale. Rispondo: certo, anche il peccato originale, perché questo pure è nato dalla volontà del primo uomo, sì da essere in lui ed essere trasmesso a tutti.

903. (C. Iul. o.i. VI 22). E per questo, benché siano bambini e non facciano volontariamente alcunché di buono o di cattivo, tuttavia, essendo stati rivestiti di colui che peccò volontariamente, traggono da lui il reato del peccato e il castigo della morte; alla stessa maniera che i bambini che si rivestono del Cristo, sebbene non abbiano fatto nulla di buono con la loro volontà, prendono da lui la partecipazione della giustizia e il premio della vita sempiterna.

904. (ib. VI 23). Certo, per capire in che modo i bambini nati da Adamo e siano obbligati alla partecipazione del peccato di quell’uomo e tuttavia non siano uguagliati al suo reato, poni attenzione al Cristo, di cui hai letto che è forma del futuro 150, e vedi come i bambini rinati in lui e diventino partecipi della sua giustizia

905. (Retr. I 15,2). Ho anche detto che non v’è peccato se non nella volontà·196. I Pelagiani possono pensare che questa affermazione sia a loro favore in considerazione dei bambini non ancora in grado di usare del libero arbitrio della volontà che perciò, a loro dire, sarebbero esenti dal peccato che vien loro rimesso nel battesimo. Ma affermare questo è come sostenere che il peccato – quel peccato che i bambini, a nostro avviso, hanno ereditato da Adamo e per il quale risultano implicati nel suo delitto e, per conseguenza, soggetti a pena – possa essersi verificato in qualcosa di diverso dalla volontà, la volontà con la quale fu commesso quando si verificò la trasgressione del comandamento divino. La nostra affermazione che non v’è peccato se non nella volontà può anche essere ritenuta falsa, ove si considerino le parole dell’Apostolo: Se faccio proprio ciò che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che abita in me·197. A tal punto questo peccato è estraneo alla volontà da indurre l’Apostolo a dichiarare: Faccio proprio ciò che non voglio. In che senso dunque non ci sarebbe peccato se non nella volontà? Va però considerato che questo peccato del quale l’Apostolo ha parlato in tali termini prende il nome di peccato per la ragione che è determinato dal peccato e ne costituisce la punizione. In realtà ciò di cui qui si parla è la concupiscenza della carne, come l’Apostolo stesso chiarisce subito dopo dicendo: So che in me, cioè nella mia carne, non alberga il bene: ho infatti la possibilità di volere, ma non di fare il bene·198. La compiuta realizzazione del bene consiste nell’assenza dall’uomo della stessa concupiscenza del peccato, quella concupiscenza cui la volontà si oppone quando si conduce una vita retta. Non attua però completamente il bene perché c’è ancora in lui la concupiscenza cui s’oppone la volontà. La colpa legata a tale concupiscenza viene mondata nel battesimo, ma resta la debolezza con la quale ogni fedele ben avviato sulla via della perfezione tenacissimamente lotta fino a completa guarigione. Quanto al peccato che non esiste se non nella volontà si deve intendere con esso soprattutto quello cui ha fatto seguito una giusta condanna: trattasi in realtà di quello che è entrato nel mondo per colpa di un solo uomo·199. Eppure anche questo peccato, in conseguenza del quale si dà l’assenso alla concupiscenza del peccato, non vien commesso se non nella volontà. Per questo anche in un altro passo ho detto: Non si può dunque peccare se non volontariamente·200.

906. (C. Iul. VI 16,49-50). Al contrario, sbagli di molto quando pensi che “se la concupiscenza è un male, non la dovrebbe avere il battezzato”. È libero da tutti i peccati, non da tutti i mali. Con maggiore chiarezza si può dire: È libero dal reato di tutti i mali, ma non da tutti i mali….50. Nel sacro fonte è distrutto tutto il passato reato di questi mali, che sono rimessi in coloro che rinascono e diminuiscono in coloro che progrediscono.

907. (ib. VI 19,60). Riconosco di aver detto: “Allo stesso modo che i peccati passano come atto, ma rimangono come reato, così, al contrario, può avvenire che la concupiscenza passi come reato, ma rimanga come atto” 162….La concupiscenza, invece, è tale che rimane nell’uomo che lotta contro di essa con l’aiuto della continenza, anche se il reato, contratto con la generazione, è già passato con la rigenerazione. Rimane in atto non già distraendo ed allettando la mente e, col suo consenso, concependo e partorendo il peccato, bensì muovendo i cattivi desideri a cui la mente deve resistere. Il movimento stesso è il suo atto anche se l’effetto manca perché la mente non vi acconsente. Nell’uomo, infatti, al di fuori di questo atto, ossia di questo movimento, esiste un male da cui deriva appunto questo movimento che chiamiamo desiderio. Non sempre però c’è questo desiderio contro cui combattere. Se talvolta non c’è, quando nulla è desiderato con concupiscenza né dall’anima di chi pensa né dai sensi del corpo, può accadere che sia insita una cattiva qualità che non sia mossa da alcuna tentazione, così come la timidezza è insita nel timido anche quando non ha alcun timore. Quando poi c’è qualcosa da desiderare, ma nessun desiderio cattivo è di fatto eccitato, neppure contro la volontà, allora si ha la piena salute. Questo vizio dunque non potrebbe tener legato l’uomo se non con il reato, quantunque sia stato procreato dal buon uso dello stesso male da parte di casti coniugi. Questo reato, anche se il male rimane, è cancellato nella remissione di tutti i peccati, in virtù della grazia di Dio per la quale siamo liberati da tutti i mali, poiché il Signore non solo è benigno verso tutte le nostre iniquità, ma risana tutte le nostre malattie.

908. (De pecc. mer. et rem. I 39,70). Certamente nei bambini con la grazia di Dio per mezzo del battesimo di colui che è venuto nella somiglianza della carne del peccato si ottiene l’effetto di annullare la carne del peccato. Si annulla però non nel senso che si spenga repentinamente e non esista più nella stessa carne vivente la concupiscenza che vi è esplosa ed innata, ma si annulla cosi che la concupiscenza innata nell’uomo fin dalla nascita non gli nuoccia dopo la morte. Ecco: se dopo il battesimo la persona continua a vivere e potrà arrivare all’età capace di precetto, essa ha nella concupiscenza una nemica da combattere con l’aiuto di Dio, se non ha accolto invano la sua grazia 200 e non vorrà essere riprovata 201. Infatti neanche ai grandi, a meno di un eventuale e straordinario miracolo dell’onnipotentissimo Creatore, si concede nel battesimo questo dono: che la legge del peccato, la quale abita nelle nostre membra e muove guerra alla legge della mente 202, si estingua completamente senza più esistere. Invece si concede che qualunque male fatto, detto, pensato dall’uomo per cedimento della sua mente alla stessa concupiscenza venga tutto abolito e non conti più nulla, come se non fosse mai stato compiuto. Al contrario la concupiscenza stessa, sciolto il vincolo del suo reato, in forza del quale mediante la concupiscenza il diavolo deteneva l’anima, e abbattuta cosi la barriera del peccato con il quale il diavolo separava l’uomo dal suo Creatore, la concupiscenza, dicevo, rimane nella lotta con la quale trattiamo duramente il nostro corpo e lo asserviamo 203 o per essere lasciata libera a compiti leciti e necessari o per essere ristretta dalla continenza.

909. (De gen. ad litt. VI 27,38). Questa immagine, impressa nello spirito dell’anima nostra e perduta da Adamo a causa del suo peccato, noi la riceviamo per la grazia della giustificazione;

910. (De Trin. XIV 16,22). Questa immagine, impressa nello spirito dell’anima nostra e perduta da Adamo a causa del suo peccato, noi la riceviamo per la grazia della giustificazione;

911. (C. Iul. VI 16,49). Come avrebbero potuto essere bambini in Cristo, se non erano ancora rinati? Se ancora non sei convinto, ascolta ciò che l’Apostolo dice un po’ più avanti: Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? 143 Avrai forse ancora dubbi o negherai ancora che non avrebbero potuto essere tempio di Dio, nel quale abita lo Spirito di Dio, se non fossero stati battezzati?

CAPITOLO XXVII

Come il peccato di Adamo è passato da Adamo alla discendenza.

SOMMARIO. Il peccato originale si contrae per propagazione. Diventa nostro con la generazione. Viene trasmesso per la generazione, per il fatto che questa generazione avviene con concupiscenza. Anche i genitori già rigenerati, non generano come primizie nuove, ma come residui antichi. Anche dal seme di olivo nasce l’oleastro: 912-917. Non sono comunque le nozze che sono istituite e benedette da Dio, la causa del peccato originale, ma il peccato del primo uomo. Poiché tuttavia il lecito uso della congiunzione matrimoniale non è priva dell’ardore della concupiscenza, qualsiasi prole nasce è obbligata al peccato originale. Per tanto Cristo non ebbe il peccato originale perché non concepito con il seme maschile: 918-922. Ma come l’anima rimane inquinata dal peccato? Da se stessa? Da Dio? Ma l’anima prima della carne non fece alcun male, e chi osa dire che Dio rende peccatrice l’anima?.Agostino consultò Girolamo. Il creazionismo si può difendere liberamente, se si potesse insegnare che le anime non vengano da Adamo, e tuttavia abbiano da lui la giusta sorte della dannazione. O l’anima e la carne sono trasmesse dall’uomo, o se le anime sono create si corrompono nel corpo come in un vaso inquinato. Questo non si sa senza il pericolo della salvezza; una cosa sola sa Agostino: la fede cattolica afferma il peccato originale, e la cosa migliore è curarlo perché l’anima sia risanata: 923-927.

912. (C. serm Arian. 7). il primo uomo, Adamo…facendo la sua volontà, non quella di colui dal quale è stato creato, sottomise l’intero genere umano ad una discendenza corrotta, assoggettandolo alla colpa e alla pena.

913. (C. Iul. VI 10,28). I peccati dei progenitori in certo senso ci sono estranei ed in certo senso ci appartengono. Ci sono estranei per la proprietà dell’azione; ci appartengono per il contagio della propagazione. Se questo fosse falso, il giogo pesante sui figli dell’uomo, dal giorno nel quale sono usciti dal seno della madre 86, per nessun verso sarebbe giusto.

914. (ib IV 4,34). Prima che rinascano nello spirito, coloro che nascono dall’unione dei corpi si trovano sotto il potere del diavolo, perché nascono per mezzo di quella concupiscenza, per cui lo spirito ha voglie contro la carne e che costringe lo spirito ad avere desideri contro di essa 75.

915. (De pecc. mer. et rem. II 27,44). Ma quelli che ragionano cosi non avvertono che, come i peccati propri non nuocciono al genitore perché è rinato spiritualmente 196, cosi al suo figlio noceranno i peccati che ha contratto da lui se non rinascerà alla stessa maniera….evadono dalla condanna dovuta all’uomo dello stato vecchio mediante il sacramento della rigenerazione e della rinnovazione spirituale 197.

916. (De nupt. et conc. I 18,20). È a causa di questa concupiscenza che neppure dal matrimonio regolare e legittimo dei figli di Dio vengono generati figli di Dio, ma figli del secolo. Il motivo sta nel fatto che anche quelli che generano dopo che sono stati rigenerati non generano in quanto figli di Dio, bensì come figli del secolo. È del Signore infatti la dichiarazione: Sono i figli del secolo che generano e sono generati 50. Per il fatto dunque, che siamo ancora figli di questo secolo, il nostro uomo esteriore si corrompe 51; per questo motivo ancora sono generati figli di questo secolo e non divengono figli di Dio, se non sono rigenerati.

917. (ib. II 34,58). Questo peccato, che nel paradiso mutò in peggio l’uomo stesso, perché è molto più grave di quanto noi possiamo giudicare, viene contratto da tutti quelli che nascono e, non viene rimesso se non in coloro che rinascono, in maniera tale che è attribuito a reato anche ai figli che nascono da genitori già rigenerati e nei quali è stato rimesso e coperto, a meno che questi stessi, che erano stati resi debitori dalla prima nascita secondo la carne, non vengano liberati dalla seconda nascita spirituale. Di questo fatto straordinario il Creatore ci ha offerto un mirabile esempio nell’olivo e nell’oleastro, nel senso che non solo dal seme dell’oleastro, ma anche da quello dell’olivo non spunta se non l’oleastro. Pertanto, benché anche negli uomini generati secondo natura e rigenerati secondo la grazia sia presente questa concupiscenza carnale, che si oppone alla legge dello spirito 134, tuttavia essa è stata rimessa nella remissione dei peccati, non viene più imputata a peccato né porta loro nocumento alcuno, se non quando consentono ai suoi impulsi, che spingono a cose illecite. La loro prole invece, poiché viene concepita non nella concupiscenza spirituale, ma in quella carnale, come se da quell’olivo nascesse un oleastro della nostra specie, alla nascita contrae da essi un reato, di modo che non potrà essere liberata da quella peste se non rinascendo. Come può dunque costui affermare che io attribuisco la santità ai figli e la colpa ai genitori, quando invece la verità dimostra piuttosto che, anche se nei genitori c’è la santità, nei figli c’è la colpa originale, che non può essere cancellata senza la loro rinascita?

918. (ib. II 26,43). perché non è il matrimonio la causa del peccato, contratto da chi nasce e purificato in colui che rinasce, ma il volontario peccato del primo uomo è la causa del peccato originale.

919. (ib. II 27 44,45). Che senso hanno dunque le domande che mi rivolge: “Qual è la causa per cui si trova il peccato nel bambino? La volontà, il matrimonio o i genitori?”…. 45. A tutte queste domande risponde l’Apostolo. Egli non accusa la volontà del bambino, il quale ancora non ne ha una propria per peccare; né accusa il matrimonio in quanto tale, perché a Dio risale non soltanto la sua istituzione ma anche la sua benedizione; né accusa i genitori in quanto genitori, uniti l’uno all’altro lecitamente e legittimamente per la procreazione dei figli; ma a causa di un solo uomo, dice, entrò il peccato nel mondo e per il peccato la morte e così si trasmise a tutti gli uomini, nel quale tutti hanno peccato 86.

920. (ib. I 24,27). Per la qual cosa, i bambini sono tenuti come rei dal diavolo, non in quanto nati dal bene, che costituisce la bontà del matrimonio, bensì perché nati dal male della concupiscenza, di cui indubbiamente il matrimonio fa buon uso, ma di cui deve arrossire anche il matrimonio….Chiunque nasce da questa concupiscenza della carne, che, sebbene nei rigenerati non sia più imputata a peccato, si trova tuttavia nella natura solo a causa del peccato, chiunque nasce, dicevo, da questa concupiscenza della carne in quanto figlia del peccato e, quando le si acconsente per cose disoneste, anche madre di molti peccati, è in debito del peccato originale, a meno che non rinasca in Colui che una Vergine concepì senza questa concupiscenza e che per questo motivo fu il solo a nascere senza peccato, quando si degnò di nascere nella carne.

921. (C. Iul. o.i. VI 22). Se poi si chiede in che modo non sia stato decimato il Cristo, sebbene anch’egli, com’è manifesto, sia stato nei lombi di Abramo secondo l’origine della carne, quando questo patriarca fu decimato da Melchisedech, non viene incontro se non il fatto che Maria, sua madre, dalla quale egli prese la carne, nacque certamente dalla concupiscenza carnale dei genitori, ma essa non concepì per concupiscenza carnale il Cristo, che essa procreò non da un seme virile, bensì dallo Spirito Santo….Ci fu dunque nel corpo di Maria la materia carnale donde il Cristo prese la carne, ma non fu la concupiscenza carnale a seminare in Maria il Cristo. Onde egli nacque dalla carne con la carne, tuttavia in una carne somigliante alla carne del peccato, non nella carne del peccato come gli altri uomini. Per questo egli dissolve negli altri il peccato originale con la rigenerazione, non lo contrasse egli stesso con la generazione.

922. (ib IV 104). Il quale, sebbene sia anch’egli seme di Abramo secondo la carne, perché la Vergine Maria dalla quale prese la carne fu generata da quello stesso seme, non è tuttavia soggetto alla colpa di quel seme lui che, libero dall’asservimento della concupiscenza seminatrice, non fu concepito mediante il seme virile.

923. (De an. et eius orig. I 6,6). Se infatti è dalla carne che l’anima comincia ad avere il demerito del peccato, dica, se può, in che modo prima del suo peccato abbia meritato d’inquinarsi nella carne. Il demerito per essere mandata nella carne peccatrice che la inquinasse o dipende da lei stessa o dipende da Dio. Quest’ultima ipotesi è la più lontana dalla verità. Evidentemente prima d’esser unita alla carne non poté meritare a causa della carne d’esser mandata ad inquinarsi nella carne. Se tale demerito dipese dunque da lei stessa, in che modo se lo poté acquisire, dato che prima della carne essa non ha fatto nessun male? Se poi si dicesse che ha ricevuto tale demerito da Dio, chi potrebbe stare ad ascoltare uno sproposito simile? Chi lo sopporterebbe? Chi permetterebbe che lo si dicesse impunemente? Adesso infatti non si cerca che cosa l’anima dopo l’unione con la carne abbia meritato per esser condannata, bensì in che modo prima dell’unione con la carne abbia meritato la condanna d’esser mandata ad inquinarsi nella carne. Lo spieghi, se può, costui che ha osato scrivere che l’anima ha meritato d’esser macchiata a causa della carne.

924. (ib I 13). Vincenzo Vittore…spieghi, se può, per quale demerito le anime dei bambini, che uscendo dal corpo senza battesimo si mandano alla dannazione, siano state mandate, pur senza aver peccato in nessun modo, nella carne peccatrice per trovarvi il peccato che le facesse condannare giustamente. Ebbene, se scansando questi quattro errori che la sana dottrina condanna, ossia se non osando dire o che Dio fa peccatrici le anime che esistevano già senza peccato, o che il peccato originale si scioglie nelle anime senza il sacramento del Cristo, o che le anime hanno peccato in qualche altro luogo prima d’esser mandate nella carne, o che nelle anime si puniscono i peccati che esse non hanno mai avuti: se non volendo dire tali errori, perché non sono certamente da dirsi, dirà che i bambini non contraggono il peccato originale, né hanno alcunché che li faccia condannare, se escono da questa vita senza aver ricevuto il sacramento della rigenerazione, incorrerà nell’eresia pelagiana,

925. (Ep. 166 4,10). (A Girolamo) Orbene, insegnami per favore che cosa dovrei insegnare; fammi Sapere quale teoria devo abbracciare e dimmi se le anime vengono create tuttora ad una ad una per ognuno che nasce, quando hanno potuto peccare nei bambini per aver bisogno che vengano loro rimessi i peccati nel sacramento di Cristo una volta che hanno peccato in Adamo, da cui per generazione è stata trasmessa la carne del peccato 22. Oppure, se non hanno peccati personali, in base a quale giustizia del Creatore sono schiave d’un peccato d’un altro – allorché vengono infuse in membra umane derivate per generazione da Adamo – di modo che finiscano per esser dannate se non vengono soccorse dalla Chiesa, tanto più che non hanno da se stesse la possibilità di far sì che possano essere messe in salvo dalla grazia del battesimo? In base dunque a quale principio di giustizia vengono condannate tante migliaia d’anime che si separano dal corpo dei bambini, i quali muoiono senza il perdono procurato dal sacramento di Cristo, se esse, create nuove, si unirono ciascuna ad un bimbo che nasce, non in castigo di alcun peccato da loro commesso in precedenza, ma solo per volontà del Creatore, che le ha create e destinate perché animassero dei corpi? Lo sapeva pur bene, lui, che ognuna di quelle anime sarebbe uscita dal corpo prima di ricevere il battesimo senza alcuna sua colpa personale! Ora, poiché non possiamo affermare che Dio costringe le anime a diventar peccatrici o che le punisca se sono innocenti, e poiché d’altra parte non ci è lecito negare che quelle che escono dal corpo, comprese quelle dei bambini, senza il sacramento di Cristo, vanno a finire nella dannazione, ti scongiuro: dimmi con quali argomenti può difendersi l’opinione la quale sostiene che tutte le anime non derivano dall’unica del primo uomo, ma, allo stesso modo che quella fu creata da sola per una sola persona, così ciascuna verrebbe creata per ciascuna persona?.

926. (Ep. ad Opt. Mil. 190 6,21). Sono dispostissimo a difendere quell’opinione se sarà capace di spiegarmi com’è possibile che le anime, sebbene non derivino da Adamo, incorrano tuttavia per causa di lui nella giusta sorte della condanna, salvo che arrivino alla remissione del peccato rinascendo (col battesimo). Non dobbiamo poi credere affatto che le anime dei bambini ricevano nel battesimo una purificazione dei peccati solo fittizia oppure che autore del peccato, dalla cui macchia vengono mondati i bambini, sia Dio o qualche altra sostanza non creata da Dio. Sono dunque in attesa che mi risponda quel dotto o che io stesso, a Dio piacendo, riesca a capire in qualche modo per quale motivo le anime, se non derivano da quella peccatrice di Adamo, si macchiano del peccato originale che non può non essere in tutti i bambini senza che ve le costringa Dio se sono innocenti, poiché non è autore del peccato, né alcun’altra sostanza del male, poiché questa non esiste: in tale attesa non oserò proclamare nulla di simile.

927. (C. Iul. V 4,17). Pertanto essi o derivano dall’uomo entrambi viziati, oppure l’una si corrompe nell’altro come in un vaso viziato, dove è racchiusa l’occulta giustizia della legge divina. Quale delle due possibilità sia la vera, vorrei apprenderla anziché insegnarla, affiché non corra il rischio d’insegnare una cosa che non so. Tuttavia so con certezza che delle due sarà vera quella che la fede vera, antica e cattolica, che crede e professa il peccato originale, non mi avrà dimostrato falsa. Non si neghi questa fede; ciò che non sappiamo dell’anima, lo possiamo apprendere dalla riflessione, oppure lo possiamo tranquillamente ignorare come tante altre cose in questa vita senza detrimento alcuno per la salvezza. Nei grandi e nei piccoli è necessario curare maggiormente con quale aiuto l’anima si possa salvare anziché per quale motivo sia stata viziata. Se si negherà che è stata viziata, non sarà neppure sanata.

CAPITOLO XXVIII

Gli effetti penali del peccato originale.

ARTICOLO I. Gli effetti penali in questa vita.

SOMMARIO. La ribellione della carne ha seguito la ribellione dell’anima contro Dio. La necessità di morire ha seguito la possibilità di non morire. La cecità spirituale è un altro effetto del peccato: 928-933. Da ciò derivano le espressioni note a tutti: massa dannata, massa di perdizione e simili.: 934-940. Tutta la natura è viziata. Ha bisogno di Cristo medico: 1941-1944. Tuttavia non corrotta sostanzialmente; è diventata cattiva a causa del peccato, ma non certamente qualcosa di cattivo. Nella natura rimane in certo bene: 945-948. Distinta chiaramente la libertà dal libero arbitrio, afferma che il genere umano ha perduto quella libertà, cioè la facilità di osservare i comandi divini, come la godeva Adamo, ma non il libero arbitrio, senza il quale non si può peccare. Invano si darebbero precetti agli uomini, se non avessero il libero arbitrio: 949-956.

928. (C. Iul. o.i. V 61). Di buona volontà quindi fu fatto l’uomo, pronto ad obbedire a Dio, obbediente nell’accogliere il precetto, che osservasse senza nessuna difficoltà finché volesse e trasgredisse senza nessuna necessità quando volesse: né certo l’osservasse infruttuosamente, né lo trasgredisse impunemente.

929. (De civ. Dei XIII 13). Appena avvenuta la trasgressione del comando, i progenitori rimasero sconvolti dalla nudità dei propri corpi 28, perché la grazia divina li aveva abbandonati. Perciò con foglie di fico, che eventualmente per prime si offrirono al loro sbigottimento, coprirono le parti che suscitavano il loro pudore. Erano le stesse di prima ma non erano oggetto di pudore. Provavano un nuovo stimolo della propria carne ribelle, quasi uno scambio del castigo dovuto alla loro ribellione.

930. (C. Iul o.i. VI 6). Ma la fede cattolica…quando ascolta o legge ciò che dice l’Apostolo: La carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste 6, non pensa come l’eretico Manicheo a due nature, del bene cioè e del male, tra loro contrarie dalla eternità e mescolate da una guerra posteriore, ma riconosce, come il dottore cattolico Ambrogio 7, che questa discordia tra la carne e lo spirito per la prevaricazione del primo uomo si è cambiata in natura, perché si capisca che questa non è la natura dell’uomo originariamente costituito, ma è la pena dell’uomo condannato, pena che si è cambiata nella natura dell’uomo.

931. (De perf. iust. hom. 2). In tanto essa non è sana in quanto o non vede per cecità ciò che si deve fare o non l’adempie per debilità, atteso che la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne 3, sicché l’uomo non fa quello che vorrebbe.

932. (De civ. Dei XIII 3). Si profila un problema che non si può eludere. Davvero la morte, da cui l’anima è separata dal corpo, è buona per i buoni e se è così, come si potrà dimostrare che anche essa è pena del peccato? Certo se i primi uomini non avessero peccato, non l’avrebbero subita. Come dunque può essere buona per i buoni se non poteva incogliere che ai cattivi? 7. Ancora: se poteva incogliere solo ai cattivi, non dovrebbe essere buona per i buoni ma non esservi affatto. Perché infatti ci sarebbe una pena per soggetti in cui non si avessero delitti da punire? Perciò si deve ammettere che i primi uomini furono così conformati che, se non avessero peccato, non avrebbero subito alcun genere di morte. Però essi come primi peccatori furono colpiti da una morte tale che ogni individuo proveniente dalla loro discendenza fu soggetto alla medesima pena. Da loro non poteva provenire un essere diverso da quel che essi erano stati. La condanna che seguì alla gravità della colpa deteriorò la natura dell’uomo. Così la condizione che precedette per condanna nei progenitori seguì anche per natura nei discendenti.

933. (Enchir. 8.26). Esiliato da qui dopo il peccato, vincolò con la pena della morte e della dannazione anche la propria stirpe, che peccando aveva contaminato in se stesso, come nelle sue radici: cosí qualsiasi discendente, nato da lui e dalla sua sposa (condannata anch’essa, essendo stata per lui occasione di peccato) tramite quella concupiscenza carnale, in cui veniva fatta corrispondere una pena simile alla sua disobbedienza, avrebbe tratto con sé il peccato originale; e questo a sua volta lo avrebbe tratto, attraverso vari errori e dolori, al castigo estremo e senza fine insieme agli angeli ribelli, suoi corruttori, padroni e complici.

934. (ib. 8.27). Le cose stavano dunque in questo modo: la massa condannata di tutto il genere umano languiva fra i mali, o addirittura vi si rotolava, precipitando da un male all’altro e, congiunta a quella parte degli angeli che avevano peccato, scontava pene piú che meritate per la propria empia diserzione. Indubbiamente rientra nella giusta collera di Dio tutto ciò che i malvagi compiono volentieri con cieca e indomita concupiscenza e tutto ciò che malvolentieri subiscono con pene esplicite e manifeste; certo la bontà del creatore non cesserà di trasmettere anche agli angeli cattivi la vita ed una attiva vitalità, senza la trasmissione delle quali essi perirebbero; non cessa neppure di formare ed animare i germi vitali degli uomini, anche se nascono da una stirpe corrotta e condannata, ordinandone le membra secondo l’articolazione temporale e la collocazione spaziale, vivificandone la sensibilità, assicurando l’alimentazione. Ritenne preferibile infatti operare il bene a partire dal male, anziché non lasciar sussistere alcun male. E se Dio non avesse voluto alcun miglioramento per gli uomini, cosí come non v’è per gli angeli empi, non sarebbe stato forse giusto che fosse da lui interamente abbandonata per sempre, espiando una pena eterna e proporzionata, quella natura che ha abbandonato Dio e, abusando della propria facoltà, ha conculcato e trasgredito l’insegnamento del suo creatore, che avrebbe potuto osservare con la massima facilità; che ha profanato in se stessa l’immagine del suo autore, dopo essersi fieramente allontanata dalla sua luce; che ha sradicato dalle sue leggi, in virtú di un uso cattivo del libero arbitrio, ogni salutare sottomissione? Indubbiamente Dio avrebbe fatto questo, se fosse solo giusto, non anche misericordioso, e se non mostrasse molto piú chiaramente la sua misericordia gratuita liberando soprattutto chi non lo merita.

935. (De div. quaest. ad Simpl. I 2,16). Tutti gli uomini dunque – poiché come afferma l’Apostolo: Tutti muoiono in Adamo 131 , a partire dal quale il peccato originale è passato in tutto il genere umano – sono una massa di peccato soggetta al castigo della divina e suprema giustizia; non c’è nessuna iniquità se il castigo viene inferto o viene condonato.

936. (De div. quaest. 83 68,3). Dunque dacché la nostra natura ha peccato nel paradiso, dalla provvidenza divina stessa noi siamo formati non secondo il cielo ma secondo la terra, cioè non secondo lo spirito, ma secondo la carne con una generazione destinata alla morte; e così tutti siamo diventati una massa di fango, che è a dire una massa di peccato.

937. (Serm. 165,7.9). Ecco il primo uomo ha fatto sì che tutta l’umanità diventasse una massa meritevole di condanna; venga, venga il Signore nostro, il secondo uomo; venga, venga; venga per altra via, venga da una Vergine; venga vivente, trovi i morti; muoia per soccorrere chi muore, faccia passare i morti alla vita, riscatti i morti dalla morte, mantenga la vita nella morte, con la morte uccida la morte. Questa è l’unica grazia dei piccoli, l’unica degli adulti: la sola che libera i piccoli e gli adulti insieme.

938. (De pecc. orig. II 29,34). Ecco il primo uomo ha fatto sì che tutta l’umanità diventasse una massa meritevole di condanna; venga, venga il Signore nostro, il secondo uomo; venga, venga; venga per altra via, venga da una Vergine; venga vivente, trovi i morti; muoia per soccorrere chi muore, faccia passare i morti alla vita, riscatti i morti dalla morte, mantenga la vita nella morte, con la morte uccida la morte. Questa è l’unica grazia dei piccoli, l’unica degli adulti: la sola che libera i piccoli e gli adulti insieme.

939. (De corr. et gr. 10,28). Ma poiché attraverso il libero arbitrio abbandonò Dio, sperimentò il suo giusto giudizio e fu condannato con tutta la sua stirpe, che consistendo allora interamente in lui, peccò tutta con lui.

940. (Serm 229F; Guelf. 10,1). Tutti noi fummo nell’ombra della morte, tutti eravamo impigliati insieme in quella massa di peccato che proveniva da Adamo. Con una radice così viziata che frutto poteva nascere dall’albero del genere umano? Ma senza vizio venne colui che doveva sanare il vizio; e senza peccato venne colui che doveva mondare i peccati.

941. (De nat. et gr. 53,62). Nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra 202. Ecco qual vizio la disobbedienza della volontà ha inflitto alla natura umana. La si lasci pregare, perché il male la lasci. Perché si presume così tanto della possibilità della natura? È stata ferita, piagata, danneggiata, rovinata: ha bisogno d’una sincera confessione e non d’una falsa protezione.

942. (C. Iul. o.i. II 177). Ciò dunque che talvolta accade nelle malattie del corpo lo sapeva accaduto in quell’antico e grande peccato che viziò l’universale natura umana per colpa del primo e unico genitore l’Apostolo, il quale con lucidissima locuzione, che voi tentate di ottenebrare, diceva: A causa di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e con il peccato la morte, e così passò in tutti gli uomini, che tutti peccarono in lui 281. Aveva appunto inteso esaltare la grazia del Cristo indicando in lui la ” forma ” opposta ad Adamo e contrapponendo al principe della generazione il principe della rigenerazione.

943. (De nupt. et conc. II 3,9). I cattolici affermano che la natura umana è stata creata buona da Dio buono, ma che, viziata dal peccato, ha bisogno delle cure di Cristo.

944. (ib. II 34,58). Questo peccato, che nel paradiso mutò in peggio l’uomo stesso, perché è molto più grave di quanto noi possiamo giudicare, viene contratto da tutti quelli che nascono e, non viene rimesso se non in coloro che rinascono, in maniera tale che è attribuito a reato anche ai figli che nascono da genitori già rigenerati e nei quali è stato rimesso e coperto,

945. (De civ. Dei XIX 13,2). Pertanto v’è un essere in cui non v’è alcun male o meglio in cui non vi può essere alcun male, ma è impossibile che vi sia un essere in cui non vi sia alcun bene….Infatti non toglie il tutto che ha dato all’essere, ma sottrae qualcosa, qualcosa lascia affinché vi sia chi prova dolore per ciò che ha sottratto. E il dolore è attestazione del bene sottratto e del bene lasciato….Come dunque il rallegrarsi del bene perduto con la colpa è prova della volontà cattiva, così il dolersi del bene perduto con la pena è prova di un essere buono. Chi infatti si duole di avere perduto la pace del proprio essere, si duole per determinati residui della pace in base ai quali avviene che il suo essere è a lui caro.

946. (ib. XXII 24,1). Ora ho deciso di parlare dei beni che Dio ha accordato anche alla natura corrotta e punita o fino ad ora accorda. Difatti punendo o non ha tolto il tutto che aveva concesso,

947. (ib. XIV 13,1). Ma l’uomo non defezionò al punto da divenire un nulla ma in modo che ripiegato su se stesso fosse meno perfetto di quando era unito all’Essere sommo.

948. (C. Iul. o.i. III 190). Non avevo detto che la natura non è ” mala “, ma che non è un ” male “. Cioè per usare un linguaggio più piano: non avevo detto che non è stata viziata, ma che non è un vizio. Rileggi e intendi.

949. (De div. quaest. ad Simpl. I q. 1,11). C’è in me infatti – prosegue – il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo 43 . A quanti non intendono rettamente sembra, con queste parole, quasi sopprimere il libero arbitrio. Ma come lo elimina quando dice: Il volere è alla mia portata ? Certamente infatti lo stesso volere è in nostro potere, perché è alla nostra portata; però il non potere fare il bene è conseguenza del peccato originale. Questa non è infatti la natura originaria dell’uomo ma la pena del peccato: da essa è derivata la stessa mortalità come una seconda natura, dalla quale ci libera la grazia del Creatore, quando ci sottomettiamo a lui mediante la fede. Ma queste sono parole dell’uomo posto sotto la legge e non ancora sotto la grazia. Infatti chi non è ancora sotto la grazia non compie il bene, ma fa il male che non vuole sotto la tirannia della concupiscenza, rafforzata non solo dal vincolo della mortalità ma anche dal peso dell’abitudine.

950. (In Io. ev. tr. 41,10). Perché, domanderà qualcuno, non è la libertà perfetta? Perché sento nelle mie membra un’altra legge in conflitto con la legge della mia ragione; per cui non quello che vorrei io faccio, – dice l’Apostolo – ma quello che detesto (Rm 7, 23 19). La carne ha voglie contrarie allo spirito e lo spirito desideri opposti alla carne, così che voi non fate ciò che vorreste (Gal 5, 17). Libertà parziale, parziale schiavitù: non ancora completa, non ancora pura, non ancora piena è la libertà, perché ancora non siamo nell’eternità. In parte conserviamo la debolezza, e in parte abbiamo raggiunto la libertà.

951. (ib. tr. 41,11). L’Apostolo si sentiva già libero nella parte superiore, quando diceva: Secondo l’uomo interiore io mi diletto nella legge di Dio. Acconsento cordialmente alla legge, mi compiaccio in ciò che la legge comanda, e la giustizia stessa mi procura gioia. Ma vedo un’altra legge nelle mie membra – questa è la debolezza che è rimasta – che è in conflitto con la legge della mia mente e mi rende schiavo sotto la legge del peccato che è nelle mie membra (Rm 7, 22-23). In quella parte dove la giustizia era incompleta, si sente schiavo, mentre dove si diletta nella legge di Dio, non si sente schiavo, ma amico della legge; ed essendo amico è perciò libero. Che dobbiamo fare nei confronti della debolezza che resta in noi? Ci rivolgiamo a colui che dice: Se il Figlio vi libererà, sarete veramente liberi (Gv 8, 36). A lui si rivolge lo stesso Apostolo, esclamando: O me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Dunque se il Figlio vi libererà, sarete veramente liberi. E così conclude: Io dunque, quanto alla mente, servo alla legge di Dio, quanto alla carne invece alla legge del peccato (Rm 7, 24-25). Io stesso, dice; poiché non si tratta di due persone fra loro contrarie, provenienti da origine diversa; ma io stesso quanto alla mente, servo alla legge di Dio, quanto alla carne invece alla legge del peccato, fintanto che l’infermità in me resisterà alla salute.

952. (ib. tr 41,13). E’ questa la libertà piena e perfetta dono del Signore Gesù che ha detto: Se il Figlio vi libererà, allora sarete veramente liberi. Ma quando sarà veramente piena e perfetta? Quando non ci saranno più nemici, quando sarà distrutta l’ultima nemica che è la morte. Bisogna infatti che questo corpo corruttibile rivesta l’incorruttibilità, che questo corpo mortale rivesta l’immortalità; ma quando questo corpo mortale si sarà rivestito dell’immortalità, allora si compirà quella parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? (1 Cor 15, 26 53-55). Che significa: morte, dov’è la tua vittoria? Che quando dominava la carne del peccato, la carne aveva desideri contrari allo spirito e lo spirito desideri contrari alla carne. Morte, dov’è la tua vittoria? Ormai vivremo, non dovremo più morire, grazie a colui che per noi è morto ed è risorto affinché coloro che vivono – dice l’Apostolo – non vivano più per se stessi, ma per colui che morì e risuscitò per essi (2 Cor 5, 15). Chiamiamo il medico, noi che siamo feriti, e facciamoci portare all’albergo per essere curati. Chi assicura la guarigione è colui che ebbe misericordia di quell’uomo che i briganti abbandonarono sulla strada mezzo morto: ne curò le ferite versandovi sopra olio e vino, se lo mise sulla cavalcatura, lo portò all’albergo e lo raccomandò all’albergatore. A quale albergatore? Penso a colui che disse: Noi siamo gli ambasciatori di Cristo (2 Cor 5, 20). Perché il ferito fosse curato, sborsò due denari (cf. Lc 10, 30-35); che credo siano i due precetti che racchiudono tutta la legge e i profeti (cf. Mt 22, 37-40). Anche la Chiesa dunque, o fratelli, è quaggiù un albergo per i viandanti, poiché in essa si ha cura di chi è ferito; ma è in alto l’eredità a lei destinata.

953. (C. duas ep. Pel. I 2,5). Nel difendere però il libero arbitrio precipitano fino a confidare in esso piuttosto che nell’aiuto del Signore per poter osservare la giustizia e fino a spingere ciascuno a vantarsi di sé e non nel Signore 2. Chi di noi poi direbbe che per il peccato del primo uomo sia sparito dal genere umano il libero arbitrio? Certo per il peccato sparì la libertà, ma la libertà che esisteva nel paradiso di possedere la piena giustizia insieme all’immortalità. Per tale perdita la natura umana ha bisogno della grazia divina, secondo le parole del Signore: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero 3; liberi, s’intende, per poter vivere in modo buono e giusto. Infatti è tanto vero che non è sparito nel peccatore il libero arbitrio che proprio per mezzo di esso peccano gli uomini, specialmente tutti coloro che peccano con piacere e amore del peccato, acconsentendo a ciò che fa loro piacere. Per cui anche l’Apostolo scrive: Quando eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia 4. Ecco, si dichiara che non avrebbero potuto sottostare in nessun modo nemmeno alla schiavitù del peccato se non in forza di un’altra libertà. Liberi nei riguardi della giustizia non lo sono dunque se non in forza dell’arbitrio della volontà, ma liberi dal peccato non lo diventano se non in forza della grazia del Salvatore.

954. (De civ. Dei XIV 11,1). Nel difendere però il libero arbitrio precipitano fino a confidare in esso piuttosto che nell’aiuto del Signore per poter osservare la giustizia e fino a spingere ciascuno a vantarsi di sé e non nel Signore 2. Chi di noi poi direbbe che per il peccato del primo uomo sia sparito dal genere umano il libero arbitrio? Certo per il peccato sparì la libertà, ma la libertà che esisteva nel paradiso di possedere la piena giustizia insieme all’immortalità. Per tale perdita la natura umana ha bisogno della grazia divina, secondo le parole del Signore: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero 3; liberi, s’intende, per poter vivere in modo buono e giusto. Infatti è tanto vero che non è sparito nel peccatore il libero arbitrio che proprio per mezzo di esso peccano gli uomini, specialmente tutti coloro che peccano con piacere e amore del peccato, acconsentendo a ciò che fa loro piacere. Per cui anche l’Apostolo scrive: Quando eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia 4. Ecco, si dichiara che non avrebbero potuto sottostare in nessun modo nemmeno alla schiavitù del peccato se non in forza di un’altra libertà. Liberi nei riguardi della giustizia non lo sono dunque se non in forza dell’arbitrio della volontà, ma liberi dal peccato non lo diventano se non in forza della grazia del Salvatore.

955. (C. duas ep. Pel. I 3,7). Non è dunque vero, come alcuni dicono che noi diciamo e come costui osa per giunta scrivere, che “tutti sono costretti al peccato dalla necessità della loro carne”, quasi che pecchino contro la propria volontà. È vero invece che quanti sono già in età di disporre dell’arbitrio della propria mente, e rimangono nel peccato per volontà loro, e da un peccato precipitano in un altro per volontà loro. Perché, anche chi li corrompe e inganna, non fa altro che portarli a commettere il peccato di loro volontà, o per ignoranza della verità o per piacere d’iniquità o per ambedue i mali: e di cecità e di debilità. Ma la ragione per cui questa volontà, libera nel male perché si diletta del male, non è libera nel bene, sta nel fatto che non è stata liberata. Né può l’uomo volere qualcosa di buono se non è aiutato da colui che non può volere il male, cioè dalla grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore.

956. (De gr. et lib. arb. 18,37). Tutti questi comandamenti d’amore, cioè di carità, sono tanto numerosi e tanto chiari che se uno pensasse di fare alcunché di buono, ma lo facesse senza carità, in nessun modo agirebbe bene; ma questi precetti di carità sarebbero dati invano agli uomini, se essi non avessero il libero arbitrio

ARTICOLO II. Effetti penali nell’altra vita.

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SOMMARIO. I Bambini che muoiono senza il Battesimo vanno alla condanna, cioè alla morte eterna. Questo sarebbe ingiusto se non avessero il peccato originale: 957-959. Non è possibile ammettere il luogo intermedio dei Pelagiani, tra il regno dei cieli e la dannazione: 960-963. Contro i Pelagiani afferma che Dio non ha nessuna considerazione per i bambini in previsione dei loro futuri meriti e/o demeriti: 964. La pena del danno per la quale sono esclusi dal regno di Dio sarà grave: 965-967. Insegna anche che sono colpiti dalla pena, senza precisare meglio l’ entità di quella pena, se non per dire che sarà la più mite. E non osa definire se fosse stato meglio per essi non essere nati: 968-973.

957. (De nupt. et conc. II 27,46), poiché il giudizio da uno solo (pervenne) alla condanna, la grazia invece da molti delitti alla giustificazione 95….Da uno solo, intende naturalmente un delitto, giacché continua: La grazia invece da molti delitti. Dicano costoro come mai da un solo delitto si giunse alla condanna, se non perché per la condanna è sufficiente anche il solo peccato originale, che si è trasmesso a tutti gli uomini….Ha detto che tutti vanno alla condanna per Adamo e tutti alla giustificazione per Cristo,

958. (De nat. et gr. 4,4). Questa grazia del Cristo, senza la quale né i bambini né i grandi possono salvarsi, non si dà per meriti, ma gratis, ed è per questo che si chiama grazia. Dice l’Apostolo: Sono giustificati gratuitamente mediante il suo sangue 17. Quelli dunque che non sono liberati per mezzo di questa grazia, sia perché non hanno potuto ancora ascoltare 18, sia perché non hanno voluto obbedire, sia anche perché in età di non poter ascoltare non hanno ricevuto il lavacro della rigenerazione 19 che potevano ricevere e che li avrebbe salvati, tutti costoro sono, sì, giustamente condannati, perché non sono senza un qualche peccato: o quello che hanno contratto originalmente o anche quello sopraggiunto a causa della loro cattiva condotta. Tutti hanno peccato infatti, sia in Adamo e sia in se stessi, e sono privi della gloria di Dio 20.

959. (Ep. 186 8,30). Stando così le cose, osino discutere ancora e si sforzino pure di convincere quanti possono che Dio, il quale è giusto 102 ed immune da qualsiasi ombra d’iniquità, condannerà alla morte eterna i bambini esenti da qualsiasi macchia di peccati personali, se non sono colpevoli e macchiati nemmeno del peccato derivante da Adamo! Una simile mostruosità però è totalmente assurda e del tutto aliena dalla giustizia di Dio. Chiunque pertanto si ricorda d’essere cristiano, di fede cattolica, ammette senz’alcuna ombra di dubbio che i bambini, se non vengono rigenerati in Cristo con l’infusione della grazia e se non si cibano della sua carne e non si dissetano col suo sangue, non possono avere in se stessi la vita 103 e perciò saranno condannati all’eterno castigo. Non resta dunque altro che riconoscere questa verità, che cioè tali bambini, non avendo commesso di propria volontà alcunché di bene o di male 104, la giusta causa del castigo della loro morte è che essi muoiono per il fatto che discendono da Adamo, nel quale tutti hanno peccato 105. Dal peccato originale non viene liberato nessuno se non per grazia di Colui che non poté esserne contagiato né può commettere peccati personali.

960. (Serm. 294 3,3). Bisogna evitare di prestare orecchio a questo primo errore, esso va estirpato dalle menti. È una novità mai udita prima, nella Chiesa, che esista una vita eterna al di fuori del regno dei cieli e che esista una salvezza eterna al di fuori del regno di Dio. Ad evitare che tu, fratello, debba assecondarci al riguardo senza convinzione, rifletti anzitutto che è riservata inevitabilmente la dannazione a chiunque non spetta il regno di Dio. Il Signore verrà, e giudicherà i vivi e i morti, come dice il Vangelo; fisserà una separazione, a destra e a sinistra. A quanti sono a sinistra dirà: Andate nel fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli 1; a coloro che sono a destra dirà: Venite, benedetti del Padre mio’ ricevete in eredità il regno che è stato preparato per voi dall’origine del mondo 2 . Da una parte nomina il regno, dall’altra la dannazione con il diavolo. Non è rimasto alcun posto centrale in cui tu possa situare i bambini. Si giudicherà dei vivi e dei morti: gli uni saranno a destra, gli altri a sinistra; non ho appreso altro….Chi non è a destra, si trova senza dubbio a sinistra; quindi, chi non si trova nel regno, si trova senza dubbio nel fuoco eterno.

961. (De pecc. mer. et rem. I 28,55). Perché, come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, cosi anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione 178. E non c’è per nessuno una via di mezzo, cosicché non può essere se non con il diavolo chi non è con il Cristo. Perciò anche il Signore stesso, volendo togliere dal cuore di quanti hanno una fede sbagliata questo non so quale stato intermedio che certuni cercano di assegnare ai bambini non battezzati, perché essi quasi per merito d’innocenza siano nella vita eterna, ma per mancanza di battesimo non siano con il Cristo nel suo regno, ha proferito una sentenza perentoria che chiude la bocca a costoro: Chi non è con me è contro di me 179. Supponi un qualsiasi fanciullo: se fosse già con il Cristo, perché battezzarlo? Se invece, com’è vero, proprio per questo si battezza perché sia con il Cristo, certamente senza essere battezzato non è con il Cristo e, poiché non è con il Cristo, è contro il Cristo.

962. (De pecc. orig. II 18). A costoro si obietta piuttosto di non voler confessare che i bambini non battezzati sono coinvolti nella condanna del primo uomo e che in essi è passato il peccato originale da dover togliere mediante la rigenerazione. La loro opinione è che i bambini si devono battezzare unicamente allo scopo che ricevano il regno dei cieli, quasi che al di fuori del regno dei cieli a coloro, che senza la partecipazione del corpo e del sangue del Signore non possono avere la vita eterna, sia possibile avere altro che la morte eterna.

963. (C. duas ep. Pel. II 4,8). Si ritiene che Celestio abbia prestato il suo assenso alla lettera del venerabile Innocenzo e nella stessa lettera del suddetto antistite si legge che i bambini non battezzati non possono avere la vita. Ebbene, chi negherà la conseguenza che abbiano la morte coloro che non hanno la vita? Da dove dunque nei bambini questa miserevole pena, se non esiste nessuna colpa originale?

964. (De pred. Sanct. 12,24). Non si può infatti accettare quanto dicono, e cioè che alcuni bambini escono da questa vita battezzati appunto in età infantile grazie ai loro meriti futuri, invece altri muoiono non battezzati nella stessa età perché anche di essi sono conosciuti in precedenza i meriti futuri, che saranno però nel male. Così Dio non premia o condanna in loro una vita buona o cattiva, ma una vita che non c’è mai stata 101. L’Apostolo però pose un limite che l’imprudente supposizione dell’uomo, se con alquanta indulgenza vogliamo chiamarla così, non deve oltrepassare. Dice: Tutti staremo di fronte al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la ricompensa secondo quanto compì con il suo corpo, sia di buono, sia di cattivo 102; compì dice; non aggiunse: o avrebbe compiuto.

965. (C. Iul. III 3,9). Eccellentissimi amanti della vita che sarà vissuta eternamente insieme a Cristo, voi pensate che per l’immagine di Dio non costituisca pena alcuna l’essere eternamente esclusi dal suo regno. Eppure il solo affermare che si tratta di una piccola pena sarebbe la voce non di un felice amante di quel regno, ma quella di un suo miserabile denigratore. Ammesso che riconosciate che il non poter entrare nel regno di Dio costituisca per voi una piccola pena mentre in realtà è grande – basta per la nostra causa! -, vi supplico di aprire i vostri occhi e di dirmi se è giustizia infliggere tale pena ad un bambino che voi, ad occhi chiusi, dichiarate non soggetto al peccato originale.

966. (ib. VI 10,32). In che cosa hanno dunque peccato quegli innumerevoli esseri che, pur creati ugualmente innocenti e puri, e pur fatti a sua immagine, Dio li priva di questo dono e non previene con la larghezza del suo ineffabile beneficio la volontà di costoro, separando tante sue immagini dal suo regno? Se per essi questo non costituirà un male, vuol dire che tante innocenti immagini di Dio non ameranno il suo regno. Se invece lo ameranno, e lo ameranno tanto quanto debbono amare il suo regno gl’innocenti creati da lui a sua immagine, non sentiranno alcun tormento per questa stessa separazione? Dovunque essi si trovino, infine, comunque essi si trovino sotto Dio giudice, che non è mosso dal fato né è corrotto da parzialità di persone, essi non si troveranno nella felicità del suo regno, nel quale troveranno posto gli altri che parimenti non hanno meritato alcunché né di bene né di male. Ma se non avessero meritato niente di male, mai sarebbero stati privati, in identiche condizioni, della comunione di tanto bene.

967. (Enchir. 112). sono una pena tanto grande, che non ci possono essere tormenti di sorta, a noi noti, paragonabili ad essa, se quella pena è eterna e questi invece durano tutt’al piú per molti secoli.

968. (C. Iul. o.i. III 199). Se al contrario il bambino non è liberato dal potere delle tenebre e rimane in esse, perché mai ti meravigli se dovrà stare con il diavolo nel fuoco eterno chi non si lascia entrare nel regno di Dio? Oppure, perché i pelagiani ai bambini non battezzati preparano fuori dal regno di Dio non so quale luogo di quiete e di vita eterna, per questo sarà falsa la sentenza del Cristo: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà sarà condannato 252?

969. (De pecc. mer. et rem. I 12,15). Sebbene infatti sia più grave la condanna di coloro che alla colpa originale aggiungono anche le proprie e sia tanto più grave per ciascuno quanto più gravemente ha peccato, tuttavia anche quel solo peccato che si è contratto originalmente non esclude soltanto dal regno di Dio, dove anche costoro confessano che non possono entrare i bambini morti senza aver ricevuto la grazia del Cristo, ma priva pure della salvezza e della vita eterna, che non può essere al di fuori del regno di Dio, dove introduce solamente la comunione con il Cristo.

970. (Ep. 184 bis, 1.2). Il Signore dice: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non crederà, sarà condannato 2. Se dunque allorché i bambini vengono battezzati non si dice falsamente ma si compie veracemente un’azione grazie alla quale sono considerati quali credenti,… è certo che, se non crederanno, saranno condannati e perciò, dal momento che da se stessi non aggiunsero nulla al peccato originale, il loro castigo relativo a quella condanna può dirsi che sarà minimo, non già però che non ve ne sarà nessuno.

971. (De pecc. mer. et rem I 16,21). È dunque giusto dire che i bambini che muoiono senza il battesimo si troveranno nella condanna, benché mitissima a confronto di tutti gli altri.

972. (Enchir. 93). Certamente lievissima sarà la pena di quanti non hanno aggiunto nient’altro al peccato originale che hanno contratto, mentre per tutti gli altri che hanno aggiunto qualcosa, ci sarà di là una condanna tanto piú sopportabile, quanto minore quaggiù sarà stata l’iniquità.

973. (C. Iul. V 11,44). Io non dico però che i fanciulli che muoiono senza il battesimo di Cristo debbano essere colpiti da una pena così grande che per loro sarebbe stato meglio non nascere, avendo il Signore detto questo non per peccatori qualunque ma per i più scellerati ed empi….chi può responsabilmente dubitare che i fanciulli non battezzati, immuni dall’aggravante di qualsiasi altro peccato personale, avendo solo il peccato originale, nella condanna avranno la pena più lieve di tutti? Quantunque non sia possibile precisare quale e quanta sia la pena, non oserei dire che per essi sarebbe stato meglio non esistere affatto che essere lì.