INTRODUZIONE ALLA TEOLOGIA

2CAPITOLO I

La Sapienza di Dio che ci rende beati, è oggetto della filosofia.

Sommario. L’ Ortensio di Cicerone spinge Agostino all’ amore della sapienza. 1. Col nome di Filosofia si intende l’amore della sapienza; la sapienza si confonde con la beatitudine; gli amanti della sapienza sono dunque amatori della beatitudine. 2-4. L’oggetto della beatitudine è il conoscere e il possesso del bene più grande, che è Dio: 5-10. E’ necessaria la fede per conseguire la beatitudine: 11. Cosa sia il frui e cosa l’uti. Occorre usare dei beni temporali per non essere impediti al godimento delle cose eterne.

1. (Conf, III,4,7). Fu in tale compagnia che trascorsi quell’età ancora malferma, studiando i testi di eloquenza. Qui bramavo distinguermi, per uno scopo deplorevole e frivolo quale quello di soddisfare la vanità umana; e fu appunto il corso normale degli studi che mi condusse al libro di un tal Cicerone, ammirato dai più per la lingua, non altrettanto per il cuore. Quel suo libro contiene un incitamento alla filosofia e s’intitola Ortensio. Quel libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d’un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Così cominciavo ad alzarmi per tornare a te 15. Non usavo più per affilarmi la lingua, per il frutto cioè che apparentemente ottenevo con il denaro di mia madre: avevo allora diciotto anni e mio padre era morto da due; non per affilarmi la lingua dunque usavo quel libro, che mi aveva del resto conquistato non per il modo di esporre, ma per ciò che esponeva….8. Come ardevo, Dio mio, come ardevo di rivolare dalle cose terrene a te, pur ignorando cosa tu volessi fare di me. La sapienza sta presso di te 16, ma amore di sapienza ha un nome greco, filosofia. Del suo fuoco mi accendevo in quella lettura. Taluno seduce il prossimo mediante la filosofia, colorando e truccando con quel nome grande, fascinoso e onesto i propri errori. Ebbene, quasi tutti coloro che sia al suo tempo, sia prima agirono in tal modo, vengono bollati e denunciati in quel libro. Così vi è illustrato l’ammonimento salutare che ci diede il tuo spirito per bocca del tuo servitore buono e pio: Attenti che nessuno v’inganni mediante la filosofia e la vana seduzione propria della tradizione umana, propria dei princìpi di questo mondo, ma non propria di Cristo, perché in Cristo sussiste tutta la pienezza della divinità corporeamente 17. A quel tempo, lo sai tu 18, lume della mia mente, io ignoravo ancora queste parole dell’Apostolo; pure, una cosa sola bastava a incantarmi in quell’incitamento alla filosofia: le sue parole mi stimolavano, mi accendevano, m’infiammavano ad amare, a cercare, a seguire, a raggiungere, ad abbracciare vigorosamente non già l’una o l’altra setta filosofica, ma la sapienza in sé e per sé là dov’era. Così una sola circostanza mi mortificava, entro un incendio tanto grande: l’assenza fra quelle pagine del nome di Cristo. Quel nome per tua misericordia, Signore 19, quel nome del salvatore mio, del Figlio tuo, nel latte stesso della madre, tenero ancora il mio cuore aveva devotamente succhiato e conservava nel suo profondo. Così qualsiasi opera ne mancasse, fosse pure dotta e forbita e veritiera, non poteva conquistarmi totalmente.

2. (De civ. Dei VIII,1). Si richiede ora uno spirito molto più critico di quello richiesto nella soluzione dei precedenti problemi e nella stesura dei libri già compilati. Tratto appunto della teologia che definiscono naturale e non con uomini di qualsiasi estrazione. Non è infatti quella drammatica o civile, cioè dei teatri e delle città, di cui una vanta i peccati degli dèi e l’altra pone in vista i desideri più immorali degli dèi e quindi piuttosto demoni malvagi che dèi. Ora, al contrario, si deve stabilire un confronto con i filosofi il cui nome stesso tradotto in latino significa l’amore alla sapienza. Quindi se Dio è sapienza, mediante la quale è stato creato l’universo, come ha rivelato la verità della divina tradizione, il vero filosofo è colui che ama Dio. Ma il significato in sé, indicato da questo nome, non si trova in tutti coloro che menano vanto del nome, perché non necessariamente coloro che si dicono filosofi amano la vera sapienza. Pertanto fra tutti coloro, di cui è stato possibile conoscere le teorie nella tradizione letteraria, si devono scegliere quelli con cui si possa trattare convenientemente il problema in parola. Non ho infatti intenzione di ribattere in questa opera tutte le errate teorie di tutti i filosofi ma quelle soltanto che sono attinenti alla teologia, parola greca con cui s’intende indicare il pensiero ossia il discorso sulla divinità. Inoltre non tratto le dottrine di tutti ma di quelli soltanto che, pur ammettendo l’esistenza e la provvidenza della divinità, ritengono che non è sufficiente l’adorazione di un unico non diveniente Dio per conseguire la felicità anche dopo la morte, ma che se ne devono adorare molti sebbene da lui creati alle rispettive incombenze. Costoro superano per un avvicinamento alla verità anche la teoria di Varrone. Egli in definitiva è riuscito ad estendere le competenze della teologia naturale fino al mondo visibile o all’anima del mondo. Costoro, al contrario, ammettono la trascendenza di Dio sull’essere dell’anima in generale perché, secondo loro, egli non solo ha creato il mondo visibile, che talora si definisce con i termini di cielo e terra, ma ha anche prodotto dal nulla ogni anima e perché rende felice l’anima umana con la partecipazione della sua luce indiveniente e immateriale. Tutti sanno, anche se ne abbiano sentito lontanamente parlare, che questi filosofi si chiamano platonici per denominazione dal loro maestro Platone. Toccherò brevemente alcuni concetti su Platone perché li ritengo indispensabili al problema; ma prima tratterò di coloro che cronologicamente lo hanno preceduto in questa forma di speculazione.

3. (De civ. Dei, VIII, 1). Se infatti non v’è per l’uomo altra ragione del filosofare che essere felice, ciò che lo rende felice è il fine del bene; quindi sola ragione del filosofare è il fine del bene.

4. (Conf., X, 23,33). Già, la felicità della vita è il godimento della verità, cioè il godimento di te, che sei la verità 61, o Dio, mia luce 62, salvezza del mio volto, Dio mio 63. Questa felicità della vita vogliono tutti, questa vita che è l’unica felicità vogliono tutti, il godimento della verità vogliono tutti. Ho conosciuto molte persone desiderose di ingannare; nessuna di essere ingannata. Dove avevano avuto nozione della felicità, se non dove l’avevano anche avuta della verità? Amano la verità, poiché non vogliono essere ingannate; e amando la felicità, che non è se non il godimento della verità, amano certamente ancora la verità, né l’amerebbero senza averne una certa nozione nella memoria. Perché dunque non ne traggono godimento? Perché non sono felici? Perché sono più intensamente occupati in altre cose, che li rendono più infelici di quanto non li renda felici questa, di cui hanno un così tenue ricordo. C’è ancora un po’ di luce fra gli uomini. Camminino, camminino dunque, per non essere sorpresi dalle tenebre 64.

5. (De div. quaest. 83 35,2). Stando così le cose, che cos’è la vita beata se non possedere, mediante la conoscenza, qualcosa di eterno? Eterno infatti è solo ciò di cui si è fermamente convinti che non può essere tolto a chi l’ama; l’eterno poi è lo stesso di possedere e conoscere. L’eternità è la più eccellente di tutte le cose, e perciò non possiamo averla se non per mezzo della facoltà che ci rende superiori, cioè la mente. Ora ciò che si possiede con la mente si ha conoscendolo, e nessun bene è conosciuto perfettamente se non si ama perfettamente. Ma come la mente da sola non può conoscere, così da sola non può amare. L’amore infatti è una tensione e noi vediamo che anche nelle altre parti dell’animo c’è un appetito il quale, se è in accordo con la mente e la ragione, permetterà di contemplare con la mente, in questa pace e tranquillità, ciò che è eterno. L’animo deve quindi amare anche con le altre sue parti questo bene così grande che bisogna conoscere con la mente. E poiché l’oggetto amato configura necessariamente di sé il soggetto che ama, avviene che l’eterno, amato così, renda eterna l’anima. Di conseguenza la vita beata è in definitiva la vita eterna. Ma qual è il bene eterno, che rende eterna l’anima, se non Dio? Ora l’amore delle cose da amarsi si chiama più propriamente carità o dilezione. Per questo bisogna considerare con tutte le forze della mente quel precetto tanto salutare: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente 6, e ciò che ha detto il Signore Gesù: Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo 7.

6. (De lib. arbitrio, 9. 26). A. – Ma, secondo te, la sapienza non è verità, in cui si conosce e possiede il sommo bene? Tutti coloro di varie opinioni che hai ricordato desiderano il bene e fuggono il male, ma hanno diverse opinioni perché ciascuno considera il bene diversamente dall’altro. Se dunque si desidera ciò che non si doveva desiderare, sebbene non si desidererebbe senza l’opinione che sia un bene, si erra comunque. Ma è impossibile errare se non si desidera nulla e se si desidera ciò che si deve desiderare. Non si ha errore dunque nel senso che tutti gli uomini desiderano la felicità. Si ha errore al contrario in quanto non tutti seguono la via che conduce alla felicità, sebbene esplicitamente si professi che non si vuole altro che raggiungere la felicità. L’errore si ha appunto quando si segue una via, la quale non conduce alla meta che si intende raggiungere. E quanto più si erra nella via della vita, tanto meno si è sapiente perché si è più lontani dalla verità, in cui si conosce e si possiede il sommo bene. Ma si diviene felici soltanto col conseguimento e possesso del sommo bene. E tutti concordemente lo vogliamo. Come dunque è evidente che vogliamo esser felici, è evidente anche che vogliamo esser sapienti perché felici non si può esser senza sapienza. Non si è felici infatti senza il sommo bene che si conosce e possiede nella verità che denominiamo saggezza. Ora l’idea di felicità è impressa nel nostro spirito prima ancora di esser felici. È mediante essa infatti che siamo coscienti e innegabilmente affermiamo, senza alcun dubbio, di voler essere felici. Quindi, ancor prima di esser sapienti, abbiamo innata nello spirito l’idea di sapienza e mediante essa, ciascun individuo, richiesto se vuole esser sapiente, senza ombra di dubbio risponde di volerlo.

7. (Da mor. Eccl. cath.I,  3. 4-5). Cerchiamo dunque mediante la ragione in che modo l’uomo debba vivere. Di certo tutti vogliamo vivere felici e nel genere umano non c’è nessuno che non dia il proprio assenso a questa proposizione, prima ancora che sia completamente formulata. Ma, a parer mio, felice non si può dire né chi non ha ciò che ama, qualunque cosa essa sia, né chi ha ciò che ama, se gli nuoce, né chi non ama ciò che ha, anche se è un’ottima cosa. Infatti chi desidera quello che non può ottenere, si tormenta; chi ha ottenuto quello che non si deve desiderare, sbaglia; chi non desidera quello che si deve ottenere, è un povero malato. Ma nessuna di queste eventualità capita all’animo senza renderlo infelice; e poiché la miseria e la felicità abitualmente non stanno insieme in un medesimo uomo, nessuno di costoro dunque è felice. Resta, se ben vedo, una quarta ipotesi relativamente a dove si può trovare la felicità, e questa si dà quando ciò che costituisce il bene supremo dell’uomo è amato e posseduto. Che altro infatti significa ciò che chiamiamo godere, se non possedere ciò che si ama? Ora, nessuno è felice se non gode del bene supremo dell’uomo, e chiunque ne gode, non può non essere felice. Se pensiamo pertanto di essere felici, dobbiamo essere in possesso del nostro bene supremo….5. Cerchiamo quindi in cosa consista il bene supremo dell’uomo, che di certo non può essere inferiore all’uomo stesso. Senza dubbio chiunque segue ciò che è inferiore alla propria natura, inevitabilmente diviene egli stesso inferiore. Ma è necessario che ognuno segua il bene supremo. Il bene supremo dell’uomo dunque non è inferiore all’uomo. Consisterà forse in qualche cosa di simile a ciò che è l’uomo in se stesso? Certamente, se non esiste niente di superiore all’uomo di cui egli possa godere. Se invece troviamo qualche cosa che è più eccellente dell’uomo e che può essere posseduto da lui, che l’amerà, chi dubiterà che, per essere felice, egli non debba sforzarsi di tendere a tale bene, manifestamente superiore a lui stesso che vi tende? D’altro canto, se essere felice consiste nel pervenire a quel bene rispetto al quale non può essercene uno superiore, allora tale bene è quello che chiamiamo supremo. Ma, finalmente, come può essere incluso in questa definizione colui che al suo bene supremo non è ancora pervenuto? O, in che modo è il bene supremo, se c’è qualche cosa di più alto a cui si può pervenire? Se dunque esiste, deve essere di tale natura che non è possibile perderlo contro la propria volontà, poiché nessuno è disposto a confidare in un tale bene, sapendo che può essergli strappato, ancorché voglia conservarlo e tenerlo ben stretto. Ma chi non confida nel bene di cui gode, potrà essere felice con tanto timore di perderlo?.

8. (De mor. Eccl. cath. I, 6,10). Dunque questa terza possibilità, seguendo la quale l’anima consegue la virtù e la sapienza, è o l’uomo sapiente o Dio. Ora, sopra si è detto che deve essere tale che non possiamo perderla contro la nostra volontà. Ebbene, supposto che riteniamo sufficiente seguire l’uomo sapiente, chi esita a pensare che ci può essere tolto non solo senza il nostro consenso, ma anche malgrado la nostra opposizione? Dunque non resta altro che Dio: seguendolo, viviamo bene; possedendolo, viviamo non solo bene, ma anche felicemente. Se taluni negano che esista, con quali discorsi penserò di persuaderli, quando non so neppure se si debba ragionare con loro? Poniamo tuttavia che sia opportuno; allora bisognerà ricorrere a tutt’altro principio, a tutt’altro ragionamento e a tutt’altro cammino rispetto a quello seguito fin qui. Ora, peraltro, ho a che fare con uomini che ammettono l’esistenza di Dio e non solo questo, ma riconoscono anche che egli non trascura le cose umane. Non vedo, in effetti, come possa essere chiamato in qualche modo religioso chi esclude che la divina provvidenza abbia cura almeno delle nostre anime.

9. (De beata vita  4,34). Ora dove la saggezza ha la sua ragione ideale se non nella sapienza di Dio? Sappiamo anche per magistero divino, che il Figlio di Dio è la stessa Sapienza di Dio e il Figlio di Dio è certamente Dio. Dunque chi è felice ha Dio. Sull’argomento si è avuto l’unanime nostro consenso all’inizio di questo banchetto. E voi siete d’avviso che la sapienza è la stessa verità. Anche questo è stato detto: Io sono la verità (Io 14, 6). Ma perché ci sia la verità si richiede la misura ideale da cui quella deriva e in cui realizzatasi ritorna. Alla misura ideale non è superiore altra misura. Se infatti la misura ideale è misura per la mediazione di una misura ideale, è misura per sé. Ma è fondamentale che la misura ideale sia vera misura. Come la verità diventa reale dalla misura, così la misura si conosce dalla verità. Né può avvenire dunque che si dia la verità senza la misura né la misura senza la verità. Chi è il Figlio di Dio? È stato già detto: Verità. E proprio la misura ideale non dovrebbe essere ingenerata? Chi dunque attraverso la verità raggiungerà la misura ideale è felice. Questo è possedere Dio nello spirito, cioè beatificarsi in Dio. Gli altri esseri, sebbene siano nel potere di Dio, non hanno in potere di raggiungerlo.

10. (De lib. arb. II, 13, 35-36). Avevo promesso, se ricordi, di dimostrarti che v’è un essere più alto dell’atto puro del nostro pensiero. Ed eccoti, è la stessa verità. Abbracciala, se ne sei capace, e godine e prendi diletto nel Signore e ti accorderà le richieste del tuo cuore 7. Che desideri di altro se non esser felice? E quale essere è più felice di chi gode della stabile, non diveniente e altissima verità? Gli uomini si dichiarano felici quando godono nell’amplesso di un bel corpo ardentemente desiderato, sia delle mogli che delle amanti. E noi dubitiamo di esser felici nell’amplesso con la verità? Certi individui dichiarano di esser felici quando con la gola asciutta dall’arsura giungono ad una sorgente che scaturisce limpida, ovvero se affamati trovano un pranzo o cena ben servita e abbondante. E noi diremmo di non esser felici quando siamo dissetati e nutriti dalla verità? Si è soliti udire le voci di coloro che si proclamano felici se possono riposarsi fra rose e altri fiori o anche se fanno uso di unguenti molto profumati. E che cosa di più odoroso e delizioso dell’alito della verità e potremmo dubitare di considerarci felici se ne siamo alitati? Molti pongono la propria felicità nel canto corale e degli strumenti a corda e a fiato e quando loro mancano si considerano infelici e quando ne dispongono si entusiasmano per la gioia. E noi, quando si cala nella nostra intelligenza senza alcun rumore un certo, per così dire, musicale ed eloquente silenzio della verità, potremmo cercare altra felicità e non godere di una tanto vera e interiore? Gli uomini, dilettati dalla luce dell’oro e dell’argento, dalla luce delle gemme e di pietre di altri colori, ovvero dalla chiarezza e splendore della stessa luce visibile, sia essa in sorgenti luminose terrene ovvero nelle stelle, nella luna e nel sole, quando non sono impediti da tale godimento per difetti fisici e privazioni, si ritengono felici e desiderano vivere sempre per tali beni. E noi temeremmo di stabilire la felicità nella luce della verità?…36. Anzi, poiché nella verità si conosce e raggiunge il sommo bene e la verità è sapienza, sforziamoci di vedere e raggiungere in essa il sommo bene e goderne. È felice infatti chi gode del sommo bene. La verità svela appunto tutti i beni che sono intelligibili e che gli individui, avendone puro pensiero secondo la propria capacità, si scelgono, o uno o più, per goderne. Alcuni individui, nella luce del sole, scelgono l’oggetto da guardare con maggiore soddisfazione e al vederlo ricevono piacere. E se fra di essi ve ne sono alcuni dotati di vista più resistente per salute e più acuta, nient’altro osservano con maggior piacere che il sole stesso, il quale illumina anche gli altri oggetti, da cui riceve piacere anche una vista più debole. Allo stesso modo una resistente e acuta intuitività mentale, quando conoscerà con distinto atto di pensiero molti oggetti intelligibili e non divenienti, si eleverà alla stessa verità, da cui tutti essi sono resi intuibili e ad essa unita, è come se tutti li dimentichi e in essa di tutti goda. Tutto ciò che è appunto sorgente di godimento nei diversi veri intelligibili, lo è mediante la verità.

11.(De Trin. XIII, 20, 25). Vediamo ormai quale sia il risultato di questo lungo discorso, ciò che vi abbiamo raccolto, il termine cui è pervenuto. Voler essere beati 149 è un’aspirazione di tutti gli uomini; ma non tutti hanno la fede che, purificando il cuore, conduce alla felicità. Così accade che è per mezzo della fede, che non tutti vogliono, che bisogna tendere alla beatitudine che nessuno può non volere. Che vogliano essere beati 150, tutti lo vedono nel loro cuore, e su questo punto l’aspirazione della natura umana è così unanime, che un uomo, constatando tale aspirazione nella sua anima, può infallibilmente presumere che esista nell’anima degli altri; in breve, sappiamo che tutti vogliono questo. Ma molti disperano di poter essere immortali, benché nessuno possa essere ciò che tutti vogliono, cioè beato, senza l’immortalità; tuttavia vogliono essere anche immortali, se lo possono; ma, non credendo di poterlo essere, non vivono in modo da poterlo essere. Perciò ci è necessaria la fede per conseguire la beatitudine nella pienezza dei beni della natura umana, cioè sia nell’anima sia nel corpo. Questa fede si riassume in Cristo, il quale è risuscitato nella sua carne dai morti per non più morire 151; poiché nessuno, se non per opera di lui, può essere liberato dal potere del diavolo per mezzo della remissione dei peccati; perché nel regno del diavolo la vita è necessariamente in eterno infelice, vita che si deve chiamare meglio morte che vita. Ecco ciò che ci insegna la stessa fede. Di tale fede ho trattato in questo libro, come ho potuto, secondo il tempo che avevo a disposizione, benché ne avessi parlato a lungo nel libro IV di questa opera 152, ma allora da un punto di vista differente da quello presentato in questo libro: nel libro quarto per mostrare perché e come Cristo è stato mandato dal Padre nella pienezza del tempo 153, per rispondere a coloro che affermano che Colui che manda e che Colui che è mandato non possono essere uguali per natura; in questo invece per distinguere la scienza, che appartiene all’ordine dell’azione, dalla sapienza, che appartiene all’ordine della contemplazione 154.

12. (De doctr. Crist. I, 3, 4-5). Godere infatti di una cosa è aderire ad essa con amore, mossi dalla cosa stessa. Viceversa il servirsi di una cosa è riferire ciò che si usa al conseguimento di ciò che si ama, supposto che lo si debba amare. Per cui, un uso illecito è da chiamarsi abuso o uso abusivo. Facciamo ora l’ipotesi che siamo degli esuli, e quindi che non possiamo essere felici se non in patria. Miseri per tale esilio e desiderosi di uscire da tale miseria, vorremmo tornare in patria e per riuscire a tornare alla patria, che costituisce il nostro godimento, avremmo bisogno di servirci di mezzi di trasporto o marini o terrestri. Che se ci arrecassero piacere le bellezze del viaggio o magari l’essere portati in carrozza, ecco che, rivolti a trarre godimento da ciò che invece avremmo dovuto usare solamente, non vorremmo che il viaggio finisca presto e, invischiati in una dolcezza falsa, resteremmo lontani dalla patria la cui dolcezza ci renderebbe felici appieno. Ne segue che, se in questa vita mortale, dove siamo pellegrini lontano dal Signore 6, vogliamo tornare alla patria dove potremo essere beati, dobbiamo servirci del mondo presente, non volerne la fruizione. Attraverso le cose create comprese con l’intelletto cercheremo di scoprire gli attributi invisibili di Dio 7, o, in altre parole, per mezzo di cose corporee e temporali attingeremo le cose eterne e spirituali….5. Le cose di cui bisogna appieno godere sono dunque il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, cioè la Trinità, che è la più eccelsa di tutte le cose, una ” cosa ” comune a tutti coloro che ne godono, seppure è una cosa e non la causa di tutte le cose e se anche questo termine ” causa ” le è appropriato. Non è infatti facile trovare un nome adatto a un essere così sublime, ma, meglio che con altri, la si dice Trinità: un solo Dio dal quale, per il quale e nel quale sono tutte le creature 8. Così il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo ciascuno è Dio e tutti insieme sono un solo Dio; ciascuna di queste Persone è sostanza completa e tutte insieme un’unica sostanza. Il Padre non è né il Figlio né lo Spirito Santo, il Figlio non è il Padre né lo Spirito Santo, lo Spirito Santo non è né il Padre né il Figlio; ma il Padre è solamente Padre, il Figlio solamente Figlio, lo Spirito Santo solo Spirito Santo. Eppure ai Tre compete la stessa eternità, la stessa incomunicabilità, la stessa maestà, la stessa onnipotenza. Nel Padre c’è l’unità, nel Figlio l’uguaglianza, nello Spirito Santo l’armonia dell’unità con l’uguaglianza. E queste tre cose sono tutte uno a causa del Padre, sono tutte uguali per il Figlio, comunicanti fra loro a causa dello Spirito Santo.

CAPITOLO II

Capisci per credere.

Sommario. Una duplice inclinazione ci spinge ad imparare: 13-15. Prima di credere al testimone occorre considerare la sua autorevolezza: 16-19. Sono necessari i motivi della credibilità per coloro che ancora non credono:  20-21. La fede è pensare acconsentendo: 22-25. C’è una autorità divina e una umana. Mai allontanarsi dall’ autorità di Cristo e della Scrittura: 26-28. E’ da seguire il metodo dell’ autorità; Si può tuttavia ragionare sul metodo poiché i motivi di credibilità giustificano e raccomandano questa autorità: 29-34. Con quale percorso Agostino è pervenuto alla religione Cattolica: 35.

13. (C. Acad. III, 20,43). Io mi sono fatto, frattanto opinativamente, come m’è stato possibile, questa opinione degli accademici. Se è falsa, non m’importa. Mi basta ormai di non ritenere pregiudizialmente che la verità non può esser raggiunta dall’uomo. Chiunque poi pensa che tale fu la tesi degli accademici, ascolti lo stesso Cicerone. Ha detto che fu loro usanza occultare la propria dottrina e che erano abituati a non manifestarla ad alcuno a meno che fino alla vecchiaia non fosse vissuto con loro (Cicerone, Varro, fr. 35 t. A). Quale fosse, Dio lo sa. Penso che fosse quella di Platone. E poiché in poche parole conosciate ogni mia intenzione, vi manifesto che, qualsivoglia sia il contenuto dell’umana filosofia, sono consapevole di non averla ancora raggiunta. Ma ho appena trentatré anni, ritengo quindi di non dover disperare di raggiungerla alfine. Disprezzate comunque tutte le altre cose che i mortali reputano beni, mi son proposto di attendere alla sua ricerca. E poiché i ragionamenti degli accademici mi distoglievano da tale occupazione, con questa disputa, a mio avviso, mi sono abbastanza premunito contro di essi. Tutti sanno che noi siamo stimolati alla conoscenza dal duplice peso dell’autorità e della ragione. Io ritengo dunque come certo definitivamente di non dovermi allontanare dall’autorità di Cristo perché non ne trovo altra più valida. Riguardo poi a ciò che si deve raggiungere col pensiero filosofico, ho fiducia di trovare frattanto, nei platonici, temi che non ripugnano alla parola sacra. Tale è infatti la mia attuale disposizione che desidero di apprendere senza indugio le ragioni del vero non solo con la fede ma anche con l’intelligenza”.

14. (De Ord. II, 5,16) 16. Duplice è la via che seguiamo quando ci pone nel dubbio l’oscurità dell’oggetto: la ragione e la fede. La filosofia garantisce la ragione ma ne libera pochi assai.

15. (De Ord. II 9, 26). Ora devo esporre come devono essere istruiti coloro che si dedicano agli studi e hanno iniziato a vivere come è stato detto. All’apprendimento siamo condotti necessariamente da un duplice principio: l’autorità e la ragione. In ordine di tempo viene prima l’autorità, idealmente la ragione. Una cosa infatti è il principio che si suppone come stimolo all’attività ed altra ciò che si valuta come fine. L’autorità dei dotti è ritenuta più efficace per una massa ancora non istruita e la ragione più conveniente per le persone colte. Ma la persona colta non è stata sempre tale e chi non è istruito non sa in quali condizioni si deve presentare agli insegnanti e con quale metodo di vita può apprendere. Ne consegue che soltanto l’autorità può aprire la porta a tutti coloro che aspirano ad apprendere la morale, la fisica e la metafisica. Chi è entrato segue senza incertezze le regole della vita razionale. Reso da esse idoneo all’apprendimento, imparerà alfine di quanta razionalità fossero dotate le nozioni che ha conseguito prima del procedimento razionale, che cos’è la stessa ragione che egli ormai con costanza e capacità segue e intende dopo la culla dell’autorità, che cos’è il puro pensiero in cui esiste l’universale, che è anzi lo stesso universale, e che cos’è il trascendente principio degli universali. Pochi in questa vita possono giungere a una conoscenza di tal genere e nessuno, anche dopo questa vita, può superarla. Vi sono poi coloro che, contenti della sola autorità, danno atto con fermezza ai buoni costumi e agli onesti desideri, ma trascurano o non possono essere istruiti nelle discipline liberali e nobili. Non saprei come considerare felici costoro, poiché sono ancora nella vita terrena. Tuttavia credo fermamente che, dopo la loro morte, raggiungeranno la redenzione più o meno facilmente secondo che son vissuti più o meno bene.

16. (Ep. 147, 2,7). Che diremo dunque? Basterebbe forse dire che la differenza tra ” vedere ” e ” credere ” consiste nel fatto che le cose presenti si vedono, mentre le cose assenti si credono? Forse basterebbe senz’altro, se per cose presenti intendessimo qui quelle cose che sono alla portata dei sensi dell’anima e del corpo, e prendono appunto il nome di ” presenti ” dalla parola praesto. Così infatti vedo la luce mediante il senso corporeo, così vedo benissimo anche la mia volontà, perché è presente ai sensi dell’anima, nel mio intimo. Se invece mi rivelasse la propria volontà qualcuno di cui ho si presente il volto e la voce, ma nondimeno, poiché la volontà che egli mi manifesta è nascosta ai sensi del corpo e dell’animo mio, io la credo ma non la vedo o, se penso che egli mentisca, non credo, anche se per caso la cosa sta proprio come, dice lui. Si credono dunque le cose che sono lontane dai sensi, se pare degna di fede la testimonianza che se ne adduce. Si vedono invece quelle cose che sono a portata dei sensi dell’anima e del corpo e che si chiamano perciò presenti. Cinque sono i sensi del corpo: la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto. Tra essi la vista è attribuita particolarmente agli occhi e tuttavia ci serviamo della parola ” vedere ” anche per i rimanenti sensi. Difatti non diciamo solo: Vedi che splendore, ma anche: Vedi che rumore, Vedi che odore, Vedi che sapore, Vedi che calore. E poiché ho detto che sono credute le cose lontane dai nostri sensi, non bisogna intendere che vadano annoverate tra esse quelle che abbiamo viste una volta e ricordiamo e siamo ben certi d’aver viste, benché non siano presenti quando sono ricordate da noi, poiché vanno annoverate non tra le cose credute, ma tra quelle viste; e appunto per. questo ci sono note, non perché abbiamo prestato fede ad altri testimoni, ma perché ricordiamo e sappiamo senza dubbio d’averle viste.

17. (De vera rel. 25,46). Dal momento, dunque, che la divina Provvidenza provvede non solo ai singoli uomini quasi privatamente, ma anche all’intero genere umano quasi pubblicamente, che cosa elargisca ai singoli lo sanno Dio, che ne è l’autore, e coloro che ne sono beneficiari. Che opera poi svolga a favore del genere umano, volle che ci fosse trasmesso mediante la storia e la profezia. L’attendibilità delle cose temporali, sia passate che future, è questione più di credenza che di intelligenza. È compito nostro però esaminare a quali uomini o a quali libri si debba credere per rendere il culto dovuto a Dio, nostra unica salvezza. Su questo argomento la prima questione da considerare è se sia possibile credere a coloro che ci propongono di adorare un solo Dio o coloro che ci propongono di adorarne molti. Chi potrebbe dubitare che è di gran lunga preferibile seguire coloro che ce ne propongono uno solo, se oltretutto coloro che ne adorano molti unanimemente considerano questo solo come unico Signore e reggitore di tutte le cose? Di certo la numerazione comincia dall’unità. Perciò, prima dobbiamo seguire coloro che affermano che l’unico sommo Dio è il solo vero Dio e il solo da adorare. Se presso costoro la verità non risplenderà, soltanto allora si dovrà andare altrove. Come, infatti, nella natura delle cose maggiore è l’autorità di uno solo che tutto riporta all’unità e come nel genere umano nullo è il potere di una moltitudine che non sia unanime, cioè che non pensi in maniera unitaria, così nella religione maggiore e più degna di fede deve essere l’autorità di coloro che propongono di adorare un unico Dio.

18. (De vera rel. 24,45). Per questo motivo anche la medicina offerta all’anima dalla divina Provvidenza nella sua ineffabile bontà è di straordinaria bellezza per gradualità e ordine. Ne fanno parte l’autorità e la ragione. L’autorità richiede la fede e prepara l’uomo alla ragione; la ragione conduce alla comprensione e alla conoscenza. E anche se l’autorità non rinuncia mai del tutto alla ragione, quando si consideri a chi si deve credere, di certo è somma l’autorità di una verità conosciuta in modo evidente. Ma poiché siamo immersi tra le cose temporali, e l’amore per esse ci tiene lontani da quelle eterne, viene per prima, non per l’eccellenza della sua natura ma per ordine di tempo, una certa medicina temporale che chiama alla salvezza non quelli che sanno ma quelli che credono. Infatti è nel luogo in cui è caduto che ciascuno deve trovare un sostegno per risollevarsi. Dunque dobbiamo appoggiarci sulle stesse bellezze carnali che ci tengono prigionieri, per conoscere quelle cose che la carne non ci mostra. Chiamo carnali quelle cose che si possono percepire attraverso la carne, cioè mediante gli occhi, gli orecchi e gli altri sensi del corpo. Per la fanciullezza invece è necessario attaccarsi con amore alle bellezze carnali o corporee, per l’adolescenza, quindi, è quasi necessario, ma poi, con il procedere degli anni, non lo è più.

19. (Ep 147, 3,8). Il nostro sapere risulta dunque di cose vedute e credute; ma, mentre per le cose che abbiamo viste o vediamo siamo testimoni noi stessi, per le cose a cui crediamo siamo spinti a prestarvi fede da altri testimoni quando delle cose che non ricordiamo d’aver viste né vediamo ci vengono dati contrassegni consistenti in parole, in scritti o in qualsiasi. documento, dopo aver visti i quali crediamo alle cose non viste. Non senza ragione affermiamo di sapere non solo ciò che abbiamo visto, ma anche ciò a cui crediamo, in quanto spinti da prove o da testimoni idonei. Inoltre se è logico dire che sappiamo anche ciò che crediamo in modo certissimo, si può affermare di conseguenza che vediamo con la mente anche le cose che crediamo con ragione benché non siano presenti ai nostri sensi. Il sapere infatti viene attribuito all’intelligenza che ritiene una cosa percepita e conosciuta sia per mezzo dei sensi corporei, sia per mezzo dell’animo stesso: anche la fede è vista di certo con intelligenza benché l’oggetto della fede sia ciò che non si vede. Perciò l’apostolo Pietro dice: Voi ora credete in lui anche senza vederlo 8, e il Signore stesso dice: Beati coloro che non hanno visto eppure han creduto 9.

20. (Ep. 120, 1,3-4). Lontano da noi il pensiero che Dio abbia in odio la facoltà della ragione, in virtù della quale ci ha creati superiori agli altri esseri animati. Lontano da noi il credere che la fede ci impedisca di trovare o cercare la spiegazione razionale di quanto crediamo, dal momento che non potremmo neppure credere, se non avessimo un’anima razionale. Quando perciò si tratta di verità concernenti la dottrina della salvezza, che non possiamo ancora comprendere con la ragione (ma lo potremo un giorno), alla ragione deve precedere la fede; essa purifica la mente e la rende capace di percepire e sostenere la luce della suprema ragione divina: anche ciò è un’esigenza della ragione! Ecco perché proprio con coerenza razionale il profeta afferma: Se non credete, non comprenderete 2. In questa frase il profeta distingue senza dubbio le due facoltà, consigliandoci anzitutto a credere per poter poi comprendere ciò che crediamo. È quindi un precetto ragionevole che la fede preceda la ragione. Se infatti questo precetto non fosse conforme alla ragione, sarebbe irragionevole, il che non può essere assolutamente. Se dunque è conforme alla ragione che, quando si tratta di supreme verità, le quali non possono conoscersi, la fede preceda la ragione, qualunque sia il ragionamento che ci convince di ciò, anch’esso deve senza dubbio condurre alla fede.

Lontano da noi il pensiero che Dio abbia in odio la facoltà della ragione, in virtù della quale ci ha creati superiori agli altri esseri animati. Lontano da noi il credere che la fede ci impedisca di trovare o cercare la spiegazione razionale di quanto crediamo, dal momento che non potremmo neppure credere, se non avessimo un’anima razionale. Quando perciò si tratta di verità concernenti la dottrina della salvezza, che non possiamo ancora comprendere con la ragione (ma lo potremo un giorno), alla ragione deve precedere la fede; essa purifica la mente e la rende capace di percepire e sostenere la luce della suprema ragione divina: anche ciò è un’esigenza della ragione! Ecco perché proprio con coerenza razionale il profeta afferma: Se non credete, non comprenderete 2. In questa frase il profeta distingue senza dubbio le due facoltà, consigliandoci anzitutto a credere per poter poi comprendere ciò che crediamo. È quindi un precetto ragionevole che la fede preceda la ragione. Se infatti questo precetto non fosse conforme alla ragione, sarebbe irragionevole, il che non può essere assolutamente. Se dunque è conforme alla ragione che, quando si tratta di supreme verità, le quali non possono conoscersi, la fede preceda la ragione, qualunque sia il ragionamento che ci convince di ciò, anch’esso deve senza dubbio condurre alla fede…4. Ecco perché l’apostolo Pietro ci ammonisce che dobbiamo esser pronti a rispondere a chi ci chiede conto della nostra fede e della nostra speranza 3. Orbene, se un infedele mi chiede ragione della mia fede e mi avvedo che prima di crederla non arriva a comprenderla, gli do questa ragione per fargli capire, se possibile, che procede a rovescio col chiedere, prima d’aver la fede, la ragione di verità che non può capire senza la fede stessa. Se invece mi chiede ragione della fede un cristiano, si deve innanzitutto esaminarne la capacità per dargli la spiegazione ad essa confacente; in tal modo avrà della propria fede una spiegazione adeguata alla propria intelligenza, ossia maggiore o minore a seconda della stessa intelligenza, purché non si allontani dal sentiero della fede finché non arrivi alla piena e perfetta conoscenza della verità.

21. (Ep. 120, 1,5). Esistono poi delle realtà alle quali non prestiamo fede quando ne sentiamo parlare, ma poi, avutane la spiegazione razionale, veniamo a conoscere che sono vere, mentre prima non riuscivamo a crederle. Così tutti i miracoli operati da Dio non sono creduti dagli infedeli appunto perché non se ne vede la ragione. Tuttavia esistono realmente cose di cui non si potrebbe dar la ragione, che pure esiste! Che cosa, infatti, può esistere nell’universo che sia stato creato da Dio senza una ragione? D’altra parte è pur conveniente che di alcune opere strabilianti di lui la ragione sia alquanto recondita, affinché la loro conoscenza razionale non li svilisca presso gli animi insensibili e annoiati. Vi sono in realtà non pochi, i quali sono più trasportati ad ammirare le cose che a conoscerne le cause: per costoro anche i miracoli cessano d’essere cose meravigliose. È quindi necessario stimolare questi tali alla fede nelle cose invisibili con portenti visibili, affinché, purificati dalla carità, giungano a familiarizzarsi con la verità e cessino di provarne meraviglia. È quanto avviene nei teatri; la gente rimane incantata alla vista d’una funambolo o prova un gran piacere per la musica; nel primo stupisce la difficoltà degli esercizi, nella seconda avvince e diletta la soavità dei suoni.

22. (De praed. Sanct. 2,5). E perciò mettendo avanti questa grazia che non viene data secondo un qualche merito, ma produce tutti i buoni meriti, dice: Non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi stessi, ma la nostra sufficienza viene da Dio 12. Facciano attenzione qui e soppesino queste parole coloro che pensano che da noi proviene l’inizio della fede e da Dio il suo accrescimento. Chi infatti non vedrebbe che il pensare precede il credere? Nessuno certo crede alcunché se prima non ha pensato di doverlo credere. Infatti, per quanto repentinamente, per quanto velocemente alcuni pensieri precedano a volo la volontà di credere e immediatamente questa li segua e li accompagni quasi fosse strettamente congiunta, tuttavia è necessario che tutte le cose che si credono siano credute per il precedente intervento del pensiero. Del resto anche credere non è altro che pensare assentendo.

23. (Ep. 120, 2, 8). Se le argomentazioni (che, ammonendoci all’esterno, mentre internamente siamo illuminati dalla stessa verità, ci fanno comprendere la falsità di quelle affermazioni) non fossero precedute nel nostro cuore dalla fede che ci rivesta di sentimenti religiosi, non ascolteremmo invano le verità in esse contenute? In questo processo conoscitivo la fede svolge la parte che l’è propria e in conseguenza la ragione trova qualche chiarimento dei problemi indagati. Pertanto alla falsa ragione è da preferire senza dubbio non solo la vera ragione con cui comprendiamo le verità che crediamo, ma anche la fede nelle verità che ancora non abbiamo comprese. Ad ogni modo è meglio credere ciò ch’è vero, per quanto non ben capito, che pensar di capire come vero ciò che al contrario è falso. La fede infatti ha i suoi occhi, con cui vede in certo modo ch’è vero ciò che ancora non vede chiaro e coi quali vede con assoluta certezza che ancora non vede chiaro ciò che crede. Orbene, chi mediante la vera ragione capisce ciò che prima riteneva certo solo per fede, è senz’altro da preferirsi a chi desidera ancora di capire ciò che crede. Qualora poi costui non sentisse nemmeno un tale desiderio e considerasse quale solo oggetto da credere le verità che ancora dovesse intendere, ignorerebbe a che giova la fede. Infatti la fede ispirata dal sentimento religioso non vuol restar separata dalla speranza e dalla carità. Il fedele quindi deve credere quel che ancora non vede in modo da sperare e amare di vedere in futuro.

24. (Serm. 43, 1). Inizio della vita buona, a cui come ricompensa è dovuta la vita eterna, è la retta fede, che consiste nel credere ciò che ancora non vedi e che [alla fine] avrà come retribuzione il vedere ciò che [ora] credi.

25. (En. in Ps. 118 s.18,3). Se è vero infatti che nessuno senza capire almeno qualcosa può credere in Dio, è anche vero che per capire in tutta la sua ampiezza la rivelazione si deve essere sanati dalla stessa fede con cui si è cominciato a credere.

26. (De Ord. II 9,27). Il potere d’insegnare si divide in divino e umano. Soltanto quello divino è vero, certo e sommamente autorevole…. Si deve considerare divino l’insegnamento che non solo supera ogni umana facoltà nel

produrre segni sensibili, ma influendo direttamente anche sull’uomo, gli mostra fino a qual punto si è abbassato per lui. Ordina inoltre a coloro, cui appaiono i suddetti segni straordinari, di non attenersi ai sensi, ma di ricorrere all’intelligenza. Fa loro comprendere nello stesso tempo la grandezza del proprio potere sul mondo, il fine per cui l’ha creato e il dominio che su di esso esercita. È necessario che faccia apparire nell’opera il proprio potere, nell’abbassarsi la propria clemenza, nel modo d’insegnare la propria essenza. Le stesse verità sono insegnate in forma più ineffabile ma con maggiore certezza nelle Sacre Scritture cui siamo iniziati. Con esse la vita dei buoni raggiunge la sicurezza non mediante discutibili opinioni ma con l’autorità dei dommi. L’insegnamento umano spesso è ingannevole.

27. (C. Acad. III 20,43). Io ritengo dunque come certo definitivamente di non dovermi allontanare dall’autorità di Cristo perché non ne trovo altra più valida. Riguardo poi a ciò che si deve raggiungere col pensiero filosofico, ho fiducia di trovare frattanto, nei platonici, temi che non ripugnano alla parola sacra. Tale è infatti la mia attuale disposizione che desidero di apprendere senza indugio le ragioni del vero non solo con la fede ma anche con l’intelligenza”.

28. (De civ. Dei XI 3). Egli dapprima ha parlato, nella misura che ha giudicato sufficiente, mediante i Profeti, poi personalmente, infine mediante gli Apostoli. Avendo insegnato ha istituito anche la Scrittura che si dice canonica, di altissima autorità. Ad essa noi prestiamo fede sulle verità che non si devono ignorare e che non siamo in grado di raggiungere da noi stessi. Con la nostra diretta esperienza si possono conoscere oggetti che non sono alieni dai nostri sensi, sia interni che esterni. Pertanto sono considerati presenti perché intendiamo che sono alla portata dei sensi, come alla portata degli occhi quelli che sono in presenza degli occhi. Ma poiché per nostra diretta testimonianza non possiamo conoscere oggetti alieni dai sensi, per conoscerli richiediamo altri testimoni e crediamo a loro perché non crediamo che gli oggetti sono o sono stati lontani dai loro sensi.

29. (Conf. VI 5,7). Tuttavia da allora incominciai a preferire la dottrina cattolica, anche perché la trovavo più equilibrata e assolutamente sincera nel prescrivere una fede senza dimostrazioni, che a volte ci sono, ma non sono per tutti, altre volte non ci sono affatto. Il manicheismo invece prometteva temerariamente una scienza, tanto da irridere la fede, e poi imponeva di credere a un grande numero di fole del tutto assurde, dal momento che erano indimostrabili. Sotto il lavorio della tua mano delicatissima e pazientissima, Signore, ora il mio cuore lentamente prendeva forma. Tu mi facesti considerare l’incalcolabile numero dei fatti a cui credevo senza vederli, senza assistere al loro svolgimento, quale la moltitudine degli eventi storici, delle notizie di luoghi e città mai visitate di persona, delle cose per cui necessariamente, se vogliamo agire comunque nella vita, diamo credito agli amici, ai medici, a persone di ogni genere; e infine come ero saldamente certo dell’identità dei miei genitori, benché nulla potessi saperne senza prestare fede a ciò che udivo. Così mi convincesti che non merita biasimo chi crede nelle tue Scritture, di cui hai radicato tanto profondamente l’autorità in quasi tutti i popoli, ma piuttosto chi non vi crede. Dunque non dovevo prestare ascolto, se qualcuno per caso mi diceva: “Come sai che questi libri furono trasmessi al genere umano dallo spirito dell’unico Dio vero e assolutamente veritiero?”. Proprio ciò bisognava soprattutto credere, poiché non v’era stata violenza di calunniose obiezioni nelle molte dispute dei filosofi lette sui libri, che avesse potuto strapparmi neppure per un attimo la fede nella tua esistenza sotto qualunque forma a me ignota, e nel governo delle cose umane, che ti appartiene 26.

30. (De ut. cred. 12, 26). Sono molti gli argomenti che si possono portare per mostrare che non c’è assolutamente nulla dell’umana società che non ne risulterebbe danneggiato, qualora avessimo deciso di non credere a niente che non possiamo considerare come percepito.

31. (En in Ps. 36 s.2,2). È un non piccolo dono di conoscenza, essere unito a Chi sa. Egli ha gli occhi della conoscenza, abbi tu gli occhi della fede. Ciò che Dio vede, tu credi.

32. (De mor. Eccl. cath. 7,11). Ma come seguiamo colui che non si vede? O come lo vediamo noi che siamo non solo uomini, ma uomini stolti? Sebbene infatti si scorga con la mente e non con gli occhi, quale mente da ultimo si può trovare idonea, coperta come è da una nube di stoltezza, ad attingere quella luce o anche solo a tentare di farlo? Conviene dunque ricorrere agli insegnamenti di coloro che, con ogni probabilità, sono stati dei sapienti. Fin qui è stato possibile condurre la ragione, in quanto procedeva nelle cose umane più con la sicurezza del costume che con la certezza della verità. Ma, una volta pervenuta alle cose divine, rivolge altrove lo sguardo: non può riguardarle, palpita, si infiamma, brucia d’amore, è abbagliata dalla luce della verità e ritorna, non per sua scelta ma per spossatezza, alle sue tenebre abituali. A questo punto c’è da temere, come da tremare, che l’anima non si procuri una debolezza maggiore proprio laddove, sfinita, cerca riposo. A noi, dunque, bramosi di rifugiarci nelle tenebre, ci venga in aiuto, per dispensazione dell’ineffabile sapienza, quella opacità dell’autorità, invitandoci a godere le sue ombre con gli eventi meravigliosi e le parole dei libri santi, quasi segni più temperati della verità.

33.(De mor. Eccl. cath. 7,12). Che si sarebbe potuto fare di più per la nostra salvezza? Che cosa di più benefico, di più generoso della divina provvidenza si sarebbe potuto immaginare? Essa non ha abbandonato affatto l’uomo allontanatosi dalle sue leggi e divenuto a buon diritto e meritatamente, per cupidigia di cose mortali, propagatore di una stirpe mortale. Quel giustissimo potere, infatti, operando con modi mirabili e incomprensibili, attraverso certe misteriose successioni delle cose a lui sottomesse, in quanto le ha create, esercita sia la severità del castigo sia la clemenza del perdono. Quanto ciò sia bello, grande, degno di Dio, e infine quanto sia il vero che cerchiamo, di certo noi non potremo mai comprenderlo se, cominciando dalle cose umane e più vicine, avendo fede nella vera religione e rispettando i suoi precetti, non seguiremo la via che Dio ha aperto per noi con la scelta dei Patriarchi, con il vincolo della legge, con il vaticinio dei Profeti, con il mistero dell’uomo incarnato, con la testimonianza degli Apostoli, con il sangue dei martiri e con la conversione delle genti. Per questo nessuno mi chieda più la mia opinione: piuttosto ascoltiamo gli oracoli e sottomettiamo i nostri meschini ragionamenti alle parole divine.

34. (Ep. 118,5,32). Talmente enorme è l’accecamento dell’intelligenza umana a causa della colluvie dei peccati e dell’amore carnale, che teorie sì mostruose poterono far perdere ai dotti tutto il loro tempo in discussioni! Potrai forse tu dunque, o Dioscoro, potrà forse chiunque altro, dotato d’ingegno sveglio, dubitare che, per far arrivare il genere umano a seguire la verità, non lo si poteva aiutare in modo migliore di quello usato dall’uomo assunto in modo mirabile ed ineffabile dalla stessa Verità? Egli, impersonando e incarnando la Verità sulla terra, coi suoi precetti di bontà e con le sue opere divine, ha persuaso gli uomini a credere per mezzo della fede, la quale è inizio di salvezza, ciò che non potevano ancora comprendere con l’intelligenza. Orbene, io che mi glorio d’essere al suo servizio, esorto anche te a credere fermamente e senza esitazioni in Lui. Egli ha fatto in modo che non poche persone ma interi popoli, incapaci di giudicare con la ragione simili problemi, credono per la fede fino a quando, aiutati dai suoi precetti salutari, possono uscire dalle perplessità e respirare all’aperto e alla luce della purissima e sincerissima verità. Occorre quindi sottomettersi alla sua autorità con tanto maggior sentimento religioso, in quanto vediamo che ormai nessun errore osa più alzare il capo per trascinarsi dietro folle d’ignoranti senza coprirsi del nome cristiano. Fra tutte le antiche sette solo gli Ebrei continuano a rimanere fuori della religione cristiana e si radunano in piccole riunioni; essi ritengono per vere le Sacre Scritture, ma fanno finta di non conoscere e non capire che proprio da esse è stato preannunciato lo stesso Gesù Cristo. Inoltre quelli che, pur non essendo nell’unità e nell’unione cattolica, si gloriano tuttavia del nome di Cristiani, sono costretti a opporsi ai credenti e osano sedurre gl’ignoranti con lo specchietto della ragione [come unico criterio di verità], mentre la medicina ordinata agli uomini dal Signore è soprattutto quella di credere per fede. Ma gli eretici si vedono costretti, come ho già detto, a usare questo metodo, perché s’accorgono in quale discredito cadrebbero, se mettessero la loro autorità a confronto con quella della Chiesa cattolica. Ecco perché si sforzano di mettersi al di sopra dell’inconcussa autorità della Chiesa, stabilita sui più saldi fondamenti, col proclamare quale unico criterio di verità la ragione e col prometterne l’acquisto. Tale temerità è la regola per così dire degli eretici. Ma il Signore, clementissimo sovrano della nostra fede, ha munito come d’una roccaforte l’autorità della Chiesa, non solo per mezzo di numerosissime comunità, ossia chiese cristiane, d’ogni popolo e nazione e delle stesse sedi apostoliche, ma l’ha pure dotata di numerosissimi mezzi di difesa nelle argomentazioni irrefutabili di alcuni personaggi piamente istruiti e veramente spirituali. La norma migliore è comunque di mettere anzitutto i deboli e i vacillanti a riparo dagli attacchi entro la roccaforte della fede, e dopo averli messi al sicuro, combattere per essi con tutte le forze della ragione.

35. (De ut. cred. 8,20). Stabilite queste premesse che, come credo, sono così giuste che presso di te dovrei vincere la disputa con qualsiasi avversario, ti indicherò, per quanto posso, il tipo di strada che ho seguito quando cercavo la vera religione con quella disposizione d’animo con la quale ho appena esposto che deve essere cercata. Dunque, non appena me ne andai da voi al di là del mare, mi ritrovai indeciso ed esitante su che cosa dovessi tenere e che cosa abbandonare – indecisione che di giorno in giorno aumentava, da quando ho udito quell’uomo che, come tu sai, ci era stato promesso che sarebbe venuto quasi dal cielo a chiarirci tutto ciò che ci rendeva inquieti e nel quale invece, a parte una certa eloquenza, ho riconosciuto un uomo come tutti gli altri. Una volta stabilitomi in Italia, mi misi a riflettere dentro di me e ad esaminare seriamente non già se restare in quella setta nella quale mi pentivo di essere capitato, ma in quale modo si dovesse cercare il vero, per il cui amore i miei sospiri a nessuno meglio che a te sono noti. Spesso mi sembrava che fosse impossibile trovarlo e le grandi onde dei miei pensieri mi inducevano a favorire gli accademici. Spesso invece, vedendo, per quanto potevo, la mente umana così vivace, così sagace, così perspicace, ritenevo che la verità le rimaneva nascosta soltanto perché non conosceva il modo secondo cui cercarla e che questo stesso modo doveva riceverlo da qualche autorità divina. Restava da cercare quale mai fosse questa autorità, dal momento che, pur tra tanti dissensi, ciascuno prometteva di darla. Dinanzi a me, dunque, si apriva un’inestricabile selva in cui appunto mi dispiaceva molto di essermi cacciato; e la mia anima si agitava senza alcuna quiete in mezzo a queste cose, spinta dal desiderio di trovare il vero. Tuttavia, mi distaccavo sempre più da costoro che mi ero ormai proposto di abbandonare. In mezzo a tanti pericoli non mi restava altro che implorare l’aiuto della divina Provvidenza con parole accompagnate da lacrime e lamenti, e lo facevo assiduamente. Già alcune prediche del vescovo di Milano mi avevano indotto a desiderare, con qualche speranza, di fare ricerche su molte cose dello stesso Vecchio Testamento, nei confronti delle quali, come sai, avevamo forte avversione, essendoci state male presentate. Avevo deciso di restare catecumeno nella Chiesa a cui i miei genitori mi avevano affidato fino a che non avessi trovato ciò che desideravo oppure non mi fossi convinto che non andava cercato. Se ci fosse stato qualcuno capace di insegnarmi, allora mi avrebbe potuto trovare assai ben disposto e molto docile. Se, dunque, scopri che anche tu da tempo ti trovi in questa condizione e provi la stessa sollecitudine per la tua anima, e se ti sembra di essere stato ormai abbastanza sbattuto qua e là e vuoi porre fine a questo genere di fatiche, segui la via dell’insegnamento cattolico, che da Cristo stesso

CAPITOLO 3

Credi per capire

Sommario. La purificazione dell’ anima con la pratica delle virtù è necessaria  comprendere l’ oggetto della fede: 36-41. Instancabilmente e con devotissima religiosità occorre supplicare che Dio apra l’ intelletto perché si veda con la mente ciò che occorre credere con la fede: 42-45. La fede avvia la comprensione; la comprensione perfetta sarà ottenuta quando contempleremo Dio faccia a faccia: 46-47. Il merito della visione è la fede; la ricompensa della fede è la visione: 48-49. L’ intelletto è il prezzo della fede. Credi per capire la parolai Dio:50-52. Per quanto gli uomini spirituali e carnali con la fede credano le stesse cose, gli spirituali, nutriti di cibo e non di latte, e amatori di Dio, conoscono più completamente e meglio, in quanto, attraverso la carità diffusa nei loro cuori, lo Spirito Santo insegna loro ogni verità: 53-55.

36. (De ag. chr. 13.14). La fede è la prima che sottopone l’anima a Dio; poi i precetti del vivere, con l’osservanza dei quali la nostra speranza si rafforza, e la carità si alimenta e comincia a risplendere quello che prima solo si credeva. Poiché la conoscenza e l’azione rendono beato l’uomo, come nella conoscenza bisogna guardarsi dall’errore, così nell’azione bisogna guardarsi dal peccato. Erra invece chiunque crede di poter conoscere la verità vivendo ancora nell’iniquità. È iniquità amare questo mondo e avere in grande considerazione le cose che nascono e passano, bramarle e affannarsi per esse per conquistarle; rallegrarsi quando abbondano e temere di perderle; contristarsi quando si perdono. Tale vita non può contemplare quella pura, sincera e immutabile verità e attaccarsi ad essa, né staccarsene più per l’eternità. Pertanto prima di purificare la nostra mente dobbiamo credere quello che non possiamo ancora comprendere; poiché in tutta verità fu detto per mezzo del profeta: Se non crederete, non comprenderete 46.

37. (De ut.cred. 16,34). Ma ora per noi si tratta di riuscire ad essere sapienti, cioè di aderire alla verità, cosa che di certo è irrealizzabile per un animo abietto. L’abiezione dell’animo, per dirla in breve, consiste nell’amore per qualsiasi oggetto all’infuori dell’anima e di Dio; ebbene, quanto più uno ne è immune, tanto più facilmente attinge il vero. Pretendere, quindi, di vedere il vero per purificare lo spirito, quando invece bisogna essere puri per vederlo, di certo significa sconvolgere l’ordine e procedere alla rovescia.

38. (De Trin. I 1,3). Da ciò scaturisce la difficoltà di penetrare e conoscere pienamente la sostanza divina che senza mutamento fa le cose mutevoli 16 e, al di fuori di ogni successione temporale, crea le cose temporali. Per vedere ineffabilmente quella realtà ineffabile è pertanto necessario purificare il nostro spirito 17; fino a quando ciò non avvenga, nostro nutrimento è la fede, affinché attraverso più agevoli sentieri diveniamo atti e idonei all’intelligenza di quel mistero.

39. (Serm. 308/A;. Denis 11,4). Chi può vederlo? Purifica il cuore, scuoti la polvere, detergi ogni macchia; sia curato e reso integro lo sguardo interiore da tutto ciò che lo turba, e ciò che vien detto e si crede comparirà prima ancora che si veda.

40. (Eph. 3,17.19), (Serm. 117,10,17). Che dice egli stesso ai deboli perché, recuperata la capacità visiva, almeno fino ad un certo punto possano attingere il Verbo per mezzo del quale tutto è stato creato? Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore 13. Che cosa proclama da maestro il Figlio di Dio, la Sapienza di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato? Convoca il genere umano e parla: Venite a me voi tutti che siete affaticati e imparate da me. Forse contavi che la Sapienza di Dio avrebbe detto: Imparate come ho fatto i cieli e gli astri; anche tutte le cose, prima ancora che fossero create, avevano in me il loro numero; come in virtù di determinazioni immutabili, anche i vostri capelli sono stati contati 14. Consideravi queste cose e che avrebbe parlato appunto di esse? No. Ma prima di tutto di quel: Poiché sono mite ed umile di cuore. Ecco, ciò che dovete comprendere; notate, fratelli, senza dubbio è poco. Noi che siamo portati dal desiderio verso grandi cose, vediamo di comprendere le umili e saremo grandi noi. Vuoi comprendere la sovraeminenza di Dio? Prima entri nella tua comprensione l’umiltà di Dio. Per amore di te stesso cedi al bene di essere umile, perché Dio si è degnato di essere umile solo e proprio per te: per nulla affatto riguardo a sé. Prendi per te, dunque, l’umiltà di Cristo, impara ad essere umile, non montare in superbia. Riconosci il tuo stato d’infermità, sta’ a giacere paziente davanti al tuo medico. Quando avrai fatto tua l’umiltà di lui, ti sollevi con lui: non che debba levarsi a sua volta egli stesso nella natura che fa di lui il Verbo; ma tu piuttosto perché sempre di più si faccia spazio a lui nella tua mente. Un primo tempo venivi a conoscere fra titubanze ed esitazioni, in seguito l’intelligenza si fa più sicura e chiarificata. Non è egli a crescere, ma sei tu ad avvantaggiarti, così che appare sollevarsi insieme a te. E’ così, fratelli, credete ai precetti del Signore ed osservateli, ed egli vi donerà forza d’intelligenza. Guardatevi dal presumere e dal preferire il sapere al precetto di Dio, per non restarvene più in basso e privi di più salda coerenza. Osservate l’albero: anzitutto ricerca la parte più bassa per crescere in altezza; fissa la radice in profondità, per erigere la cima verso il cielo. Non si spinge quindi in alto soltanto dall’umiltà? Tu, al contrario, non hai carità e vuoi renderti comprensive realtà sublimi; non hai radice e vuoi spaziare in alto? Questo è un precipitare, non un crescere. Abitando Cristo, per la fede, nei vostri cuori, siate radicati e fondati nella carità per essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio 15.

41. (C. Faust. Man. 32,18). Proviamo anche che egli stesso introduce alla verità intera, poiché non si entra nella verità se non attraverso l’amore:

42. (De Trin. XV 27,49). E dopo che avranno creduto fermissimamente alle Scritture sante come a testimoni veracissimi, s’industrino con la preghiera, con lo studio, con la vita retta, di capire, cioè di vedere con lo spirito, per quanto è possibile, quanto ritengono per fede.

43. (De Trin. VIII proemium). Queste verità sono già state dette e se, volgendole e rivolgendole vi ritorniamo sopra molto spesso, ci diventeranno più familiari, ma bisogna anche usare una certa misura e supplicare Dio con pietà e con grande devozione perché apra la nostra intelligenza ed elimini dalla nostra ricerca ogni senso di ostinazione, affinché il nostro spirito possa discernere l’essenza della verità pura da ogni materia, da ogni mutevolezza. Ora dunque, per quanto lo stesso Creatore mirabilmente misericordioso ci aiuterà, dedichiamoci allo studio di queste cose, che considereremo in modo più interiore delle precedenti, quantunque si tratti della stessa verità; sempre salva la regola che, se qualcosa resta ancora oscuro per la nostra intelligenza, non ci allontaneremo dalla fermezza della fede.

44. (De lib. arb. II 2,6). Se altro non fosse credere ed altro conseguire con l’intelletto e se prima non si dovesse credere la verità di ordine superiore e trascendente che desideriamo conseguire con l’intelletto, non a proposito avrebbe detto il Profeta: Se non crederete, non conseguirete con l’intelletto 2. Ed anche nostro Signore con le parole e le azioni ha esortato coloro che ha chiamato alla salvezza ad avere prima la fede. Ma in seguito, parlando del dono che doveva dare ai credenti, non disse: ” Questa è la vita eterna che credano “, ma: Questa è la vita eterna che conoscano te solo vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo 3. Poi a coloro che già credono dice: Cercate e scoprirete 4. E non si può considerare scoperto ciò che, non essendo oggetto di scienza, si accetta per fede e nessuno diviene idoneo a scoprire Dio se prima non accetta per fede ciò di cui in seguito avrà scienza. Quindi ossequenti al precetto del Signore cerchiamo con insistenza. Ciò che cerchiamo perché ce ne esorta, lo scopriremo perché ce lo mostra nei limiti in cui è possibile scoprire in questa vita l’oggetto trascendente da individui come noi. Si deve poi credere che dai più buoni, mentre ancora sono in questo mondo, e da tutti gli uomini buoni e pii dopo questa vita, tale oggetto con più perfetta chiarezza è conseguito per visione. Si deve sperare che sia così anche per noi e, disprezzate le cose terrene e umane, lo si deve considerare ed amare con ogni impegno.

45. (De Trin. XV 28,51). Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato.

46. (En in Ps. 123,2). Adesso è il tempo della fede, mentre in seguito verrà la visione. Finché dura la fede, siamo in questo mondo ed ha luogo la speranza; quando nel mondo avvenire saremo ammessi alla visione avremo il possesso della realtà. E vedremo [Dio] faccia a faccia 2, e in tanto potremo vederlo in quella maniera in quanto avremo gli occhi [totalmente] purificati. Beati, infatti, i puri di cuore perché vedranno Dio 3. Ma come potranno diventar puri i cuori se non mediante la fede, della quale diceva Pietro negli Atti degli Apostoli: Mediante la fede egli purifica i loro cuori 4 ? Attraverso la fede i cuori diventano puri e quindi capaci di fruire della visione faciale. Adesso infatti camminiamo nella fede e non nella visione.

47. (De Trin IX 1,1). La nostra ricerca concerne, certo, non una trinità qualsiasi, ma la Trinità che è Dio, il vero, supremo ed unico Dio. Pazienta dunque, tu che mi ascolti, chiunque tu sia, perché stiamo ancora cercando e nessuno ha il diritto di biasimare chi si dedica alla ricerca di tali cose, sempre che ricerchi, basandosi su una fede incrollabile, ciò che è così difficile da conoscere e da esprimere… Ma è retta solo la tensione che procede dalla fede. È la certezza della fede che, in qualche maniera, è inizio della conoscenza, ma la certezza della conoscenza non sarà compiuta che dopo questa vita, quando vedremo a faccia a faccia 7. Abbiamo dunque questa intima convinzione e conosceremo che è più sicuro il sentimento che ci spinge a cercare la verità di quello che ci fa presumere di conoscere ciò che non conosciamo. Cerchiamo dunque con l’animo di chi sta per trovare e troviamo con l’animo di chi sta per cercare. Infatti: Quando l’uomo penserà di aver finito, allora incomincerà 8. Circa le verità da credere, nessun dubbio proveniente dalla mancanza di fede, circa le verità da comprendere, nessuna affermazione temeraria; in quelle dobbiamo attenerci all’autorità, in queste si ha da indagare la verità.

48. (Ep. 120,1,6). Ti ho voluto esprimere queste considerazioni per eccitare la tua fede ad amare l’intelligenza spirituale, alla quale conduce la vera ragione e alla quale la fede prepara l’animo.

49. (Serm.317;. 2). Chi vede, forse non crede? Crede colui che ancora non vede: una cosa è credere e altro vedere. Credi perché non vedi, perché credendo quello che non vedi possa meritare di vedere quello che credi. Il merito della vision è la fede; la ricompensa della fede è vedere. Dunque credi e cammina nella fede: la tua salvezza è nella speranza. (Trad. Sartirana)

50. (In Jo ev. tract. 29,6). Vuoi capire? Credi. Dio infatti per mezzo del profeta ha detto: Se non crederete, non capirete (Is 7, 9 sec. LXX). E’ questo che intende il Signore, quando proseguendo dice: Se qualcuno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio, o se io parlo da me stesso (Gv 7, 17). Che significa se qualcuno vuol fare la volontà di lui? Io avevo detto: se qualcuno crederà; e questo consiglio avevo dato: se non hai capito, credi! L’intelligenza è il frutto della fede. Non cercare dunque di capire per credere, ma credi per capire; perché se non crederete, non capirete. Sicché, dopo averti consigliato, per poter capire, l’obbedienza della fede, e avendoti fatto osservare che lo stesso Signore Gesù Cristo nelle parole che seguono dà questo medesimo consiglio, vediamo che dice: Se qualcuno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina … Che vuol dire conoscerà? Vuol dire “capirà”. E che vuol dire se qualcuno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina … Che vuol dire “capirà”, tutti ci arrivano; che, invece, la frase se qualcuno vuol fare la volontà di lui è un appello alla fede, perché ce ne rendiamo conto è necessaria la spiegazione dello stesso nostro Signore, il quale ci deve dire se veramente fare la volontà del Padre di lui significa credere. Chi non sa che fare la volontà di Dio consiste nel compiere l’opera di lui, nel fare quanto a lui piace? Lo afferma esplicitamente lo stesso Signore in un altro passo: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6, 29). Dice credere in lui, non “credere a lui”. Sì, perché se credete in lui, credete anche a lui; non però necessariamente chi crede a lui, crede anche in lui. I demoni credevano a lui, ma non credevano in lui. Altrettanto si può dire riferendoci agli Apostoli: crediamo a Paolo, ma non crediamo in Paolo; crediamo a Pietro, ma non crediamo in Pietro. Ecco, a chi crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli è tenuta in conto di giustizia (Rm 4, 5). Che significa dunque credere in lui? Credendo amarlo e diventare suoi amici, credendo entrare nella sua intimità e incorporarsi alle sue membra. Questa è la fede che Dio vuole da noi; ma che non può trovare in noi se egli stesso non ce la dà. E’ questa la fede che in un altro passo l’Apostolo definisce in modo perfetto dicendo: In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la incirconcisione, ma la fede che opera nella carità (Gal 5, 6). Non una qualunque fede, ma la fede che opera nella carità. Sia questa la tua fede, e comprenderai quanto occorre circa la dottrina.

51. (Serm. 43, 7). Di che cosa si trattava? Tu dicevi: Fammi capire affinché possa credere; io dicevo: Credi per poter capire. Ne era nata una discussione. Ebbene, andiamo dal giudice! Giudichi il profeta, o meglio, giudichi Dio per mezzo del profeta. Noi due stiamo zitti: essi hanno ascoltato ciò che l’uno e l’altro diciamo. Tu dici: Fammi capire affinché possa credere; io dico: Credi per poter capire. Risponda il profeta: Se non crederete, non comprenderete 15.

52. (Serm. 43,9). L’avete ascoltato or ora mentre vi si leggeva il Vangelo. Diceva il Signore Gesù al padre del fanciullo: Se puoi credere, tutto è possibile a chi crede 18. Egli guardò dentro se stesso e si collocò di fronte a se stesso. Privo di ogni temeraria confidenza, volle tuttavia esaminare prima la sua coscienza: trovò dentro di sé una certa qual fede, come vide anche dell’insicurezza. Tutt’e due le cose riscontrò: confessò d’averne una, per il resto chiese l’aiuto. Disse: Credo, Signore 19. Cosa sarebbe dovuto seguire se non: Aiuta la mia fede? Ma egli non disse questo. Credo, Signore. Vedo in me un qualcosa per cui le mie parole non sono bugiarde. Credo, dico la verità. Ma vedo in me anche un qualcosa che mi reca dispiacere. Vorrei stare saldo in piedi, ma ancora traballo. Parlo stando in piedi, non son caduto poiché seguito a credere; eppure traballo. Aiuta la mia incredulità 20. Lo stesso, carissimi, è del mio supposto interlocutore e della controversia nata fra noi, per risolvere la quale sono ricorso al giudizio del profeta. Qualcosa asserisce anche lui quando mi dice: Fammi capire affinché possa credere. In effetti, ciò che sto dicendo adesso, lo dico affinché credano gli increduli. Costoro, se non capiscono ciò che dico, non potranno giungere alla fede. Da un lato quindi è vero ciò che il mio avversario dice, cioè: Fammi capire affinché possa credere. Ma sono nella verità anch’io quando affermo, come diceva il profeta: Viceversa, credi per poter capire. Tutt’e due diciamo la verità; vediamo di trovare l’accordo. Quindi, comprendi per credere, e credi per comprendere. Voglio dirvi brevemente come si debba intendere l’una e l’altra espressione perché si eviti il contrasto. Comprendi la mia parola, affinché tu possa credere; credi alla parola di Dio per poterla comprendere.

53. (In Io. ev. tr.. 97,1). Le medesime cose dunque che di solito, pubblicamente e continuamente, si dicono circa l’eternità, la verità e la santità di Dio, da alcuni vengono intese bene, da altri male, o meglio da alcuni vengono intese e da altri no; poiché chi intende male, non intende. Ma tra quelli stessi che intendono bene, c’è chi riesce a penetrare le cose con maggiore acutezza e profondità degli altri, nessuno tuttavia riesce a comprendere come gli angeli. Nell’anima, cioè nell’uomo interiore, si verifica una crescita che si compie, non soltanto con il passaggio dal latte al cibo solido ma anche per una assimilazione sempre maggiore del cibo solido. E questa crescita non consiste in uno sviluppo fisico, ma in una maggior chiarezza interiore, poiché si ha per cibo la luce intellegibile. Se volete quindi conoscere in questo senso, e volete comprendere sempre meglio Dio, e se, quanto più crescete, tanto più volete comprenderlo, non dovete chiedere e attendere aiuto da un maestro che parla alle vostre orecchie, cioè da uno che, operando all’esterno, pianta e innaffia, ma da colui che fa crescere (cf. 1, Cor 3, 6).

54. (In Io. ev. tr., 98,2). Bisogna prima di tutto che la vostra Carità tenga presente che riguardo a Cristo crocifisso di cui l’Apostolo dice di avere alimentato i fedeli come i bambini col latte, e riguardo anche alla carne di Cristo, nella quale si verificò una vera morte con ferite e spargimento di sangue, il modo di intendere degli uomini carnali non è come quello degli spirituali. Per i primi è latte, per i secondi è cibo solido. Questi infatti ascoltano, sì, le stesse cose ma con una comprensione più profonda; comune è la fede, diversa è l’intelligenza spirituale del contenuto di essa. Così accadde che Cristo crocifisso, predicato dagli Apostoli, suscitò scandalo presso i Giudei e fu giudicato follia dai Gentili, mentre per i chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza e sapienza di Dio (cf. 1 Cor 1, 23-24). E tuttavia, mentre i fedeli deboli e carnali accettano queste cose solo per fede, quelli più maturi le penetrano anche mediante l’intelligenza spirituale. Per quelli, esse sono come latte, per questi sono cibo solido: e non perché i primi abbiano ascoltato tali verità confusi tra la massa, mentre i secondi le abbiano ascoltate in luoghi riservati, ma perché, sebbene gli uni e gli altri abbiano ascoltato la medesima predicazione pubblica, ciascuno ha compreso secondo la propria capacità.

55. (In Io. ev. tr. 96,4,5). Sicché, o carissimi, non aspettatevi di ascoltare da noi quelle cose che allora il Signore non volle dire ai discepoli, perché non erano ancora in grado di portarle; ma cercate piuttosto di progredire nella carità, che viene riversata nei vostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che vi è stato donato (cf. Rm 5, 5), di modo che, fervorosi nello spirito e innamorati delle realtà spirituali, possiate conoscere, non mediante segni che si mostrino agli occhi del corpo, né mediante suoni che si facciano sentire alle orecchie del corpo, ma con lo sguardo e l’udito interiore, la luce spirituale e la voce spirituale che gli uomini carnali non sono in condizione di portare. Non si può infatti amare ciò che s’ignora del tutto. Ma quando si ama ciò che in qualche modo si conosce, in virtù di questo amore si riesce a conoscerlo meglio e più profondamente…E’ in questo modo che lo Spirito Santo vi insegnerà tutta la verità, riversando sempre più nei vostri cuori la carità.

CAPITOLO 4

Attraverso la Scienza alla Sapienza.

Sommario. La Sapienza è la conoscenza intellettuale delle cose divine ed eterne; la Scienza più precisamente è la conoscenza razionale delle cose umane e temporali. La Teologia predispone all’ azione. Si assegnano alla Teologia quattro funzioni: 56-58. Come valutare il Verbo Incarnato con il profilo della scienza e della sapienza: 59. Tendiamo alla sapienza attraverso la scienza: dal Verbo-carne al Verbo-Dio. Cristo umile nutre la nostra infanzia con latte, sanando il tumore della superbia, e una volta rinforzati dal cibo della sapienza diventiamo capaci di praticare la verità. Con la partecipazione alla sapienza di Dio l’ uomo diventa sapiente: 60-64 La sapienza dell’ uomo è la religiosità: 65-67. La verità si cerca con l’ amore:68.

56. (De Trin. XII 14, 22-23). Perché anche la scienza è benefica alla sua maniera, se ciò che in essa gonfia o suole gonfiare è dominato dall’amore delle cose eterne, che non gonfia, ma che, come sappiamo, edifica 84. Senza la scienza infatti non possono esistere nemmeno le virtù con le quali si possa dirigere questa misera vita in modo da raggiungere quella eterna, che è veramente beata…22. C’è tuttavia una differenza tra la contemplazione delle cose eterne e l’azione con la quale facciamo buon uso delle cose temporali: quella si attribuisce alla sapienza, questa alla scienza. Sebbene infatti anche la sapienza possa venir chiamata scienza, come lo mostra l’affermazione dell’Apostolo, che dice: Ora conosco parzialmente, allora conoscerò come sono conosciuto 85, per questa scienza egli intende certamente la contemplazione di Dio, che sarà il premio supremo dei santi; tuttavia dove l’Apostolo dice: Ad uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza secondo lo stesso Spirito 86, distingue, senza dubbio, l’una dall’altra, benché non spieghi la natura della loro differenza, e i caratteri che permettano di distinguerle. Ma dopo aver scrutato le molteplici ricchezze delle sante Scritture, trovo scritta nel libro di Giobbe questa sentenza del santo uomo: Ecco, la pietà è la sapienza, la fuga dal male è la scienza 87. Questa distinzione ci fa comprendere che la sapienza riguarda la contemplazione, la scienza l’azione. In questo passo Giobbe identifica la pietà con il culto di Dio, che in greco si dice “theosebeia”. È questa la parola che si trova presso i codici greci in questo passo. E fra le cose eterne che vi è di più eccellente di Dio, che solo possiede una natura immutabile? E che è il culto di Dio, se non l’amore di lui, amore che ci fa desiderare di vederlo, che ci fa credere e sperare che lo vedremo, perché nella misura in cui progrediamo lo vediamo ora per mezzo di uno specchio, in enigma, ma un giorno lo vedremo nella sua piena manifestazione? È ciò che dice l’apostolo Paolo quando parla della “visione” faccia a faccia 88; è anche quello che dice l’apostolo Giovanni: Carissimi, ora siamo figli di Dio, e ciò che saremo un giorno non è stato ancora manifestato; ma sappiamo che al momento di questa manifestazione saremo simili a lui, perché lo vedremo come è 89. In questi passi e in passi simili si tratta proprio, mi pare, della sapienza 90. Astenersi invece dal male 91, ciò che Giobbe chiama scienza, appartiene certamente all’ordine delle cose temporali. Perché è in quanto siamo nel tempo che siamo soggetti al male, che dobbiamo evitare, per giungere ai beni eterni. Perciò tutto quanto compiamo con prudenza, forza, temperanza e giustizia, appartiene a quella scienza o regola di condotta, che guida la nostra azione nell’evitare il male e nel desiderare il bene; e le appartiene pure tutto ciò che, come esempio da evitare o da imitare e come conoscenza necessaria tratta da avvenimenti adatti ad illuminare la nostra vita, raccogliamo attraverso la conoscenza della storia.

23. Quando si parla di queste cose mi pare che il discorso riguardi la scienza e vada distinto da quello che concerne la sapienza 92 alla quale non appartengono né le cose passate né le future, ma quelle che sono presenti, e a causa di quella eternità in cui esistono, si chiamano passate, presenti e future senza alcuna mutazione di tempo.

57. (De Trin. XII 15, 25). Se dunque la vera differenza tra la sapienza e la scienza consiste in questo: che alla sapienza appartiene la conoscenza intellettiva delle cose eterne, alla scienza invece la conoscenza razionale delle cose temporali, non è difficile giudicare a quale si debba dare la precedenza, a quale l’ultimo posto. Supponendo che si debba usare un altro criterio per distinguere queste due cose, che l’Apostolo senza alcun dubbio distingue, quando afferma: Ad uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza secondo lo stesso Spirito 97, tuttavia anche in tal caso rimane assai chiara la distinzione che abbiamo fatto tra le due, per cui una cosa è la conoscenza intellettiva delle cose eterne, altra cosa la conoscenza razionale delle cose temporali; e nessuno dubita che bisogna preferire la prima alla seconda.

58. (De Trin. XIV 1,3). Discutendo intorno alla sapienza, la definirono così: La sapienza è la scienza delle cose umane e divine 12. Per questo anch’io, nel libro precedente, non ho mancato di dire che si poteva chiamare sapienza e scienza la conoscenza delle une e delle altre cose, cioè delle cose divine ed umane 13. Ma la distinzione che fa l’Apostolo, quando dice: Ad uno è dato il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza 14, ci invita a dividere questa definizione, così da chiamare propriamente sapienza la scienza delle cose divine e riservare propriamente il nome di scienza alla conoscenza delle cose umane. Di questa ho trattato nel libro XIII, non attribuendo certamente alla scienza tutto ciò che l’uomo può sapere circa le cose umane, in cui si trova tanta vanità superflua e pericolosa curiosità, ma solo la conoscenza che genera, nutre, difende e fortifica la fede supremamente salutare, che conduce l’uomo alla vera beatitudine, scienza che non possiedono in modo vigoroso molti fedeli, sebbene sia assai vigorosa la loro fede. Infatti altro è sapere appena quello che un uomo deve credere per conseguire la vita beata, la quale non può essere se non eterna, altro è saperlo in tal modo da metterlo a profitto dei buoni e da difenderlo contro i cattivi 15; questa sembra che sia in senso proprio la scienza di cui parla l’Apostolo 16.

59. (De Trin. XIII 19, 24). Tutto ciò che il Verbo fatto carne 128 ha fatto e sofferto per noi nel tempo e nello spazio appartiene, secondo la distinzione che abbiamo cominciato a chiarire, alla scienza, non alla sapienza 129. Invece ciò che il Verbo è al di fuori del tempo e dello spazio, è coeterno al Padre e tutto intero in ogni luogo 130; di questo, se qualcuno può, per quanto gli è possibile, parlare secondo verità, ciò che dirà apparterrà alla sapienza 131; per questo motivo il Verbo fatto carne, Cristo Gesù, possiede i tesori della sapienza e della scienza 132. Ecco perché l’Apostolo scrive ai Colossesi: Voglio infatti che voi sappiate quanto grande sia la lotta che io sostengo per voi e per questi che sono a Laodicea e per tutti coloro che non mi hanno mai veduto di persona, affinché siano consolati i loro cuori e, intimamente uniti in carità, possano essere del tutto arricchiti d’una pienezza d’intelligenza, per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza 133. Chi può sapere in quale misura l’Apostolo conosceva questi tesori, quanto era penetrato in essi, quali misteri aveva scoperto? Da parte mia tuttavia, secondo ciò che sta scritto: La manifestazione dello Spirito è data a ciascuno di noi per utilità: infatti ad uno è dato dallo Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza, secondo lo stesso Spirito 134, se la differenza tra la sapienza e la scienza risiede in questo: che la sapienza si riferisce alle cose divine, la scienza a quelle umane, riconosco l’una e l’altra in Cristo e con me la riconosce ogni fedele di Cristo. E quando leggo: Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi 135, nel Verbo vedo con l’intelligenza il vero Figlio di Dio 136, nella carne riconosco il vero figlio dell’uomo 137, l’uno e l’altro uniti nella sola persona del Dio-uomo, per un dono ineffabile della grazia. Per questo l’Evangelista aggiunge: E abbiamo contemplato la sua gloria, gloria uguale a quella dell’Unigenito del Padre pieno di grazia e di verità 138. Se riferiamo la grazia alla scienza, la verità alla sapienza 139, penso che non andiamo contro la distinzione tra scienza e sapienza, che abbiamo proposto. Infatti, nell’ordine delle cose che traggono la loro origine nel tempo, la grazia più alta è l’unione dell’uomo con Dio nell’unità della persona; nell’ordine delle cose eterne, la più alta verità 140 è, a ragione, attribuita al Verbo di Dio. Ora, quello stesso che è l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità 141, l’incarnazione fa sì che egli sia pure quello stesso il quale agisce per noi nel tempo affinché, purificati per mezzo della fede in lui, lo contempliamo per sempre nell’eternità. I più grandi filosofi pagani poterono, per mezzo della creazione, contemplare con l’intelligenza le perfezioni invisibili di Dio 142; tuttavia, poiché filosofarono senza il Mediatore, cioè senza il Cristo uomo, e non hanno creduto ai Profeti che vaticinarono la sua venuta, né agli Apostoli che proclamarono tale venuta, hanno tenuto imprigionata la verità, come sta scritto di loro, nell’ingiustizia 143. Posti in quest’ultimo grado della creazione, non poterono infatti che cercare dei mezzi per giungere a quelle realtà di cui avevano compreso la grandezza; così facendo sono caduti negli inganni dei demoni, che hanno fatto loro scambiare la gloria di Dio incorruttibile con delle immagini rappresentanti l’uomo corruttibile, uccelli, quadrupedi e rettili 144. Infatti sotto tali forme hanno costruito degli idoli e hanno reso loro culto 145. Dunque la nostra scienza è Cristo 146; la nostra sapienza è ancora lo stesso Cristo. È lui che introduce in noi la fede che concerne le cose temporali, lui che ci rivela la verità concernente le cose eterne. Per mezzo di lui andiamo a lui, per mezzo della scienza tendiamo alla sapienza; senza tuttavia allontanarci dal solo e medesimo Cristo in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza 147.

60. (Serm. 117, 10,16). Ma se pure non possiamo ancora vedere la divinità del Verbo, per giungervi, diamo ascolto al Verbo fatto carne; dal momento che siamo stati creati nella carne, diamo ascolto al Verbo fatto carne. Per questo appunto è venuto, per questo ha preso su di sé la nostra infermità, perché tu possa diventare ricettivo del cibo solido del linguaggio di Dio che porta la tua debolezza. E con tutta proprietà è stato paragonato al latte. Porge latte ai piccoli, per dare ai più grandi il cibo della sapienza. Sii costante nel sorbire il latte, in vista di una sazietà colma di desiderio. Ad ogni modo, anche il latte di cui sono nutriti i fanciullini come si produce? Non c’era forse cibo sulla mensa? Ma il fanciullino è incapace di mangiare il cibo solido posto sulla mensa; che fa allora la madre? Riduce a carne la vivanda e dalla stessa carne ricava latte. Ricava per noi ciò che possiamo assimilare. Così del pari, il Verbo si è fatto carne perché, quali piccoli, fossimo nutriti di latte noi che, rispetto al cibo solido, eravamo veramente dei fanciullini.

61. (Conf. VII 18). Cercavo la via per procurarmi forza sufficiente a goderti, ma non l’avrei trovata, finché non mi fossi aggrappato al mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù 79, che è sopra tutto Dio benedetto nei secoli 80. Egli ci chiama e ci dice: “Io sono la via, la verità e la vita81; egli mescola alla carne il cibo che non avevo forza di prendere, poiché il Verbo si è fatto carne 82 affinché la tua sapienza, con cui creasti l’universo, divenisse latte per la nostra infanzia. Non avevo ancora tanta umiltà, da possedere il mio Dio, l’umile Gesù, né conoscevo ancora gli ammaestramenti della sua debolezza. Il tuo Verbo, eterna verità che s’innalza al di sopra delle parti più alte della creazione, eleva fino a sé coloro che piegano il capo; però nelle parti più basse col nostro fango si edificò una dimora umile 83, la via per cui far scendere dalla loro altezza e attrarre a sé coloro che accettano di piegare il capo, guarendo il turgore e nutrendo l’amore. Così impedì che per presunzione si allontanassero troppo, e li stroncò piuttosto con la visione della divinità stroncata davanti ai loro piedi per aver condiviso la nostra tunica di pelle 84. Sfiniti, si sarebbero reclinati su di lei, ed essa alzandosi li avrebbe sollevati con sé.

62. (De doct. chr. I 10-11). Bisogna dunque essere in grado di godere in pienezza di quella verità che vive non soggetta a mutamenti e sapere che in tale verità Dio Trino, autore e creatore dell’universo, provvede alle cose che ha creato. A tal fine occorre purificare l’anima perché possa fissare quella luce e restare attaccate a quello che ha veduto. Questa purificazione consideriamola come una specie di cammino o di navigazione verso la patria. In realtà, per avvicinarci a colui che è presente dovunque, non ci si muove con moto locale ma con buoni desideri e buoni costumi 9  …11. Una cosa di questo genere ci sarebbe impossibile se la stessa Sapienza non si fosse degnata abbassarsi fino alla nostra debolezza, veramente grande, e non ci avesse dato l’esempio di come vivere non scegliendo altra via che facendosi uomo, poiché noi siamo uomini. Ora, se è pacifico che noi andando a lui operiamo saggiamente, quanto a lui e alla sua venuta fra noi, l’uomo superbo ritenne che avesse agito quasi con stoltezza. Inoltre, siccome noi quando andiamo da lui acquistiamo vigore, si credette di lui che, venuto fra noi, si fosse come indebolito. Viceversa, quello che in Dio è stolto è più sapiente degli uomini e quello che in Dio è debole è più forte degli uomini 10. Essendo dunque Lui la patria, si è voluto fare per noi via per cui giungere alla patria…11. Essendo [Cristo-sapienza] presente dovunque all’occhio interiore puro e sano, si è degnato apparire agli occhi carnali di coloro che hanno quell’occhio interiore malato e impuro. Difatti, siccome il mondo con la sua sapienza era incapace di conoscere Dio, nel sapiente piano di Dio, egli si compiacque di salvare con la stoltezza della predicazione quelli che avrebbero creduto 11.

63. (De doct. chr. I 14,13). Così fece la Sapienza di Dio quando volle curare l’uomo: per guarirlo gli offrì se stessa e divenne medico e medicina. Pertanto, siccome l’uomo era caduto a causa della superbia, per guarirlo usò l’umiltà. Fummo ingannati dalla astuta sapienza del serpente; veniamo liberati dalla stoltezza di Dio. Ma come Egli, che si chiamava Sapienza – era però stoltezza per quanti disprezzano Dio -, così, di nuovo, Egli, chiamato stoltezza, è Sapienza per quanti vincono il diavolo. Noi usammo male dell’immortalità e ci procurammo la morte; Cristo, usando bene della sua condizione mortale, ha fatto sì che riavessimo la vita. Corrotto che fu l’animo di una donna, entrò nel mondo la malattia; la salute è a noi derivata dal corpo di una donna rimasto integro.

64. (De cons.ev. I 23,35). Quanto a noi, non solo concediamo ma anche con tutte le forze predichiamo che esiste una suprema sapienza, quella di Dio, con la partecipazione della quale diventa sapiente ogni anima veramente sapiente 57.

65. (De Trin. XIV I, 1). Ora dobbiamo trattare della sapienza, non di quella di Dio che senza alcun dubbio è Dio, perché sapienza di Dio è chiamato il suo Figlio unigenito 1, ma parleremo della sapienza dell’uomo, però della vera, che è secondo Dio, e che è il vero e principale culto reso a lui, che i Greci chiamano con una sola parola “theosebeia”. Questo termine i Latini, come ho ricordato, volendo tradurlo anch’essi con una sola parola, l’hanno tradotto con pietas, benché la pietas sia chiamata più ordinariamente dai Greci “eusebeia”, ma “theosebeia”, poiché non si può rendere nel suo pieno significato con una sola parola, è meglio tradurla con due parole e dire di preferenza “culto di Dio”. Che questa sia la sapienza dell’uomo, come ho stabilito già nel libro XII di quest’opera 2, ce lo dimostra l’autorità della Sacra Scrittura, nel libro del servo di Dio Giobbe, dove si legge che la sapienza di Dio ha detto all’uomo: Ecco: la pietà è sapienza; astenersi invece dal male è scienza 3; o ancora, secondo la traduzione che alcuni fanno del greco “episteme”, è disciplina, termine che deriva certamente da discere (imparare), e per questo si può anche chiamare “scienza”, perché qualsiasi cosa si apprenda, lo si fa per saperla 4.

66. (Enchir. 2). Ebbene, la pietà è la sapienza dell’uomo. Lo trovi anche nel libro del santo Giobbe, dove si legge quel che la Sapienza stessa ha detto all’uomo: Ecco, la pietà è sapienza 4. Se poi ti domandassi di quale pietà là si parli, lo troveresti piú precisamente nel greco “theosebeia”, vale a dire ” culto di Dio “. In greco infatti ” pietà ” si dice anche in altro modo, cioè “eusebeia”, termine che significa ” culto buono “, anche se riferito principalmente alla venerazione divina. Nessuna parola è però piú adatta di quella che esprime in modo esplicito il culto di Dio, quando si tratta di dire in che cosa consista la sapienza umana.

67. (De civ.Dei XIV 28). Nella città celeste invece l’unica filosofia dell’uomo è la religione con cui Dio si adora convenientemente, perché essa attende il premio nella società degli eletti, non solo uomini ma anche angeli, affinché Dio sia tutto in tutti 160.

68. (De mor. Eccle. Cath. I 17,31). Così, con voi si deve agire non in modo che le comprendiate fin d’ora, cosa che non è possibile, ma in maniera che desideriate comprenderle un giorno. Questa infatti è opera della semplice e pura carità di Dio, che rifulge soprattutto nei costumi, e della quale abbiamo già molto parlato. Essa, ispirata dallo Spirito Santo, conduce al Figlio, cioè alla Sapienza di Dio mediante la quale il Padre stesso si conosce. La sapienza e la verità infatti, se non sono desiderate con tutte le forze dello spirito, in nessun modo è possibile trovarle. Se invece si cercano come si conviene, esse non possono né sottrarsi né nascondersi a coloro che le amano. Da ciò quelle parole che anche voi siete soliti avere sulla bocca, le quali dicono: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto 46; Non vi è nulla di nascosto che non sarà svelato 47. Con l’amore si chiede, con l’amore si cerca.