IL MATRIMONIO

CAPITOLO I

La città celeste era da riempire con il numero dei santi predestinati. Fondamento della dottrina del Matrimonio.

SOMMARIO. Il popolo dei santi doveva essere associato ai santi angeli nella pace eterna. Un solo uomo è stato creato da Dio. Gli altri avrebbero dovuto nascere per generazione da questa radice. Da lì l’istituzione la benedizione delle nozze, crescete e moltiplicatevi. L’unione del maschio e della femmina è in certo modo l’inizio della città. Anche se l’uomo non avesse peccato la natura umana sarebbe stata creata in paradiso, fintanto che non fosse stato completo il numero stabilito da Dio: 2184-2190. Da lì la verginità ha un grande merito, perché in questo tempo una grande abbondanza aiuta a provvedere al numero dei santi. Non era un problema dei primi tempi, poiché allora il compito era quello di generare: 2191-2193. Alla generazione appartiene la propagazione e la conformazione, cioè la facoltà di generare con la cooperazione di Dio. La donna è stata fatta come aiuto all’uomo per procreare i figli. Con le parole crescete e moltiplicatevi Dio benedisse le nozze, e concesse la forza procreatrice ai primi uomini: 2194-2197.

2184. (De civ. Dei XII 22). Dio non ignorava che l’uomo avrebbe peccato e che soggetto alla morte avrebbe propagato individui destinati a morire e che i mortali sarebbero giunti al punto estremo nella disumanità del peccare. Al contrario le bestie di ogni singola specie che cominciarono a esistere germinando in più dall’acqua e dalla terra, sebbene prive di razionale volontà, sarebbero vissute fra di loro con più tranquilla sicurezza degli uomini, sebbene la specie di questi ultimi si è propagata, ad inculcare la concordia, da un solo individuo. Infatti neanche i leoni e i rettili si combattono fra di sé come fanno gli uomini. Ma Dio prevedeva anche di chiamare in adozione con la sua grazia un popolo di fedeli e, giustificatolo nello Spirito Santo con la remissione dei peccati, di farlo partecipe della società degli angeli santi nella pace eterna, dopo aver eliminato l’ultima nemica, la morte 43. E a questo popolo avrebbe giovato la considerazione del fatto che da un solo individuo Dio ha dato origine al genere umano per inculcare agli uomini quanto gli è gradita l’unità dei molti.

2185. (De gen. ad litt. IX 3,6). In realtà, sebbene la Scrittura ricordi che [i nostri progenitori] ebbero rapporti sessuali e generarono figli solo dopo essere stati cacciati dal paradiso, io tuttavia non vedo che cosa avrebbe potuto impedire che per loro ci fosse un’onorata unione matrimoniale e il talamo intemerato 11 anche nel paradiso. Dio infatti, se fossero vissuti nella fedeltà e nella giustizia e lo avessero servito nell’ubbidienza e nella santità, avrebbe concesso loro di generare figli con il loro seme senza l’ardore disordinato della concupiscenza, senza la fatica e il dolore del parto. In tal caso non si sarebbe trattato di raggiungere lo scopo di avere figli che succedessero ai genitori alla loro morte. Si sarebbe ottenuto piuttosto il risultato che coloro, i quali avessero generato dei figli, sarebbero rimasti nel fiore degli anni e avrebbero mantenuto il loro vigore fisico mangiando i frutti dell’albero della vita piantato nel paradiso e i loro figli sarebbero giunti al medesimo stato fino a quando, raggiunto un determinato numero di persone, se tutti fossero vissuti nella giustizia e nell’ubbidienza, si sarebbe prodotta la trasformazione per cui i corpi naturali si sarebbero cambiati in un’altra qualità, senza passare affatto attraverso la morte per il fatto d’aver ubbidito a ogni cenno dello spirito che li guidava, che da solo dava loro la vita, senza il sostentamento d’un cibo corporeo, e così quei corpi sarebbero divenuti ciò che si chiama “corpo spirituale”. Ciò sarebbe potuto avvenire, se la trasgressione del precetto non avesse meritato il castigo della morte.

2186. (De civ. Dei XIV 23,1). Chi afferma che i progenitori non si sarebbero accoppiati e non avrebbero generato se non avessero peccato, in definitiva afferma che fu indispensabile il peccato dell’uomo per ottenere un gran numero di eletti. Se non peccando rimanevano soli – giacché, come alcuni sostengono, se non peccavano, non potevano generare –, il peccato fu necessario affinché di onesti non rimanessero soltanto due ma un gran numero. È assurdo pensarlo. Si deve piuttosto ritenere che il numero degli eletti richiesto per costituire la città santa, anche se nessuno peccava, sarebbe stato eguale a quello che ora, per la grazia di Dio, si seleziona dalla moltitudine dei peccatori fino a che le creature esistenti nel tempo generano e sono generate 149.

2187. (C. Iul. o.i. III 198). Né per la loro volontà io accuso la natura dei bambini: nessuno infatti nasce perché lo vuole; né per la condizione della loro natività: io accuso il fatto che nascono miseri, non il fatto che nascono. Nascerebbe infatti pure nel paradiso la natura umana, feconda per la benedizione di Dio, anche se nessuno avesse peccato, fino a che non si compisse il numero dei santi preconosciuto da Dio.

2188. (De civ. Dei XIV 10). Dunque essi erano felici e non erano agitati da inquietudini della coscienza…Allo stesso modo sarebbe stata felice tutta l’umana società se essi non avessero commesso il peccato che avrebbero trasmesso ai posteri né alcuno della loro discendenza avesse compiuto per malvagità il male che si trae appresso per condanna. Così in tale felicità indefettibile fino a che, mediante la benedizione con cui fu detto: Crescete e aumentate di numero 102, fosse al completo il numero degli eletti predestinati, sarebbe stata data quella più alta benedizione che fu data agli angeli immensamente felici. Con essa si sarebbe ottenuta l’infallibile certezza che nessuno avrebbe peccato, nessuno sarebbe morto, e tale sarebbe stata la vita dei santi senza l’esperienza della fatica, del dolore e della morte, quale dopo tutti questi mali sarà restituita con la resurrezione dei morti mediante l’incorruzione dei corpi.

2189. (De civ. Dei XV 16,3). L’unione di maschio e femmina, per quanto attiene al genere umano, è il vivaio della città,

2190. (C. Iul. o.i. VI 30). Sbagli completamente a pensare che le nozze siano state istituite perché la scomparsa dei morti fosse supplita dalla comparsa dei nascenti. Le nozze infatti furono istituite perché la pudicizia delle donne facesse i figli certi per i padri e i padri certi per i figli. Gli uomini infatti potrebbero nascere anche dall’uso disordinato e indiscriminato di donne qualsiasi; ma non ci potrebbe esser certezza di parentela tra i padri e i figli. Se invece nessuno peccava e per questo nessuno anche moriva, arrivato alla sua pienezza il numero dei santi, quanto bastava al secolo futuro, finiva il secolo presente,… completo il numero dei santi, non c’era più bisogno che qualcuno nascesse dove nessuno doveva più morire.

2191. (De gen. ad litt. IX 7,12). Perché, infatti, la fedele e santa verginità ha il suo gran merito e la sua grande dignità agli occhi di Dio se non perché in questo tempo ormai opportuno per astenersi dall’amplesso carnale – dal momento che, per completare il numero dei santi, basta l’enorme massa di uomini provenienti da tutti i popoli – la brama passionale d’un sordido piacere non esige più l’atto necessario per generare altri figli già sufficientemente numerosi?

2192. (De bono vid. 8,11). Difatti colui che ha detto: Se non riescono ad essere casti, si sposino 41, avrebbe potuto anche affermare: “Se non hanno figli, si sposino”, se davvero dopo la resurrezione di Cristo e la predicazione del Vangelo – quando in tutte le nazioni il numero dei figli rigenerati spiritualmente è così elevato! – il dovere di procreare figli secondo la carne fosse ancora della stessa urgenza come nei tempi antichi.

2193. (De bono coniug. 9,9). Si capisce che nei primi tempi del genere umano, siccome era necessario propagare il popolo di Dio, che doveva annunziare e far nascere il Principe e Salvatore di tutti i popoli, anche i santi furono costretti ad usare questo bene del matrimonio, non perché fosse desiderabile per se stesso, ma perché era necessario a un altro scopo.

2194. (De civ. Dei XXII 24, 1-2). 1. Ed ora si deve esaminare di quali e quanti beni la bontà di colui, che governa tutte le cose che ha creato, ha colmato l’infelicità del genere umano, nella quale ha lode la giustizia di lui che punisce. Prima di tutto segnaliamo la benedizione che proferì prima del peccato dicendo: Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra 107, e che dopo il peccato non ha voluto rievocare e rimase nella discendenza condannata la fecondità concessa. Neanche la disobbedienza del peccato, con la quale ci è piombata addosso la fatale legge del morire, è riuscita ad eliminare la meravigliosa energia dei semi, anzi quella più meravigliosa, con cui essi si producono, inserita e in un certo senso intessuta nel corpo umano. Ma in questo quasi fiume impetuoso corrono insieme l’uno e l’altro: il male che è derivato dal progenitore, il bene che è concesso dal Creatore. Nel male di origine si hanno due significati: il peccato e il castigo; nel bene di origine altri due: la propagazione e la conservazione…2. Egli dunque con la sua benedizione ha accordato all’inizio delle opere del mondo la propagazione di quei due beni che, come abbiamo detto, sgorgano come dalla sorgente della sua bontà anche nella natura viziata dal peccato e condannata alla pena. Da tali opere Egli si è riposato al settimo giorno, ma la conservazione della forma persiste nell’opera con cui fino ad ora dà l’essere 108. Se sottraesse dalle cose l’efficienza del suo potere, esse non potrebbero conservarsi e con movimenti misurati far fluire il tempo e certamente non si conserverebbero fino a un certo punto nella specie in cui sono state create. Dunque Dio ha creato l’uomo in modo da aggiungere anche la fecondità con cui realizzare la procreazione di altri uomini, inserendo anche in essi la possibilità non la necessità di procreare. Ha sottratto però la fecondità ad individui che ha voluto e sono stati sterili, ma non ha sottratto la fecondità concessa all’inizio ai primi due coniugi con una benedizione per tutti….Se alla propagazione non si applicasse la conservazione della forma, neanche la propagazione si svolgerebbe nelle forme e modalità dovute al suo genere. Se gli uomini non si fossero accoppiati e, ciò nonostante, Dio volesse riempire la terra di uomini, come ne ha creato uno senza l’unione di maschio e femmina, potrebbe creare tutti allo stesso modo e coloro che si accoppiano non possono procreare se egli non crea….Se alla propagazione non si applicasse la conservazione della forma, neanche la propagazione si svolgerebbe nelle forme e modalità dovute al suo genere.

2195. (De gen. ad litt. IX 3,5). Orbene, se ci chiediamo per quale motivo era necessario quell’aiuto, con ragione ci si presenta alla mente solo quello della procreazione dei figli, così come la terra è d’aiuto al seme per la produzione d’una pianta dall’unione dell’una e dell’altro. Questo motivo era già stato indicato anche nella creazione originaria delle cose: Dio li creò maschio e femmina e li benedisse dicendo: Crescete e moltiplicatevi, riempite la terra e assoggettatela 10.

2196. (ib, IX 5,9). Ora, se la donna non fu fatta per esser d’aiuto all’uomo al fine di generare figli, per aiutarlo a fare cos’altro fu creata? Nell’ipotesi che fosse stata creata per coltivare la terra insieme con lui, non esisteva ancora il lavoro che esigeva l’aiuto d’un altro e, se ce ne fosse stato bisogno, sarebbe stato migliore l’aiuto d’un maschio. Lo stesso potrebbe dirsi del conforto [ di un altro], se per caso [Adamo] si fosse tediato della solitudine. Quanto più conveniente sarebbe stato che, per vivere e conversare insieme, abitassero sotto lo stesso tetto due amici anziché un uomo e una donna! Se invece fosse stato necessario per la convivenza dei due che uno comandasse e l’altro ubbidisse per evitare che un contrasto della volontà turbasse la pace della famiglia e per conservare la concordia, non sarebbe mancata nemmeno la disposizione naturale per il fatto che l’uno era stato creato prima e l’altro dopo, soprattutto se l’altro era stato creato venendo tratto dal primo, come era il caso della donna. Nessuno certamente dirà che Dio avrebbe potuto creare con la costola dell’uomo soltanto una donna e non anche un uomo, se lo avesse voluto. Non vedo, per conseguenza, in qual senso la donna fu creata come aiuto per l’uomo, se si toglie il motivo di generare figli.

2197. (De pecc. orig. 35,40). E quelle parole di Dio: Crescete e moltiplicatevi 108 non furono una predizione di peccati da condannare, ma una benedizione di fecondità concessa alle nozze. Dio infatti con queste sue ineffabili parole, cioè con le divine ” ragioni “, viventi nella verità della sua Sapienza, mediante la quale sono state fatte tutte le cose, immise nei primi uomini la forza ” seminale “.

CAPITOLO II

L’istituzione e l’onestà delle nozze.

SOMMARIO. Istituzione e benedizione delle nozze da Dio all’inizio della creazione. Ai Pelagiani calunniatori, come se l’opera delle nozze Agostino l’attribuisse al diavolo a causa della dottrina della trasmissione del peccato originale, risponde che la natura delle nozze era la stessa dopo il peccato come prima per quanto qualitativamente mutata in peggio a causa del male della concupiscenza: 2198-2202. I Manichei, mentre permettevano agli uditori della loro setta di contrarre matrimonio, ritenevano un male la procreazione di figli. Agostino li contesta e difende l’onestà del matrimonio:2203-2204. Il matrimonio è buono per natura, anche quando i coniugati lo usino male. Tuttavia non è un bene come sono i beni che si desiderano per se, ma come sono i beni in qualche modo necessari., in questo caso inferiori alla continenza verginale e anche vedovile: 2205-2214.

2198. (De civ. Dei XIV 22). Noi non dubitiamo affatto che il prolificare, l’aumentare di numero e il riempire la terra secondo la benedizione di Dio è un dono del matrimonio che Dio istituì dal principio, prima del peccato dell’uomo, creando il maschio e la femmina. La diversità del sesso si manifesta anche nel fisico. All’atto creativo di Dio seguì la sua benedizione. Infatti la Scrittura dopo le parole: Li creò maschio e femmina, soggiunge immediatamente: E Dio li benedisse dicendo: Prolificate e aumentate di numero e riempite la terra e dominatela 146,

2199. (In Io. ev. tr. 9,2). Che il Signore abbia accettato l’invito e sia andato a nozze, a parte ogni significato mistico, è una conferma che egli è l’autore delle nozze.

2200. (De nupt. et concup. I 1,1). I nuovi eretici, dilettissimo figlio Valerio, che sostengono che non sia necessaria ai bambini, nati secondo la carne, la medicina di Cristo, che li guarisce dai peccati, vanno gridando con animo sommamente malevolo che io condanno il matrimonio e l’opera divina, con la quale Dio crea gli uomini dall’unione dell’uomo e della donna. Questo perché affermo che coloro che nascono da una tale unione contraggono il peccato originale,… e perché affermo che essi,… questi assertori di una nuova e perversa dottrina,… come se condannassi il matrimonio e come se dicessi che l’opera di Dio, cioè l’uomo che da esso nasce, sia opera del diavolo. Non avvertono che non si può accusare la bontà del matrimonio per il male originale che da esso si contrae, allo stesso modo che non si può scusare la malizia dell’adulterio e della fornicazione per il bene naturale che ne deriva….Ecco dunque lo scopo di questo libro: distinguere, per quanto Dio si degnerà di aiutarmi, dalla bontà del matrimonio il male della concupiscenza carnale, a causa della quale l’uomo, che per essa nasce, contrae il peccato originale. Questa vergognosa concupiscenza, che dagli spudorati viene spudoratamente lodata, non esisterebbe neppure se l’uomo non avesse peccato; il matrimonio, invece, esisterebbe lo stesso, anche se nessuno avesse peccato, giacché la generazione dei figli nel corpo di quella vita avverrebbe senza questo morbo, senza del quale ora, nel corpo di questa morte, non può avvenire 3.

2201. (De nupt. et conc. II 27,45). A tutte queste domande risponde l’Apostolo. Egli non accusa la volontà del bambino, il quale ancora non ne ha una propria per peccare; né accusa il matrimonio in quanto tale, perché a Dio risale non soltanto la sua istituzione ma anche la sua benedizione; né accusa i genitori in quanto genitori, uniti l’uno all’altro lecitamente e legittimamente per la procreazione dei figli;

2202. (ib II 32,54). Lungi da me, dunque, l’affermazione attribuitami da costui, cioè che “il matrimonio, quale ora si fa, è un’invenzione diabolica”. Senza dubbio il matrimonio è sempre lo stesso che Dio istituì all’inizio. Di questo suo dono infatti, istituito per la generazione umana, Dio non privò gli uomini neppure dopo la condanna, come non li privò dei sensi della carne e delle membra, indubbiamente suoi doni, benché ormai destinati alla morte per una giusta condanna. È questo, ripeto, il matrimonio del quale fu detto (ma in queste parole c’è simbolizzato pure il grande mistero di Cristo e della Chiesa): Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e saranno due in una carne sola 123. Questo fu detto prima del peccato, e se nessuno avesse peccato, avrebbe potuto compiersi senza la vergognosa libidine. Anche adesso, benché nel corpo di questa morte non avvenga senza la concupiscenza, non cessa di realizzarsi proprio questo: l’uomo aderisce a sua moglie ed essi sono due in una carne sola. Per questa ragione anche se si dice che l’attuale matrimonio è diverso da quello che poteva essere, qualora nessuno avesse peccato, non lo dico riguardo alla natura, ma riguardo a una certa qualità mutata in peggio. Se uno muta la sua vita in meglio o in peggio, rimane sempre lo stesso, eppure si dice che è diverso. Una cosa infatti è un giusto, una cosa un peccatore, anche se si tratta della stessa persona. Allo stesso modo, una cosa è il matrimonio immune dalla vergognosa libidine, altra cosa è quello accompagnato dalla vergognosa libidine. Quando, tuttavia, si osserva la sua costituzione, per cui la moglie si unisce legittimamente al marito e la fedeltà del debito carnale si preserva immune dal peccato di adulterio e in questo modo legittimo si generano i figli, si ha sempre lo stesso matrimonio che Dio istituì.

2203. (C. Faust. Man. XIX 29). essi (Manichei) suppongono e predicano è vero, cioè che il diavolo abbia creato ed unito maschio e femmina,

2204. (De mor. Man. II 18,65). Resta il sigillo del seno, a proposito del quale la vostra castità è molto dubbia. Infatti proibite non l’accoppiamento, ma, come molto tempo fa ha detto l’Apostolo 25, proprio il matrimonio, che è la sola onesta giustificazione dell’accoppiamento. Al riguardo non dubito che voi griderete e mi renderete odioso col dire che raccomandate e lodate in modo particolare la castità perfetta, ma che non per questo proibite il matrimonio. Ai vostri uditori, che occupano tra voi il secondo grado, infatti è consentito di prendere moglie e di tenerla con sé. Ma dopo che avrete dette queste cose a gran voce e con grande sdegno, vi rivolgerò più benevolmente questa domanda: non siete voi a ritenere che generare i figli, per cui le anime si legano alla carne, è un peccato più grave dello stesso accoppiamento? Non siete voi che solevate raccomandarci di fare attenzione, per quanto è possibile, al tempo nel quale la donna, dopo le mestruazioni, fosse atta a concepire e durante questo tempo di astenerci dall’accoppiamento perché l’anima non si mescolasse con la carne? Da ciò segue che, secondo il vostro pensiero, la moglie va presa non per la procreazione dei figli, ma per saziare la libidine. Ma le nozze, come proclamano le stesse tavole nuziali, uniscono l’uomo e la donna per la procreazione dei figli. Chi pertanto dice che è peccato più grave procreare i figli che accoppiarsi, proibisce senz’altro le nozze e fa della donna non la moglie, ma la meretrice, che, per certe compensazioni che ne riceve, si congiunge all’uomo per soddisfare la sua libidine. Dove c’è una moglie, infatti c’è matrimonio; invece non c’è matrimonio dove si cerca di impedire che ci sia la madre e dunque la moglie. Perciò voi vietate le nozze, e di questa colpa, che un giorno lo Spirito Santo predisse di voi, non vi difendete con nessun argomento.

2205. (De bono coniug. 6). qualsiasi cosa facciano tra loro gli sposi di sregolato, di vergognoso o di abietto è difetto degli uomini, non colpa delle nozze.

2206. (ib 3,3). Ciò che vogliamo dire ora, riferendoci a questa condizione di nascita e di morte che conosciamo e nella quale siamo stati creati, è che il connubio del maschio e della femmina è un bene.

2207. (ib. 11,12). Dunque la dignità del matrimonio consiste nel procreare onestamente e nel rendere fedelmente il debito coniugale: questa è la funzione delle nozze, questa l’Apostolo difende da ogni accusa dicendo: Se hai preso moglie, non hai peccato; e se una vergine si è sposata, non pecca 32, e: Faccia ciò che vuole; se si sposa, non pecca 33.

2208. (ib. 24,32). Dunque il bene del matrimonio presso tutte le genti e tutti gli uomini consiste nello scopo della generazione e nella casta fedeltà; ma per ciò che riguarda il popolo di Dio vi si aggiunge la santità del sacramento,

2209. (De pecc. orig. II 34,39). Un bene sono dunque le nozze in tutti gli elementi che sono propri delle nozze. Questi elementi sono tre: l’intenzione di generare, la casta fedeltà, il carattere sacramentale del connubio.

2210. (De bono coniug. 9). Certo bisogna considerare che Dio ci concede alcuni beni che sono desiderabili per se stessi, come la sapienza, la salute, l’amicizia; altri che sono necessari per un diverso scopo, come la dottrina, il cibo, la bevanda, il sonno, il matrimonio, l’unione carnale….Dunque, se utilizzando questi beni che sono necessari per conseguirne altri qualcuno li indirizza a uno scopo diverso da quello per cui sono stati creati, pecca, talvolta in maniera veniale, talvolta mortale. Chiunque li usa per lo scopo per cui sono stati dati, fa bene;

2211. (De sanc. Virgin. 19). Sono, tutt’e due, errori gravi: porre le nozze sullo stesso livello della verginità consacrata, e condannare le nozze. Questi due errori, muovendosi oltre misura in direzioni opposte e non volendo conservare il giusto mezzo della verità, si trovano in netto contrasto fra loro. Noi, al contrario, e per validi argomenti d’ordine razionale e per l’autorità delle Scritture divine, siamo convinti che le nozze non sono affatto un peccato, ma non osiamo equipararle in dignità né alla continenza delle vergini e nemmeno a quella delle vedove.

2212. (De san. Virg. 21). Noi però vogliamo restare fedeli alle sacre Scritture e alla sana dottrina; e quindi neghiamo che le nozze siano peccato, pur collocandole, nella scala dei valori, al di sotto della continenza, non solo verginale ma anche vedovile.

2213. (De bono coniug. 23,28). Se paragoniamo dunque le cose in sé, in nessun modo bisogna dubitare che la castità della continenza è migliore della castità nuziale, benché entrambe siano un bene;

2214. (De san. Virg. 1). per diritto divino la continenza in se stessa è più eccellente del matrimonio e la verginità consacrata più eccellente delle nozze.

CAPITOLO III

Il fine, i beni e l’essenza del matrimonio.

SOMMARIO. La femmina sposa per questo, per diventare madre. La stessa parola matrimonio lo indica. La procreazione dei figli appartiene alla riuscita del congiungimento, non alla pena del peccato; per cui, già prima del peccato di Adamo le nozze ricevettero la benedizione, affinché i coniugati crescessero. Le stesse tavole matrimoniali che erano lette davanti a tutti indicavano che le mogli erano condotte a causa dei figli da procreare: 2215-2218. Elenca molti beni matrimoniali tra i quali la prole, la fedeltà il sacramento: 2219. L’atto coniugale non è essenziale al Matrimonio. Anche se si conserva la continenza perpetua , resta il patto. Così San Giuseppe e la beata Vergine erano veri coniugi, con gli stessi diritti dei coniugi, senza il congiungimento della carne. Questo è il massimo del matrimonio cristiano. Il Matrimonio dunque consiste nel diritto al congiungimento, cioè al diritto al corpo dell’altro, e non nell’uso di questo diritto. La generazione include l’educazione docile dei figli e la loro rigenerazione in Cristo. Agostino rimprovera severamente quelli che sono contrari alla generazione della prole in modo illecito o quelli che commettono l’aborto: 225-2233.

2215. (C. Faust. Man  26). È chiamato matrimonio per questo motivo: perché una donna non dovrebbe sposarsi se non per divenire madre.

2216. (De bono coniug. 1). Pertanto il primo naturale legame della società umana è quello fra uomo e donna.

2217. (De civ. Dei XIV 21). La benedizione, impartita alla coppia, che gli sposi prolificassero, aumentassero di numero e riempissero la terra, sebbene sia rimasta anche dopo che trasgredirono, fu data prima che trasgredissero affinché fosse noto che la procreazione dei figli spetta all’onore del connubio, non al castigo del peccato.

2218. (Serm. 51 13,22). Chi d’altronde brama la carne della propria moglie più di quanto prescriva il limite (ossia il fine di mettere al mondo dei figli), agisce in contrasto con le tavole in base alle quali ha preso in moglie la donna. Le tavole vengono lette, e lette al cospetto di tutti quelli presenti al rito; iniziano: Allo scopo di procreare figli e si chiamano Tavole matrimoniali. Supponiamo che le donne fossero date e ricevute in mogli per uno scopo diverso; chi darebbe, senza vergogna, la propria figlia in preda alla sensualità d’un individuo? Vengono dunque lette le tavole matrimoniali perché i genitori non debbano arrossire quando danno una figlia in matrimonio, perché siano suoceri e non mezzani.

2219. (De bono coniug. 3,3). Se dunque il matrimonio è un bene, come viene confermato anche nel Vangelo, quando il Signore proibisce di ripudiare la moglie se non per fornicazione 8, e quando accoglie l’invito a partecipare a una cerimonia nuziale 9, ciò che giustamente si ricerca è per quali motivi sia un bene. E mi sembra che sia tale non solo per la procreazione dei figli, ma anche perché stringe una società naturale fra i due sessi….Hanno anche questo vantaggio i matrimoni, che l’intemperanza della carne o dell’età giovanile, anche se in sé è da riprovare, viene rivolta all’onesto scopo di propagare la prole, cosicché l’unione coniugale dal male della libidine produce un bene. Inoltre così la concupiscenza carnale viene frenata e in un certo qual modo arde più pudicamente, perché la mitiga il sentimento della paternità. Si frappone infatti una specie di dignità nell’ardore del piacere, se nel momento in cui l’uomo e la donna sono congiunti l’uno con l’altro, pensano di essere padre e madre.

2220. (ib. 4,4). A ciò si aggiunge che mentre essi si rendono a vicenda il debito coniugale, anche quando esigono questo dovere in maniera piuttosto eccessiva e sregolata, sono tenuti comunque alla reciproca fedeltà….La violazione di questa fedeltà si dice adulterio, quando, o per impulso della propria libidine, o per accondiscendenza a quella altrui, si hanno rapporti con un’altra persona contrariamente al patto coniugale. Così si infrange la fedeltà, che anche nelle cose più basse e materiali è un grande bene dello spirito,

2221. (ib. 6,6). Nel caso quindi che il dovere coniugale sia preteso in maniera eccessiva, l’Apostolo non dà una norma vincolante, ma per indulgenza concede agli sposi che si possano unire anche senza lo scopo della procreazione. Perciò benché siano i cattivi costumi a spingere i coniugi a questi rapporti, le nozze li difendono dall’adulterio e dalla fornicazione. Infatti non è che quegli eccessi siano consentiti grazie alle nozze, ma grazie alle nozze sono perdonati. Pertanto gli sposi sono tenuti alla fedeltà nei rapporti sessuali intesi alla procreazione dei figli, e questa è la prima forma di società conosciuta dal genere umano in questa vita mortale. Ma hanno anche l’obbligo di darsi sostegno reciprocamente nella debolezza della carne, per evitare rapporti illeciti; così, anche se ad uno di essi piacesse una perpetua continenza, non vi si può attenere senza il consenso dell’altro.

2222. (De gen. ad litt. IX 7,12). Infatti non perché l’incontinenza è un male ne segue che il matrimonio non è un bene anche quando due persone si uniscono in matrimonio spinte dall’incontinenza; è vero anzi il contrario: non a causa del male che è l’incontinenza è biasimevole il bene del matrimonio, ma quel male diventa scusabile a causa di questo bene, poiché ciò che ha di buono il matrimonio e ciò, a causa del quale il matrimonio è un bene, non può essere mai peccato. Ora questo bene è triplice: la fedeltà, la prole e il sacramento. La fedeltà esige di non aver rapporti sessuali con un altro o con un’altra; la prole esige d’essere accolta con amore, allevata con bontà, educata religiosamente; il sacramento esige l’indissolubilità del matrimonio e che il divorziato o la divorziata non si unisca a un’altra persona neanche allo scopo d’aver figli.

2223. (De nupt. et conc. I 17,19). Nel matrimonio tuttavia siano amati i beni propri del matrimonio: la prole, la fedeltà e il sacramento. La prole non solo perché nasca, ma anche perché rinasca; nasce infatti alla pena, se non rinasce alla vita. La fedeltà, poi, non come quella che hanno anche gli infedeli nella gelosia della carne: nessun marito, per quanto empio, vuole una moglie adultera e nessuna donna, per quanto infedele, vuole un marito adultero. Tale fedeltà nel matrimonio è certamente un bene naturale ma carnale. Chi è membro di Cristo deve temere l’adulterio del coniuge non per se stesso, ma per il coniuge e attendere da Cristo il premio della fedeltà, che egli serba al coniuge. Quanto al sacramento, infine, che non si perde né con la separazione né con l’adulterio, gli sposi lo custodiscano nella concordia e nella castità. È l’unico bene infatti che conserva anche il matrimonio sterile a motivo della pietà, quando si è perduta ormai ogni speranza di fecondità, fine per il quale era stato contratto. Questi sono i beni del matrimonio che devono essere lodati nel matrimonio da chi vuol farne l’elogio. La concupiscenza carnale, invece, non deve essere ascritta al matrimonio, ma vi deve essere tollerata. Non è un bene proveniente dalla natura del matrimonio, ma un male sopravvenutogli dall’antico peccato.

2224. (De pecc. orig. II 34,39). Un bene sono dunque le nozze in tutti gli elementi che sono propri delle nozze. Questi elementi sono tre: l’intenzione di generare, la casta fedeltà, il carattere sacramentale del connubio. Per l’intenzione di generare è scritto: Desidero che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa 103. Per la casta fedeltà: La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie 104. Per il carattere sacramentale del connubio: Quello che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi 105.

2225. ( De serm. Dom. in m. I 14,39). Più fortunati si devono considerare quei matrimoni i quali, sia dopo aver messo al mondo i figli, sia anche per il rifiuto della prole, abbiano potuto con reciproco consenso osservare la continenza. Infatti questo non avviene contro il comandamento con cui il Signore vieta di ripudiare la moglie, perché non la ripudia chi convive con lei non secondo la carne, ma secondo lo spirito.

2226. (ib I 15,42). Dunque il cristiano può vivere in concordia con la moglie, sia per ottenere la placazione del senso, e questo, come dice l’Apostolo, per condiscendenza non per obbligo 126; sia per ottenere la procreazione dei figli, e questo in certo senso può esser lodevole; sia per avere un vincolo fraterno senza accoppiamento, avendo la moglie come se non l’avesse 127, e questo nel matrimonio dei Cristiani è uso assai dignitoso e nobile,

2227. (De cons. evang. II 1,2,3). 2. Matteo dunque espone la generazione umana di Cristo, e ne ricorda gli avi cominciando da Abramo e giungendo a Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale nacque Gesù. Non gli era consentito, al riguardo, supporre Giuseppe mancante del vincolo sponsale che lo legava a Maria per il fatto che costei generò Cristo non da un rapporto fisico con lui ma rimanendo vergine. Con questo esempio s’inculca ai cristiani sposati una dottrina meravigliosa, e cioè che il matrimonio vige e merita tale nome anche quando di comune accordo gli sposi osservano la continenza, equindi fra loro non c’è unione sessuale ma si custodisce l’affetto dell’anima. Questo vale a maggior ragione dei genitori di Cristo, per il fatto che essi ebbero anche un figlio pur non avendo rapporti carnali, leciti soltanto per la procreazione dei figli….3. Orbene, questo Luca racconta che Cristo nacque da Maria, la quale rimase vergine e non ebbe rapporti carnali con Giuseppe. In che senso dunque l’avrà chiamato padre di Gesù se non in quanto era sposo di Maria? E come tale lo riteniamo anche noi per l’unione sponsale che ci fu tra loro pur mancando fra loro il rapporto carnale. Per questo motivo noi riteniamo Giuseppe padre di Cristo, nato solamente dalla sposa di lui, in un senso molto più stretto che se fosse stato adottato da una coppia estranea. In tal modo si rende evidente che le parole: A quel che si credeva, figlio di Giuseppe 8, sono state scritte dall’evangelista rapportandole a quei tali che lo credevano nato da Giuseppe come nascono comunemente gli uomini.

2228. (De nupt. et conc. I 11,12). Quanto agli sposi che di comune accordo decidono di astenersi per sempre dall’uso della concupiscenza carnale non rompono in alcun modo il vincolo coniugale che li lega l’uno all’altro. Al contrario, tale vincolo sarà tanto più forte quanto più quell’accordo, che dev’essere osservato con più amorosa concordia, è stato da loro raggiunto non negli abbracci voluttuosi dei corpi, ma negli slanci volontari degli animi. Non sono fallaci, infatti, le parole rivolte dall’angelo a Giuseppe: Non temere di accogliere Maria tua sposa 31. È chiamata sposa per il primo impegno di fidanzamento, senza che Giuseppe l’avesse conosciuta o stesse per conoscerla nell’unione carnale.

2229. (De bono con. 19). Le nozze rappresentano dunque un bene e in esse gli sposi sono tanto migliori quanto più puramente e fedelmente onorano Dio, soprattutto se nutrono anche nello spirito quei figli che desiderano nella carne.

2230. (De bono vid. 14,18). e anche questo torna a tuo onore: non per il fatto d’averli avuti, ma per lo zelo che poni a crescerli ed educarli religiosamente.

2231. (De nupt. et conc. I 4,5). Perciò, coloro che generano figli senza questa intenzione, senza questa volontà e senza questo proposito di farli passare dalle membra del primo uomo alle membra di Cristo, ma da genitori infedeli per gloriarsi di una prole infedele, anche se osservano la legge con tanto scrupolo da unirsi, secondo le Tavole matrimoniali, unicamente per generare figli, non c’è in loro la vera castità coniugale….come si può davvero affermare che il corpo è casto, quando proprio l’anima si prostituisce lontano dal vero Dio?

2232. (ib. I 8,9). Questa volontà, poi, nel matrimonio cristiano non è determinata dal fine di dar vita a figli destinati a passare su questa terra, ma da quello di dar vita a figli che rinascano in Cristo per l’eternità. Se lo scopo sarà raggiunto, otterranno dal matrimonio la ricompensa di una perfetta felicità; se non sarà raggiunto, gli sposi godranno la pace della buona volontà.

2233. (ib. I 15,17). Tuttavia, una cosa è avere rapporti soltanto con l’intenzione di generare, che non comporta alcuna colpa; altra cosa è ricercare in tali rapporti, avuti sempre con il proprio coniuge naturalmente, il piacere della carne, che comporta una colpa veniale, perché anche se non ci si unisce in vista della propagazione della prole, neppure ci si oppone nel soddisfare la passione né con un malvagio desiderio né con una azione malvagia. Coloro, infatti, che così si comportano, anche se si chiamano sposi, in realtà non lo sono e non conservano niente del vero matrimonio: si fanno schermo dell’onestà di questo nome per coprire la loro turpitudine. Si tradiscono però, quando giungono al punto da esporre i propri figli, nati contro la loro volontà. Detestano di allevare e tenere presso di sé i figli che temevano di generare. Quando, dunque, la tenebrosa iniquità incrudelisce contro i propri figli, generati contro il proprio volere, viene portata alla luce da una chiara iniquità e la segreta turpitudine viene messa a nudo da una manifesta crudeltà. Talvolta, questa voluttuosa crudeltà o se vuoi questa crudele voluttà si spinge fino al punto di procurarsi sostanze contraccettive e, in caso di insuccesso, fino ad uccidere in qualche modo nell’utero i feti concepiti e ad espellerli, volendo che il proprio figlio perisca prima di vivere oppure, nel caso che già vivesse nell’utero, che egli sia ucciso prima di nascere. Non c’è dubbio: se sono tutti e due di tale pasta, essi non sono sposi; e se si comportarono così fin dal principio, non si unirono in matrimonio ma nella lussuria. Se poi non sono tutti e due a comportarsi così, io oserei dire che o lei è in un certo senso la prostituta del marito o lui è l’adultero della moglie.

CAPITOLO IV

L’unità del Matrimonio.

SOMMARIO. La poligamia non è contro la natura del matrimonio. Non si oppone al fine del matrimonio cioè la procreazione della prole. Con la poliandria non si ottiene la moltiplicazione della prole: per cui non è mai stata lecita, né permessa sotto la Legge Antica. La monogamia, in quanto non essenziale alle nozze, appartiene meglio al bene delle nozze, come appare dalla prima istituzione: 2234-2240. La poligamia fu permessa ai santi Padri dell’ antico testamento, per moltiplicare la prole. Nessuno dei cristiani deve dubitare che essi piacessero a Dio. Le seconde nozze sono lecite anche se la continenza vedovile è più onorabile: 2241-2250.

2234. (De bono con. 17,20). Perciò, se era lecito a un uomo solo avere anche più mogli, non così era lecito a una sola donna avere più mariti, neppure per ottenere figli, nel caso che ella fosse in grado di generare e l’uomo invece no. Infatti per una misteriosa legge di natura tutto ciò che domina ama la singolarità; ma ciò che è soggetto, non solo si può sottomettere singolo a singolo, ma, se il sistema naturale o sociale lo consente, si può avere senza disordine la sottomissione di molti a uno solo. Infatti un servo non può avere più padroni, come invece più servi hanno un solo padrone. Così leggiamo che nessuna di quelle donne sante furono soggette a due o più mariti viventi, ma che più mogli furono soggette a un solo marito, dal momento che quella società lo permetteva e l’interesse dell’epoca lo consigliava; e questo non è contrario alla natura delle nozze.

2235. (ib. 18,21). così passare da un marito vivo ad un altro matrimonio non fu permesso allora, non è permesso ora, né sarà permesso mai.

2236. (De nupt. et conc. I 9,10). Se infatti il Dio dei nostri padri, che è anche il nostro Dio, avesse approvato quella pluralità di mogli perché più copiose fossero le eccitazioni della libidine, anche le sante donne avrebbero potuto ugualmente servire ciascuna a più mariti. Ma se qualcuna l’avesse fatto, cosa se non la turpe concupiscenza l’avrebbe spinta ad avere più mariti, dal momento che da questa licenza non avrebbe ottenuto più figli?… Per cui, se una donna si unisse con più uomini, poiché da una tale unione non risulterebbe un maggior numero di figli, ma solo piaceri più frequenti, essa non potrebbe più essere una moglie, bensì una meretrice.

2237. (ib I 9,10). Nondimeno, che al bene del matrimonio convenga di più l’unione di un solo uomo con una donna sola che l’unione di un uomo con molte donne, è chiaramente indicato dalla stessa prima unione coniugale voluta da Dio, affinché i matrimoni da lì ricevessero inizio dove si riscontra l’esempio di maggior onestà.

2238. (De bono coniug. 7,7). Infatti un uomo potrebbe rimandare la moglie sterile e prenderne una da cui avere figli, e invece non è consentito; e ormai ai tempi nostri e secondo il costume romano non è consentito nemmeno avere più mogli in vita contemporaneamente.

2239. (ib. 15,17). Infatti adesso non c’è quella necessità di propagare la prole che c’era a quei tempi, quando era consentito prendere altre mogli perfino in aggiunta a quelle feconde, per avere una più numerosa discendenza. Una cosa del genere ora certo non è lecita.

2240. (ib 18,21). Ma da molte anime nascerà un’unica città popolata da coloro che hanno un’anima sola e un solo cuore in Dio 50;… Per questo il sacramento delle nozze ai nostri tempi è stato ridotto all’unione fra un solo uomo e una sola donna; e di conseguenza non è lecito ordinare ministro della Chiesa se non chi abbia avuto una sola moglie 51….Come dunque a quel tempo il mistero del matrimonio poligamico significò la futura moltitudine soggetta a Dio presso tutte le genti terrene, così al nostro tempo il mistero del matrimonio monogamico significa la futura unità di tutti noi soggetta a Dio nell’unica città celeste.

2241. (De doctr. chr. III 12,20). Mediante il regno terreno gli antichi giusti immaginavano il regno celeste e lo preannunziavano. Per provvedere un numero sufficiente di figli 28 non era riprovevole per un uomo la licenza di avere contemporaneamente più mogli 29, ma non per questo era onesto per una donna avere parecchi mariti. In tal modo infatti una donna non diventa più feconda, ma voler procurarsi o denaro o figli dal primo arrivato è piuttosto una turpitudine da prostituta. Ciò che in simili costumanze facevano senza cedere alla libidine i santi di quei tempi la Scrittura non lo dichiara colpevole, sebbene facessero quelle cose che al nostro tempo non possono farsi se non per libidine.

2242. (De nupt. et conc. I 9,10). tuttavia non sarebbe mai lecita l’unione di più donne con un solo uomo, se da essa non dovessero nascere più figli.

2243. (ib I 13,14). Questa propagazione dei figli, che per i santi patriarchi era un dovere gravissimo per generare e conservare il popolo di Dio, nel quale doveva precedere l’annuncio profetico del Cristo, oggi non conosce più una tale urgenza. Ormai ci si fa incontro da tutte le nazioni una moltitudine di figli che devono rinascere spiritualmente, qualunque sia la loro origine carnale.

2244. (ib. I 8,9). Nessun cristiano può dubitare che i santi patriarchi, vissuti dopo e prima di Abramo, e ai quali Dio rende testimonianza che gli sono stati graditi, abbiano usato in questo modo delle loro spose. Se ad alcuni di essi fu concesso di avere ciascuno più mogli, il motivo fu di accrescere il numero dei figli e non la preoccupazione di variare il piacere.

2245. (Serm. 51 15,25). Così i santi Patriarchi, uomini di Dio, cercavano d’aver figli e desideravano di ottenerli….A quest’unico scopo si univano in matrimonio con le donne e si accoppiavano con esse, per l’unico fine di procreare figli. Fu questo il motivo per cui fu permesso loro d’aver più mogli. Se a Dio piacesse una libidine senza freni, a quel tempo avrebbe anche permesso che una sola donna avesse più mariti, come a un sol uomo era permesso d’aver più mogli. Perché dunque tutte le donne caste non avevano più di un marito, mentre un sol uomo poteva avere più mogli? Solo perché un solo uomo abbia più mogli per avere un gran numero di figli, mentre una sola donna non potrà dare alla luce un numero tanto maggiore di figli quanto maggiore sarà il numero dei suoi mariti.

2246. (De serm. Dom. in m. I 16,43). Infatti anche chi dice: Non è lecito rimandare la moglie, salvo il caso di fornicazione, obbliga a ritenerla, se non v’è il motivo della fornicazione; se vi fosse, non obbliga a rimandarla, ma lo permette.

2247. (De bono vid. 4,5.6). Lo stesso quando dice: La moglie rimane legata a suo marito finché egli vive. Se il marito muore, è libera di sposarsi con chi vuole. Lo faccia, però, nel Signore. Tuttavia, secondo me, sarebbe più felice se restasse come si trova 12. Fa vedere abbastanza chiaramente che è beata anche la donna cristiana che, dopo la morte del marito, si risposa nel Signore; tuttavia è più felice nello stesso Signore colei che rimane vedova….Occorre quindi che tu in primo luogo ti persuada di questo, che, cioè, la dignità del genere di vita da te prescelto non include condanna per le seconde nozze: solo che queste sono un bene minore. Come infatti il merito della santa verginità, scelta da tua figlia, non costituisce condanna per chi, come te, s’è sposata una volta sola, così la tua vedovanza non è una condanna per le seconde nozze e per chi le contragga.

2248. (ib. 11,14). Mi dilungo in queste considerazioni affinché tu non pensi che le seconde nozze siano una colpa o che qualunque genere di nozze, appunto perché nozze, siano un male.

2249. (ib. 12,15). Tuttavia non mi azzardo, basandomi esclusivamente sulle mie convinzioni, senza l’autorità della Scrittura, a condannare le nozze, anche se ripetute parecchie volte.

2250. (ib. 12,15). Alcuni sollevano questioni per il caso di donne che contraggono successivamente tre, quattro o anche più matrimoni. Rispondo brevemente: non condanno alcun matrimonio ma non voglio escludere una certa sconvenienza determinata dal loro numero.

CAPITOLO V

Indissolubilità del matrimonio.

SOMMARIO. Il vincolo del matrimonio dei cristiani non si scioglie se non con la morte di un coniuge. L’indissolubilità + oggetto del matrimonio. Il matrimonio non si scioglie con l’adulterio. Quando si dice che la morte dell’altro scioglie il matrimonio si deve intendere la morte del corpo, per quanto l’adulterio sia già la morte dell’anima: 2251-2255.  Non è una eccezione per sciogliere il matrimonio le parole che dicono se non per fornicazione, che si leggono in Mt. 19,9. Altrimenti non è uguale la condizione della moglie. Richiama anche i passi paralleli più chiari di Mc. e Lc. Non appare chiaramente se abbia insegnato che il matrimonio è anche per diritto naturale indissolubile, oppure no. Ma il matrimonio dei cristiani è certamente indissolubile a causa del sacramento: 2256-2263. Il coniuge può lecitamente separarsi a causa della fornicazione. Di quale fornicazione si tratta, se soltanto della carne, o anche dello spirito, è una questione molto oscura: 2264-2267. Il privilegio paolino è interpretato come consiglio, a meno che la salute dell’anima della ‘parte fedele non abbia detrimento. Ai separati tuttavia non è lecito contrarre un secondo matrimonio: 2268-2271.

2251. (De bono con. 24,32). Dunque il bene del matrimonio presso tutte le genti e tutti gli uomini consiste nello scopo della generazione e nella casta fedeltà; ma per ciò che riguarda il popolo di Dio vi si aggiunge la santità del sacramento, per la quale non è lecito a una donna risposarsi dopo il ripudio, finché il marito vive, nemmeno se lo fa soltanto per avere figli. Pur essendo la generazione il solo fine delle nozze, anche se si fallisce lo scopo per cui si è compiuto il matrimonio il vincolo nuziale non si scioglie, a meno che uno dei due coniugi non venga a mancare.

2252. (ib. 7). Infatti chi ripudia la propria moglie, eccettuato il caso di fornicazione, la induce a commettere adulterio 13. Una volta che il patto nuziale è stato stretto, riveste una forma tale di sacramento, che non viene annullato neppure con la stessa separazione: la donna, finché vive il marito che l’ha abbandonata, se sposa un altro commette adulterio; e la responsabilità della colpa ricade su colui che l’ha ripudiata.

2253. (De nupt. et conc. I 10,11). Che se qualcuno lo facesse, non secondo la legge di questo secolo, dove servendosi del ripudio è permesso di contrarre senza crimine nuovi matrimoni con altre persone (cosa permessa agli Israeliti, secondo la testimonianza del Signore, anche dal santo Mosè a causa della durezza del loro cuore) 30, secondo la legge del Vangelo sarebbe responsabile di adulterio. Lo stesso vale per la donna se si maritasse con un altro….Permane così tra loro, finché sono in vita, un certo legame coniugale, che non può essere rimosso né dalla separazione né dall’adulterio. Permane, però, in vista della punizione del crimine, non come un vincolo di un patto, come l’anima di un apostata che recede, per così dire, dall’unione sponsale con Cristo: anche quando ha perduto la fede, essa non perde il sacramento della fede, ricevuto con il lavacro della rigenerazione.

2254. (De conn. adul. II 4). Pertanto, vivendo il marito, sarà chiamata adultera se si unirà a un altro uomo. Ma se suo marito morrà, essa è libera dalla legge, e non è adultera se si unisce a un altro uomo 8. Queste parole dell’Apostolo tante volte ripetute, tante volte inculcate, sono vere, sono vive, sono sane, sono chiare. La donna non comincia a essere moglie di nessun altro uomo, se non ha cessato di esserlo del precedente. Ma cessa di essere moglie del primo, se il marito muore, e non se commette adulterio. Perciò ripudiare il coniuge per causa di fornicazione è lecito, ma rimane da rispettare il vincolo per il quale diviene reo di adulterio chi sposa una donna ripudiata, sia pure per causa di fornicazione.

2255. ( ib. II 5). Infatti, poiché il sacramento della rigenerazione rimane in lui, chi è reo di qualche crimine può essere scomunicato, ma non può restar privo di quel sacramento, anche se non si riconciliasse mai più con Dio. Allo stesso modo, poiché il vincolo dell’unione coniugale rimane in lei, una moglie può essere rimandata per causa di fornicazione, ma non resterà priva di quel vincolo, anche se non si riconciliasse mai più con il marito. Ne resterà invece priva, se il marito muore, mentre il reo scomunicato non sarà mai privo del sacramento della rigenerazione, anche se non si riconcilia, perché Dio non muore mai. Allora, se vogliamo essere nel giusto secondo l’Apostolo, ci rimane solo di non dire che l’uomo adultero deve essere considerato per morto, e che perciò è lecito alla moglie di risposarsi. Benché infatti l’adulterio sia una morte non del corpo, ma dell’anima, che è peggio, tuttavia non di questa morte parlava l’Apostolo, quando diceva: Ma se il marito muore, sposi chi vuole 9; egli parla invece di quella morte che ci sottrae dal corpo. Effettivamente, se il vincolo coniugale si scioglie con l’adulterio del coniuge, ne deriva quell’assurdità da cui bisogna guardarsi, come ti ho dimostrato, e cioè che anche la donna, attraverso una condotta impudica, può sottrarsi a questo vincolo; e, se ne viene sciolta, resterà libera dalla legge del marito. Dunque, ipotesi assolutamente sconsiderata, potrà unirsi ad un altro uomo senza essere adultera, perché per mezzo dell’adulterio si è liberata dal primo marito. Ma se questa ipotesi è tanto aberrante dalla verità che, non dico nessun cristiano, ma nessuna mente umana la potrebbe accettare, allora evidentemente la donna è legata, finché vive il proprio marito 10, cioè, per esprimermi in maniera più lampante, finché il marito vive nel corpo. Per uguale norma, anche l’uomo è legato finché la moglie è nella vita corporale. Per cui, se vuole ripudiare un’adultera, non prenda un’altra moglie, per non commettere anch’egli la stessa colpa di cui accusa lei. Ugualmente, se una donna si separa da un adultero, non si unisca a un altro: infatti resta legata al marito, finché egli vive, e non si libera dalla legge del marito se non quando egli è morto; allora non diventa adultera, se si lega con un altro.

2256. (ib. I 8). Il Signore, non nel discorso che noi abbiamo commentato, ma in un altro passo, dice: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di fornicazione, e ne sposa un’altra, è adultero 10. Se si deve intendere che chiunque ripudia la moglie per causa di fornicazione e ne sposa un’altra non è adultero, evidentemente su questo punto il diritto del marito e della moglie non è uguale; infatti la moglie è adultera, quando sposa un altro, anche se si separa dal marito a causa di fornicazione; mentre l’uomo, se ripudia la moglie per la stessa ragione e ne prende un’altra, non commette adulterio. Ma se pari è il diritto del marito e della moglie, sono adulteri entrambi, quando lasciano un coniuge, sia pure colpevole, e si risposano. La parità di condizione fra uomo e donna su questo punto la dimostra l’Apostolo (e bisogna sempre ricordarlo), quando dice: Non è la moglie che ha potestà sul proprio corpo, ma il marito, aggiungendo subito dopo: E similmente non è il marito che ha potestà sul proprio corpo, ma la moglie 11.

2257. (ib. I 9,9). Dunque, se essi sono adulteri entrambi, quando diciamo: ” Chiunque sposa una donna ripudiata dal marito senza causa di fornicazione è adultero “, parliamo di uno solo dei due casi, ma non per questo neghiamo che sia in adulterio anche chi sposa una donna ripudiata proprio per tale motivo. Pertanto, essendo adulteri entrambi, sia quello che ripudia la moglie senza un motivo di fornicazione e si risposa, sia quello che si unisce ad un’altra dopo aver ripudiato la prima appunto per quel motivo, allora, se leggiamo espressamente condannato come adultero solo uno dei due, non dobbiamo intendere che con questo sia negata la colpa dell’altro.

2258. (ib. I 9,10). Ma se l’evangelista Matteo rende difficile a capirsi questo concetto, perché cita chiaramente un genere di colpa e tace l’altro, non ve ne sono forse altri che hanno raccolto il problema in una definizione generale che si può intendere riferita ad entrambi i casi? Infatti secondo Marco la formulazione è questa: Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra, commette adulterio riguardo alla prima; e se una donna ripudia il marito e sposa un altro, commette pure adulterio 14. E secondo Luca è così: Ogni uomo che ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, è adultero; e chi sposa la donna ripudiata dal marito, è adultero a sua volta 15. Chi siamo noi per dire: C’è chi commette adulterio ripudiando la propria moglie e prendendone un’altra, e c’è chi, facendo lo stesso, non lo commette? Il Vangelo dice che è adultero chiunque fa ciò. Perciò, se è adultero chiunque abbia fatto questo, di risposarsi dopo aver ripudiato la propria moglie, cioè ogni uomo che l’abbia fatto, senza dubbio vi sono compresi tutt’e due i casi, sia di chi ripudia la moglie innocente, sia di chi la ripudia adultera. Questo infatti significa: Chiunque ripudia, e questo significa: Ogni uomo che ripudia.

2259. (De bono con. 7,7). Ma questa condizione coniugale non appartiene che alla città del nostro Dio, sul suo santo monte 15.

2260. (ib. 8). Del resto, chi ignora che diversamente stabiliscono le leggi dei gentili, secondo le quali dopo il ripudio, senza alcun rischio di punizione umana, tanto la donna che l’uomo si risposano con chi vogliono? Un’usanza del genere, a quanto pare, Mosè permise agli Israeliti, con il libretto del ripudio 16, per la durezza dei loro costumi. Ma anche in questa concessione è evidente che il divorzio è piuttosto biasimato che approvato.

2261. (C. Iul. V 12,46). Per conto mio…oltre alla fedeltà reciproca che i coniugi si debbono per non commettere adulteri, ed alla prole per la cui procreazione i due sessi debbono unirsi, trovo un terzo bene, che dev’essere presente nei coniugi, soprattutto in quelli che appartengono al popolo di Dio. Bene che, secondo me, è un sacramento che impedisca di fare il divorzio dalla moglie che non può partorire 113

2262.(De nupt. e concup. I 17,19). È l’unico bene infatti che conserva anche il matrimonio sterile a motivo della pietà, quando si è perduta ormai ogni speranza di fecondità, fine per il quale era stato contratto.

2263. (ib. I 10,11). Questo infatti si osserva tra Cristo e la Chiesa che vivendo l’uno unito all’altro non sono separati da alcun divorzio per tutta l’eternità.

2264. (De conn. adult. I 3,3). Perché, o Apostolo, hai detto: se si separa, non si risposi? È dunque consentito separarsi o no? Se non è consentito, perché ordini a quella che si separa di non risposarsi? Se invece è consentito, c’è sicuramente qualche motivo che rende lecita la separazione. Ma per quanto cerchiamo, non si riesce a trovarne un altro all’infuori di quell’unico che eccettuò il Salvatore, cioè l’adulterio.

2265. (ib. II 4). Perciò ripudiare il coniuge per causa di fornicazione è lecito, ma rimane da rispettare il vincolo per il quale diviene reo di adulterio chi sposa una donna ripudiata, sia pure per causa di fornicazione.

2266. (In Io. ev. tr. 9,2). E coloro che sono istruiti nella fede cattolica, sanno che è Dio che ha istituito le nozze, e quindi se l’unione viene da Dio, il divorzio viene dal diavolo. Se è lecito, poi, licenziare la moglie colpevole di fornicazione, è perché in tal caso la donna è stata lei la prima a non voler essere moglie, venendo meno alla fedeltà coniugale verso il marito.

2267. (De serm. Dom. in m. I 16,46). Se ne deduce che a causa degli illeciti desideri, non solo quelli che con atti libidinosi si commettono con i mariti e le mogli degli altri, ma assolutamente a causa dei desideri di qualunque specie i quali distolgono dalla legge di Dio l’anima che usa male del corpo e la danneggiano con rovina e disonore, senza colpa può il marito rimandare la moglie e la moglie il marito perché il Signore eccepisce il caso della fornicazione.

2268. (De conn. adult. I 13,14). Adesso esaminiamo quello che dice l’Apostolo: Agli altri infatti dico io, non il Signore 20. Egli si riferisce ai matrimoni ineguali, cioè in cui i coniugi non sono entrambi cristiani, e mi pare che le sue parole costituiscano un consiglio. È l’Apostolo e non il Signore a porre un divieto, perché il coniuge credente potrebbe lecitamente abbandonare il coniuge non credente. Infatti, se una cosa è proibita dal Signore, non è lecito farla assolutamente. Dunque l’Apostolo consiglia i credenti a non sfruttare il permesso che viene loro concesso di lasciare i coniugi non convertiti, perché ciò fornisce la possibilità di guadagnare alla fede molte altre persone. A te sembra che ai coniugi credenti non sia consentito lasciare i non credenti perché questo è vietato dall’Apostolo; mentre io dico che è lecito, perché non è vietato dal Signore, anche se non è opportuno farlo come ammonisce l’Apostolo. L’Apostolo spiega anche il motivo per cui non è opportuno farlo, benché sia lecito, dicendo: Che sai tu, donna, se potrai salvare il marito; e che sai tu, uomo, se potrai salvare la moglie? 21; e anche più sopra aveva detto: Il marito non credente è santificato nella moglie e la moglie non credente è santificata nel fratello, cioè nel coniuge cristiano, altrimenti i vostri figli sarebbero immondi, mentre ora sono santi 22. Evidentemente così egli raccomanda di guadagnare a Cristo il coniuge e i figli, anche in base ad esempi che si erano già presentati. Dunque il motivo per cui non è opportuno che si lasci uno sposo non credente è stato espresso con evidenza. L’Apostolo non vuole che ci si allontani dai coniugi pagani non perché si debba salvare il legame coniugale con costoro, ma perché essi siano conquistati a Cristo.

2269. (ib. I 18,20). Non doveva ricevere la proibizione naturalmente perché la giustizia permette di separarsi da un adultero, e la fornicazione che avviene nel cuore di un non credente è più grave. Infatti la sua pudicizia nei riguardi del coniuge non può essere considerata genuina, perché tutto ciò che non proviene dalla fede è peccato 40, mentre il credente vive in pudicizia autentica anche con un non credente, che non ha quella vera. Ma non si doveva neppure ordinare che i convertiti si separassero dai coniugi rimasti pagani, perché si erano uniti entrambi come gentili, quindi non contro l’ordine del Signore.

2270. (C. Adim. 3,2). Allo stesso modo quantunque il Signore abbia assegnato all’uomo una moglie, tuttavia, se necessario, essa deve essere lasciata per il regno dei cieli. In ogni caso ciò non è sempre necessario, secondo quanto dice l’Apostolo: Se uno che professa la nostra fede ha la moglie non credente, e questa consente a stare con lui, non la ripudi 15. Evidentemente vuol significare che se non consente a stare con lui, cioè se non approva la sua fede in Cristo e non lo sopporta proprio perché è cristiano, deve essere lasciata per il regno dei cieli, come l’Apostolo stesso afferma successivamente: Ma se il non credente vuole separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono infatti soggetti a servitù 16. Se dunque chi rinuncia al regno dei cieli, perché non vuole rinunciare alla moglie che non sopporta un marito cristiano, non riceve l’approvazione del Signore;

2271. (De conn. adult. I 25,31). Comunque il risposarsi dopo aver lasciato il proprio coniuge non è lecito, né all’uomo né alla donna, neppure per qualsivoglia forma di fornicazione, sia della carne, sia dello spirito, e in quest’ultima bisogna intendere anche la mancanza di fede. Infatti il Signore senza fare nessuna eccezione dice: Se la moglie lascia il proprio marito e ne prende un altro, è adultera 80, e: Ogni uomo che ripudia la propria moglie e ne prende un’altra, è adultero 81.

CAPITOLO VI

Se il matrimonio sia il sacramento della Nuova Legge.

SOMMARIO. Agostino attribuisce un simbolismo religioso e sacramentale al Matrimonio. Il matrimonio di Adamo ed Eva e iol matrimonio dei cristiani sono il sacramento dell’unione di Cristo e della Chiesa. Parla anche del significato sacramentale del matrimonio presso il popolo giudaico. Una certa motivazione sacramentale attribuisce anche al matrimonio tra pagani. I tre beni delle nozze sono assicurati nel matrimonio della Beata Vergine e San Giuseppe: 2272-2278.

2272. (De nupt. et conc. I 21,23). Anche il sacramento del matrimonio risponderebbe: Di me prima del peccato così fu detto nel paradiso: L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e saranno due in una sola carne 60, la qual cosa dall’Apostolo fu definita grande sacramento in Cristo e nella Chiesa 61….Quale di questi beni del matrimonio è la causa della trasmissione nei posteri del vincolo del peccato? Sicuramente nessuno. Anzi con questi tre beni la bontà del matrimonio sarebbe stata perfettamente realizzata, perché grazie ad essi il matrimonio è un bene anche al presente.

2273. (De bono coniug. 15). Ma il matrimonio stretto nella città del nostro Dio, dove fin dalla prima unione di due esseri umani le nozze traggono una forma di indissolubilità, in nessun modo si può sciogliere se non con la morte di uno dei due.

2274. (ib. I 18,21). E perciò, come le numerose mogli degli antichi Padri simboleggiarono le nostre future Chiese di tutte le genti soggette all’unica persona di Cristo,… Come dunque a quel tempo il mistero del matrimonio poligamico significò la futura moltitudine soggetta a Dio presso tutte le genti terrene, così al nostro tempo il mistero del matrimonio monogamico significa la futura unità di tutti noi soggetta a Dio nell’unica città celeste.

2275. (De nupt. et conc. I 11,12). Non sono fallaci, infatti, le parole rivolte dall’angelo a Giuseppe: Non temere di accogliere Maria tua sposa 31. È chiamata sposa per il primo impegno di fidanzamento, senza che Giuseppe l’avesse conosciuta o stesse per conoscerla nell’unione carnale. Il motivo per cui la Vergine era ancora più santamente e meravigliosamente cara a suo marito consiste nel fatto che anche senza l’intervento del marito essa divenne feconda, superiore a lui per il Figlio, pari nella fedeltà. A motivo di questo fedele matrimonio entrambi meritarono di essere chiamati i genitori di Cristo: non solo lei fu chiamata madre, ma anche lui, in quanto sposo di sua madre, fu chiamato suo padre; era sposo e padre nello spirito, non nella carne.

2276. (ib. I 11,13). Nei genitori di Cristo, quindi, sono stati realizzati tutti i beni propri del matrimonio: prole, fedeltà e sacramento. La prole, la riconosciamo nello stesso Signore Gesù; la fedeltà, nel fatto che non ci fu adulterio; il sacramento, perché non ci fu divorzio.

2277.(ib. I 10,11). In verità, agli sposi cristiani non viene raccomandata soltanto la fecondità, il cui frutto sono i figli, né solo la pudicizia, il cui vincolo è la fedeltà, ma anche un certo sacramento del matrimonio, a motivo del quale l’Apostolo dice: Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa 27. Non c’è dubbio che la realtà di questo sacramento è che l’uomo e la donna, uniti in matrimonio, perseverino nell’unione per tutta la vita e che non sia lecita la separazione di un coniuge dall’altro, eccetto il caso di fornicazione 28.

2278. (De fide et oper. 7,10. Guardiamoci dunque dal sentimento non certo umano ma del tutto vano per cui ci rammarichiamo che si correggano le situazioni disonorevoli, come se si sciogliessero unioni legittime, e questo soprattutto nella città del nostro Dio, sul suo santo monte 22, cioè nella Chiesa, dove non solo il vincolo, ma il sacramento stesso del matrimonio è tenuto così in considerazione da non consentire ad un marito di passare la propria moglie ad un altro,

2279. (De nupt. et concup. I 17). Nel matrimonio tuttavia siano amati i beni propri del matrimonio: la prole, la fedeltà e il sacramento…Quanto al sacramento, infine, che non si perde né con la separazione né con l’adulterio, gli sposi lo custodiscano nella concordia e nella castità. È l’unico bene infatti che conserva anche il matrimonio sterile a motivo della pietà, quando si è perduta ormai ogni speranza di fecondità, fine per il quale era stato contratto.

2280. (In Io. ev. tr. 9,2). Che il Signore abbia accettato l’invito e sia andato a nozze, a parte ogni significato mistico, è una conferma che egli è l’autore delle nozze. Sarebbero sorti taluni, di cui parla l’Apostolo, i quali avrebbero condannato il matrimonio (1 Tim 4, 3), considerandolo un male, una invenzione del diavolo, nonostante che lo stesso Signore nel Vangelo, alla domanda se fosse lecito all’uomo ripudiare la moglie per un qualsiasi motivo, abbia dichiarato che non è lecito, eccetto il caso di fornicazione. In quella risposta, se ricordate, egli sentenziò: L’uomo non divida ciò che Dio ha unito (Mt 19, 6). E coloro che sono istruiti nella fede cattolica, sanno che è Dio che ha istituito le nozze, e quindi se l’unione viene da Dio, il divorzio viene dal diavolo. Se è lecito, poi, licenziare la moglie colpevole di fornicazione, è perché in tal caso la donna è stata lei la prima a non voler essere moglie, venendo meno alla fedeltà coniugale verso il marito. E non si può dire che siano prive di nozze quelle donne che consacrano a Dio la loro verginità, esse che occupano nella Chiesa un grado più elevato di onore e di santità; poiché anch’esse partecipano insieme con tutta la Chiesa di quelle nozze nelle quali lo sposo è Cristo. Il Signore, dunque, accettò l’invito alle nozze, per consolidare la castità coniugale, e rivelare il mistero dell’unione nuziale. Lo sposo delle nozze di Cana, infatti, cui fu detto: Hai conservato il buon vino fino ad ora, rappresentava la persona del Signore. Cristo, infatti, aveva conservato fino a quel momento il buon vino, cioè il suo Vangelo.

2281. (De coniug. adult. II 5). Infatti, poiché il sacramento della rigenerazione rimane in lui, chi è reo di qualche crimine può essere scomunicato, ma non può restar privo di quel sacramento, anche se non si riconciliasse mai più con Dio. Allo stesso modo, poiché il vincolo dell’unione coniugale rimane in lei, una moglie può essere rimandata per causa di fornicazione, ma non resterà priva di quel vincolo, anche se non si riconciliasse mai più con il marito. Ne resterà invece priva, se il marito muore, mentre il reo scomunicato non sarà mai privo del sacramento della rigenerazione, anche se non si riconcilia, perché Dio non muore mai.

2282. (De bono coniug. 24,32). Dunque il bene del matrimonio presso tutte le genti e tutti gli uomini consiste nello scopo della generazione e nella casta fedeltà; ma per ciò che riguarda il popolo di Dio vi si aggiunge la santità del sacramento, per la quale non è lecito a una donna risposarsi dopo il ripudio, finché il marito vive, nemmeno se lo fa soltanto per avere figli. Pur essendo la generazione il solo fine delle nozze, anche se si fallisce lo scopo per cui si è compiuto il matrimonio il vincolo nuziale non si scioglie, a meno che uno dei due coniugi non venga a mancare. Allo stesso modo, se si fa un’ordinazione sacerdotale per raccogliere una comunità di fedeli, anche se non ne risulta effettivamente la raccolta, in quelli che sono stati ordinati il sacramento dell’ordinazione rimane comunque. E se per una qualche colpa uno di essi vene rimosso dal suo ufficio, non gli si potrà mai togliere il suggello del Signore, che una volta imposto, permane fino al momento del giudizio.

2283. (De nupt. et concup. I 21,23). L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e saranno due in una sola carne 60, la qual cosa dall’Apostolo fu definita grande sacramento in Cristo e nella Chiesa 61. Ciò che dunque è grande in Cristo e nella Chiesa è assai piccolo nelle singole coppie di sposi, ma è pur sempre il sacramento di una unione inseparabile.

2284. (De bono coniug. 18,21). Nelle nostre nozze certo vale di più la santità del sacramento che la fecondità del grembo.

2285. (ib. 7). Una volta che il patto nuziale è stato stretto, riveste una forma tale di sacramento, che non viene annullato neppure con la stessa separazione:

2286. (De nupt. et concup. I 17,19). È l’unico bene infatti che conserva anche il matrimonio sterile a motivo della pietà, quando si è perduta ormai ogni speranza di fecondità, fine per il quale era stato contratto.

2287. (De sanc. virg. 12,12). Ha senza dubbio il matrimonio il suo valore positivo: non quello di procreare figli, ma quello d’una procreazione onesta, legittima, casta e socialmente ordinata; quello della educazione che con perseveranza viene impartita alla prole in ordine alla salvezza; quello della fedeltà e della convivenza, vicendevolmente rispettate, con l’esclusione di ogni profanazione del sacramento del matrimonio.

2288. (De gen. ad litt. IX 7,12). il sacramento esige l’indissolubilità del matrimonio e che il divorziato o la divorziata non si unisca a un’altra persona neanche allo scopo d’aver figli.