I NOVISSIMI

9CAPITOLO I

La sorte delle anime fra la morte e la resurrezione dei corpi.

SOMMARIO. Con il peccato è entrata la morte nel mondo. Definizione di morte. Eccetto Cristo tutti sono legati alla legge della morte. La causa della morte è la compagna dei membri: 2289-2295. Dopo la morte c’è subito il giudizio particolare. La sorte dell’anima segue il giudizio particolare. Dall’esito le anime giudicate avranno il premio o il castigo: 2296-2299. La gioia dei buoni sarà più grande dopo la resurrezione; ugualmente le pene saranno più gravi quando le anime si riuniranno ai loro corpi. Sembra insegnare che già da adesso i reprobi siano tormentati dal fuoco dell’inferno. Non è sicuro che già da adesso i santi vedano Dio in modo intuitivo. Ogni tanto gli viene da dire che ora il luogo dei santi è diverso dal cielo degli Angeli, che chiama il seno di Abramo o paradiso. Tuttavia dice: è Dio stesso il nostro luogo: 2300-2313.

2289. (De civ. Dei XIII 1). Ho trattato i problemi assai difficili della nostra comparsa nel tempo e dell’origine del genere umano. Ora lo svolgimento regolare richiede la discussione da me stabilita sulla caduta del primo uomo, anzi dei primi uomini e sull’avvenimento originario della morte umana. Dio infatti non aveva creato gli uomini nella condizione degli angeli, cioè che per natura non potessero morire anche se avessero peccato 1. L’immortalità e la felice eternità propria degli angeli, senza la soggezione alla morte, sarebbero derivate dall’adempimento del dovere della obbedienza e al contrario la morte li avrebbe colpiti, come giusta condanna, se avessero disobbedito.

2290. (ib. XIII 2). Osservo che si deve trattare un po’ più esaurientemente il genere di morte. Sebbene infatti l’anima umana sia secondo verità considerata immortale, ha tuttavia anche essa un certo suo morire. È considerata immortale perché in una dimensione sua per quanto limitata non cessa di vivere e intendere. Il corpo invece è soggetto alla morte perché può essere privato della vita e non vive in alcun senso da se stesso. La morte dell’anima avviene quando Dio l’abbandona, come quella del corpo quando lo abbandona l’anima. Dunque si ha la morte dell’una e dell’altra componente, cioè di tutto l’uomo, quando l’anima abbandonata da Dio abbandona il corpo. In tale condizione essa non vive di Dio né di lei il corpo. A una simile morte fa seguito quella che l’autorità della Scrittura definisce la seconda morte 3.

2291. (ib. XIII 12). Quando dunque si chiede quale morte Dio minacciò ai primi uomini se trasgredivano il suo comandamento e non osservavano l’obbedienza, se quella dell’anima o del corpo o di tutto l’uomo o quella che viene denominata seconda, si deve rispondere: tutte. La prima infatti risulta di due, la seconda è l’insieme di tutte. Come la terra intera risulta di molte terre e la Chiesa intera di molte Chiese, così la morte intera di molte morti. La prima morte risulta di due, una dell’anima e l’altra del corpo. Avviene la prima dell’uomo intero quando l’anima senza Dio e senza il corpo sconta la pena per un certo tempo, avviene la seconda quando l’anima senza Dio e con il corpo sconta la pena eterna. Dio aveva detto al primo uomo sul cibo vietato, quando lo aveva collocato nel paradiso terrestre: Il giorno in cui ne mangerete certamente morirete 27. Quindi la sanzione include non solo la prima fase della prima morte in cui l’anima è privata di Dio e non solo la fase successiva in cui il corpo è privato dell’anima, né soltanto tutta la prima fase in cui l’anima separata da Dio e dal corpo viene punita, ma ha incluso tutto ciò che è morte fino all’ultima denominata seconda che è definitiva.

2292. (En. in Ps. 48 s.2). Morte è certo la separazione dell’anima dal corpo; e appunto quello che gli uomini temono è la separazione dell’anima dal corpo; ma la vera morte che gli uomini non temono, è la separazione dell’anima da Dio.

2293. (Serm. 279,9). Che, dunque, se non vuoi morire non morirai? Perché temi quel che non puoi evitare? Tu temi quel che avverrà anche contro il tuo volere; non temi quel che non sarà, benché tu non lo voglia. Che significa ciò che ho detto? Dio ha voluto la morte per tutti gli uomini venuti al mondo, per cui debbono partire da questa vita. Sarai esonerato dalla morte se non avrai fatto parte del genere umano. Che fai? Forse che ora ti si dice: Scegli se vuoi essere uomo? Lo sei già, sei venuto al mondo. Considera come tu debba uscirne: sei nato, morirai. Fuggi, va’ cauto, respingi, procura: puoi differire non eliminare la morte.

2294. (Serm. 231,2). padre della morte è il peccato. Se non si fosse peccato, nessuno sarebbe morto; e, quando il primo uomo ricevette da Dio quella legge, cioè quel primo precetto di Dio, lo ricevette con la condizione che se l’avesse osservato sarebbe vissuto, se l’avesse trasgredito sarebbe morto. Non credendo che sarebbe dovuto morire fece quello che gli causò la morte e toccò con mano quanto fosse vero quello che gli aveva minacciato l’Autore della legge….E soggetto a questa condizione mortale, a queste leggi dell’inferno, nasce ogni uomo, escluso – naturalmente – colui che si fece uomo per liberare l’uomo dalla perdizione. Costui non venne condizionato dalle leggi della morte, tanto che nel Salmo si dice di lui che fu libero in mezzo ai morti 3.

2295. (De civ. Dei XXI 3,1). perché un qualche dolore li faccia morire si richiede, dato che l’anima è strettamente unita al corpo, che si arrenda a dolori insostenibili e si separi, poiché il complesso di membra ed organi è così debole che non riesce a tollerare quella violenza che comporta un grande o grandissimo dolore….non si ha la carne che può subire la sensazione del dolore e non la morte,… La prima morte espelle dal corpo l’anima che non vuole,

2296. (De anima et eius orig. II 4.8) È forse questo finalmente quello che tu stesso ignoravi, quello che costui crede rettissimamente e molto salutarmente, cioè che le anime sono giudicate appena escono dai corpi, prima d’andare a quel giudizio dal quale devono essere giudicate, quando saranno già stati restituiti i corpi, per essere tormentate o glorificate nella stessa carne con la quale vissero qui? Chi potrebbe essere stato tanto sordo per ostinazione mentale contro il Vangelo da non sentirsi dire queste verità o da non credere ad esse, pur sentendosele dire, in quel povero che fu portato dopo la morte nel seno di Abramo e in quel ricco di cui si descrive il supplizio nellinferno 8?

2297. (De praed. sanct. 12,24). Ma durante questo tempo intermedio tra la deposizione e la riassunzione del corpo le anime o vengono tormentate o trovano pace secondo quanto compirono durante la vita del corpo.

2298. (De civ. Dei XIII 8). Le anime dei buoni separate dal corpo sono infatti nella pace e quelle dei cattivi subiscono la pena, fino a che il corpo delle prime risorga alla vita eterna e quello delle altre alla morte eterna che è considerata la seconda morte.

2299. (Enchir. 109). Il tempo frapposto tra la morte dell’uomo e la risurrezione finale trattiene le anime in dimore misteriose, a seconda che ciascuna abbia meritato quiete o afflizione, in rapporto a quel che ha ottenuto in sorte finché viveva nella carne.

2300. (In Io. ev. tr. 49,10). le anime uscendo da questo mondo non trovano tutte la medesima accoglienza. Vanno incontro al gaudio se sono buone, ai tormenti se sono malvagie. Dopo la risurrezione, il gaudio dei buoni sarà maggiore, e i tormenti dei malvagi saranno più terribili allorché ai tormenti delle anime si aggiungerà quello dei corpi.

2301. (De gen. ad litt. XII 35,68). Ma che bisogno hanno gli spiriti dei defunti di riprendere il proprio corpo nella risurrezione, se possono avere la suprema felicità senza il loro corpo? È un’obiezione che potrebbe turbare qualcuno ma per verità è un problema troppo difficile a essere trattato completamente in questo libro. Non si deve tuttavia dubitare affatto che la mente dell’uomo, anche allorché è rapita fuori dei sensi del corpo o quando, dopo la morte, avendo abbandonato il corpo, non è più soggetta alle immagini dei corpi, non è in grado di vedere l’essenza immutabile di Dio, come la vedono gli angeli santi. Ciò può avvenire per qualche altra causa misteriosa o perché è innata nell’anima una specie di brama naturale di governare il corpo. Questa brama raffrena in qualche modo l’anima dal tendere con tutte le sue forze verso quel sommo cielo fino a quando non sarà riunita al corpo in modo che quella sua brama rimanga soddisfatta nel governare il corpo. Se, al contrario, il corpo è di tal natura che è difficile e gravoso governarlo come lo è questa carne che si corrompe e appesantisce l’anima 85 – derivando esso da una discendenza corrotta dal peccato – maggiormente distoglie la mente dalla visione del sommo cielo. Era dunque necessario che l’anima fosse strappata ai sensi della medesima carne perché le fosse mostrato come potesse raggiungere quella visione. Quando perciò l’anima, fatta uguale agli angeli riprenderà questo corpo non più quale corpo naturale ma, a causa della futura trasformazione, divenuto corpo spirituale, raggiungerà la perfezione della sua natura, obbediente e dirigente, vivificata e vivificante con una facilità tanto ineffabile che tornerà a sua gloria il corpo che le era di peso.

2302. (Serm. 280,5). E, in realtà, una tale vita che ora godono i beati martiri, benché non si possa appunto paragonare alle gioie ed ai piaceri di questa vita, consiste in una particella esigua della promessa, anzi, è un compenso della dilazione. Deve ancora venire il giorno della ricompensa, quando, per essere stati restituiti i corpi, sia l’uomo intero a ricevere ciò che merita. Allora le membra di quel ricco, che un tempo si fregiavano della porpora terrena, stiano a bruciare nel fuoco eterno e la carne del povero coperto di piaghe, trasfigurata, emani splendore in mezzo agli angeli; sebbene fin d’ora, quello, nell’inferno, abbia sete di una stilla d’acqua dal dito del povero, e questi trovi riposo con piacere in seno al giusto 2 . Come, infatti, è grandissima la differenza tra le gioie o le sventure provate in sogno e quelle proprie di chi è sveglio, così differiscono molto i tormenti o le gioie delle anime separate dal corpo da quelle dei risorti. Non perché l’anima dei defunti s’inganni, come avviene di necessità in chi dorme, ma per il fatto che altro è il riposo delle anime prive di corpo e altra, con i corpi spirituali, la luce e la felicità degli angeli ai quali sarà resa uguale la moltitudine dei fedeli risorti.

2303. (De gen. ad litt. XII 32,60). Ora, se mi si chiede se l’anima nel dipartirsi dal corpo vien trasportata in qualche luogo materiale oppure in uno spazio immateriale ma simile a luoghi materiali, o se, al contrario, in nessuno di essi ma in un luogo più eccellente non solo dei corpi ma anche delle immagini dei corpi, risponderò senz’altro ch’essa non può essere portata in un luogo materiale se non con un “corpo” oppure non è portata in nessun luogo materiale. Orbene, se l’anima può avere un “corpo” quando si partirà dal corpo, lo dimostri chi ne è capace; io non lo credo. L’anima, al contrario, è portata, a seconda dei meriti, in un soggiorno spirituale o in luoghi di pena la cui natura è simile a quella dei corpi,… Ne segue dunque che l’anima è portata o verso luoghi di pena oppure verso altri luoghi somiglianti a quelli materiali, non tuttavia di pena, ma di pace e di gioia.

2304. (Quaest. evang. II 38). Ne segue dunque che l’anima è portata o verso luoghi di pena oppure verso altri luoghi somiglianti a quelli materiali, non tuttavia di pena, ma di pace e di gioia.

2305. (En. in Ps. 119,6). Ma non è così di quella patria che è la Gerusalemme [celeste], dove tutti sono buoni….Lassù tutti sono giusti e santi; tutti si beano del Verbo di Dio senza bisogno di leggerlo o di scriverlo. Vedono infatti nel volto di Dio ciò che per noi è stato trascritto nelle pagine [dei Libri sacri]. Che magnifica patria! Patria veramente grande, e sventurati coloro che da una tal patria vivono lontani!

2306. (Conf. IX 3,6). Ora (Verecondo) vive nel grembo di Abramo 31. Là, qualunque sia il significato di questo “grembo”, il mio Nebridio vive, il dolce amico mio, ma tuo, Signore, figlio adottivo e già liberto. Là vive: e che altro luogo sarebbe adatto a quell’anima? Vive nel luogo di cui spesso chiedeva a me, omuncolo inesperto. Non avvicina ora più l’orecchio alla mia bocca, ma la sua bocca spirituale alla tua fonte, ove attinge la sapienza quanto può e vuole, infinitamente beato. Non credo però che tanto se ne inebri, da scordarsi di me, poiché tu, Signore, da cui attinge, di noi ti sovvieni 32.

2307. (Ep. 164 3,8). Ma dato che documenti scritturistici chiari ed espliciti parlano dell’inferno e dei suoi dolori, non si vede alcun motivo per cui il Salvatore scendesse laggiù tranne quello di salvare delle persone dai suoi dolori; io sto comunque ancora indagando se il Cristo liberò tutti coloro che trovò immersi in quei dolori o solamente alcuni di essi da lui reputati degni di quella grazia, ma non metto affatto in dubbio ch’egli sia sceso agl’inferi e abbia accordato quella grazia alle anime che si trovavano in quei dolori. Ecco perché non vedo ancora qual vantaggio con la sua discesa agl’inferi avrebbe potuto arrecare a quei giusti che si trovavano nel seno di Abramo, mentre comprendo che non si allontanò mai da essi con la presenza beatifica della propria divinità. Per lo stesso motivo proprio il giorno della sua morte, sul punto di scendere a sciogliere i dolori dell’inferno, promise al ladrone che sarebbe stato con lui in paradiso 11. Cristo dunque si trovava certamente già prima in paradiso e nel seno d’Abramo in virtù della propria sapienza beatificante, e si trovava nell’inferno con la propria potenza condannante.

2308. (Serm. 329 1,2). È lauta la mensa, dove le vivande sono il Padrone stesso della mensa. Nessuno dà in cibo se stesso ai convitati: Cristo Signore lo fa; egli invita, egli il cibo e la bevanda. Si resero consapevoli, dunque, i martiri di che si nutrivano e che bevevano, al fine di ricambiare tali cose….È lauta la mensa, dove le vivande sono il Padrone stesso della mensa. Nessuno dà in cibo se stesso ai convitati: Cristo Signore lo fa; egli invita, egli il cibo e la bevanda. Si resero consapevoli, dunque, i martiri di che si nutrivano e che bevevano, al fine di ricambiare tali cose.

2309. (Serm. 331 2,1). Ma, a causa della loro fedeltà a Cristo, passarono da questo mondo al Padre. Cercarono Cristo confessandolo, lo raggiunsero morendo. Evidentemente perdettero la vita con immenso guadagno; perdettero del fieno, si acquistarono una corona; con il possesso della vita eterna si procurarono, ripeto, una corona.

2310. (En. in Ps. 36 s.1,10). Dopo questa breve vita non sarai ancora dove saranno i santi, ai quali sarà detto: Venite, benedetti del Padre mio, entrate in possesso del Regno che è stato preparato per voi sin dall’inizio del mondo 30. Non sarai ancora colà, chi lo ignora? Ma già potresti essere laddove quel ricco superbo e vano in mezzo ai suoi tormenti vide, di lontano, riposare quel povero coperto di piaghe 31 . Collocato in quella pace, certamente sicuro aspetti il giorno del giudizio, quando riceverai anche il corpo, quando sarai trasformato e fatto uguale agli angeli.

2311. (Ep. 187 3,7). Ma il senso delle parole: Oggi sarai con me in paradiso è molto più facile …, se s’intendono pronunciate da Cristo non riferendole alla propria natura umana, ma alla propria natura divina….In quel giorno infatti Cristo sarebbe stato col suo corpo nel sepolcro e con l’anima negl’inferi, mentre lo stesso Cristo in quanto Dio è ogni istante presente dappertutto,… Pertanto, dovunque possa essere il paradiso, tutti i beati che vi sono, sono lì con lui che è dappertutto.

2312. (Retr. I 14,2). Né si può dire che per la nostra mente rimanga incomprensibile l’oggetto dell’espressione dell’Apostolo: Ora vediamo attraverso uno specchio, confusamente come in un enigma, o dell’altra: Ora solo in parte·184. È certamente comprensibile, ma non conferisce ancora il massimo della felicità. A concedere il massimo della felicità è la situazione espressa nelle parole: allora faccia a faccia, e: allora conoscerò allo stesso modo in cui sono conosciuto·185. Di coloro che hanno sperimentato tale situazione si può veramente dire che sono in possesso della felicità alla quale ci conduce il cammino di fede che percorriamo e che costituisce il punto d’arrivo che desideriamo raggiungere credendo. Molto però si discute sull’individuazione delle creature al massimo della felicità che già posseggono ciò cui tende questa nostra via. Che già si trovino in tale situazione gli angeli santi non è oggetto di controversia. La questione invece riguarda giustamente gli uomini santi già defunti, dei quali ci si chiede se debbano essere considerati fruitori di quel possesso. Già sono stati liberati dal corpo corruttibile, che è un peso per l’anima, ma ancora attendono, anche loro, la redenzione del proprio corpo·186, mentre la loro carne si acqueta nella speranza·187, ma non risplende ancora nel futuro stato di incorruttibilità. Non è però questa la sede per discutere e indagare se da questa loro condizione possa derivare un qualche impedimento a contemplare la verità con gli occhi del cuore e, secondo quanto è detto, faccia a faccia.

2313. ( En in Ps. 30 s.3,8). Che cosa segue? Li nasconderai nel segreto del tuo volto…. . Qual luogo è questo? Non ha detto: li nasconderai nel tuo cielo; non ha detto: li nasconderai in paradiso; non ha detto: li nasconderai nel seno di Abramo. Infatti per molti fedeli i luoghi dove staranno in futuro i santi sono indicati nelle Sacre Scritture. Sia stimato poco tutto quanto è all’infuori di Dio! Colui che ci protegge nel luogo di questa vita, sia egli stesso il nostro luogo dopo questa vita;

CAPITOLO II

La città del diavolo all’eterno supplizio.

SOMMARIO. L’eternità dell’inferno è testimoniata da argomenti scritturistici. E ciò vale non solo per il diavolo e i suoi angeli, ma anche per quelli che udiranno : Allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno.  Tra vita eterna e supplizio eterno non c’è differenza di tempo. Se il perpetuo deve intendersi senza fine. L’eternità dell’inferno ha argomenti di ragione. La Pena non è commisurata al tempo di adesione ai peccati, ma alla loro gravità: 2314-2317. Respinge gli errori di Origene e di coloro che chiama “misericordiosi”, che sostenevano che le pene non sarebbero state eterne ma che dopo un qualche tempo i reprobi sarebbero da liberare. Quello che costoro citano della misericordia di Dio, Agostino lo interpreta verso quelli che non per i propri meriti, ma per la misericordia di Dio sono predestinati e sono liberati. Anche ammettendo l’eternità delle pene ad Agostino non piace la dottrina che le pene dei reprobi saranno mitigate per certi intervalli di tempo. Altri saranno puniti con pene più tollerabili in ragione della diversità dei peccati: 2318-2323. Argomenta ancora contro gli increduli e insegna come non si possa dimostrare una futura morte del corpo a causa del dolore delle pene. Il fuoco è capito come fuoco corporeo. Con originali e veri modi gli spiriti incorporei possono essere afflitti da pena corporale del fuoco. Però dubita della corporeità del verme. Il luogo dell’inferno è sotterraneo: 2324-2330.

2314. (De civ. Dei XXI 1). Quando per la mediazione di Gesù Cristo nostro Signore, giudice dei vivi e dei morti, saranno giunte al fine dovuto le due città, l’una di Dio e l’altra del diavolo, di quale tipo sarà la pena del diavolo e dei suoi adepti è l’argomento che in questo libro debbo svolgere con maggiore attenzione, per quanto ne sarò competente con l’aiuto di Dio. Ho preferito seguire la coordinazione di trattare la felicità dei santi dopo, poiché l’una e l’altra condizione si avrà col corpo e il conservarsi dei corpi fra tormenti perenni sembra più incredibile del loro perdurare senza alcun dolore nell’eterna felicità. Perciò l’aver dimostrato che quella pena non si deve ritenere incredibile mi aiuterà assai affinché con molta maggior ragionevolezza si creda che negli eletti si avrà un’immortalità del corpo immune da ogni disagio.

2315. (ib. XXi 23). E prima di tutto è indispensabile indagare per capire il motivo per cui la Chiesa non ha potuto accettare l’umano ragionamento che assicura al diavolo anche dopo gravissime e lunghissime pene la purificazione e il perdono. Difatti i molti santi, competenti nei libri dell’Antico e Nuovo Testamento, non hanno per invidia rifiutato la purificazione e la felicità del regno dei cieli dopo tormenti di qualsiasi specie e gravità ad angeli di qualsiasi ordine e dignità, hanno però notato che non è possibile privare di significato e di efficacia la sentenza che il Signore ha predetto di emettere nel giudizio con le parole: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli 82. Ha mostrato così che il diavolo e i suoi angeli bruceranno nel fuoco eterno. Poi si ha il brano dell’Apocalisse: Il diavolo che li traeva in errore fu gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, in cui sono anche la bestia e lo pseudoprofeta e saranno straziati giorno e notte nei secoli dei secoli 83. Il significato di eterno del brano precedente in questo è stato reso con nei secoli dei secoli e con queste parole la sacra Scrittura è solita esprimere un fatto che non ha fine nel tempo. Perciò per ritenere con genuino sentimento religioso, come dato definitivo e irreversibile, che il diavolo e i suoi angeli non otterranno il ritorno alla giustizia e alla vita dei santi non si può assumere altro criterio più giusto ed evidente dell’autorità della sacra Scrittura che non inganna nessuno. Essa afferma che Dio non ha loro perdonato e così frattanto essi sono stati condannati in anticipo affinché fossero consegnati rinchiusi nella prigione delle tenebre dell’inferno 84 per presentarsi ad essere puniti nel giudizio finale, quando li accoglierà il fuoco eterno, in cui saranno straziati per sempre. Se le cose stanno così, come è possibile che tutti o alcuni uomini siano liberati dall’eternità delle pene dopo un certo spazio di tempo e che perciò non sia frustrata la fede, con cui si crede che la pena dei demoni sarà eterna? Se infatti tutti o alcuni di quelli, ai quali si dice: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli, non saranno per sempre in quel luogo, per quale motivo si dovrebbe credere che vi saranno il diavolo e i suoi angeli? Forse che la sentenza di Dio, emessa contro i malvagi, angeli e uomini, sia vera contro gli angeli, falsa contro gli uomini? Certamente sarà così se avrà maggiore efficacia non ciò che ha detto Dio, ma quel che ipotizzano gli uomini. Poiché è impossibile che questo avvenga, coloro i quali vogliono evitare la pena eterna devono non addurre prove in contraddizione con Dio, ma piuttosto, finché v’è tempo, prestar fede al suo insegnamento. Poi non è ragionevole valutare la pena eterna nei limiti di un fuoco a lungo tempo e credere senza fine la vita eterna, dal momento che Cristo nello stesso testo, in una sola e medesima sentenza, racchiudendo i due destini, ha detto: Così andranno questi alla pena eterna e i giusti alla vita eterna 85. Se l’uno e l’altro sono eterni si deve interpretare che o l’uno e l’altro sono di lunga durata con la fine ovvero che l’uno e l’altro perenni senza fine. Sono apparigliate infatti da una parte la pena eterna, dall’altra la vita eterna. È completamente assurdo affermare: “La vita eterna sarà senza fine, la pena eterna avrà fine”. Quindi, giacché la vita eterna dei santi sarà senza fine, senza dubbio anche la pena eterna per coloro che l’avranno non avrà fine.

2316. (Ad Oros. C. Prisc. Et orig. 6,7). Quelli andranno nel fuoco eterno, i giusti invece alla vita eterna  9…Se, mossi da compassione, crederemo che il supplizio degli empi avrà fine, cosa dovremo credere riguardo al premio dei giusti, dato che in entrambi i casi, nello stesso punto, nella stessa affermazione e con la stessa parola si fa riferimento all’eternità? Affermeremo anche che i giusti dal loro stato di santità e di possesso della vita eterna possano cadere di nuovo nell’impurità del peccato e nella morte  10? Che ciò non contamini l’ortodossia della fede cristiana! Dunque in entrambi i casi ciò che è senza fine vien detto eterno, cioè ” aionion “,.

2317. (De civ. Dei XXI 11). Alcuni di quelli, contro i quali difendiamo la Città di Dio, ritengono ingiusto che per i peccati, sebbene gravi, ma commessi in un breve spazio di tempo, un individuo sia condannato a una pena eterna. Ragionano come se la giustizia di una qualche legge contempli che ciascuno sia punito per lo spazio di tempo identico a quello durante il quale ha commesso l’azione di cui è punito. Cicerone scrive che nel codice sono contemplate otto forme di pene: il risarcimento, la prigione, la flagellazione, il taglione, il marchio d’infamia, l’esilio, la morte, la schiavitù. Ora nessuna di esse è ristretta al breve spazio di tempo in corrispondenza alla rapidità del reato, in modo da essere punito nel breve spazio di tempo, durante il quale si accerta che è stato commesso il reato, escluso il caso del taglione….Si deve forse emettere la sentenza che un individuo rimanga in carcere per lo spazio di tempo corrispondente a quello in cui ha compiuto l’azione, per cui ha meritato di essere imprigionato, mentre uno schiavo molto giustamente sconta nei ceppi pene di anni, perché con una parola o con una percossa, azioni che si compiono in un istante, ha oltraggiato o ferito il suo padrone? E poi il risarcimento, il marchio d’infamia, l’esilio e la schiavitù, poiché spesso sono inflitti con la riserva che non siano condonati, non sono forse, nei limiti della vita presente, simili alle pene eterne? Quindi non possono essere eterni perché anche la vita, che da essi è danneggiata, non si protende in eterno e tuttavia le colpe, che sono punite da pene a un assai lungo termine di tempo, sono compiute in un tempo assai limitato. Inoltre non v’è mai stato alcuno il quale sostenesse la teoria che le sofferenze dei delinquenti devono aver termine così alla svelta, come alla svelta sono stati perpetrati o l’omicidio o l’adulterio o il furto sacrilego o un qualsiasi altro crimine da commisurarsi non dal lasso di tempo, ma dalla gravità dell’infrazione del diritto e della morale. Riguardo poi a colui che per un grave delitto viene punito con la morte, le leggi forse valutano la sua pena capitale dal brevissimo attimo in cui viene giustiziato e non dal fatto che lo sottraggono per sempre alla società dei vivi? Ed è la stessa cosa sottrarre con la pena della prima morte gli uomini dalla città che avrà fine e con la pena della seconda morte dalla città che non avrà fine. Come infatti le leggi della città terrena non hanno come obiettivo che un giustiziato ritorni in essa, così le leggi dell’altra che un condannato alla seconda morte sia richiamato alla vita eterna.

2318. (ib. XXI 17). Ora noto che si deve trattare e discutere senza polemica con i misericordiosi di noi cristiani, i quali non vogliono ammettere che si avrà la pena eterna per tutti gli uomini, ovvero per alcuni di loro, che il Giudice infinitamente giusto giudicherà degni del tormento della geenna, ma ritengono che dovranno esserne liberati dopo i traguardi di un determinato tempo, più lungo o più breve secondo la gravità del peccato. Il più misericordioso in proposito fu certamente Origene 68, il quale ritenne che anche il diavolo e i suoi angeli, dopo pene più gravi e più lunghe in corrispondenza alla colpa, dovranno essere tratti fuori da quei tormenti e associati ai santi angeli. Ma la Chiesa l’ha giustamente condannato per questo errore e alcuni altri, e soprattutto per quello dell’avvicendarsi interminabile di stati di felicità e di pena e per l’andata e il ritorno in determinati cicli di tempo dagli uni agli altri e viceversa. L’ha condannato perché si è lasciato sfuggire proprio l’assunto per cui sembrava misericordioso nell’assegnare reali stati d’infelicità ai santi, perché in essi subivano le pene, e fittizi stati di felicità, perché in essi non avevano il godimento vero e tranquillo, cioè certo e senza timore, dell’eterno bene. Molto diversamente erra, per un senso di umana compassione, la misericordia di coloro i quali sostengono pene temporanee degli uomini condannati nel giudizio e la felicità eterna di tutti, perché prima o poi sono liberati. L’opinione, se è buona e vera perché è misericordiosa, sarà tanto più buona e più vera se più misericordiosa. La sorgente di simile misericordia scaturisca allargandosi fino agli angeli dannati, da liberarsi almeno dopo molti e lunghi periodi di tempo quanto si voglia. Non è giusto che essa sgorghi verso l’intera natura umana e quando si giungerà a quella angelica, si dissecca all’istante. Eppure non osano andare più in là nel provare compassione e giungere alla liberazione perfino del diavolo. Se qualcuno lo osasse, sicuramente sconfiggerebbe costoro. Eppure si riscontra che questa teoria sbaglia, in forma tanto più biasimevole e tanto più offensiva delle giuste parole di Dio, appunto perché le sembra di avere sentimenti di maggior bontà.

2319. (Enchir. 112). Invano pertanto molti, anzi moltissimi, sono portati dal loro sentimento umano a provare misericordia per quelli che sono condannati ad una pena eterna e a supplizi interminabili, non credendo quindi che avverrà proprio cosí: evidentemente non senza sconfessare le divine Scritture, ma provando in rapporto alle proprie emozioni a smussarne alcuni punti fermi, piegando ad una interpretazione piú debole quelle affermazioni che essi ritengono pronunziate in modo piú intimidatorio che veritiero. Infatti, essi dicono, Dio non dimenticherà la misericordia, e non soffocherà nella sua collera le sue misericordie 269. Questo lo si legge, è vero, in un salmo santo; ma viene inteso senza esitazione come riferito a coloro che sono detti vasi di misericordia 270, poiché anche questi sono liberati dalla miseria non per i propri meriti, bensí per la misericordia di Dio. Oppure, ritenendo che ci si riferisca a tutti, non per questo si deve necessariamente supporre che abbia fine la condanna di coloro dei quali è stato detto: E se ne andranno, questi al supplizio eterno, perché poi, allo stesso modo, non si pensi che un giorno avrà fine anche la felicità di coloro dei quali è stato detto: e i giusti alla vita eterna 271. Pensino semmai, se ciò li appaga, che le pene dei dannati sono in qualche modo attenuate secondo intervalli di tempo determinati. Anche in questo caso, allora, è possibile comprendere che perdura su di loro la collera di Dio 272, cioè la condanna vera e propria (si parla infatti di collera di Dio, non di turbamento dello spirito divino), senza però che Egli soffochi nella sua collera, beninteso una collera che perdura, le sue misericordie, in quanto non pone fine al castigo eterno, ma frappone un alleggerimento agli spasimi; il Salmo infatti non dice: ” Per mettere fine alla sua collera “, oppure: ” Dopo la sua collera “, bensí: Nella sua collera. Ed anche se questa fosse da sola la minima immaginabile quaggiú, in realtà perdere il regno di Dio, essere esiliato dalla città di Dio, allontanato dalla vita divina, privato di quella sua dolcezza che in cosí grande misura Dio nasconde a coloro che lo temono, ma che ha accordato pienamente a quanti sperano in Lui 273, sono una pena tanto grande, che non ci possono essere tormenti di sorta, a noi noti, paragonabili ad essa, se quella pena è eterna e questi invece durano tutt’al piú per molti secoli.

2320. (De civ. Dei XXI 24,3). Quindi nessuno interpreti il Salmo che canta: Dio si dimenticherà forse di avere pietà o reprimerà nella sua ira gli atti della sua misericordia? 89 nell’intento di supporre che la sentenza di Dio sugli uomini buoni è vera, sui cattivi è falsa, sugli uomini buoni e sugli angeli cattivi è vera, sugli uomini cattivi è falsa. Il passo del Salmo riguarda i vasi di misericordia e i figli della promessa, uno dei quali era il profeta stesso….Ma coloro che preferiscono estendere questo pensiero fino alle pene dei malvagi, per lo meno lo spieghino nel senso che, persistendo in essi l’ira di Dio che si è manifestata anteriormente con l’eterno supplizio, Egli non reprima in questa espressione della sua ira gli atti della sua misericordia e li faccia soffrire non con tutta l’atrocità delle pene di cui sono meritevoli. E questo non nel senso che non subiscano più quelle pene o a un certo punto se ne liberino, ma che le subiscano più miti e sopportabili di quanto meritano. In questo modo rimarrà l’ira di Dio e in essa non reprimerà gli atti della sua misericordia. Però dal momento che non mi oppongo non significa che condivido questa interpretazione.

2321. (ib. XXI 24,2). La ragione dunque, per cui nell’eternità non si prega per gli uomini punibili col fuoco eterno è la stessa per cui, tanto nel tempo come nell’eternità, non si prega per gli angeli malvagi ed è la ragione per cui anche nel tempo non si preghi per i pagani e miscredenti defunti, sebbene uomini.

2322. (ib. XXI 16). Non si deve negare tuttavia che anche il fuoco eterno, in corrispondenza alla diversità delle colpe che l’hanno meritato, sarà per alcuni più lieve, per altri più grave, tanto se la sua intensità varia secondo la pena dovuta a ciascuno, come se ha eguale intensità ma non è sofferto con eguale strazio.

2323. (Enchir. 111). Ma dopo la risurrezione, una volta attuato un giudizio universale e integrale, esisteranno due diverse città, quella di Cristo e quella del diavolo, quella dei buoni e quella dei cattivi, entrambe comunque composte di Angeli e di uomini. I primi non potranno avere alcuna volontà di peccare, i secondi non potranno averne alcuna possibilità, senza essere in condizione di morire; i primi vivendo veramente e felicemente nella vita eterna, i secondi perseverando infelicemente, senza poter morire, nella morte eterna; gli uni e gli altri senza fine. Tuttavia i primi, nella beatitudine, resteranno in uno stato piú o meno eminente, mentre gli altri, nell’infelicità, in uno stato piú o meno tollerabile.

2324. (De civ. Dei XXI 3,1). Ma è impossibile, obiettano, che vi sia un corpo soggetto al dolore e non alla morte. E questo da che lo sappiamo? Infatti chi sa con certezza, riguardo al corpo dei demoni, se è nel dolore, quando essi ammettono di essere afflitti da grandi tormenti? Se, soggiungono, si risponde che nella terra non v’è corpo percettibile al tatto o alla vista o, per esprimere il concetto con una sola parola, non v’è carne che possa sentir dolore e non morire, che altro si dice se non ciò che gli uomini hanno reso enunciabile con la sensazione e l’esperienza? Essi conoscono soltanto una carne soggetta a morire e questo è l’unico loro criterio: che ritengono completamente impossibile quel che non hanno fatto oggetto d’esperienza. E che razza di criterio, ribatto io, è quello di rendere il dolore dimostrazione della morte quando è piuttosto manifestazione della vita? E quantunque rileviamo come ipotesi se ogni essere che soffre possa vivere per sempre, è certo tuttavia che ogni dolore può verificarsi soltanto in un essere vivente. È ineluttabile quindi che chi soffre viva, ma non che la sofferenza faccia morire. Infatti non ogni dolore fa morire questi corpi, soggetti a morire, che certamente moriranno, e perché un qualche dolore li faccia morire si richiede, dato che l’anima è strettamente unita al corpo, che si arrenda a dolori insostenibili e si separi, poiché il complesso di membra ed organi è così debole che non riesce a tollerare quella violenza che comporta un grande o grandissimo dolore. Nell’eternità poi l’anima sarà avvinta a un corpo di tal fatta in un modo che il legame non sarà sciolto dall’incessante scorrere del tempo né spezzato da alcun dolore. Perciò, sebbene nel tempo non si ha la carne che può subire la sensazione del dolore e non la morte, nell’eternità tuttavia si avrà una carne tale, quale non si ha nel tempo, e si avrà una morte tale, quale nel tempo non si ha.

2325. (ib. XXI 3,2). Questi oppositori considerano che nel tempo non v’è carne la quale possa subire il dolore e non la morte, non considerano tuttavia che v’è un qualcosa che è superiore al corpo. Ed è l’anima pensante, dalla cui efficienza il corpo ha vita e funzionamento e può subire il dolore senza subire la morte. S’individua un essere che, pur avendo la sensibilità al dolore, è immortale. Questo stato si avrà dunque nell’eternità, anche nel corpo dei dannati, perché nel tempo abbiamo coscienza che si ha nell’anima pensante di tutti. Se poi riflettiamo più attentamente, il dolore, che si considera del corpo, spetta di più all’anima. Il soffrire infatti è dell’anima, non del corpo, anche quando lo stimolo del soffrire le proviene dal corpo, perché soffre in quella parte in cui si ha una lesione del corpo. Noi consideriamo senzienti e viventi i corpi poiché derivano dall’anima il senso e la vita; allo stesso modo li consideriamo anche dolenti poiché soltanto dall’anima può derivare il dolore al corpo. L’anima dunque soffre col corpo in quella parte di esso, in cui si ha un fenomeno che la fa soffrire; soffre anche da sola, quando essa per un qualche motivo, anche invisibile, è triste, sebbene il corpo sia incolume; soffre anche quando non è unita al corpo. Soffriva il ricco nell’inferno, quando gridava: Sono tormentato in questa fiamma 6. Il corpo invece non soffre, se è esanime; e se è animato, non soffre senza l’anima. Se dunque ragionevolmente dal dolore si desumesse la prova per la morte, nel senso che è possibile che avvenga la morte perché è stato possibile che avvenisse il dolore, spetterebbe di più all’anima il morire perché ad essa spetta di più il soffrire. Perciò benché essa, che può soffrire di più, non possa morire, non v’è motivo per credere che i corpi, perché saranno nei dolori, dovranno anche morire….Dunque il dolore non è prova ineluttabile della futura morte.

2326. (ib. XXI 10,1). A questo punto si presenta il problema: se il fuoco non sarà immateriale, come è il dolore dell’anima, ma fisico, dannoso alla sensibilità tattile, in modo che da esso siano straziati i corpi, in che senso in esso si avrà la punizione anche degli spiriti malvagi? Sarà infatti un medesimo fuoco assegnato al tormento degli uomini e dei demoni, giacché Cristo ha detto: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli 49. Però, secondo l’opinione di uomini dotti, anche i demoni hanno un proprio corpo formato da aria densa e umida, il cui influsso sui sensi si avverte quando soffia il vento. E se questo tipo di elemento fosse insensibile al fuoco, non scotterebbe quando vien fatto bollire nei bagni. Affinché scotti, viene scottato per primo ed agisce quando subisce. Se poi qualcuno sostiene che i demoni non hanno corpo, sull’argomento non c’è da affannarsi in un’affaticata indagine né scontrarsi in una sdegnosa polemica. Piuttosto dobbiamo ammettere che anche gli esseri spirituali, privi di corpo, in maniera reale, sebbene sorprendente, possono essere tormentati con la punizione del fuoco sensibile perché, se l’essere spirituale degli uomini, pure esso certamente incorporeo, ha potuto nel tempo essere unito alle parti di un corpo, potrà anche fuori del tempo essere avvinto indissolubilmente nei rapporti del proprio corpo. Dunque l’essere spirituale dei demoni, o meglio i demoni stessi, esseri spirituali, se non hanno il corpo, saranno congiunti, sebbene senza corpo, al fuoco che è corpo, per esserne straziati. E questo non allo scopo che il fuoco stesso, cui sono congiunti, sia vivificato dalla loro unione e diventi un essere animato che è composto di anima e di corpo ma perché, come ho detto, congiungendosi in maniera sorprendente e ineffabile ricevano dal fuoco la punizione e non diano al fuoco la vita. Infatti anche quest’altra maniera, con cui gli esseri spirituali si congiungono al corpo e diventano esseri animati, è assolutamente meravigliosa e non si può comprendere dall’uomo, eppure proprio questo è l’uomo.

2327. (ib. XXI 10,2). La geenna, che è stata considerata anche come uno stagno di fuoco e di zolfo 51, sarà fuoco fisico e strazierà il corpo dei dannati, ossia e degli uomini e dei demoni, di carne quello degli uomini, d’aria quello dei demoni; ovvero strazierà il corpo con l’anima soltanto degli uomini, i demoni invece come esseri spirituali senza corpo, congiunti al fuoco fisico per subire la pena e non per comunicare la vita. Sarà un solo fuoco per gli uni e per gli altri, come ha detto la Verità 52.

2328. (ib. XXI 9,1.2). Dunque ciò che, mediante il suo profeta, Dio ha detto sull’eterno tormento dei dannati, avverrà, in ogni senso avverrà: Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà 41….Coloro i quali sostengono che l’uno e l’altro, cioè il fuoco e il verme, appartengono alle pene dell’anima spirituale e non del corpo, affermano anche che i reprobi, i quali saranno esclusi dal regno di Dio, saranno bruciati dal dolore dell’anima, perché si pentono tardi e senza frutto e perciò propugnano la possibilità che non impropriamente il fuoco sta ad indicare questo dolore bruciante….Invece coloro, i quali non dubitano che in quel tormento si avranno pene e dell’anima e del corpo, affermano che il corpo è bruciato dal fuoco e che l’anima in certo senso è corrosa dal verme della tristezza. Questa interpretazione è più accettabile, perché è certamente assurdo che in quello stato manchi il dolore del corpo e dell’anima. Io tuttavia sono propenso a dire che l’uno e l’altro, anziché né l’uno né l’altro, appartengano al corpo e perciò nelle parole della sacra Scrittura non è stato espresso il dolore dell’anima perché risulta, anche se non si esprime, che se il corpo soffre in quel modo, anche l’anima sia tormentata da un inutile pentimento. Si legge in un libro dell’Antico Testamento: Punizione della carne dell’empio sono il fuoco e il verme 45. Si poteva dire più brevemente: “Punizione dell’empio”. È stato dunque detto: della carne dell’empio, soltanto perché l’uno e l’altro, cioè il fuoco e il verme, saranno tormento della carne. Si dà il caso che abbia inteso dire punizione della carne, appunto perché nell’uomo sarà punita la colpa d’essere vissuto secondo la carne…Perciò ciascuno scelga il significato che preferisce, o assegnare il fuoco al corpo e il verme all’anima, il primo in senso proprio, l’altro in senso figurato, ovvero l’uno e l’altro al corpo in senso proprio….Per ora tuttavia non dobbiamo affatto ritenere che i corpi non siano condizionati a subire dolori mediante il fuoco.

2329. (ib. XX 22). Alcuni hanno riferito l’uno e l’altro al corpo, altri l’uno e l’altro alla coscienza, altri il fuoco in senso proprio al corpo e il verme per metafora alla coscienza, il che è più attendibile.

2330.( Retr. II 24,2). Nel dodicesimo penso che avrei dovuto insegnare che gli inferi sono sotterra, piuttosto che chiarire perché si crede o si dice che si trovino colà·, dando così da pensare che le cose non stiano propriamente così·98.

CAPITOLO III

Le pene purgatorie e temporanee.

SOMMARIO. La dottrina di Agostino sull’esistenza del Purgatorio è certa. Parla delle pene purgatorie e temporanee. Non ci sarà purgatorio dopo l’ultimo giudizio. Alcuni peccati saranno rimessi nel secolo futuro. Distingue un duplice fuoco: il fuoco eterno dei dannati e il fuoco emendatorio: 2331-2336. L’esistenza del purgatorio si ricava anche dalle cose del sacrificio dell’altare e dalle orazioni per le anime dei defunti. Le anime si ravvivano e sono aiutate dalle preghiere dei fedeli. Questi suffragi giovano loro che vissero in modo che gli giovassero. Le anime non possono più meritare. Tuttavia la dottrina di Agostino circa  la natura delle pene del purgatorio rimane oscura. Le parole dell’apostolo, “come attraverso il fuoco” sono interpretate in vari modi, ma tutti sul fuoco reale: 2337-2343. Le anime pie che necessitano di un po di espiazione. Per i martiri non si prega. Preghiera di Agostino per la defunta madre Monica:2344-2346.

 

2331. (De cura pro mortuis ger. 1,3). Nei libri dei Maccabei si legge che venne offerto un sacrificio per i defunti 2. Ma anche se in nessun luogo delle antiche Scritture si leggesse qualcosa di simile, non poca cosa sarebbe l’autorità della Chiesa universale che si manifesta in questa usanza quando, tra le preghiere che dal sacerdote vengono innalzate al Signore nostro Dio davanti al suo altare, c’è un posto preminente la preghiera per i defunti.

2332. ( De civ. Dei XXI 13). Ma alcuni subiscono pene temporanee soltanto in questa vita, alcuni dopo la morte, altri prima e dopo, ma tuttavia prima dell’ultimo giudizio molto severo. Ora non tutti quelli che dopo la morte subiscono pene temporanee vanno alle pene eterne che si avranno dopo il giudizio finale.

2333. (ib XXI 16). E sia certo che le pene purificatrici si avranno soltanto prima del tremendo giudizio finale.

2334. (De gen c. Man. II 20,30). in questa vita la maledizione della propria terra riguardo a tutti i suoi lavori e dopo questa avrà o il fuoco purificatore o il castigo eterno.

2335. (En in Ps. 37,3). E se non temesse qualcosa di peggio di ciò da cui era stretto, non comincerebbe col dire: Signore, nel tuo sdegno non mi rimproverare e non correggermi nella tua ira . Accadrà infatti che alcuni siano corretti nell’ira di Dio, e siano rimproverati nel suo sdegno. E forse non tutti coloro che sono rimproverati si correggeranno; accadrà invece che taluni saranno salvi nell’essere corretti. Accadrà certamente cosi, perché si parla di correzione; ma [di correzione] come attraverso il fuoco. Accadrà pure che vi saranno alcuni che sono rimproverati e non si correggeranno. Infatti rimprovera il Signore coloro cui dice: Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere e le altre cose che ivi proseguendo incolpa alla disumanità e alla sterilità dei malvagi che stanno alla sua sinistra, ai quali è detto: Andate nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e gli angeli suoi 5. Temendo costui questi più gravi mali, lasciando da parte la stessa vita, nelle cui sofferenze piange e geme, prega e dice: Signore, non mi rimproverare nel tuo sdegno. Che io non sia tra coloro cui dirai: Andate nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e gli angeli suoi. E non mi correggere nella tua ira , in modo da purificarmi in questa vita e da rendermi tale da non aver ormai più bisogno del fuoco della correzione, come accade per coloro che si salveranno, ma attraverso il fuoco. E perché avviene questo, se non perché qui edificano sopra il fondamento legno, erba e paglia? Se avessero edificato invece oro, argento e pietre preziose, sarebbero sicuri dall’uno e dall’altro fuoco; non solo da quello eterno che eternamente tormenterà gli empi, ma anche da quello che correggerà coloro che saranno salvi attraverso il fuoco. Sta scritto: Ma anche egli sarà salvo, tuttavia come attraverso il fuoco 6.

2336. (De civ. Dei XXI 24,2). La ragione dunque, per cui nell’eternità non si prega per gli uomini punibili col fuoco eterno è la stessa per cui, tanto nel tempo come nell’eternità, non si prega per gli angeli malvagi ed è la ragione per cui anche nel tempo non si preghi per i pagani e miscredenti defunti, sebbene uomini. Difatti per alcuni defunti viene esaudita la preghiera o della Chiesa stessa o di alcuni devoti, ma per i rigenerati in Cristo, la cui vita nel corpo ebbe un comportamento non così disonesto, da essere giudicati non meritevoli di simile misericordia, o non così onesto da ritenere che non abbiano bisogno di simile misericordia. Anche dopo la risurrezione dei morti non mancheranno coloro ai quali, dopo la pena che subisce l’anima dei defunti, sia accordata la misericordia in modo da non essere gettati nel fuoco eterno. Difatti di alcuni non si direbbe con esattezza che non si rimette loro la colpa, tanto nel tempo che nell’eternità 87, se non vi fossero alcuni a cui si rimette nell’eternità, anche se non nel tempo.

2337. (Enchir. 110). Non si deve nemmeno negare che le anime dei defunti ricevono sollievo dalla pietà dei propri cari che sono in vita, quando viene offerto per loro il sacrificio del Mediatore o si fanno elemosine nella Chiesa. Tutto questo però giova a quanti in vita hanno acquisito meriti che consentissero in seguito di ricavarne vantaggio. C’è infatti un tipo di condotta non cosí buono da non richiedere questi suffragi dopo la morte, né cosí cattivo da non ricavarne giovamento dopo la morte; ve n’è poi uno talmente buono da non richiederne e viceversa uno talmente cattivo da non potersene avvantaggiare, una volta lasciata questa vita. È in questa vita perciò che si acquista ogni merito, che consente a ciascuno di ricavarne sollievo o oppressione. Nessuno però s’illuda di guadagnarsi presso Dio, al momento della morte, quanto ha trascurato quaggiú. Quindi tutte le pratiche solitamente raccomandate dalla Chiesa a favore dei defunti non sono contrarie all’affermazione dell’Apostolo: Tutti dovremo comparire davanti al tribunale di Dio, ciascuno per ricevere la ricompensa per quanto ha fatto finché era nel corpo, sia in bene che in male 268; anche il merito di potersi giovare di queste cose, infatti, ciascuno se l’è procurato finché viveva nel corpo.

2338. (Serm. 172,2). Quindi gli apparati mortuari, i cortei funebri, la fastosa cura della sepoltura, l’erezione di grandiosi monumenti costituiscono dei modi qualsiasi di conforto ai vivi, non se ne avvantaggiano i morti. Invece le preghiere della santa Chiesa, il sacrificio che dà la salvezza e le elemosine che si offrono a suffragio delle loro anime non si deve dubitare che aiutino i morti, perché da parte del Signore si usi loro una misericordia più grande di quella che meritarono i loro peccati. Tutta la Chiesa rispetta questa che è infatti la tradizione dei padri: che si preghi per coloro che sono morti in comunione al corpo e al sangue di Cristo, quando a suo tempo, proprio durante il sacrificio, vengono commemorati; e che si ricordi che il sacrificio viene offerto anche per loro. Pertanto, quando vengono compiute opere di misericordia per suffragarli, chi può dubitare che giovino a coloro per i quali non inutilmente vengono elevate preghiere a Dio? Non si deve affatto dubitare che questi suffragi tornino a vantaggio dei defunti, a quelli però che prima di morire vissero nella maniera per cui i suffragi possano essere loro utili dopo la morte. Infatti per quelli che hanno lasciato il corpo, senza la fede che opera per mezzo dell’amore 3, e senza i Sacramenti di essa, da parte dei parenti inutilmente si compiono i doveri di una simile pietà, del cui pegno, mentre vivevano quaggiù sono stati privi, o non accogliendo la grazia di Dio, o ricevendola senza frutto 4 e accumulando in sé ira 5, non misericordia. Non è che ai defunti si aggiungano nuovi meriti quando per loro i parenti compiono qualche opera buona, ma ricevano quanto meritano per le loro opere precedenti. Senza dubbio è limitato alla durata della vita terrena un operare tale che sia di qualche aiuto, una volta conclusa l’esistenza di quaggiù. In conseguenza, ciascuno, giungendo al termine di questa vita, potrà avere dopo di essa soltanto ciò che in essa ha meritato.

2339. (De civ. Dei XXI 22). Perciò ritengono che anche a coloro che siano vissuti da dissoluti, fino a che giungano all’ultimo giorno di questa vita, mediante questa orazione saranno rimessi ogni giorno i peccati di qualsiasi specie e gravità, come ogni giorno viene ripetuta questa invocazione, se ricordano di osservare il dovere di rimettere di cuore quando si chiede loro perdono da quelli che con una colpa qualsiasi li hanno offesi.

2340. (De fide et opere 16,27). Poiché dunque queste cose, quando sono amate con attaccamento carnale, non si perdono senza dolore, per questo chi le possiede, benché abbia a fondamento la fede che opera mossa dalla carità, e per nessun motivo o cupidigia preferisca ad essa queste cose, tuttavia soffre un danno allorché le perde e così, attraverso questo dolore che è come un fuoco, perviene alla salvezza.

2341. (De civ. Dei XXI 26,4). Se si afferma che nel periodo di tempo che dalla morte del corpo si protrae fino a quel giorno, che dopo la risurrezione dei corpi sarà il giorno finale della condanna e della ricompensa, l’anima dei defunti sopporti un fuoco tale che non debbano sperimentare coloro i quali nella vita terrena non ebbero costumi e amori tali che il loro legno, fieno e paglia siano bruciati; se, al contrario, si afferma che lo sperimentino invece gli altri che si sono portati dietro simili costruzioni e trovino il fuoco di una transitoria sofferenza, il quale brucia tali costruzioni che, sebbene non meritevoli della condanna, persistono soltanto di là o qui e di là o per questo qui affinché non di là, non ribatto perché probabilmente è vero. Può infatti appartenere a questo tipo di espiazione anche la morte fisica che è stata contratta dalla perpetrazione del peccato originale, sicché in corrispondenza alla costruzione di ciascuno si trascorra da lui il tempo che la segue.

2342. (Enchir. 69). Che qualcosa del genere avvenga anche dopo questa vita non è incredibile, e ci si può domandare se le cose stiano in questi termini, e se è possibile o meno scoprire che alcuni credenti, attraverso un fuoco purificatore, si salvino in un tempo piú o meno lungo, a seconda che il loro amore per i beni effimeri sia stato piú o meno grande; tuttavia non saranno come coloro che non possederanno il regno di Dio 170, se dopo un’adeguata penitenza non vengono loro rimessi i medesimi crimini.

2343. (En in Ps. 37,3). Ma anche egli sarà salvo, tuttavia come attraverso il fuoco 6. E poiché è detto sarà salvo , è disprezzato quel fuoco. Pertanto, anche se essi saranno salvi attraverso il fuoco, tuttavia quel fuoco sarà più doloroso di qualsiasi cosa l’uomo possa patire in questa terra.

2344. (De civ. Dei XXI 16). In verità è così grande la misericordia di Dio verso i vasi di misericordia 66 predestinati alla gloria, che ne gode anche la prima età dell’uomo, cioè l’infanzia, la quale senza alcuna reazione è subordinata alla carne. Ne gode anche la seconda età, chiamata fanciullezza, in cui la ragione non ha ancora iniziato questa lotta e si abbandona a quasi tutti i divertimenti senza regola perché, quantunque sia in grado di esprimere un pensiero ed abbia quindi visibilmente oltrepassato l’infanzia, in essa la debolezza della coscienza non è ancora capace di una legge del dovere. Però se il bambino riceverà i sacramenti del Mediatore, anche se chiude la vita in quegli anni, essendo trasferito dal potere delle tenebre al regno di Cristo, non solo non è preordinato alle pene eterne, ma dopo la morte non subirà alcuna pena purificatrice.

2345. (Serm. 159,1). E per questo si ha la disciplina ecclesiastica, che i fedeli conoscono, per cui i martiri sono nominati all’altare di Dio in un momento nel quale non si debba pregare in loro favore; si prega, invece, in suffragio degli altri defunti, dei quali si fa memoria.

2346. (Conf. IX 13,35-37). Perciò, mio vanto 129 e mia vita, Dio del mio cuore 130, trascurando per un istante le sue buone opere, di cui a te rendo grazie con gioia 131, ora ti scongiuro per i peccati di mia madre. Esaudiscimi 132, in nome di Colui che è medico delle nostre ferite, che fu sospeso al legno della croce 133, e seduto alla tua destra intercede per noi 134 presso di te. So che fu misericordiosa in ogni suo atto, che rimise di cuore i debiti ai propri debitori: dunque rimetti anche tu a lei i propri debiti 135, se mai ne contrasse in tanti anni passati dopo ricevuta l’acqua risanatrice; rimettili, Signore, rimettili, t’imploro 136, non entrare in giudizio contro di lei 137. La misericordia trionfi sulla giustizia 138. Le tue parole sono veritiere, e tu hai promesso misericordia ai misericordiosi 139. Furono tali in grazia tua, e tu avrai misericordia di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso 140….37. Sia dunque in pace col suo uomo, prima del quale e dopo il quale non fu sposa d’altri 147;… Ispira, Signore mio e Dio mio 150, ispira i servi tuoi, i fratelli miei, i figli tuoi, i padroni miei, che servo col cuore e la voce e gli scritti, affinché quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita, non so come. Si ricordino con sentimento pietoso di coloro che in questa luce passeggera furono miei genitori, e miei fratelli sotto di te, nostro Padre, dentro la Chiesa cattolica, nostra madre, e miei concittadini nella Gerusalemme eterna,… Così l’estrema invocazione che mi rivolse mia madre sarà soddisfatta, con le orazioni di molti, più abbondantemente dalle mie confessioni che dalle mie orazioni.

CAPITOLO IV

L’eterna beatitudine della città di Dio.

SOMMARIO. Nella Gerusalemme celeste che Dio promise ai santi, i beati vedono Dio faccia a faccia, come lo vedono ora gli angeli. La faccia di Dio è da intendere come la sua manifestazione. Dimostra la visione beatifica con la Scrittura. Supera ogni intelletto creato. I beati però non hanno la visione pienissima di Dio, ma la comprensione: 2347-2353. Bellissima la descrizione della felicità dei beati. In quel perpetuo sabato di pace e di beatitudine, vagheremo, vedremo, ameremo, e loderemo: 2354-2356. Questa vita non sarà beatissima se non fosse eterna. Conoscendo e amando godremo della fruizione di Dio. La visione intuitiva congiunta all’amore dona un bene sommo: 2357-2360. La beatitudine formale sarà diseguale per la diversità dei meriti, ma non ci sarà alcuna invidia. Per l’eternità di cui parliamo la beatitudine sarà uguale per tutti. La fede e la speranza svaniranno perché imperfette; rimarrà la sola carità, in quanto perfetta. I beati saranno liberi ma impeccabili, e questo sarà dono di Dio: 2361-2364.

2347. (De civ. Dei XXII 1). Come ho stabilito nel libro precedente, questo, che è l’ultimo di tutta l’opera, tratterà l’argomento della felicità eterna della città di Dio, la quale non ha avuto l’appellativo d’eterna a causa di una lunga successione di tempo per indefiniti periodi, che comunque avrebbe avuto fine, ma perché, come è scritto nel Vangelo: Del suo regno non si avrà la fine 1. E non è che in essa si manifesti l’apparenza della perennità col cessare di alcuni di tali periodi e col subentrare di altri, come in un albero che si riveste di fronde in continuazione può sembrare che persista il medesimo colore verde mentre, scomparendo e cadendo le foglie, le altre che spuntano conservano l’apparenza della ombrosità. Nella città di Dio invece tutti i cittadini saranno immortali perché gli uomini conseguiranno ciò che gli angeli santi non hanno mai perduto. Lo porrà in atto Dio sommamente onnipotente suo fondatore. L’ha promesso e non può mentire e per coloro, ai quali offriva di ciò una garanzia, ha posto in atto molti eventi promessi e non promessi.

2348. (ib. XXII 3). Perciò, per passare sopra a molti altri eventi, come ora notiamo che in Cristo si è adempiuta la promessa fatta ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedetti tutti i popoli 10, così si adempirà ciò che alla medesima discendenza ha promesso con le parole del profeta: Risorgeranno coloro che erano nei sepolcri 11, e con queste altre: Vi saranno un cielo nuovo e una terra nuova e non si ricorderanno più dei passati e la vecchia terra non verrà più loro in mente, ma troveranno in essa gioia e giubilo. Ecco, io faccio di Gerusalemme un giubilo e del mio popolo una gioia e salterò di giubilo in Gerusalemme e gioirò nel mio popolo e non si udrà più in essa una voce di pianto 12. Ha preannunziato l’evento mediante un altro profeta con parole rivolte a lui: In quel tempo avrà la salvezza tutto il tuo popolo, che sarà trovato scritto nel libro, e molti di coloro che dormono nella polvere della terra (o come molti hanno tradotto: in un mucchio 13) risorgeranno, gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all’infamia eterna 14. In un altro passo del medesimo profeta si ha: I santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, oltre il tempo 15, e poco dopo dice: Il suo regno è eterno 16.

2349. (ib XXII 29.1). Ora esaminiamo, nei limiti in cui il Signore si degna di aiutarci, cosa faranno i santi nel corpo immortale e spirituale, quando la loro carne non vivrà ancora carnalmente, ma spiritualmente. Non so, se volessi dire il vero, quale sarà il loro stato, o meglio riposo e serenità. Non ne ho mai avuto esperienza con i sensi del corpo. Se dicessi di conoscerlo con il pensiero, cioè con l’intelligenza, quanto è alta e che cos’è la nostra intelligenza nei confronti di quella sublimità? Ivi è la pace di Dio la quale, come dice l’Apostolo, sorpassa ogni intelligenza 130; soltanto la nostra o anche quella degli angeli santi? Certamente non di Dio. Se dunque i santi vivranno nella pace di Dio, certamente vivranno in quella pace che sorpassa ogni intelligenza. Non v’è dubbio che sorpassa la nostra; se poi sorpassa anche quella degli angeli, sicché appaia che chi ha detto ogni intelligenza non ha escluso neanche loro, dobbiamo interpretare la frase con questo criterio che né noi né gli angeli possiamo conoscere la pace di Dio, con la quale Dio stesso è nella pace, come la conosce Dio. Sorpassa dunque ogni intelligenza fuorché indubbiamente la propria. Ma poiché anche noi, divenuti partecipi nel nostro limite della sua pace, conosciamo la pace nel suo grado più alto in noi, fra di noi e con lui, in quello che per noi è il grado più alto, con questo limite e secondo il proprio limite la conoscono gli angeli santi; gli uomini per ora molto al di sotto, sebbene si distinguano per il progredire del pensiero. Si deve tener conto di quel che diceva un grande uomo: In parte conosciamo e in parte apprendiamo per ispirazione, fino a che giunga ciò che è perfetto 131; e ancora: Ora vediamo come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia 132. Così già vedono gli angeli santi,… Come vedono loro, anche noi vedremo,… Per questo l’Apostolo ha espresso il pensiero che ho citato poco fa: Vediamo ora come attraverso uno specchio in un simbolo oscuro, allora faccia a faccia. Come premio della fede è riservata a noi questa visione, di cui parlando l’apostolo Giovanni dice: Quando si sarà manifestato, saremo simili a lui perché lo vedremo come egli è 135. La faccia del Signore si deve interpretare come la manifestazione, non come quella determinata parte, che noi abbiamo nel corpo e designiamo con questo nome.

2350. (Ep. 147 15,37). Adesso, ricordando quanto finora detto, considera attentamente se sia stato spiegato il quesito da te propostomi, che pareva difficile a spiegarsi. Alla tua domanda se Dio possa essere veduto, rispondo di si. Se mi chiedi come io lo sappia, ti rispondo, perché nella veracissima Scrittura si legge: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio 105, e altre simili affermazioni. Se mi chiedi come mai Dio è stato detto invisibile, se può essere visto, ti rispondo che è invisibile per natura, ma che è visto quando vuole e come vuole: moltissimi difatti lo videro non come è, ma nell’aspetto con cui gli piacque di apparire. Se mi chiedi come mai lo vide anche lo scellerato Caino, quando fu da Lui interrogato sul suo delitto e condannato 106, come mai lo vide finanche il diavolo, quando venne con gli Angeli per stare alla sua presenza, come si concili ciò con l’asserzione: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio, ti rispondo che non ne segue per via di logica che vedano Dio anche loro, o che odano qualche volta la voce emessa da Lui. In realtà non lo videro quelli che lo udirono, quando disse al Figlio: Ti ho glorificato, e ti glorificherò ancora 107, Tuttavia non c’è nulla di strano se alcuni, benché non puri di cuore, vedano Dio nell’aspetto formato dalla volontà di lui, rimanendo nascosta la sua natura invisibile e immutabile in sé. Se mi chiedi se qualche volta possa essere visto anche com’è, ti rispondo che ciò è stato promesso ai cristiani, di cui è detto: Sappiamo che quando si sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo come è 108. Se mi chiedi come lo vedremo, ti rispondo: come lo vedono gli Angeli, ai quali allora saremo simili 109.

2351. (En in Ps. 119,6). chiunque si trova lontano da lei è in mezzo a cattivi, dai quali non sarà separato se non quando ritornerà nella società degli angeli,…. Lassù tutti sono giusti e santi; tutti si beano del Verbo di Dio senza bisogno di leggerlo o di scriverlo. Vedono infatti nel volto di Dio ciò che per noi è stato trascritto nelle pagine [dei Libri sacri]. Che magnifica patria! Patria veramente grande,

2352. (Ep. 147,9). Una cosa infatti è, vedere, un’altra è percepire interamente con la vista, poiché si vede ciò che si percepisce in qualche modo presente: ma si percepisce con la vista nella sua interezza una cosa di cui nessuna parte sfugge a chi la guarda o di cui si possano abbracciare con la vista i limiti. Così ad esempio non ti sfugge nulla della tua volontà presente e puoi abbracciare con lo sguardo tutti i contorni del tuo anello. Ti ho portato due esempi, uno dei quali si riferisce alla vista della mente, l’altro agli occhi corporei, poiché l’atto del vedere, come dice Ambrogio, dev’essere riferito a entrambe le facoltà, agli occhi e alla mente.

2353. (Serm. 117 3,5). In verità, se comprendi, non è Dio…Raggiungere Dio appena un poco con il pensiero è una grande beatitudine; quanto a comprenderlo, invece, è assolutamente impossibile..

2354. (De civ. Dei XXII 30,1). Sarà grande la serenità dove non vi sarà alcun male, non mancherà alcun bene, si attenderà alle lodi di Dio che sarà tutto in tutti 156. Non so che altro si faccia in uno stato, in cui non si desisterà per inerzia, non ci si affannerà dal bisogno. Sono avvertito anche da un brano poetico della sacra Scrittura, in cui leggo o ascolto: Beati quelli che abitano nella tua casa, ti loderanno per sempre 157. Tutte le parti palesi o riposte del corpo immune dal divenire, che ora vediamo adibite alle varie soddisfazioni della soggezione al bisogno, poiché allora non vi sarà tale soggezione, ma piena, certa, sicura, perenne serenità, saranno attente alle lodi di Dio. Tutti i ritmi dell’armoniosa proporzione del corpo, dei quali ho già parlato 158, che ora sono latenti, allora non lo saranno. Essi, disposti dentro e fuori in tutte le parti del corpo, assieme alle altre cose che nell’eternità appariranno grandi e meravigliose, infiammeranno col lirismo della bellezza intelligibile fondata sul numero le intelligenze capaci del numero alla lode di un sì grande Artefice. Non oso stabilire quali saranno i movimenti dei corpi perché non sono capace di immaginarlo, tuttavia movimento e pausa, come pure la figurazione, qualunque sia, sarà conveniente perché lì quel che non sarà conveniente non vi sarà affatto. Certamente dove vorrà l’anima spirituale, vi sarà immediatamente il corpo; e l’anima spirituale non vorrà qualcosa che potrebbe non convenire né a lei né al corpo. Vi sarà vera gloria perché nell’eternità nessuno sarà lodato per un errore di chi loda o per adulazione. Vi sarà vero onore che non sarà negato a chi ne è degno, non sarà concesso a chi ne è indegno, ma un indegno non lo bramerà perché lì non è ammesso un uomo indegno. Vi sarà una vera pace perché non vi sarà contrasto né da sé né dall’altro. Premio della virtù sarà colui che ha dato la virtù e alla virtù ha dato se stesso, del quale nulla vi può essere di più buono e di più grande. Difatti quel che ha promesso mediante il profeta: Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo 159 non significa altro che: “Io sarò colui da cui saranno appagati, io sarò tutte le cose che dagli uomini sono desiderate onestamente: vita, benessere, vitto, ricchezza, gloria, onore, pace e ogni bene”. In questo senso si interpretano rettamente anche le parole dell’Apostolo: Affinché Dio sia tutto in tutti 160. Egli sarà il compimento di tutti i nostri desideri, perché sarà veduto senza fine, amato senza ripulsa, lodato senza stanchezza. Questo dono, questo amore, questa azione saranno comuni a tutti, come la stessa vita eterna.

2355. (Serm. Guelf, 8,2). Quanta gioia, fratelli miei! Gioia nella vostra assemblea, gioia nei salmi e negli inni, gioia nel ricordo della passione e della risurrezione di Cristo, gioia nella speranza della vita futura. Se tanta gioia infonde ciò che speriamo, che sarà quando lo raggiungeremo? In questi giorni, vedete, quando sentiamo Alleluia, il nostro spirito par che si trasformi. Non ci sembra di gustare non so che cosa di quella città superna? Se tanta gioia infondono a noi questi giorni, che sarà quello in cui ci verrà detto: Venite, o benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno 10 ? Quando tutti i santi saranno radunati insieme, quando s’incontreranno tanti che non si conoscevano, si ritroveranno tanti che si conoscevano, e staranno talmente al sicuro che mai si perderà un amico, mai si avrà a temere un nemico? Ecco, noi diciamo: Alleluia; è bello, è lieto, è pieno di gioia, di giocondità, di soavità. Eppure, se lo dicessimo sempre, ci stancheremmo. Siccome però ritorna in un preciso tempo dell’anno, con quanta gioia arriva, con quanta nostalgia se ne va! Forse anche lassù uguale sarà la gioia e uguale la stanchezza? No, non sarà così. Qualcuno forse dirà: Ma come è possibile che sia sempre così e non ci si stanchi mai? Se io ti saprò indicare qualcosa in questa vita di cui non ci si può stancare, dovrai credere che lassù tutto sarà così. Ci si stanca del cibo, ci si stanca del bere, ci si stanca degli spettacoli, ci si stanca di questo e di quell’altro; ma della salute non ci si stanca mai. Come dunque quaggiù, in questo morire della carne, in questa fragilità, in questo fastidio per il peso del corpo mai ci può essere stanchezza della salute, così lassù mai ci sarà stanchezza della carità, dell’immortalità, dell’eternità.

2356. (De civ. Dei XXII 30,5). la settima sarà il nostro sabato, la cui fine non sarà un tramonto, ma il giorno del Signore, quasi ottavo dell’eternità, che è stato reso sacro dalla risurrezione di Cristo perché è allegoria profetica dell’eterno riposo non solo dello spirito ma anche del corpo. Lì riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco quel che si avrà senza fine alla fine. Infatti quale altro sarà il nostro fine, che giungere al regno che non avrà fine?.

2357. (ib. X 30). vita, la quale non potrà essere sommamente felice se non nell’assoluta certezza della propria eternità,

2358. (De div. quaest. ad Simpl. I 2,21). Ci viene ordinato di vivere rettamente, con la promessa della ricompensa, di vivere eternamente felici,

2359. (De div. quaest. 83 q.35,2). che cos’è la vita beata se non possedere, mediante la conoscenza, qualcosa di eterno? Eterno infatti è solo ciò di cui si è fermamente convinti che non può essere tolto a chi l’ama; l’eterno poi è lo stesso di possedere e conoscere. L’eternità è la più eccellente di tutte le cose, e perciò non possiamo averla se non per mezzo della facoltà che ci rende superiori, cioè la mente. Ora ciò che si possiede con la mente si ha conoscendolo, e nessun bene è conosciuto perfettamente se non si ama perfettamente.

2360. (De civ. Dei XI 13). È ormai evidente a ognuno senza incertezze che nel conseguimento dell’uno e dell’altro si realizza la felicità che l’essere intelligente desidera con retto intendimento. Può godere, cioè, senza alcuna inquietudine del bene non diveniente che è Dio e insieme non avere incertezza alcuna e non essere soggetto all’errore sul fatto che di quel bene godrà per l’eternità.

2361. (ib. XXII 30,2). Del resto chi è in grado di pensare e tanto meno di esprimere quali saranno in proporzione al merito della ricompensa i diversi gradi di onore e di gloria? Però non si deve dubitare che vi saranno. E la felice città vedrà in sé questo gran bene, che l’essere inferiore non invidierà quello superiore, come ora gli altri angeli non invidiano gli arcangeli. E ciascuno non vorrà essere quel che non ha ricevuto, quantunque sia legato a chi lo ha ricevuto da un pacatissimo vincolo di concordia, come anche nel corpo l’occhio non vuol essere quel che è il dito, poiché l’intero organismo pacato include l’uno e l’altro organo 161. Così l’uno avrà un dono più piccolo dell’altro, ma in modo di avere come dono di non volere di più.

2362. (In Io. ev. tr. 67,2). Il denaro che per ordine del padre di famiglia viene dato a quanti hanno lavorato nella vigna, senza distinzione tra chi ha faticato di più e chi di meno, è uguale per tutti (cf. Mt 20, 9); e questo denaro significa la vita eterna dove nessuno vive più di un altro, perché nell’eternità non vi può essere una diversa durata della vita; e le diverse mansioni rappresentano i diversi gradi di meriti che esistono nell’unica vita eterna.

2363. (De perf. iust. hom. 8,19). Cioè quanti corriamo santamente dobbiamo avere la saggezza di considerarci ancora imperfetti, per diventare perfetti là dove santamente stiamo correndo ancora, e quando arriverà ciò che è perfetto sia distrutto quanto è parziale 63, cioè non ci sia più la perfezione parziale, ma quella totale, perché alla fede e alla speranza succederà la stessa realtà, non più creduta e sperata, ma veduta e posseduta.

2364. (Dee civ. Dei XXII 30,3). Non perché i peccati non potranno attrarli, i beati non avranno il libero arbitrio, anzi sarà tanto più libero dall’attrazione del peccato perché reso libero fino all’inflessibile attrazione del non peccare. Il primo libero arbitrio, che fu dato all’uomo quando all’inizio fu creato innocente, poteva non peccare ma anche peccare; l’ultimo sarà tanto più libero perché non potrà peccare, ma anche questo per dono di Dio e non per una sua personale prerogativa….Si dovevano conservare gli ordinamenti del dono divino in modo che all’inizio si desse il primo libero arbitrio, con cui l’uomo potesse non peccare e il finale con cui l’uomo non potesse peccare e che il primo fosse attinente ad acquistare merito, l’altro a ricevere il premio. Ma poiché l’umana natura ha peccato quando poteva peccare, viene resa libera con una grazia più generosa in modo da essere condotta a quella libertà per cui non è libera di peccare.

CAPITOLO V

Il Millenarismo.

SOMMARIO. Agostino giovane aveva accettato un certo millenarismo: 2356-2366. Dopo rifiutò questa dottrina, interpretando allegoricamente Apoc. 20, 1-6. Così la prima resurrezione di cui parla San Giovanni non è la resurrezione dei corpi di cui San Giovanni parla, non è la resurrezione dei corpi dopo la quale Cristo regnerà in terra con i suoi santi in un sabbatico millenarismo, ma è la resurrezione delle anime in virtù della grazia della rigenerazione. Respinge pertanto il millenarismo più grossolano, ma anche quello spirituale. Mille anni nei quali Satana sarà legato, sono o gli ultimi mille anni prima del giudizio, o significano tutto l’intervallo di tempo in cui la Chiesa si trova in questo secolo. La prigionia del diavolo è non permettergli di esercitare tutta la tentazione di cui è capace: 2367-2370. Questa prigionia esiste dall’inizio del regno di Cristo, cioè della Chiesa fino agli ultimi giorni (tre anni e sei mesi), quando il diavolo perseguiterà sciolto da tutti gli impedimenti. Ritiene che in quel tempo non ci sarà nessun ingresso nella Chiesa.; nessuno dei predestinati però perirà. Il Regno di Cristo per mille anni significa il regno di Cristo nella Chiesa ante adesso. Per questo la Chiesa è chiamata anche ora il Regno dei cieli. Il giudizio dell’Apoc. 20,4 è da intendere del giudizio dei sacerdoti dal cui la Chiesa è ora governata. La morte secondo è la dannazione eterna: 1371-2375.

2365. (Serm. 259,2). Il presente giorno ottavo rappresenta dunque la vita nuova che si avrà alla fine del mondo; il settimo viceversa rappresenta il periodo di tranquillità imperturbata che godranno i santi in questa terra. Dicono infatti le Scritture che il Signore regnerà su questa terra insieme ai suoi santi e, sempre su questa terra, possederà una Chiesa nella quale non entrerà alcun cattivo, essendo segregata e purificata da ogni contagio dell’iniquità….Alla fine però, dopo il giorno del giudizio – che sarà come una vagliatura – si renderà visibile la massa dei santi, fulgida di bellezza, onusta di meriti, e mostrerà a tutti la misericordia di colui che l’ha liberata. Quello sarà il giorno settimo.

2366. (Serm. 260/,3). Col numero otto si rappresentano dunque le cose che hanno pertinenza col mondo avvenire, dove nulla diminuisce o s’accresce con l’evolversi dei tempi ma tutto persevera costantemente in una beatitudine immutabile. E se è vero che il succedersi del tempo nell’ordine presente si snoda sul numero sette ripetuto a spirale, è esatto che il giorno eterno si chiami – per via di approssimazione – giorno ottavo. In esso i santi che l’abbiano raggiunto superando le peripezie del tempo presente non avranno da distinguere – poiché non ci saranno più tali avvicendamenti – il giorno dalla notte né il tempo di essere occupati dal tempo della quiete: loro sorte sarà, per sempre, una quiete dove si vigila e un’occupazione dove si è inattivi, non per pigrizia ma perché l’attività non comporta lavoro.

2367. (De civ. Dei XX 6,2). Due sono dunque le nuove creazioni, di cui ho già parlato, una secondo la fede che avviene nel tempo mediante il battesimo; l’altra secondo la carne che avverrà con la sua immortalità, fuori del divenire mediante l’universale, ultimo giudizio. Così si hanno due risurrezioni, una prima che è nel tempo ed è dell’anima, ed essa non consente di giungere alla seconda morte; e una seconda che non è nel tempo, ma sarà alla fine del tempo, e non è dell’anima ma del corpo ed essa, attraverso il giudizio finale, introduce alcuni alla seconda morte, altri a quella vita che non ha morte.

2368. (ib. XX 7,1). Giovanni evangelista ancora, nel libro intitolato l’Apocalisse, ha parlato delle due risurrezioni in termini tali che la prima di esse, non compresa da alcuni dei nostri, è stata anche per di più volta in favole grottesche. Dice appunto nel libro menzionato l’apostolo Giovanni: Ho visto poi un angelo che scendeva dal cielo…Coloro, che sulla base delle parole di questo libro hanno congetturato che la prima risurrezione sarà dei corpi, sono stati spinti soprattutto dal numero di mille anni. Sembrò loro opportuno che nei santi in quella condizione avvenisse la celebrazione del sabato di un sacrale grande periodo di tempo, cioè con un periodo di riposo dopo seimila anni, da quando è stato creato l’uomo e per la pena del grande peccato fu espulso dalla felicità del paradiso nelle tribolazioni dell’attuale soggezione alla morte. Poiché si ha nella Scrittura: Un solo giorno nel Signore come mille anni e mille anni come un sol giorno 45, passati seimila anni come sei giorni, dovrebbe seguire il settimo del sabato negli ultimi mille anni per celebrare, cioè, il sabato con la risurrezione dei santi. L’opinione sarebbe comunque ammissibile se in quel sabato fosse riservato ai santi qualche godimento spirituale. Anch’io una volta ho avuto questa opinione. Ma essi dicono che coloro, i quali risusciteranno in quel tempo, attenderanno a sfrenate orge carnali, nelle quali sarebbe così abbondante il cibo e le bevande non solo da violare la moderazione, ma da sorpassare perfino la misura dell’incredibile. Ma queste storie possono essere credute soltanto dai carnali. Gli spirituali definiscono coloro che le credono con la parola greca pastedGraphic.pngche noi, derivando parola da parola, potremmo denominare i “millenaristi”. È lungo ribatterli dettagliatamente; piuttosto dobbiamo esporre come si deve interpretare questo passo della Scrittura.

2369. (ib. XX 7,2). il suddetto Apostolo nell’Apocalisse vide un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Afferrò – soggiunge – il dragone, il serpente antico, soprannominato il diavolo e Satana, e lo incatenò per mille anni 47, cioè represse e frenò il suo potere di sedurre e dominare coloro che dovevano essere liberati. I mille anni si possono interpretare, per quanto mi risulta, in due sensi. Il primo è che questo evento si verifica negli ultimi mille anni, cioè nel sesto millennio, quale sesto giorno, del quale attualmente scorrono le fasi di successione. Seguirà poi il sabato che non ha sera, cioè il riposo dei santi che non ha fine. In tal senso avrebbe denominato mille anni l’ultima parte della serie di millenni, come giorno che rimaneva fino al termine della serie dei tempi, con quel modo figurato di parlare per cui la parte è significata dal tutto. Ovvero in un altro senso ha usato i mille anni in luogo di tutti gli anni della serie dei tempi, in modo che in un numero perfetto si avvertisse il tutto del tempo. Il numero mille infatti rende cubo il quadrato del numero dieci.

2370. (ib. XX 8,1). L’incatenamento del diavolo significa che non gli è consentito impiegare ogni forma di tentazione che può, con la violenza o con l’inganno, per trarre gli uomini dalla sua parte o costringendoli con la violenza o ingannandoli con la menzogna. Se gli fosse permesso in sì lungo tempo e per la grande debolezza di molti, prostrerebbe, se già credono, e impedirebbe di credere moltissimi che sono tali quali Dio non permette che subiscano questo male. Perché non lo faccia è stato incatenato.

2371. (ib. XX 8,3). L’incatenamento del diavolo non solo fu in atto da quando la Chiesa ha cominciato a diffondersi oltre la Giudea in varie nazioni, ma è in atto e sarà in atto fino al termine del tempo, quando dovrà essere slegato. Anche attualmente infatti gli uomini dalla condizione d’infedeli, nella quale li dominava, si convertono alla fede e si convertiranno senza dubbio fino a quel termine;… L’ipotesi poi che negli ultimi tre anni e sei mesi, quando, slegato, incrudelirà con tutte le forze, qualcuno verrà alla fede che non aveva, è un interrogativo di rilievo. È stato scritto: Come può uno entrare nella casa di un forte per rapire gli arnesi se prima non lo avrà legato? 64. Questo quesito non avrà senso se, anche slegato, gli sono rapiti. Sembra quindi che un tale pensiero induca a credere che in quello spazio di tempo, quantunque breve, nessuno può aderire al popolo cristiano ma che il diavolo si batterà con quelli che sono riconosciuti cristiani; ed anche se alcuni di loro sconfitti lo seguiranno, non appartengono al numero predestinato dei figli di Dio.

2372. (ib. XX 9,1). Frattanto, mentre il diavolo è incatenato per mille anni, i santi regnano con Cristo anch’essi per mille anni, da intendere senza dubbio identici agli altri e con identico significato, cioè nel tempo della sua prima venuta. Non si tratta infatti di quel regno, del quale alla fine si dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il Regno preparato per voi 67. Se in un determinato altro senso, assai diverso, non regnassero con lui nel tempo i suoi santi, perché dice ad essi: Da questo momento io sono con voi fino alla fine del tempo 68, la Chiesa, sempre nel tempo, non si considererebbe suo regno o regno dei cieli….Pertanto anche nel tempo la Chiesa è regno di Cristo e regno dei cieli. Anche nel tempo regnano con lui i suoi santi ma in modo diverso da come regneranno alla fine e con lui non regnano le erbacce, sebbene nella Chiesa crescano assieme al frumento 75..

2373. (ib. XX 9,2). Il libro dell’Apocalisse parla dunque di questo regno di servizio in armi, in cui si è ancora in conflitto con il nemico e talora si resiste ai vizi che assalgono, talora si ha il dominio su di essi che si arrendono fino a che si giunga a quel regno di grande pace, in cui si regnerà senza nemico; parla anche della prima risurrezione che avviene nel tempo. Infatti dopo aver detto che il diavolo è incatenato per mille anni e che poi sarà slegato per breve tempo, compendiando quel che nei mille anni compie la Chiesa o si compie in essa, dice: E vidi dei troni e coloro che vi sedevano e fu dato il potere di giudicare 78. Non si deve pensare che la frase si riferisca all’ultimo giudizio, ma in essa si devono intendere i troni dei capi e i capi stessi, ai quali è affidato il governo della Chiesa nel tempo. Ed è evidente che il conferimento del potere di giudicare non è espresso meglio che con quel che è stato detto: Ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in cielo e ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo 79….Infatti le anime dei fedeli defunti non sono separate dalla Chiesa che anche nel tempo è il regno di Cristo. Altrimenti anche all’altare di Dio non si farebbe la loro memoria in comunione col corpo di Cristo;… Dunque sebbene non ancora nel corpo, tuttavia la loro anima già regna con lui, mentre decorrono i mille anni….Ma come da una parte il tutto, comprendiamo che anche gli altri morti appartengono alla Chiesa che è il regno di Cristo.

2374. (ib. XX 9,3). Dobbiamo intendere congiuntamente dei vivi e dei morti la frase che segue: E coloro che non hanno adorato la bestia e la sua statua e non hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano 84. Sebbene sia da indagare più attentamente quale sia questa bestia, tuttavia non contrasta con la retta fede che s’interpreti come la stessa città pagana e il popolo dei pagani contrario al popolo cristiano e alla città di Dio….Dunque liberi da simili mali, tanto se vivono ancora nella soggezione alla morte o, se già morti, regnano con Cristo fin d’ora in una forma conveniente a questo tempo per tutto il periodo indicato con i mille anni.

2375. (ib. XX 9,4). Gli altri non tornarono in vita 87. Infatti è questo il momento in cui i morti odono la voce del Figlio di Dio e quelli che l’udranno torneranno in vita 88. Gli altri dunque non torneranno in vita. L’aggiunta: Fino al compimento di mille anni si deve interpretare nel senso che non tornarono in vita nel tempo in cui dovevano, passando, cioè, dalla morte alla vita. Perciò quando giungerà il giorno, in cui avviene la risurrezione dei corpi, non passeranno dai sepolcri alla vita, ma al giudizio, cioè alla condanna che è considerata la seconda morte. Chi non sarà tornato in vita fino al compimento dei mille anni, cioè non avrà udito la voce del Figlio di Dio e non sarà passato dalla morte alla vita per tutto il tempo in cui avviene la prima risurrezione, certamente nella seconda risurrezione, che è della carne, passerà alla seconda morte con la carne stessa….Questa è la prima risurrezione: beato e santo chi ha parte in questa prima risurrezione 89, cioè ne sarà partecipe. Ne sarà partecipe non solo se torna in vita dalla morte, che si ha nel peccato, ma persisterà nello stato in cui è tornato in vita. Su di essi – dice – non ha potere la seconda morte 90. Lo ha quindi sugli altri, dei quali precedentemente ha detto: Gli altri non tornarono in vita fino al compimento di mille anni 91. Difatti in tutto questo periodo di tempo, che considera di mille anni, chiunque, per quanto a lungo sia vissuto nel corpo, non è tornato in vita dalla morte, in cui lo tratteneva la mancanza di fede, affinché, tornando in vita in questo senso, divenisse partecipe della prima risurrezione e in lui non avesse potere la seconda morte.

CAPITOLO VI

La seconda venuta di Cristo.

SOMMARIO. Dalla Sacra Scrittura consta che Gesù Cristo verrà a compiere l’ultimo giudizio. Tra i segni che precederanno la venuta di Cristo enumera: la venuta di Elia, la conversione dei Giudei, la predicazione del vangelo in tutto il mondo, l’Anticristo. Cautamente occorre muoversi nel determinare i segni della venuta. di Cristo: 2376-2378. Certo non verrà prima che il vangelo sia predicato in tutto il mondo. Annota che si tratta della predicazione del vangelo, non della conversione di tutte le genti alla fede cristiana. Non sappiamo quando il Signore verrà. Né dalle settimane di Daniele ritiene che si possa calcolare il tempo del secondo avvento di Cristo: 2379-2386.

2376. (De civ. Dei XX 1,2). Nella ufficiale professione di fede ogni Chiesa del vero Dio ritiene che il Cristo verrà dal cielo a giudicare i vivi e i morti 1. Consideriamo questo evento come il giorno dell’ultimo giudizio, cioè la fine del tempo.

2377. (ib. 30,5). Dunque nega o dubita che l’ultimo giudizio avverrà come è preannunziato nei citati libri della Bibbia se non colui che, per non saprei quale incredibile malanimo o ignoranza, non crede in essi, sebbene abbiano già segnalato la propria veridicità al mondo intero. Abbiamo appreso che in quel giudizio o attorno a quel giudizio si verificheranno questi avvenimenti: la venuta di Elia di Tesbe, la fede dei Giudei, la persecuzione dell’Anticristo, il giudizio di Cristo, la risurrezione dei morti, la discriminazione di buoni e cattivi, il cataclisma del mondo e la sua rinascita. Si deve credere che si avranno tutti questi avvenimenti, ma in quali misure e con quale successione si verifichino lo insegnerà più la realtà dei fatti di quanto attualmente riesce a raggiungere alla perfezione il pensiero umano. Ritengo però che si avvereranno nella successione da me indicata.

2378. (Ep. 199 9,26). I segni pertanto di cui parla Cristo riguardano questi tre eventi: la distruzione di Gerusalemme, la sua venuta nel proprio Corpo che è la Chiesa 62, la propria venuta quale capo della Chiesa ch’è lui stesso; occorre quindi distinguere accuratamente a quale di questi tre eventi si riferisce ognuno dei segni…Tra tutti quei segni ve n’è qualcuno evidente, mentre altri sono tanto oscuri ch’è difficile distinguerli o temerario affermare qualcosa di definitivo fintantoché non si sono compresi.

2379. (Ep. 197 4-5). Orbene, l’opportunità di quel tempo non giungerà prima che il Vangelo sia predicato in tutto il mondo per servire di testimonianza a tutte le genti. Ciò è affermato in modo assai chiaro dal Salvatore che dice: Questo Vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo a testimonianza per tutte le genti e allora verrà la fine 4. Che cosa vuol dire: allora verrà, se non che ” non verrà prima “? Noi dunque non sappiamo quanto tempo dovrà passare in seguito…Pertanto, anche se ci fosse stato riferito con assoluta certezza che il Vangelo è predicato tra tutti i popoli, nemmeno allora potremmo dire quanto tempo resterebbe ancora prima della fine; potremmo solo dire che questa s’avvicina ormai sempre più….5. preferisco confessare una cauta ignoranza anziché professare una falsa scienza.

2380. (Ep. 199 12,48). Occorre pertanto che la Chiesa sia stabilita in mezzo a tutte le genti nelle quali ancora non è presente, non già perché tutti gli abitanti di quelle regioni debbano credere: tutte le genti sono state infatti promesse, non già tutte le persone di tutte le genti, poiché la fede non è patrimonio di tutti 149. Ecco perché ogni popolo crede solo in relazione a tutti coloro che sono stati eletti prima della creazione del mondo 150, mentre in relazione agli altri è incredulo e odia i credenti.

2381. (De civ. Dei XX 19,4). Tuttavia non v’è dubbio sul suo pensiero, che cioè Cristo non verrà a giudicare i vivi e i morti 162, se prima non verrà il suo avversario, l’Anticristo, a trarre in errore i morti nell’anima, sebbene attiene a un giusto giudizio di Dio che da lui siano tratti in errore.

2382. (ib. XX 19,4). Dunque gli esegeti, chi in un senso chi in un altro, interpretano le astruse espressioni dell’Apostolo.

2383. (ib. XVIII 53,1). Gesù stesso con la sua presenza porrà fine alla persecuzione finale che sarà attuata dall’Anticristo. È stato scritto infatti che lo ucciderà col soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua presenza 229. A questo punto si suol chiedere: Quando avverrà? Domanda del tutto a sproposito. Se ci giovasse saperlo, ci sarebbe stato manifestato molto opportunamente dallo stesso Dio Maestro, quando i discepoli lo interrogarono. Non tacquero sull’argomento con lui, ma chiesero a lui presente: Signore, in questo tempo ristabilirai il regno d’Israele? Ed egli rispose: Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato al suo potere 230.

2384. (Ep. 197 1,2). Per conto mio penso che le settimane di cui parla Daniele bisogna intenderle riferite soprattutto al tempo passato, poiché non oso computare il tempo (che ci separa) dalla seconda venuta del Salvatore, la quale avverrà alla fine del mondo. Non penso nemmeno che alcun profeta abbia fissato in anticipo il numero degli anni che passeranno prima di detta fine, ma che abbiano molto più peso le parole del Signore: Nessuno può conoscere i tempi che il Padre ha riserbati al proprio arbitrio 1….2. Riguardo a ciò che dice Cristo in un altro passo, e cioè: Nessuno sa né il giorno né l’ora 2, alcuni lo intendono nel senso che pensano di poter computare i tempi ma che nessuno può sapere solo il giorno e l’ora precisi. Ora, senza dire che la Sacra Scrittura usa spesso il termine ” giorno ” e ” ora ” nel senso di ” tempo ” in genere, nella Scrittura è detto assai chiaramente che quei tempi ci sono ignoti. Il Signore, infatti, interrogato dai suoi discepoli su tale argomento, rispose loro: Nessuno può sapere i tempi che il Padre ha riserbati al suo arbitrio 3. Ora Gesù non disse: ” il giorno ” o ” l’ora “, ma: i tempi, termine, questo, che non suole essere usato per indicare un breve spazio di tempo come un giorno o un’ora,

2385, (De div. quaest. 83 q.58). È quindi incerto di quante generazioni sia composta l’ultima età del genere umano, che va dalla venuta del Signore sino alla fine del mondo.

2386. (Ep. 199 54). se uno afferma che il Signore non tarderà troppo a tornare, dice una cosa più desiderabile, ma si può anche ingannare pericolosamente.

CAPITOLO VII

La resurrezione dei morti.

SOMMARIO. I pagani in genere negano la resurrezione dei morti. Dimostra la resurrezione dei morti : a) dalla Scrittura; b) dal fatto della resurrezione di Cristo, creduto in tutto il mondo; se si negano i miracoli fatti dagli Apostoli per ottenere la fede dei popoli nella resurrezione di Cristo, è sufficiente questo grande miracolo, che il mondo intero crede senza miracoli. Cristo è causa della resurrezione degli uomini; c) da altri mirabili fatti della natura che avvengono per l’onnipotenza di Dio: 2387-2392.  Per l’identificazione dei corpi è sufficiente che gli stessi elementi materiali riprendano la forma, per quanto siano distribuiti variamente. Cosa si richiede e cosa non serve per l’identità di ciascun corpo. Illustra i principi con analogie. L’integrità della sostanza sarà salvata, se non ci saranno deformità. Parla molto bene dei martiri, che conserveranno le cicatrici per la loro gloria.:2393-2397. Risorgeranno tutti i morti, buoni e cattivi. Sulla questione di quelli che trovandosi ancora viventi alla fine del mondo se dovranno morire e risorgere subito dopo, non osa definire la questione che se preferisce ritenere che sono saranno soggetti alla morte: 2398-2403. Le qualità dei corpi gloriosi. Il corpo sarà vero corpo, non animale, non etereo, ma spirituale e soggetto allo spirito. Tutti risorgeranno nella forma giovanile, per quanto non si possa aggiungere niente, salvo la tutela della diversità dei sessi: 2404-2412.

2387. (En in Ps. 88 s.2,5). In nessun’altra cosa la fede cristiana incontra tante contraddizioni quanto a proposito della resurrezione della carne. In effetti, colui che nacque per essere il segno di contraddizione 18 , per rispondere ai contraddittori risuscitò la sua stessa carne, e poteva, senza dubbio, riprendersi le sue membra talmente risanate che non vi apparissero i segni delle ferite; tuttavia volle conservare le cicatrici nel suo corpo per risanare nel cuore le ferite del dubbio. Eppure in nessun altro argomento la fede cristiana subisce attacchi talmente violenti, ostinati, tenaci ed accaniti come a proposito della resurrezione della carne….E tanto forte è, la loro contraddizione che sostengono essere assolutamente impossibile che questa carne terrena ascenda in cielo.

2388. (Serm. 361 3). Perciò ritengo sarebbe superfluo che io indugiassi a dimostrare che i morti risorgono: il peso dell’autorità deve condurre il cristiano, che ha aderito con fede al Cristo e non teme che l’Apostolo dica menzogne. Basterà che ascolti: Se i morti non risorgono, è vana la nostra predicazione e vana la vostra fede 2. E ancora: Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto 3. Ma se è risorto il Cristo che è la salvezza dei cristiani, non è impossibile che i morti risorgano perché colui che ha risuscitato il proprio Figlio, e Colui che ha risuscitato il suo corpo, ha dato in lui che è il capo, l’esempio al resto del corpo che è la Chiesa.

2389. (De civ. Dei XXII 5). Però questo sarebbe stato incredibile una volta; ma ora il mondo ha creduto che il corpo terrestre del Cristo è stato elevato al cielo. Individui dotti e ignoranti, esclusi pochissimi istupiditi, tanto dotti che ignoranti, hanno creduto la risurrezione della carne e l’ascensione nelle dimore celesti. Se hanno creduto una cosa credibile, riflettano quanto sono stolti quelli che non credono; se invece è stata creduta una cosa incredibile, anche questo è incredibile, che sia stato creduto ciò che è incredibile. Dunque il medesimo Dio, prima che uno dei due eventi si avverasse, ha predetto che si sarebbero avverati tutti e due questi eventi incredibili, cioè la risurrezione del nostro corpo nell’eternità e che il mondo avrebbe creduto una cosa così incredibile 21. Costatiamo che uno dei due eventi incredibili si è già avverato, cioè che il mondo avrebbe creduto ciò che era incredibile. Non v’è ragione dunque di dubitare che si avveri anche l’altro, che il mondo ha ritenuto incredibile, come si è avverato ciò che è stato egualmente incredibile, cioè che il mondo credesse una cosa tanto incredibile. Difatti nella sacra Scrittura, mediante la quale il mondo ha creduto, è stato predetto l’uno e l’altro evento incredibile, uno che costatiamo, l’altro che crediamo.

2390. (ib. XXII 5). Se fa piacere, anzi perché deve far piacere, a questi due fatti incredibili aggiungiamone un terzo. Dunque sono tre i fatti incredibili che tuttavia sono avvenuti. È incredibile che Cristo sia risorto nella carne e che con la carne sia salito in cielo; è incredibile che il mondo abbia creduto una cosa tanto incredibile; è incredibile che uomini di bassa estrazione, senza mezzi, pochissimi, illetterati abbiano potuto rendere attendibile con tanta evidenza al mondo e in esso anche ai dotti una cosa tanto incredibile. I pagani, con i quali stiamo dibattendo, non vogliono credere al primo di questi tre fatti incredibili; sono costretti a costatare il secondo, ma non riscontrano come sia avvenuto se non credono al terzo. In tutto il mondo si annunzia e si crede alla risurrezione di Cristo e alla sua ascensione al cielo con la carne in cui è risorto; se non è credibile, perché è stato ormai creduto in tutto il mondo?. Se molti, famosi, altolocati, dotti avessero detto di averla vista e si fossero impegnati a divulgare quel che avevano visto, non sarebbe da meravigliarsi se il mondo avesse creduto, anzi sarebbe difficile non voler credere ad essi. Se invece, come è accaduto, il mondo ha creduto a pochi, ignoti, di bassa estrazione, ignoranti che dicevano e scrivevano di aver visto la risurrezione, perché i pochi ostinatissimi, che sono rimasti, non credono ancora al mondo che ormai crede?… Se poi non credono che per mezzo degli Apostoli di Cristo sono stati operati quei miracoli affinché si credesse a loro, che annunziavano la sua risurrezione e ascensione al cielo, a noi basta soltanto questo grande miracolo: che senza miracoli il mondo l’ha creduto.

2391.(In Io. ev. tr. 23,15). Concluso il discorso sulla risurrezione delle anime, rimane da chiarire quello sulla risurrezione dei corpi. E a lui ha dato il potere di giudicare. Gli ha dato il potere non soltanto di risuscitare le anime mediante la fede e la sapienza, ma anche di giudicare. E a quale titolo? Perché è Figlio dell’uomo. Il Padre dunque per mezzo del Figlio dell’uomo fa qualcosa che non fa in virtù della sua natura divina in cui il Figlio è uguale a lui. Così il nascere, l’esser crocifisso, il morire, il risorgere: niente di tutto ciò accade al Padre. E così il far risuscitare i corpi. Il Padre fa risuscitare le anime in virtù della sua natura e in virtù della natura divina del Figlio, che in questa è uguale a lui. E’ così che le anime diventano partecipi della sua luce immutabile. Non altrettanto avviene per i corpi: la risurrezione dei corpi il Padre la effettua per mezzo del Figlio dell’uomo. Infatti gli ha dato il potere di giudicare perché è Figlio dell’uomo; secondo quanto ha detto prima: Il Padre non giudica nessuno. E per dimostrare che ha detto questo in ordine alla risurrezione del corpo, dice: Non vi meravigliate di ciò, perché viene l’ora; non dice ed è adesso, ma viene l’ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri (e di questo anche ieri avete sentito parlare fino alla sazietà) udranno la sua voce e ne usciranno. E dove andranno? Al giudizio? Quelli che bene operarono per una risurrezione di vita, quelli che male operarono per una risurrezione di condanna. E tu, o Cristo, fai questo da solo, perché il Padre non giudica nessuno ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio? Sì – risponde il Signore -, lo faccio io da solo. Ma in che modo lo fai? Da me io non posso far nulla; giudico secondo che ascolto, e il mio giudizio è giusto. Quando si trattava della risurrezione delle anime, non diceva ascolto, ma diceva vedo. Ascolto esprime l’idea d’un ordine ricevuto dal Padre. E’ dunque come uomo, di cui il Padre è maggiore, è nella forma di servo non nella natura di Dio

2392. (Ep. 102 q.1,5). C’è poi l’altra differenza: il corpo di Cristo risuscitò il terzo giorno senz’essersi decomposto nel marciume e nel putridume, mentre i nostri si ricomporranno dopo lungo tempo mediante gli elementi confusi in cui s’erano dissolti. E’ vero: tutt’e due queste azioni sono impossibili al potere dell’uomo, ma assai facili alla potenza di Dio. Mi spiego: come la vista del nostro occhio non arriva più presto ai punti più vicini e più tardi ai più lontani, ma giunge ad ogni distanza con la medesima velocità, così quando in un batter d’occhio 3, come dice l’Apostolo, avverrà la risurrezione dei morti, all’onnipotenza e all’ineffabile volontà di Dio sarà ugualmente facile richiamare in vita sia i cadaveri sepolti da poco sia quelli decomposti da lungo tempo. Queste cose sembrano incredibili a certuni, perché non ancora sperimentate, mentre invece la natura è talmente piena di fenomeni prodigiosi che, non tanto per una certa facilità d’indagine razionale ma per l’abitudine che abbiamo di vederli, non ci paiono più meravigliosi e quindi non meritevoli d’essere osservati e studiati seriamente. Io però, e come me tutti coloro che si sforzano d’intendere le realtà invisibili di Dio attraverso le realtà visibili 4, rimaniamo stupiti che in un minuscolo seme si trovino come in un abbozzo allo stato latente tutti gli elementi costitutivi d’un albero. Dinanzi ad esso noi rimaniamo stupiti – dico – non meno, anzi ancor di più che di fronte all’immenso grembo di questo mondo, che restituirà nella futura risurrezione tutt’interi gli elementi che ha assorbiti dai corpi durante la loro decomposizione.

2393. (De civ. Dei XXII 21). Sarà restituito dunque tutto ciò che andò perduto dal corpo ancora in vita o dal cadavere dopo la morte e, assieme a ciò che era rimasto nel sepolcro trasformato nella novità dalla vetustà del corpo animale, risorgerà fregiato dall’immunità al divenire e alla morte 89. Ed anche se per qualche grave incidente o per la crudeltà dei nemici sia ridotto completamente in polvere e, per quanto è possibile, non si permetta che sia in qualche luogo perché disperso nell’aria o nell’acqua, in nessun modo potrà essere sottratto all’onnipotenza del Creatore, ma un capello del capo di lui non andrà perduto.

2394. (Enchir. 89). Pertanto la stessa materia terrena, che diventa cadavere con l’allontanarsi dell’anima, nella risurrezione non sarà reintegrata in modo che tutto ciò che si disgrega, assumendo via via gli aspetti e le disposizioni sempre nuove di altre realtà, pur ritornando al corpo dal quale si è disgregato, torni necessariamente alle parti originarie del corpo. Altrimenti, se nei capelli ritorna tutto ciò che i tagli frequenti avevano loro sottratto, se nelle unghie ritorna tutto ciò che è stato tante volte accorciato, ecco che questa mostruosità irragionevole e sconveniente diventa un ostacolo per quanti riflettono sul problema, impedendo loro di credere nella risurrezione della carne. È come quando una statua di metallo che si può fondere viene liquefatta con il fuoco, oppure polverizzata, o riagglomerata e un artista intende ricostruirla nelle stesse dimensioni: in tal caso per la sua integrità non conta nulla sapere a quale membro della statua venga restituita una particella materiale, purché tuttavia nella ricostruzione la statua possa recuperare tutta la materia di cui era costituita; allo stesso modo, Dio, artista che opera in modo mirabile e ineffabile, ricostituirà con mirabile e ineffabile prontezza la nostra carne con tutto ciò di cui essa era fatta. Avrà poca importanza allora per tale reintegrazione se i capelli torneranno ai capelli e le unghie alle unghie, o se quanto di essi era perduto sarà trasformato in carne e riportato ad altre parti del corpo, dal momento che ad impedire che ci sia qualcosa di sconveniente sarà la provvidenza dell’artista.

2395. (De civ. Dei XXII 19,1). Come se si costruisse con la creta un vaso che, ridotto di nuovo in creta, fosse ricostruito tutto dal tutto delle parti, non sarebbe necessario che la parte di creta, che era nel manico, torni al manico o quella, che aveva costituito il fondo, torni ad essere il fondo, purché il tutto ritorni nel tutto, cioè che tutta la creta, senza perdere alcuna parte, torni ad essere il vaso. Perciò se i capelli, tante volte spuntati, e le unghie, tante volte tagliate, tornano in forma irregolare ai loro posti, non vi torneranno e tuttavia non andranno perduti per chi risorgerà perché, rispettate le proporzioni delle parti, con la trasformazione della materia saranno ricongiunte alla medesima carne affinché in essa costituiscano una qualsivoglia parte del corpo. E l’affermazione del Signore: Non andrà perduto un capello della vostra testa 80 molto più convenientemente si può intendere che è stato detto non della lunghezza, ma del numero dei capelli; per questo in un altro passo dice: Tutti i capelli della vostra testa sono stati contati 81.

2396. (ib XXII 19 1-2). Non dico questo perché ritengo che una qualche parte connaturata andrà perduta per un corpo qualsiasi. Dico invece che ciò che era venuto alla luce irregolare, per il solo motivo che si noti come sia soggetto alla pena lo stato degli esseri soggetti a morire, sarà restituito in modo che, preservata l’integrità della struttura, scompaia la irregolarità….2. Quindi magri e grassi non devono temere di essere nell’eternità quali nel tempo, se ne avessero il potere, non avrebbero voluto essere. Completa bellezza del corpo è infatti la proporzione delle parti congiunta a una certa delicatezza del colore…. Quindi magri e grassi non devono temere di essere nell’eternità quali nel tempo, se ne avessero il potere, non avrebbero voluto essere. Completa bellezza del corpo è infatti la proporzione delle parti congiunta a una certa delicatezza del colore.

2397.  (ib. XXII 19,3). Non so in che senso siamo stimolati dall’amore per i martiri beati fino a desiderare di vedere sul loro corpo nel regno di Dio le cicatrici delle ferite che hanno subìto per il nome di Cristo e forse le vedremo. Infatti in esse non vi sarà irregolarità ma distinzione e, sebbene nel corpo, non del corpo splenderà una certa attrattiva dell’eroismo. E se ai martiri furono amputate e mutilate alcune parti del corpo, nella risurrezione dei morti non saranno senza di esse, perché è stato loro detto: Non andrà perduto un capello della vostra testa 85. Ma se converrà che in quel mondo rinnovato si vedano i segni delle ferite degne di gloria nella carne immune da morte, nel punto in cui le parti del corpo, per essere recise, furono battute e troncate, appariranno le cicatrici nelle medesime parti restituite, non perdute. Sebbene quindi nell’eternità non vi saranno tutti i difetti avvenuti al corpo, tuttavia non si devono considerare o denominare difetti i segni dell’eroismo.

2398. (Enchir. 84). In ogni caso nessun cristiano deve assolutamente mettere in dubbio che è destinata alla risurrezione la carne di tutti gli uomini che sono nati e nasceranno, che sono morti e moriranno.

2399. (ib. 86). In realtà è da quando l’uomo comincia a vivere, che comincia già certamente a morire: una volta morto però, dovunque gli sia potuto capitare di morire, non riesco ad immaginare come costui possa essere escluso dalla risurrezione dei morti.

2400. (Ep. 193 4,9). L’Apostolo, parlando della risurrezione dei morti, dice: Noi poi, i viventi, noi che siamo superstiti, saremo portati via assieme a loro sulle nubi incontro al Signore nell’aria e così saremo sempre col Signore 17; ora, coloro ai quali accenna qui l’Apostolo sollevano delle perplessità per se stessi, non a causa di questi nostri avversari. Anche se coloro di cui parla l’Apostolo, fossero anch’essi destinati a non morire, non vedo affatto quale argomento loro favorevole potrebbero trarne i nostri avversari, poiché potremmo rispondere loro ciò che abbiamo detto dei due Profeti. Ma per quanto concerne l’espressione paolina sembra davvero voglia significare che alla fine del mondo, quando apparirà il Signore e i morti risorgeranno, alcuni individui passeranno senza morire all’immortalità, largita a tutti gli altri fedeli servi di Dio, per essere portati via con essi – come dice l’Apostolo – sulle nubi: e non ho potuto trovare un senso diverso tutte le volte che ho voluto esaminare queste parole.

2401. (ib. 193 4,10). Ma su questo punto vorrei consultare piuttosto quelli che sono più dotti di me per vedere se le parole dell’Apostolo: Stolto, non vedi che ciò che semini non germina in vita nuova se prima non muore? 18 non siano rivolte per caso anche a coloro che credono che alcuni passeranno vivificati alla vita eterna senza dover morire. In qual modo infatti può avverarsi ciò che si legge in parecchi esemplari, cioè tutti risorgeremo 19, se tutti non morremo? Poiché non può esservi la risurrezione, se prima non ci sarà la morte. A dar questo senso alla frase ci costringe l’espressione molto più facile e chiara riportata da alcuni altri esemplari e cioè: noi morremo tutti. Anche altri passi come questo della Sacra Scrittura paiono indurci a credere che nessun uomo potrà giungere all’immortalità se prima non ci sarà stata la morte. Ecco il passo dell’Apostolo: Noi poi, i viventi, noi che ci saremo ancora al tempo della venuta del Signore, non andremo (incontro a lui) prima di quelli che già si addormentarono (= morirono), poiché il Signore stesso ad un cenno di comando, (ossia) con la voce di un angelo, allo squillo della tromba di Dio, discenderà dal cielo; e prima risorgeranno quelli che sono morti in Cristo; quindi noi, i vivi superstiti, saremo portati via insieme con essi sulle nubi (per andare) incontro a Cristo nell’aria, e così saremo sempre col Signore 20. Vorrei, come ho già detto, consultare su tale passo quelli che sono più dotti di me e, purché siano capaci di spiegarlo nel senso che tutti gli uomini viventi adesso o dopo di noi sono destinati a morire, vorrei rettificare la mia opinione diversa espressa da me una volta su questo argomento. Poiché se insegniamo, dobbiamo essere anche pronti ad imparare e per certo è meglio che uno sia raddrizzato da piccolo che spezzato quando non è più flessibile, dal momento che con i nostri scritti viene esercitata o istruita la nostra o l’altrui infermità senza però che su di essi voglia fondarsi alcuna canonica autorità.

2402. (ib. 193 4,11). Se nelle citate parole dell’Apostolo non potrà riscontrarsi alcun altro senso e apparirà chiaro ch’egli ha voluto intendere ciò che pare dire chiaramente il testo preso alla lettera, che cioè alla fine del mondo, alla venuta del Signore, ci saranno degl’individui che si rivestiranno dell’immortalità senza spogliarsi del corpo, in modo che la parte mortale sia assorbita dalla vita 21; se tale è il senso del passo, esso concorderà con la regola della fede in base alla quale professiamo che il Signore verrà a giudicare i vivi ed i morti 22, senza dare a ” vivi ” il senso di giusti, né a ” morti ” quello d’ingiusti, anche se i giusti e gl’ingiusti dovranno essere giudicati, ma intendendo per ” vivi ” coloro che il Signore alla sua ultima venuta troverà ancora in vita e per ” morti ” coloro che già ne sono usciti. Se ciò sarà assodato, bisognerà vedere qual senso dare a quest’altra espressione dell’Apostolo: Ciò che tu semini, non germina in vita nuova, se prima non muore 23, e a queste altre parole: risusciteremo tutti oppure: morremo tutti, in modo che non contrastino con l’opinione secondo la quale si crede che alcuni individui entreranno nella vita eterna anche col corpo senza provare l’amarezza della morte.

2403. (De symb. s.1,12). E poi verrà a giudicare i vivi e i morti. Vivi, i superstiti; morti, quelli che ci hanno preceduto. Si può intendere anche così: vivi, i giusti; morti, gli ingiusti. (Trad. Sartirana)

2404. (De fide et simb. 6,13). Crediamo che è salito al cielo, in quel luogo di beatitudine che promise anche a noi quando disse: Essi saranno come gli angeli nel cielo 30, in quella città che è madre di tutti noi, la Gerusalemme eterna del cielo 31. D’altra parte, capita spesso che alcuni, o empi pagani o eretici, si urtino perché crediamo che un corpo terreno sia stato assunto in cielo. I gentili, per lo più, cercano di opporsi a noi con gli argomenti dei filosofi, sostenendo che è impossibile per un oggetto che appartiene alla terra essere in cielo. Ma questo avviene perché non conoscono le nostre Scritture e non sanno che fu detto: Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale 32. Infatti, non è stato detto così come se il corpo si tramuti in spirito e diventi esso stesso spirito; poiché anche il nostro corpo attuale, per il fatto che è detto ” animale “, non è stato tramutato in anima e non è diventato anima. Ma con corpo spirituale si deve intendere un corpo che è così sottomesso allo spirito da essere adatto per la dimora celeste non appena ogni fragilità e bruttura terrena si saranno trasformate e mutate in purezza e stabilità celeste. Questa è la trasformazione della quale parla anche l’Apostolo: Risuscitiamo tutti, ma non tutti saremo trasformati 33. E questa trasformazione avverrà non in peggio ma in meglio, come insegna ancora l’Apostolo quando dice: E noi saremo trasformati 34. Cercare però dove e come si trovi in cielo il corpo del Signore è una curiosità del tutto vana: si deve soltanto credere che è in cielo. Non si addice alla nostra fragilità dissolvere i segreti del cielo; invece si addice alla nostra fede coltivare sentimenti alti e nobili intorno alla dignità del corpo del Signore.

2405. (De civ. Dei XXII 21). Sarà restituito dunque tutto ciò che andò perduto dal corpo ancora in vita o dal cadavere dopo la morte e, assieme a ciò che era rimasto nel sepolcro trasformato nella novità dalla vetustà del corpo animale, risorgerà fregiato dall’immunità al divenire e alla morte 89….Quindi sarà sottomessa allo spirito la carne spirituale, ma carne tuttavia non spirito, come alla carne fu sottomesso lo spirito carnale, ma spirito tuttavia non carne….Si parla di uomo spirituale in questa vita, anche se è tuttora carnale nel corpo e noti nelle sue membra un’altra legge che contrasta alla legge della sua coscienza 91. Sarà invece spirituale anche nel corpo quando quella stessa carne risorgerà in modo che si avveri quel che è stato scritto: Si semina un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale 92.

2406. (Enchir. 91). Se invece ci si riferisce alla sostanza, anche allora ci sarà carne; per questo, dopo la risurrezione si parla di carne per indicare il corpo di Cristo 224. Ma se l’Apostolo dice: Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale 225, è perché l’armonia tra la carne e lo spirito sarà tale e lo spirito potrà vivificare la carne a sé sottomessa senza aver bisogno d’alcun sostentamento, in modo che non ci sia in noi alcun conflitto interno: non avremo avversari da affrontare né dall’esterno, né in noi stessi.

2407. (Serm. 256,2). . Ascolta dunque, o ignorante, sordo alle parole che ogni giorno ti si leggono! Ascolta com’egli torna al suo corpo, ma corpo non più mortale: non nel senso che sarà un corpo diverso ma perché è necessario che questo corpo corrruttibile si rivesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si rivesta d’immortalità. Miei fratelli, quando l’Apostolo diceva: Questo corpo corruttibile e questo corpo mortale, ci dava l’impressione che con la propria voce si toccasse, diciamo così, il suo corpo. Non si tratta quindi di un altro corpo. Non dice: Abbandono il corpo di terra per prendere un corpo aereo o etereo. Riprendo lo stesso; solo che non è più soggetto alla morte come ora. Bisogna infatti che questo corpo corruttibile – non un altro – si rivesta d’incorruttibilità, e questo corpo mortale – non un altro – si rivesta d’immortalità. Allora s’avvererà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria.

2408. (Serm. 264,6). la carne risorgerà; ma che cosa succede? Verrà mutata e diventerà un corpo celeste e angelico. Forse gli angeli hanno un corpo? Ma questo è il problema che ci interessa, perché è questa carne che risorgerà, questa stessa che viene sepolta, che muore; questa che si vede, si tocca, che deve mangiare e bere perché possa durare nel tempo; che si ammala, che soffre dolori; questa stessa deve risorgere: nei cattivi per andare alle pene eterne, nei buoni perché vengano mutati. E quando sarà stata mutata che cosa diventerà? Sarà chiamata corpo celeste, non più carne mortale;

2409. (De civ. Dei XX 17). Ma col giudizio di Dio, che sarà l’ultimo, mediante il suo Figlio Gesù Cristo si manifesterà il suo splendore così grande e così nuovo in modo che non rimarranno tracce della tarda età, giacché i corpi della soggezione al divenire e alla morte di una volta passeranno alla immunità dal divenire e dalla morte.

2410. (Serm. 243 8,7). Pertanto, o carissimi, credete e convincetevi del fatto che molte membra lassù non serviranno a nulla, ma non ce ne sarà nessuna che sia priva di bellezza. Lassù non ci sarà nulla di sconvenevole: ci sarà somma pace, per cui nulla sarà discorde o deforme o tale che offenda la vista. E Dio sarà lodato in tutte le cose. Qualcosa del genere accade anche adesso. Pur essendo la carne debole e meschina la capacità che le membra esplicano nell’agire, tuttavia il corpo presenta una tale bellezza…quanto sarà più grande lassù, dove non ci sarà alcuna passione disordinata, nessuna corruzione, nessuna deformità o bruttura, nessuna molestia o necessità, ma un’eternità senza fine, la verità in tutta la sua bellezza, la felicità suprema?

2411. (De civ. Dei XXII 16). Tutti risorgeranno quindi con quella statura in cui si trovano o si sarebbero trovati in gioventù. D’altronde non vi sarà alcuna difficoltà, anche se la forma del corpo sarà da bimbo o da vecchio in uno stato in cui non rimarrà alcuna deficienza del corpo stesso. Quindi se un tale sostiene che ciascuno risorgerà in quella misura del corpo, in cui è morto, non si deve contrastare in un’affannosa replica.

2412 (ib. XXII 17). Alcuni, in base alle parole: Finché arriviamo tutti all’unità della fede, allo stato di uomo perfetto, nella dimensione della piena età del Cristo 61; e: Conformi all’immagine del Figlio di Dio 62, ritengono che le donne non risorgeranno nel loro sesso e affermano che tutti saranno di sesso virile, poiché dal fango della terra Dio ha tratto soltanto l’uomo e dall’uomo la donna. Ma sembra che ragionano meglio coloro i quali non dubitano che risorgerà l’uno e l’altro sesso. Infatti di là non vi sarà più il desiderio del sesso che è motivo di vergogna….A quei corpi dunque si sottrarranno le imperfezioni, si conserverà la natura….Dunque il Signore ha negato che nella risurrezione vi sarà il matrimonio, non ha negato che vi saranno le donne

CAPITOLO VIII

Il giudizio universale.

SOMMARIO. La Sacra Scrittura mostra anche come sarà il futuro giudizio universale, e che seguirà la resurrezione dei morti. Gli argomenti sono dal Nuovo e dal Vecchio Testamento. Ogni tanto le Scritture usano il passato per il futuro, dove dicono che qualcuno che non crede in Cristo è già stato giudicato, cioè è già dannato dalla prescienza di Dio. Dimostra il giudizio finale anche dal verificarsi di altre profezie: 2413-2419. Cristo giudicherà il mondo con la dimensione dell’umanità. Si manifesterà l’uomo da giudicare e sarà giudicato come uomo: 2420-2422. Tutte le genti saranno riunite intorno al Figlio dell’uomo. Saranno aperti i libri e sarà aperto anche un libro; i libri saranno quelli della Sacra Scrittura con i comandamenti di Dio, il libro sarà quello della coscienza di ciascuno. Con un atto mentale sarà richiamato tutto in memoria, sia il bene che il male. Sentenza. Il mondo si dissolverà in una conflagrazione. Ci sarà un cielo nuovo e una terra nuova, adatti ai corpi spirituali: 2423-2425.

2413. (De civ. Dei XX 1,1-2). Dovendo esporre sul giorno dell’ultimo giudizio di Dio ciò che Egli ci concederà e discuterne contro infedeli e miscredenti, devo prima porre, come a fondamento di un edificio, le testimonianze della sacra Scrittura. Coloro che non vogliono credere in esse tentano di negarle con meschine dimostrazioni umane, false e ingannatrici, allo scopo di dimostrare o che ha un altro significato il testo riportato dalla sacra Scrittura o di negare che è d’ispirazione divina. Ritengo infatti che non vi sia un individuo il quale, se ha compreso i testi come sono stati trasmessi e ha creduto che sono stati trasmessi dal sommo, vero Dio mediante persone sante, non li accetti e non presti loro consenso, tanto se lo confessa apertamente, come se si vergogna o teme di ammetterlo per un qualche pregiudizio, o anche se per una caparbietà, molto simile all’idiozia, si affanna a difendere con grande accanimento ciò che ritiene o crede falso contro ciò che ritiene o crede vero….2. Nella ufficiale professione di fede ogni Chiesa del vero Dio ritiene che il Cristo verrà dal cielo a giudicare i vivi e i morti 1. Consideriamo questo evento come il giorno dell’ultimo giudizio, cioè la fine del tempo.

2414. (ib XX 4). Fra le testimonianze della sacra Scrittura sull’ultimo giudizio di Dio, che ho stabilito di scegliere, prima si devono addurre quelle dai libri del Nuovo Testamento e poi quelle dell’Antico Testamento. Sebbene quelle dell’Antico siano anteriori nel tempo, tuttavia per la loro importanza si devono anteporre quelle del Nuovo,

2415. (ib. XX 5). Quindi il Salvatore stesso, nel rimproverare le città in cui aveva compiuto grandi prodigi, e non avevano creduto, e nel preferire ad esse città straniere, dice: Ebbene vi dico che per Tiro e Sidone vi sarà maggiore indulgenza che per voi 17; e poco dopo per un’altra città afferma: Vi dico in verità che nel giorno del giudizio per la città di Sodoma vi sarà maggiore indulgenza che per te 18. Nel passo con molta evidenza annunzia che vi sarà il giorno del giudizio. In un altro passo afferma: Gli uomini di Ninive si alzeranno nel giudizio contro questa progenie e la condanneranno perché fecero penitenza alla predicazione di Giona ed ora qui v’è uno più grande di Giona. La regina del Sud si alzerà nel giudizio contro questa progenie e la condannerà perché venne dai confini della terra ad ascoltare la sapienza di Salomone ed ora qui vi è uno più grande di Salomone 19. Da questo passo apprendiamo due verità: che si avrà il giudizio e che si avrà assieme alla risurrezione dei morti. Infatti quando accennava agli avvenimenti degli abitanti di Ninive e della regina del Sud, senza dubbio parlava di persone morte, ma di essi predisse che sarebbero risorti nel giorno del giudizio. Non ha detto però che condanneranno, come se fossero essi a giudicare, ma perché gli altri nel confronto con loro saranno condannati.

2416. (ib. XX 5). Allo stesso modo disse ai suoi discepoli: In verità vi dico che voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sederà sul trono del suo potere, anche voi sederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele 21. Da questo passo apprendiamo che Gesù giudicherà assieme ai suoi discepoli….E poiché ha detto che sederanno sopra dodici troni non dobbiamo pensare che giudicheranno con lui soltanto dodici individui. Col numero dodici infatti è stata indicata una particolare totalità d’individui…La medesima osservazione sul numero dodici si deve fare per coloro che devono essere giudicati….Poiché poi ha detto: Nella nuova creazione 26, senza dubbio nel concetto di nuova creazione ha voluto che s’intendesse la risurrezione dei morti. Infatti la nostra carne sarà nuovamente creata mediante la non soggezione al divenire come la nostra anima è stata nuovamente donata all’essere mediante la fede.

2417. (De agone chr. 27,29). Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che non verrà il giorno del giudizio e ricordano quello che nel Vangelo è scritto: “Colui che crede in Cristo non sarà giudicato; chi invece non crede in Lui è già stato giudicato” 71….Non si rendono conto che le Scritture si esprimono in tal modo da introdurre il tempo passato al posto del futuro….Così anche lo stesso Signore disse ai discepoli: Tutte le cose che ho udito dal Padre mio, le ho fatte conoscere a voi 73, e poco dopo dice: Io ho molte cose da dirvi, ma per adesso voi non le potete comprendere 74. Quale la ragione dunque per cui aveva detto: Tutte le cose che ho udito dal Padre mio le ho fatte conoscere a voi, se non perché quello che avrebbe fatto certissimamente per mezzo dello Spirito Santo, lo disse come se lo avesse già fatto? Così dunque quando sentiamo: Chi crede in Cristo non verrà in giudizio intendiamo che non verrà alla dannazione….Chi poi non crede, è già giudicato, volle dire che è già condannato per la prescienza di Dio, il quale sa quello che attende i non credenti.

2418. (ib. XX 23,2). In un altro passo il medesimo Daniele scrive: Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo. E in quel tempo sarà salvato tutto il tuo popolo che si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono sotto un mucchio di terra si sveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e i giusti come le stelle per sempre 210. Questo brano è molto simile al pensiero del Vangelo soltanto sulla risurrezione dei corpi morti. Difatti nel Vangelo si dice che i morti sono nei sepolcri 211, e qui che dormono sotto un mucchio di terra o, come altri hanno tradotto: nella polvere della terra ; nel Vangelo si dice: avanzeranno, qui: si leveranno in piedi; lì: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna 212; in questo passo: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all’infamia eterna.

2419. (Serm. 110 4). Orsù, albero senza frutti, non schernire per il fatto d’essere risparmiato; i colpi della scure sono stati differiti, non crederti sicuro; la scure verrà e sarai tagliato via. Tieni per certo che verrà. Tutte queste cose che vedi, prima non esistevano….ascolta le predizioni e guardale adempiute. Così fratelli carissimi, Cristo non era ancora nato dalla Vergine: era stato predetto ed è nato. Non aveva ancora compiuto i miracoli: erano stati predetti ed egli li ha compiuti. Non aveva ancora sofferto i patimenti: era stato predetto, e si è avverato. Non era ancora risorto: era stato predetto e si è avverato;… Allo stesso modo non è giunto ancora il giorno del giudizio ma, siccome è stato predetto, si avvererà.

2420. (De civ. Dei  6,2). Riguardo a tale giudizio aggiunge le parole: E gli ha dato il potere di giudicare perché è il Figlio dell’uomo 38. Nel passo lascia intendere che verrà per giudicare nella medesima carne in cui era venuto per essere giudicato. Nell’intento dice: Poiché è il Figlio dell’uomo.

2421. (ib. XX 30,4). Poiché dunque nei libri dei Profeti si legge che Dio verrà per eseguire il giudizio, sebbene non sia indicata alcuna distinzione, unicamente sulla base del giudizio si deve rilevare il Cristo poiché, anche se il Padre giudicherà, giudicherà con la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti il Padre non giudicherà alcuno con la manifestazione della sua presenza, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio 277, poiché questi, il quale si manifesterà come uomo per giudicare, come uomo è stato giudicato.

2422. (C. Faust. V 4). In verità, in verità vi dico che è giunta l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del figlio di Dio, e coloro che l’avranno udita vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha dato al figlio la possibilità di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare perché è figlio dell’uomo 17. Ha detto: Udranno la voce del figlio di Dio, e ha anche detto: Perché è figlio dell’uomo. Per il fatto di essere figlio dell’uomo ha ricevuto il potere di giudicare, poiché in questa forma verrà a giudicare sì da essere visto sia dai buoni sia dai cattivi.

2423. (De Trin. I 13,31). Nella visione in cui si mostrerà ai puri di cuore Dio è pieno di bontà, perché: Quanto è buono il Dio d’Israele verso i retti di cuore 256! Ma quando i cattivi lo vedranno come loro giudice non sembrerà loro buono, poiché non godranno di lui in fondo al loro cuore ma gemeranno su di sé tutte le genti della terra 257….Ma la visione, già preannunciata del Figlio dell’uomo, quando tutte le genti saranno radunate al suo cospetto e gli chiederanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e assetato? 268, e quel che segue, non sarà di gaudio per i cattivi che saranno gettati nel fuoco eterno 269 né di sommo bene per i buoni perché egli li invita inoltre al regno che è stato preparato loro fin dall’inizio del mondo 270. Se a quelli comanderà: Andate nel fuoco eterno, dirà a questi: Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi. Come quelli andranno nel fuoco eterno, così i giusti entreranno nella vita eterna 271.

2424. (De civ. Dei XX 16). Finito il giudizio, con cui l’Apocalisse ha premesso che devono essere giudicati i cattivi, rimane che parli anche dei buoni. Infatti, dopo aver sviluppato quel che dal Signore è stato espresso in breve: Così andranno questi alla pena eterna, continua a sviluppare quel che nel Vangelo vi è connesso: E i giusti alla vita eterna 133. Dice appunto: Vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Infatti il cielo e la terra di prima erano svaniti e non v’è più il mare 134. Si avrà con tale sequenza l’avvenimento che precedentemente anticipando ha esposto, che, cioè, ha visto colui il quale sedeva sul trono, dal cui aspetto scomparvero cielo e terra 135. Dunque prima saranno giudicati coloro che non sono scritti nel libro della vita e gettati nel fuoco eterno….Allora la conformazione di questo mondo cesserà col divampare simultaneo dei fuochi del mondo, come avvenne il diluvio con l’inondazione delle acque del mondo. Con quel divampare simultaneo del mondo, come ho detto, le proprietà degli elementi posti nel divenire, le quali convenivano ai nostri corpi posti nel divenire, cesseranno del tutto nel fuoco. Lo stesso essere sussistente avrà quelle proprietà che convengano, attraverso una meravigliosa trasformazione, a corpi non posti nel divenire, in modo che il mondo, trasformato in meglio, si adegui ad uomini trasformati in meglio anche nel loro essere fisico. Riguardo alla frase: Non v’è più il mare, non saprei dire se si prosciugherà con quello straordinario calore o se anch’esso si trasformerà in meglio. Abbiamo letto che vi saranno un cielo nuovo e una terra nuova, ma non ricordo di aver letto alcunché da qualche parte sul mare nuovo, salvo la frase che si ha in questo stesso libro: Come un mare di vetro simile al cristallo 137.

FINE.