LA GRAZIA DI CRISTO – PARTE II

La distribuzione della grazia..

CAPITOLO XI

La grazia di Dio non sarà grazia in nessun modo se non sarà gratuita da ogni punto di vista.

SOMMARIO. I Pelagiani sono contrari alla gratuità della grazia, asserendo che viene data secondo il merito.. Agostino, con molte citazioni della Scrittura dimostra che la fede, e ogni aiuto preveniente viene distribuito senza alcuna previsione di merito. La grazia precede il merito, non proviene dal merito, ma è il merito che proviene dalla grazia. Noi camminiamo, ma è Dio che fa sì che noi camminiamo: 1587-1592. Se di grazia si tratta , ergo è gratuita; se è gratuita, è donata, non dovuta: 1593-1595. L’uomo non è in grado di disporsi positivamente alla grazia. I Pelagiani sbagliano quando interpretano la Scrittura che è l’uomo a preparare il cuore; il cuore non può essere preparato senza buoni pensieri, e noi non siamo preparati a pensare qualcosa di opportuno da noi stessi. La volontà viene preparata dal Signore:1596-1598. L’atteggiamento negativo non è una motivazione della scelta della grazia. Inoltre Dio non fa preferenza di persone, perché la giustizia non è violata, appartenendo tutti gli uomini alla stessa massa di dannazione. Chi viene dannato, è dannato con una giusta pena; chi viene liberato invece, lo deve alla grazia non dovuta: 1599-1602.

1587. (Ep. 194 3,9). I Pelagiani possono, sì, affermare che la grazia data senza meriti precedenti è il perdono dei peccati, poiché qual merito di bene possono avere i peccatori? Ma neppure il perdono dei peccati si ottiene senza qualche merito se è la fede ad ottenerlo. Infatti non può non avere qualche merito la fede con cui il pubblicano esclamava: Abbi pietà di me peccatore, mio Dio; e quell’uomo ispirato dalla fede, dopo essersi umiliato, tornò a casa giustificato, poiché chi si umilia, sarà esaltato 20. Non ci resta quindi che attribuire la stessa fede, dalla quale ha inizio ogni specie di giustizia,… non già alla volontà dell’uomo.. ma confessare ch’è un dono gratuito di Dio se considereremo la grazia autentica, quella cioè non dovuta ai meriti.

1588. (De gr. et pecc. orig. I 31,34). Poi, comunque intenda la grazia, dice che essa si dà ai cristiani secondo i loro meriti,… Quando infatti dice che sono da premiare coloro che usano bene il libero arbitrio e per questo meritano la grazia del Signore, confessa che ad essi è pagato un debito. Dove se ne va allora l’affermazione dell’Apostolo: Giustificati gratuitamente per la sua grazia 105? Dove se ne va anche l’altra sua affermazione: Per grazia siete salvi 106? E perché non credessero d’essere salvi ” per le opere “, aggiunge: mediante la fede. Perché poi non credessero d’aver diritto, senza la grazia di Dio, a ricevere la fede stessa, scrive: E ciò non viene da voi, ma è dono di Dio 107. Il senso è dunque questo: quel dono da cui partono tutti gli altri doni che si dicono ricevuti da noi per nostro merito, e cioè il dono della fede, lo riceviamo senza nostro merito. O se si nega che la fede si dà, perché allora si dice: Secondo la misura di fede che Dio ha data a ciascuno 108? Se poi la fede si dice data così da essere pagata ai nostri meriti e non regalata, perché mai l’Apostolo torna a dire di nuovo: A voi è stata concessa la grazia non solo di credere nel Cristo, ma anche di soffrire per lui 109? Di ambedue le virtù ha infatti reso testimonianza che sono state donate: e la virtù per cui ciascuno crede nel Cristo e la virtù per cui ciascuno patisce per il Cristo. Costoro viceversa fanno dipendere così intrinsecamente la fede dal libero arbitrio da far ritenere che a noi perché arriviamo alla fede non si regala una grazia gratuita, ma si paga una grazia dovuta, e quindi nemmeno più una grazia, perché, se non è gratuita, non è grazia.

1589. (De gr. et lib. arb. 5,10).. Quando Dio dice: Rivolgetevi verso di me e io mi rivolgerò verso di voi 61, uno dei due elementi sembra essere quello della nostra volontà, per cui siamo noi che dobbiamo rivolgerci verso di lui; l’altro invece sembra essere la grazia, per cui anch’egli da parte sua si rivolge verso di noi. E proprio qui i pelagiani possono pensare di veder comprovata la loro opinione, in base alla quale sostengono che la grazia di Dio è concessa secondo i nostri meriti…. Ma quelli che pensano ciò non riflettono che se anche la nostra stessa conversione a Dio non fosse un dono, non si direbbe a lui: Dio delle virtù, convertici a te 62; e: Dio, tu convertendoci a te ci vivificherai; e: Convertici a te, Dio della nostra salvezza 63;… Infatti anche venire a Cristo che altro è se non rivolgersi a lui per credere? Eppure egli dice: Nessuno può venire a me, se non gli è stato concesso dal Padre mio 64.

1590. (Serm. 169 2,3). La giustificazione tua, la circoncisione tua non viene da te. Per grazia siete stati salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi ma è dono di Dio, né viene dalle opere 14. Che non avvenga che tu dica: Ho meritato, perciò ho ricevuto. Non credere che hai ricevuto per merito, tu che niente meriteresti se non lo avessi ricevuto. La grazia ha prevenuto il tuo merito; non è che la grazia venga dal merito, ma il merito viene dalla grazia. Giacché se la grazia viene dal merito, hai acquistato, non hai ricevuto gratuitamente. Per nulla li salverà 15. Che vuol dire: Per nulla li salverà? Tu nulla trovi in loro che meriti la salvezza, eppure li salvi. Gratuitamente dài, gratuitamente salvi. Tu precedi tutti i meriti, così che i tuoi doni ottengano i miei meriti. Insomma dài gratuitamente, gratuitamente salvi, tu che nulla trovi per cui salvare, e molto trovi di che condannare.

1591. (C. duas ep. Pel. IV 6 14-15). Lo stesso tumore dell’orgoglio ha infatti ostruito talmente ad essi gli orecchi del cuore da non udire: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto 55? da non udire: Senza di me non potete far nulla 56, da non udire: L’amore viene da Dio 57, da non udire: Dio dà la misura della fede 58, da non udire: Lo Spirito spira dove vuole 59, e: Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio costoro sono figli di Dio 60, da non udire: Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio 61,… Cos’è rimasto alla loro pelle cadaverica da gonfiarsi e disdegnare di vantarsi nel Signore, quando si vanta 66?… Niente demolisce così bene la presunzione di costoro che dicono: “Siamo noi a fare in modo da meritare che Dio faccia con noi”. Non Pelagio, ma il Signore stesso vi risponde: Io agisco non per riguardo a voi, ma per amore del mio nome santo 68. Che potete infatti ricavare di buono da un cuore non buono? Ma perché abbiate un cuore buono, Dio dice: Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo 69. Potete forse voi dire: Prima abbiamo vissuto secondo i suoi statuti, prima abbiamo osservato le sue leggi e ci siamo fatti degni che ci desse la sua grazia? Che potreste fare di buono voi uomini cattivi e in che modo fareste queste buone azioni, se non foste già buoni? Ma chi fa che gli uomini siano buoni all’infuori di colui che dice: Li visiterò per farli buoni 70, all’infuori di colui che dice: Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare le mie leggi 71? È proprio vero che non vi siete ancora svegliati? Non udite ancora: Io vi farò camminare, io vi farò osservare, e infine: Io vi farò fare? Perché continuate a gonfiarvi? Certamente siamo noi a camminare, è vero; siamo noi ad osservare, siamo noi a fare; ma Dio fa che camminiamo, fa che osserviamo, fa che facciamo. Questa è la grazia divina che ci fa buoni, questa è la misericordia divina che ci previene 72. Che meritano i luoghi deserti e devastati e rovinati, i quali tuttavia saranno ricostruiti, ricoltivati e fortificati 73? Avverranno forse questi lieti eventi per i meriti della loro desolazione, della loro devastazione, della loro rovina? Non sia mai detto! Cotesti sono infatti meriti cattivi e questi sono doni buoni. Si rendono dunque beni ai mali: beni perciò gratuiti, non dovuti, e quindi grazie 74.

1592. (De gr. et pecc. orig. II 24,28). Pertanto senza questa fede, cioè senza la fede nell’unico Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù,… senza la fede nell’incarnazione, nella morte e nella risurrezione del Cristo la verità cristiana non dubita che nemmeno gli antichi giusti abbiano potuto, per essere giusti, venir mondati dai loro peccati e giustificati dalla grazia di Dio…. non solo tra i figli d’Israele come furono i profeti, ma anche fuori da quel popolo come Giobbe. I cuori di tutti costoro erano mondati dalla medesima fede nel Mediatore e in quei cuori si riversava la carità per mezzo dello Spirito Santo 47, che spira dove vuole 48, non inseguendo i meriti, ma suscitando anche gli stessi meriti. La grazia di Dio infatti non sarà grazia in nessun modo, se non sarà gratuita in ogni modo.

1593. (De gr. et pecc. orig. 23). Cioè questi benefici così ingenti non li otteniamo secondo Pelagio se non in forza della libertà dell’arbitrio e per questi nostri meriti antecedenti conseguiamo tanta grazia di Dio che egli volga dove vuole il nostro cuore. In che modo dunque è grazia, se non viene data gratis? In che modo è grazia, se viene pagata per debito? In che modo sarebbe vero allora quello che dice l’Apostolo: Non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene 71; e ancora: Se lo è per grazia, non lo è per le opere, altrimenti la grazia non sarebbe più grazia 72? In che modo, dico, è vero tutto questo, se precedono opere tanto grandi da dare a noi il merito di ricevere la grazia, per il quale merito la grazia non ci è regalata gratuitamente, ma pagata debitamente? È forse vero dunque che per giungere ad avere l’aiuto di Dio si corre a Dio senza bisogno del suo aiuto, e per essere aiutati da Dio quando aderiamo già a lui, siamo in grado di aderire a Dio senza bisogno del suo aiuto? Quale altro bene più grande o uguale potrà prestare all’uomo la grazia stessa, se già senza di essa e solo in forza della libertà dell’arbitrio l’uomo è potuto diventare un solo spirito con il Signore 73? Cioè questi benefici così ingenti non li otteniamo secondo Pelagio se non in forza della libertà dell’arbitrio e per questi nostri meriti antecedenti conseguiamo tanta grazia di Dio che egli volga dove vuole il nostro cuore. In che modo dunque è grazia, se non viene data gratis? In che modo è grazia, se viene pagata per debito? In che modo sarebbe vero allora quello che dice l’Apostolo: Non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene 71

1594. (In Io ev. tr. 3,9). Che cosa è infatti la grazia? Un dono gratuito. Qualcosa che viene regalato, non qualcosa che è dovuto. Se essa ti fosse stata dovuta, il dartela sarebbe significato pagarti un debito, non farti una grazia.

1595. (En in Ps. 70 s.2,1). E la grazia è data gratuitamente: non sarebbe infatti grazia se non fosse data gratuitamente. È quindi evidente che, se è grazia proprio perché ti è stata data gratuitamente, niente di tuo l’ha preceduta perché tu la ricevessi. Se l’avesse preceduta qualche tua opera buona, la grazia sarebbe stata come un compenso che ti spettava, e non l’avresti ricevuta gratuitamente. Mentre, in realtà, la ricompensa che ci era dovuta era la morte.

1596. (Ep. 194 4,16). Perché non si pensi – dico – che precedono almeno i meriti della preghiera, in ricompensa dei quali sarebbe concessa una grazia non gratuita – che perciò non sarebbe più nemmeno grazia poiché sarebbe una ricompensa dovuta – anche la stessa preghiera si trova tra i doni della grazia. Noi – dice il Maestro dei Gentili – non sappiamo cosa chiedere nella preghiera come si conviene;

1597. (C. duas ep. Pel. II 9,19). Ma evidentemente non intendendo bene ciò che è scritto: All’uomo appartiene preparare il cuore e dal Signore viene la risposta della lingua 39, s’ingannano nello stimare che all’uomo senza la grazia di Dio appartenga preparare il cuore, ossia iniziare il bene. Ben si guardino dall’intendere così i figli della promessa, come se udendo il Signore che dice: Senza di me non potete far nulla, lo possano contraddire replicando: Ecco, senza di te possiamo preparare il nostro cuore; oppure udendo dire dall’apostolo Paolo: Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio 40, possano contraddire anche lui dicendo: Ecco, siamo capaci da noi stessi di preparare il nostro cuore e quindi di pensare qualcosa di buono. Chi può infatti preparare il proprio cuore al bene senza pensare al bene? Non sia mai che intendano così se non i superbi difensori del proprio arbitrio e i disertori della fede cattolica.

1598. (ib. I 18,36). Nessuno è costretto dal potere di Dio o al male o al bene contro la sua volontà, ma, abbandonato da Dio, va a finire nel male perché se lo merita e, aiutato da Dio, si converte al bene senza che se lo meriti. L’uomo infatti non è buono senza volerlo essere, ma la grazia di Dio lo aiuta proprio anche a volerlo essere, poiché non è stato scritto invano: È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni 83, e ancora: Dal Signore è preparata la volontà 84.

1599. (De div. quaest. ad Simpl. I q.2,22). io confesso la mia incapacità su questo punto. Se mi è permessa una qualche opinione sull’indagine di questa scelta, non trovo infatti altri motivi nella scelta degli uomini in vista della grazia salvifica… all’infuori o del maggiore ingegno o della minore colpevolezza o di entrambe le cose. Aggiungiamo pure, se piace, una formazione dottrinale fruttuosa e onesta. Sembra quindi che la scelta per la grazia debba cadere su chi è irretito e macchiato solo da colpe veniali (chi mai ne è esente?), è di notevole ingegno ed è versato nelle arti liberali. Ma dopo aver stabilito queste condizioni, colui che ha scelto i deboli del mondo per confondere i forti e gli stolti per confondere i sapienti 181 mi irriderà a tal punto che, fissandolo e corretto dalla vergogna, anch’io mi prenderò gioco di molti, e i piú casti rispetto a certi peccatori e gli oratori rispetto a certi pescatori. Non vediamo molti nostri fedeli che camminano nella via di Dio e non possono affatto paragonarsi per ingegno, non dico a certi eretici ma neppure ai commedianti? Non vediamo inoltre persone di ambo i sessi che vivono nella castità coniugale senza lamentarsi, e tuttavia sono eretici o pagani o, pur vivendo nella vera fede e nella vera Chiesa, sono cosí tiepidi da essere superati, con nostra meraviglia, non solo nella pazienza e temperanza ma anche nella fede, speranza e carità, dalle prostitute e dai commedianti appena convertiti? La scelta dunque è ristretta alla volontà. Ma anche la volontà non può assolutamente muoversi, se non sopraggiunge qualcosa che attrae e invita l’animo;

1600. (De pecc. mer. et rem. I 22,31). Come avviene infatti che un uomo, fin dalla prima puerizia al di sopra della media per modestia, ingegno, temperanza, vittorioso di gran parte delle passioni, nemico dell’avarizia, detestatore della lussuria, provetto e pronto più degli altri in tutte le altre virtù, si trova tuttavia a vivere là dove non gli può essere predicata la grazia cristiana?… Perché invece avviene che un altro, tardo d’ingegno, dedito alle passioni, ricoperto di turpitudini e scelleratezze, sia provveduto cosi da sentir parlare della fede, da credere, da essere battezzato, da essere rapito o, se trattenuto sulla terra, da viverci lodevolmente?

1601. (Serm. 26 12,13). Esisteva un’unica massa di perdizione, discendente da Adamo, alla quale nient’altro era dovuto se non il supplizio. Da quella massa furono formati dei vasi destinati ad usi onorifici. Il vasaio ha infatti potere con la stessa massa… Da quale massa? Certo era andata perduta; certo a quella massa si doveva già la giusta condanna. Rallegrati poiché l’hai evitata. Hai evitato la morte che ti era dovuta e hai trovato la vita che non ti era dovuta. Il vasaio ha potere di formare con la stessa massa un vaso destinato ad usi nobili e un altro ad usi ignobili 52. Ma dirai: “Perché ha fatto me per usi nobili e quell’altro per usi ignobili?”. Cosa [ti] risponderò? Ascolterai tu forse Agostino se non ascolti l’Apostolo che ti dice: O uomo, chi sei tu che ti ergi contro Dio? 53. Ecco, son nati due bambini. Se cerchi cosa si debba loro, tutt’e due appartengono alla massa della perdizione. Ma perché uno viene dalla madre portato alla grazia, mentre l’altro è soffocato dalla madre nel sonno? Mi preciserai cosa abbia meritato colui che è stato portato alla grazia e cosa abbia commesso quell’altro che la madre soffoca mentre dorme? Nessuno dei due ha meritato qualcosa di buono. Ma il vasaio ha potere di formare con la stessa massa un vaso destinato ad usi nobili e un altro ad usi ignobili 54. Vuoi altercare con me? Piuttosto insieme con me ammira e con me esclama: O profondità della ricchezza! 55. Spaventiamoci tutt’e due ed esclamiamo insieme: O profondità della ricchezza! Siamo uniti nel timore, per non perire nell’errore. O profondità della ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e impervie le sue vie! 56.

1602. (Ep. 194 2,4). Quando poi costoro pensano d’aver ragione di credere che Dio sia parziale qualora ritenessero vero ch’egli, senza tener conto di meriti precedenti, usa misericordia con chi gli piace 4 e chiama alla fede chi vuole e rende religioso chi gli pare, non considerano attentamente che il dannato riceve la pena meritata, mentre chi si salva riceve una grazia non meritata, per cui il primo non può lamentarsi di non meritare la pena ed il secondo non può vantarsi di meritare la grazia. Non può inoltre affatto parlarsi di parzialità, dal momento che tutti fanno parte d’un’unica massa condannata di peccatori 5, di modo che, se uno viene liberato comprenda, da colui che non ne viene liberato, che anche su di lui dovrebbe ricadere il castigo qualora non fosse salvato dalla grazia. Se poi questa è una grazia, vuol dire ch’è largita senza alcun merito, ma per gratuita bontà.

CAPITOLO XII

“Dai quello che comandi, e comanda ciò che vuoi”.

SOMMARIO. Dio non comanda cose impossibili, ma comandando ammonisce, e a fare quello che possiamo, e a chiedere quello che non possiamo. La fede chieda quello che la legge comanda. Dio aiuta affinché i giusti possano compiere il comando: 1603-1610. Dio non abbandona se non è abbandonato affinché si viva sempre in modo pio e giusto. Chi non potrà, preghi per avere tanta volontà da poter compiere i comandi. E’ iniquità e insipienza accusare di peccato qualcuno perché non fece o non fa quello che non può: 1611-1615. Né Giuda avrebbe tradito Cristo, né Pietro lo avrebbe negato, se non lo avessero voluto. La grazia efficace viene anche negata perché i giusti non presumano delle proprie forze: 1616-1619).

1603. (De nat. et gr. 43,50). Dio dunque non comanda cose impossibili, ma comandando ti ordina sia di fare quello che puoi, sia di chiedere quello che non puoi!

1604. (ib 69,83). Il fatto stesso di credere con fede fermissima che “Dio, giusto e buono, non poteva comandarci l’impossibile” ci fa capire e che cosa dobbiamo fare nelle situazioni facili e che cosa dobbiamo domandare nelle situazioni difficili. Tutte le situazioni diventano facili alla carità. Solo alla carità è leggero il carico del Cristo 297, meglio la carità stessa è l’unico carico ed è un carico leggero. In questo senso è scritto: I suoi comandamenti non sono gravosi 298, di modo che, se qualcuno li trova gravosi, consideri che Dio non li avrebbe potuti dire non gravosi se non per la ragione che può esserci una disposizione di cuore a cui non sono gravosi, e chieda questa disposizione che gli manca per fare ciò che gli si comanda.

1605. (De corr. et gr. 1,2). Pertanto bisogna ammettere che noi possediamo il libero arbitrio per fare sia il bene che il male; ma nel fare il male ognuno è libero dal vincolo della giustizia e servo del peccato 6; nel bene invece nessuno può essere libero se non sarà stato liberato da Colui che ha detto: Se sarà il Figlio a liberarvi, allora sarete veramente liberi 7. Eppure, quando uno è stato liberato dalla dominazione del peccato, non se ne deve concludere che non ha più bisogno dell’aiuto del suo Liberatore; anzi piuttosto, sentendosi dire: Senza di me nulla potete fare 8, sia lui stesso a chiedere: Sii il mio aiuto, non abbandonarmi 9.

1606. (De nat. et gr. 16,17). Questa è la fede alla quale sospingono i precetti, perché la legge imperi e la fede impetri.

1607. (Serm. 249,3). La legge prescrive, lo Spirito soccorre; la legge agisce in te facendoti conoscere il da farsi, lo Spirito perché tu faccia.

1608. (En. in Ps. 40,5). Non dire: non posso tenere e sopportare e frenare la carne mia; sarai aiutato perché tu lo possa.

1609. (ib. 56,1). Del resto, Dio non ci darebbe certi ordini, se li giudicasse impossibili all’uomo. Ma tu, forse, guardi alla tua debolezza, e non hai la forza di eseguire il comandamento dell’amore? Ti diano forza gli esempi. Non ti basta neanche l’esempio? Eccoti al fianco colui che ti offre l’esempio: egli è pronto a darti l’aiuto.

1610. (In Io.ev. tr. 53,8). Ascoltiamo il Signore, che comanda e aiuta: comanda ciò che dobbiamo fare e ci aiuta affinché possiamo farlo.

1611. (En. in Ps. 39,27). Perché ormai sei fedele, già cammini sulla via della giusiizia. Non avrà dunque cura di te colui che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti 88?… Al contrario egli ti benefica, ti aiuta,… il Signore ha cura di te, stai tranquillo…Ti sostiene colui che ti ha fatto,… Mai egli ti mancherà; non mancargli tu, non mancare a te stesso.

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1612. (De nat. et gr. 26,29). Viceversa Dio, quando egli stesso per mezzo dell’uomo Gesù Cristo 108, mediatore tra Dio e gli uomini, guarisce spiritualmente un malato o risuscita un morto, cioè giustifica un peccatore 109, e quando l’ha ricondotto alla perfetta salute, ossia alla perfezione della vita e della giustizia, non l’abbandona se non è abbandonato da lui!, perché viva sempre nella pietà e nella giustizia.

1613. (En in Ps. 145,9). Egli non abbandonerà la sua creatura, a meno che non sia la creatura stessa ad abbandonarlo.

1614. (De gr. et lib. arb. 15,31). l’uomo che ha voluto ma non ha potuto, deve comprendere che egli non ha voluto ancora pienamente, e deve pregare per avere una volontà tanto grande quanta ne basta ad adempiere i precetti. Così egli viene aiutato a fare ciò che gli è ordinato.

1615. ( De 2 an. c. Man. 12,17). ritenere uno colpevole di peccato perché non ha fatto ciò che non poteva fare è un comportamento sommamente iniquo e dissennato.

1616. (De pecc. mer. et rem. I 35,65). senza la quale non può esistere nessun peccato di vita propria,

1617. (Ep. ad cath.secta Donat.. 9,23). Chi potrebbe dubitare, infatti, che se Giuda non avesse voluto, certamente non avrebbe tradito Cristo, e che se Pietro non avesse voluto, non avrebbe rinnegato per tre volte il Signore?

1618. (Serm. 285,3). Quello di Pietro non fu un disertare, ma un uscire dall’ignoranza. Senza dubbio, alla richiesta se amasse il Signore, si era creduto capace anche di morire per lui. Lo aveva attribuito alle proprie risorse: se non gli si fosse sottratto per un poco Colui che lo sosteneva, non avrebbe raggiunto consapevolezza di sé.

1619. (De pecc. mer. et rem II 19,32). Noi, per quanto c’è concesso, cerchiamo d’avere la sapienza e l’intelligenza di questa convinzione, se possiamo: il Signore, Dio buono, non dona nemmeno ai suoi santi o la scienza certa o la dilettazione vittrice di qualche giusta azione, perché sappiano che non da se stessi, ma da lui ricevono la luce che illumina le loro tenebre e la soavità che fa dare alla loro terra il suo frutto 149.

CAPITOLO XIII

Non imprudentemente si prega per colui per cui non si dispera.

SOMMARIO. In molti modi Dio chiama il peccatore comune alla correzione, attraverso grazie sia esterne che interne. Queste grazie non sono date in ogni momento, perché il peccatore si persuada di non abusare presuntuosamente del tempo favorevole: 1620-1621. Miserrima è la condizione del cieco. In questa vita l’accecazione non è perfetta e definitiva, ma imperfetta e incominciata, nella quale l’uomo impenitente si chiude alla luce interiore di Dio.. In questa vita non si deve disperare di niente; e non è imprudente pregare per colui di cui non si dispera: 1622-1627. Quando è detto che Dio indurì il cuore del Faraone, fu lo stesso Faraone a indurire in proprio cuore. I Giudei “non potevano credere”, perché non volevano. Ragione per cui fu permessa da Dio la loro cecità. Il peccato contro lo Spirito Santo viene attribuito all’impenitenza finale: 1628-1631. Più dubbia è la questione se tutti gli infedeli ricevano da Dio qualche grazia sufficiente almeno remotamente alla fede e alla salvezza: 1632-1636.

1620. (En. in Ps 102,16). Da ogni parte egli chiama alla correzione ed invita alla penitenza: chiama con i benefici del creato, chiama concedendo il tempo per vivere, chiama per mezzo del lettore e dell’espositore, chiama con l’intima forza del pensiero, chiama con il flagello della punizione e chiama con la misericordia della consolazione: sì, è longanime e pieno di misericordia. Bada però che, abusando della lunghissima misericordia di Dio, tu non abbia ad ammassare su di te – secondo ciò che dice l’Apostolo – l’ira nel giorno dell’ira.

1621. (Serm. 87 6,8). È vero che il padrone ti ha promesso un “denaro” anche se vai nella vigna all’ultima ora, ma nessuno ti ha promesso se vivrai fino alla prima ora del pomeriggio. Non dico fino all’ultima ora del giorno ma fino alla prima ora dopo mezzogiorno. Perché dunque ritardi a seguire chi ti chiama, mentre sei sicuro del compenso ma incerto del giorno? Bada di non togliere a te stesso, a causa del tuo differire, ciò ch’egli ti darà in base alla sua promessa”.

1622. (De nat. et gr. 22,24). E non pensa quanto giustamente la luce della verità abbandoni il trasgressore della legge, che allora diventa cieco e necessariamente inciampa di più e cadendo s’infortuna e infortunatosi non può più risorgere. Così gli resta solo d’ascoltare la voce della legge per sentirsi ammonito ad implorare la grazia del Salvatore….Questo ottenebramento era già una vendetta e una punizione. Tuttavia a causa di questa pena, cioè a causa della cecità del cuore, prodotta dall’eclissarsi della luce della sapienza, caddero in peccati ancora più numerosi e gravi.

1623. (En in Ps. 6,8). È questa infatti la cecità dello spirito e chiunque è abbandonato ad essa, è escluso dall’interiore luce di Dio: ma non ancora del tutto, finché è in questa vita. Vi sono infatti le tenebre esteriori 24 , che paiono essere più pertinenti al giorno del giudizio, di modo che rimanga completamente fuori da Dio chiunque ha ricusato di correggersi fino a che era in tempo. Cosa è essere completamente estranei a Dio, se non essere nella totale cecità?

1624. (Serm. 71 13,21). Ma questa impenitenza, o coscienza refrattaria al pentimento, non può essere giudicata finché uno vive in questa carne. Non si deve infatti disperare di nessuno finché la pazienza di Dio spinge alla penitenza; inoltre non strappa alcuno da questa vita Colui che non vuole la morte dell’empio ma piuttosto che ritorni a lui e viva 78.

1625. (Retrac. I 19,7). In un altro passo del peccato mortale di un fratello – quello del quale l’apostolo Giovanni dichiara: Non dico di pregare per lui·260 – ho dato la seguente definizione: Credo che il peccato mortale di un fratello riguardi ogni uomo che, dopo aver conosciuto Dio per grazia del Signore nostro Gesù Cristo, respinge la fraternità e, in contrasto con questa grazia che l’ha riconciliato con Dio, è agitato dalle fiamme dell’odio·261. Non l’ho dato però per scontato, avendo presentato la cosa come una semplice opinione. Avrei dovuto aggiungere: sempre che abbia concluso la sua vita in questa scellerata perversità della mente. E ciò in considerazione del fatto che di nessuno che si trovi in questa vita si deve in ogni caso disperare, per malvagio ch’egli sia, né è segno di sprovvedutezza pregare per colui di cui non si dispera.

1626. (Ep. 153 2,5). Dobbiamo quindi forse amare gli empi? Dobbiamo forse far loro del bene e pregare per loro? Sicuro,

1627. (En. in Ps. 54, 4). Soltanto del ravvedimento di costoro dobbiamo disperare. È contro di essi che combattiamo una segreta battaglia

1628. (De gr. et lib. arb. 23,45). Eppure non dovete sottrarre al Faraone il libero arbitrio per il fatto che in molti punti Dio dice: Io ho indurito il Faraone; Ho indurito, oppure: Renderò duro il cuore del Faraone 258. Malgrado queste espressioni, non possiamo negare che Faraone stesso indurì il suo cuore. Infatti si legge proprio così di lui quando furono eliminati dall’Egitto i tafani, perché la Scrittura dice: E anche questa volta il Faraone indurì il suo cuore e non volle lasciare andare il popolo 259. Allora da una parte fu Dio che indurì quel cuore attraverso un giusto giudizio, dall’altra fu il Faraone stesso ad indurirlo attraverso il libero arbitrio.

1629. (In Io. ev. tr. 53 n.6,9,10). Non potevano credere perché il profeta Isaia lo aveva predetto, e lo aveva predetto perché Dio nella sua prescienza sapeva che ciò sarebbe avvenuto. Se mi si chiedesse poi perché “non potevano”, rispondo: perché non volevano;…9. Perciò non fa meraviglia che non potessero credere coloro la cui volontà era talmente superba che, ignorando la giustizia di Dio, cercavano di stabilire la propria;… Come dunque il fatto che il Signore non può rinnegare se stesso è una gloria della divina volontà, così il fatto che quelli non potevano credere è una colpa dell’umana volontà….non potevano credere, e non perché gli uomini non possano cambiare in meglio, ma perché, finché mantengono questo atteggiamento, non possono credere.

1630. (ib. tr. 53 n.6.11). Ma il profeta – dici tu – adduce un’altra causa che non è la loro cattiva volontà. Quale causa adduce il profeta? Perché, dice, Iddio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchi per non ascoltare, ha accecato i loro occhi e indurito il loro cuore. Rispondo dicendo che con la loro cattiva volontà essi hanno meritato anche questo. Dio acceca gli occhi e indurisce il cuore quando abbandona gli uomini e non li aiuta; il che può fare per un suo giudizio, occulto ma non ingiusto…Che se i giudizi dei santi sono giusti, tanto più lo sono quelli di Dio che santifica e giustifica: sono certamente giusti, ma occulti. Pertanto, quando si presentano problemi come questi: perché…non mettiamoci a sindacare il giudizio di un giudice così grande, ma pieni di sacro terrore con l’Apostolo esclamiamo: O profondità della ricchezza, della sapienza e scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! (Rm 11, 33). I tuoi giudizi – dice il salmo – sono un abisso insondabile (Sal 35, 7)…11. O forse è da considerare anche questo un tratto della medicinale misericordia divina che i Giudei, a causa della loro superba e perversa volontà e per aver voluto affermare la propria giustizia, siano stati abbandonati e così siano diventati ciechi; e, diventati ciechi, abbiano inciampato nella pietra di scandalo coprendosi la faccia d’ignominia; e, così umiliati, abbiano cercato il nome del Signore e la giustizia di Dio che giustifica l’empio e non la giustizia che gonfia il superbo?

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1631. (Serm. 71 13,21). Infatti questa bestemmia contro lo Spirito, che non potrà mai essere perdonata, bestemmia non di qualunque specie ma specifica (e che abbiamo detto o scoperto oppure dimostrato, a mio modesto giudizio, come ostinazione persistente del cuore impenitente), non la si può riconoscere – come abbiamo detto – in nessuno, finché rimane in questa vita.

1632. ( De Gen. c. Man. I 3,6). Quell’altra luce invece non diletta gli occhi degli uccelli, i quali sono privi di ragione, ma il cuore puro di tutti coloro che credono in Dio e si staccano dall’amore delle cose visibili e temporali e si applicano ad adempiere i suoi comandamenti. Questa possibilità l’hanno tutti gli uomini purché lo vogliano, poiché quella luce illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

1633. (De ser. Dom. in monte II 9,32). Quando infatti questi tali finiranno per capire che non v’è anima, quantunque perversa, che comunque in qualche modo può ragionare, nella cui coscienza Dio non parli?

1634. (De lib. arb. III 19,53). A costoro in poche parole si risponde che stiano quieti e la smettano di mormorare contro Dio. Forse si lagnerebbero giustamente, se nessun uomo riuscisse vittorioso dell’errore e della passione. Ma Dio è dovunque presente e mediante la creatura che gli obbedisce come a signore in molti modi chiama chi si è allontanato, insegna a chi crede, consola chi spera, esorta chi ama, aiuta chi si sforza, esaudisce chi invoca. Quindi non ti si rimprovera come colpa che senza volere ignori, ma che trascura di cercare ciò che ignori, ed ugualmente non che non fasci le membra ferite, ma che disprezzi chi ti vuol guarire. Questi sono peccati tuoi. A nessuno è stato negato di conoscere che si cerca con utilità ciò che senza utilità si ignora e che si deve umilmente riconoscere la debolezza affinché a lui, che cerca e riconosce, venga in aiuto colui che, nel venire in aiuto, non erra e non si affatica.

1635. (In Io. ev. tr. 12,12). Poiché Dio non mandò suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Dunque il medico, per quanto dipende da lui, viene per guarire il malato. Se uno non sta alle prescrizioni del medico, si rovina da solo.

1636. (De dono pers.. 9,21).

Dunque fra i bambini ugualmente vincolati dal peccato originale, perché questo viene assunto e quello abbandonato? E fra due individui malvagi ormai in età adulta, perché questo è chiamato con tal forza che segue Colui che lo chiama, e quello invece o non è chiamato o non è chiamato alla stessa maniera? In ciò i giudizi di Dio sono imperscrutabili.

CAPITOLO XIV

Agostino ha insegnato una universale volontà salvifica di Dio?.

SOMMARIO. Testi nei quali viene interpretato in senso restrittivo Tim. I 2,4): a) Quelli che si salvano, sono salvati per volontà di Dio, nessuno però se Dio non vuole; b) Tutti, cioè, ogni genere di uomini, non i singoli di genere, ma generi e condizioni dei singoli; c) Vuole Dio, poiché ci fa volere; d) tutti, poi, è interpretato come molti: 1637-1640. Speciale difficoltà si ha con i bambini che, nelle feste dei parenti muoiono prima che possano ricevere il battesimo: 1641-1642. Nell’ opera De spiritu et littera pare che il testo dell’Apostolo sia interpretato come una volontà salvifica universale: 1643. Proseguendo insegna l’universalità della redenzione per tutti, bambini non esclusi. Insegna anche che Dio non comanda l’impossibile: 1644-1651.

1637. (Enchir. 27,103). Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi 253, come se si dicesse che nessun uomo è salvato, all’infuori di quelli che Egli ha voluto salvi; non che non ci sia nessun uomo all’infuori di chi Egli vuole salvo, ma che nessuno si salvi all’infuori di chi Egli vuole; perciò lo si deve pregare perché lo voglia, poiché accadrà sicuramente solo se Egli avrà voluto. In effetti, parlando in quel modo, l’Apostolo si riferiva proprio al dovere di pregare Dio. Cosí infatti intendiamo anche quel che sta scritto nel Vangelo: Egli illumina ogni uomo che viene sulla terra 254: non perché non ci siano uomini che Egli non illumini, ma perché nessuno è illuminato se non da Lui. Oppure, senza dubbio, è stato detto: Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi, non perché non ci siano uomini di cui non volesse la salvezza, Egli che non volle compiere miracoli portentosi presso quei popoli di cui dice che avrebbero già fatto penitenza, se li avesse compiuti 255, ma perché con l’espressione tutti gli uomini, noi intendiamo l’intero genere umano, in tutte le differenze in cui esso si articola: re e privati, nobili e popolani, altolocati e umili,… di tutte le lingue, costumi, mestieri e professioni;… Quale sarebbe fra questi il motivo per cui Dio non vuole che gli uomini di tutte le nazioni siano salvi per mezzo del suo Unigenito e Signore nostro, e cosí faccia, proprio in quanto nella sua onnipotenza non può volere invano tutto quel che ha voluto? L’Apostolo infatti aveva insegnato a pregare per tutti gli uomini, aggiungendo in particolare per i re e per tutti quelli che stanno al potere 256, che si potevano ritenere, nella loro altezzosa superbia terrena, ben lontani dall’umiltà propria della fede cristiana. Perciò, dopo aver detto: Questa è cosa buona al cospetto di Dio, nostro Salvatore 257, che cioè si preghi anche per costoro, ha aggiunto subito, per eliminare la disperazione: Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità 258. Evidentemente Dio ha giudicato cosa buona degnarsi di accordare la salvezza dei grandi per le preghiere degli umili, come vediamo già realizzato. Anche il Signore ha fatto ricorso a questo modo di parlare, quando nel Vangelo ha detto ai farisei: Prelevate la decima della menta, della ruta e di tutto il raccolto 259. Infatti i farisei non prelevavano la decima su qualsiasi prodotto straniero e su tutti i raccolti di tutti gli stranieri in ogni terra. Come dunque qui tutto il raccolto indica ogni genere di raccolto, cosí là con l’espressione tutti gli uomini possiamo intendere ogni genere di uomini. Si può anche intendere in qualunque altro modo, purché però non siamo costretti a credere che Dio onnipotente abbia voluto realizzare qualcosa senza riuscirci. Se infatti non c’è alcun dubbio che Egli nei cieli e sulla terra, come proclama la verità, compí tutto ciò che volle 260, certamente non ha compiuto tutto ciò che non volle compiere.

1638. (De corr. et gr. 14,44). E l’affermazione della Scrittura: Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi 142, mentre invece non tutti si salvano, si può certo intendere in molte maniere e ne abbiamo ricordate diverse negli altri nostri opuscoli. Ma qui ne presenterò una. E’ detto: Vuole che tutti gli uomini siano salvi, ma si deve intendere tutti i predestinati, perché in essi c’è ogni genere di uomini.

1639. (ib 15,47). Dunque a noi, che non sappiamo chi dovrà essere salvato, Dio ordina di volere che siano salvi tutti quelli ai quali annunciamo questa pace, ed egli stesso opera in noi questo volere, diffondendo la carità nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo che ci è stato dato 155. Tutto questo si può anche intendere così: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, perché lo fa volere a noi; allo stesso modo: Mandò lo Spirito del Figlio suo a gridare: Abba, Padre! 156, vuol dire che lo fa gridare a noi. Riguardo questo stesso Spirito, altrove l’Apostolo dice: Abbiamo ricevuto lo Spirito di adozione di figli, in virtù del quale gridiamo: Abba, Padre 157. Siamo noi che gridiamo, ma si dice che è lui a gridare perché fa sì che gridiamo noi. Allora se la Scrittura giustamente dice che lo Spirito grida, mentre esso fa sì che gridiamo noi, giustamente può dire anche che è Dio a volere, perché egli fa sì che vogliamo noi.

1640. (C- Iul IV 8,44). Se poi credi che nella testimonianza dell’Apostolo “tutti” coloro che sono giustificati in Cristo debbano essere intesi per “molti” – molti altri infatti non sono vivificati in Cristo -, ti si può rispondere che, in tal modo, anche nell’altra espressione Vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, tutti coloro che egli vuole arrivino a detta grazia, debbano intendersi per “molti”. Probabilmente però è molto più esatto interpretare che nessuno giunge se non colui che Dio vuole che giunga. Nessuno può venire a me, disse il Figlio, se il Padre che mi ha mandato, non lo abbia attratto 90. Ed ancora: Nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre mio 91. Tutti quelli che si salvano, dunque, ed arrivano alla conoscenza della verità, per suo volere si salvano e per suo volere arrivano. Anche quelli che, come i bambini, non hanno l’uso della volontà, sono rigenerati per suo volere così come essi sono stati creati per opera sua. Quelli invece che hanno l’uso della volontà non possono volere la salvezza se non per volontà e con l’aiuto di Colui che prepara la volontà 92.

1641. (Ep. 217 6,19). In qual modo si può affermare che tutti gli uomini riceverebbero la grazia qualora quelli cui non è concessa non la rifiutassero volontariamente, poiché Dio vuole che tutti gli uomini si salvino 56, mentre invece non è concessa ai bambini e molti muoiono senza riceverla? E dire che essi non hanno la volontà contraria e alle volte i genitori desiderano e s’affrettano (a procurargliela), come lo desiderano e sono già pronti anche ministri (del battesimo), ma Dio non vuole e il piccino, per il quale ci si affrettava perché lo ricevesse, spira all’improvviso prima di riceverlo. Da ciò risulta chiaro che tutti coloro che si oppongono a una verità così evidente, non comprendono affatto in qual senso è stato detto che Dio vuole che tutti gli uomini sì salvino, mentre invece tanti non si salvano, non già perché siano essi a non volerlo, ma perché non lo vuole Dio, come appare lampante a proposito dei bambini. Ma allo stesso modo che la Scrittura dicendo: Tutti saranno vivificati in Cristo 57, sebbene tanti vengano puniti con la morte eterna, volle intendere che quanti ottengono la vita eterna, non la ottengono se non per mezzo di Cristo; così l’espressione: Dio vuole che tutti gli uomini si salvino, sebbene non voglia che tanti si salvino, vuol dire che quanti si salvano, non si salvano se non perché Dio lo vuole; ma quell’espressione dell’Apostolo la si può intendere in qualsiasi altro senso purché non sia contrario a questa verità tanto evidente, mediante la quale constatiamo che molti non si salvano perché non lo vuole Dio, anche se lo vogliono gli uomini.

1642. (De dono persev. 12,31). Vedete infatti, carissimi, quanto sia assurdo e alieno dalla correttezza della fede e dalla schiettezza della verità il dire che i bambini morti sono giudicati secondo quello che Dio ha prescienza che farebbero, se vivessero. Eppure alcuni sono costretti ad arrivare a questa convinzione, anche se certamente ogni sentimento umano fondato su di un minimo di ragione, e soprattutto ogni sentimento cristiano, l’aborrisce. Vi si è costretti quando ci si vuole sottrarre agli errori dei pelagiani, pensando però ancora di dover credere e per di più proclamare che la grazia di Dio attraverso Gesù Cristo nostro Signore, la sola a venirci in aiuto dopo la caduta del primo uomo che ci ha travolti, viene data secondo i nostri meriti. Eppure Pelagio stesso, di fronte ai vescovi orientali che dovevano giudicarlo, condannò questa tesi per paura di essere condannato lui. Allora non parliamo di questo argomento, cioè che i morti avrebbero potuto compiere delle opere sia buone sia cattive se fossero vissuti, dato che esse non esistono e non esisteranno nemmeno nella prescienza di Dio. Se non diciamo questo, e vedete che grande errore si commette nel dirlo, che cosa resterà, quando avremo cacciata la nebbia della controversia, se non ammettere che la grazia di Dio non viene data secondo i nostri meriti, come appunto sostiene la Chiesa cattolica contro l’eresia pelagiana e come si scorge nella più aperta verità soprattutto nei bambini? Infatti non è il destino che costringe Dio a prestare aiuto ad alcuni bambini e ad altri no, quando la causa è comune agli uni e agli altri. Oppure penseremo che nel caso dei bambini le cose umane siano guidate non dalla divina provvidenza, ma dai casi fortuiti, proprio quando si tratta di condannare o di liberare anime razionali, mentre neppure un passero cade in terra senza la volontà del Padre nostro che è nei cieli 89 ? O ancora, se i bambini muoiono senza battesimo bisognerà attribuirlo alla negligenza dei genitori, cosicché in tal caso non c’entrerebbero affatto i giudizi divini? Come se i piccoli stessi che muoiono in questo modo nel peccato si fossero scelti di propria volontà al momento della nascita genitori negligenti nei loro confronti! E che dire quando un bambino talvolta spira prima che gli si possa prestare soccorso attraverso il ministero del battezzatore? Parecchie volte infatti, anche se i genitori si affrettano e i ministri sono pronti a impartire il Battesimo al bambino, esso non gli viene dato lo stesso poiché non vuole Dio, che non lo trattiene in questa vita appena quel tanto necessario a fargli somministrare il sacramento. E che vogliamo dire poi del fatto che talvolta si è potuto prestare il soccorso del Battesimo a bambini figli di non credenti perché non andassero in perdizione, e a figli di credenti no? Qui certamente si dimostra che presso Dio non ci sono riguardi personali 90, altrimenti libererebbe i figli di chi lo venera piuttosto che quelli dei suoi nemici.

1643. (De spir. et litt. 33,57-58). Ma la logica ci porta ad indagare per un poco se il volere che impegnamo nel credere sia anch’esso dono di Dio o se l’esercitiamo in forza del libero arbitrio insito in noi per natura… Se diciamo che non è dono di Dio, c’è da temere che pensiamo d’aver trovato alcunché per cui al rimprovero dell’Apostolo: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? 362, possiamo rispondere: Ecco, abbiamo il voler credere che non abbiamo ricevuto, ecco dove ci vantiamo di non aver ricevuto. Viceversa se diciamo che anche tale volere non è che dono di Dio, c’è ancora da temere che gli infedeli e gli empi abbiano diritto in apparenza di scusarsi: non hanno creduto, perché Dio non ha voluto dare ad essi cotesta volontà. Quello infatti che è attestato dalle parole: È Dio che suscita in noi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni 363, è già effetto della grazia, che la fede impetra perché possano essere buone le opere dell’uomo. Esse vengono compiute dalla fede mediante l’amore riversato nel nostro cuore dallo Spirito Santo che ci è stato dato 364. Ma per impetrare questa grazia crediamo, ed è evidente che crediamo con la nostra volontà; di questa vogliamo sapere da dove ci venga. Se dalla natura, perché non a tutti, essendo creatore di tutti lo stesso Dio? Se da un dono di Dio, anche questo perché non a tutti, volendo egli che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità 365?…58. ma senza togliere tuttavia ad essi il libero arbitrio, del cui uso buono o cattivo saranno giudicati con assoluta giustizia. Usando male del libero arbitrio, gli infedeli che non credono al Vangelo agiscono certo contro la volontà di Dio, ma non per questo vincono contro di essa: piuttosto privano se stessi di un grande e sommo bene e si condannano a mali punitivi, destinati come sono a sperimentare nei castighi la potenza di colui del quale hanno disprezzato la misericordia nei doni. Così la volontà di Dio rimane sempre invitta. Sarebbe vinta invece, se Dio non trovasse che fare dei suoi disprezzatori o se questi potessero sfuggire in qualche modo a ciò che Dio ha stabilito per essi. Immagina che uno per esempio dica: “Voglio che tutti questi miei servi lavorino nella vigna e che dopo il lavoro si riposino e banchettino, chi si ribella giri per sempre la mola nel molino”. Chi non obbedisce mostra evidentemente di agire contro la volontà del suo padrone, ma la vincerebbe se nel disprezzarla sfuggisse anche al molino. Ciò non può in nessun modo avverarsi sotto il potere di Dio. Perciò è scritto: Una volta sola ha parlato Dio, cioè immutabilmente, sebbene si possa intendere anche dell’unico Verbo. Poi soggiunge che cosa abbia detto immutabilmente: Queste due cose ho udite: il potere appartiene a Dio e tua, Signore, è la misericordia; secondo le sue opere tu ripaghi ogni uomo 367. Sarà dunque reo e destinato alla condanna sotto il potere di Dio chi avrà disprezzato la sua misericordia che lo chiamava a credere. Chi invece avrà creduto e si sarà rimesso a Dio per essere assolto da tutti i peccati e guarito da tutti i mali e acceso del suo calore e illuminato dalla sua luce, costui avrà dalla sua grazia le opere buone per poter essere redento anche nel corpo dalla corruzione della morte, sarà incoronato e saziato di beni non temporali, ma eterni, al di sopra di quello che possiamo domandare e immaginare 368.

1644. (De cat. Rud. 26,52). Volendo Dio nella sua misericordia liberare gli uomini da una tal rovina, cioè dalle pene eterne, purché non siano nemici a loro stessi e non oppongano resistenza alla misericordia del loro Creatore, mandò il suo Figlio unigenito 273,… venne fra gli uomini 277, mostrandosi ad essi in un corpo mortale: perché come la morte entrò nel genere umano, così, per opera di un solo uomo, che è anche Dio, Figlio di Dio, Gesù Cristo, cancellati tutti i peccati precedenti, tutti coloro che credono in lui potessero aver accesso alla vita eterna 280.

1645. (C. Iul. VI 4,8). Dice infatti ai Corinzi: Siccome uno solo è morto per tutti, tutti di conseguenza sono morti, ed egli è morto per tutti 25. Non ti è permesso assolutamente negare che Gesù è morto solo per quelli che sono morti.

1646. (In Io. ev. tr. 12,12). Poiché Dio non mandò suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Dunque il medico, per quanto dipende da lui, viene per guarire il malato. Se uno non sta alle prescrizioni del medico, si rovina da solo. Il Salvatore è venuto nel mondo: perché è stato chiamato Salvatore del mondo, se non perché è venuto per salvarlo, e non per giudicarlo? Se tu non vuoi essere salvato da lui, ti giudicherai da te stesso.

1647. (De corr. et gr. 15,48). Certo, anche mentre in alcuni viene distrutta la fede, il fondamento posto da Dio sta saldo, poiché il Signore sa quelli che sono suoi 158; tuttavia non per questo dobbiamo essere pigri e negligenti nel riprendere quelli che se lo meritano. Infatti non invano è stato detto: Le cattive frequentazioni corrompono i buoni costumi 159, e: Per la tua scienza perirà il fratello che è debole, per il quale Cristo è morto 160.

1648. (De civ. Dei XXII 2,1,2). Si considera volontà di Dio anche quella che Egli pone in atto nel cuore di coloro che obbediscono ai suoi comandamenti, e di essa dice l’Apostolo: È Dio che opera in voi anche il volere 2,… Secondo questa volontà, che Dio opera negli uomini, si dice che Egli vuole non ciò che vuole ma ciò di cui rende volenti i suoi,… Dunque secondo questa volontà, per cui noi diciamo che Dio vuole quello che fa in modo che vogliano coloro che ignorano il futuro, Dio vuole molte cose ma non le attua….2. I suoi santi chiedono che si avverino molti eventi ispirati da lui con una volontà santa, però non si avverano come essi con fede e devozione pregano per determinate persone ed Egli non pone in atto ciò che chiedono nella preghiera, sebbene nello Spirito Santo ha suscitato in essi questa volontà di pregare. Perciò quando i santi chiedono e pregano che ognuno sia salvo, possiamo dire con quel modo figurato di esprimersi: “Dio vuole e non fa”,

1649. (De nat. et gr. 43,50). Dio dunque non comanda cose impossibili, ma comandando ti ordina sia di fare quello che puoi, sia di chiedere quello che non puoi!

1650. (Retr. I 10,2). Ho detto: Quella luce non nutre gli occhi degli uccelli privi di ragione, ma i cuori puri di coloro che credono in Dio e si volgono dall’amore delle realtà visibili e temporanee verso l’adempimento dei suoi precetti; e questo è in potere di tutti gli uomini, qualora lo vogliano·120. Non credano però i nuovi eretici seguaci di Pelagio che la frase sia stata detta nel senso che intendono loro. È senz’altro vero che tutti gli uomini possono farlo, qualora lo vogliano, ma la loro volontà vien preparata dal Signore e riceve un tale incremento dal dono dell’amore da metterli in grado di farlo. Non ho fatto allora questa precisazione perché non necessaria a chiarire il tema al momento in discussione.

1651.Serm. 149 17,18). Infatti Dio stesso, che conosce chi siano coloro che si ostineranno nei peccati, coloro che abbandoneranno la giustizia e cadranno irrevocabilmente nel male, fa sorgere tuttavia il suo sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e gli ingiusti 32, certamente con l’invitare a penitenza, usando pazienza, così che quanti non avranno tenuto conto della sua bontà provino alla fine la sua severità. Con quanta sollecitudine bisogna che l’uomo si pieghi alla clemenza, ad evitare che, forse ignorando quale sarà in seguito, poiché aveva l’animo intento alle attuali prove di inimicizia di lui, odierà quello con il quale regnerà nella felicità eterna. Adempi, quindi, il primo precetto: ama il prossimo tuo, ogni uomo; e odierai il tuo nemico, il diavolo. Adempi anche il secondo: ama i tuoi nemici, ma gli uomini; prega per coloro che ti perseguitano 33, ma per gli uomini; fa’ il bene a coloro che ti odiano, ma agli uomini.

CAPITOLO XV

La predestinazione e la condanna.

ARTICOLO I. C’è sicuramente una predestinazione degli eletti, e una condanna degli empi.

SOMMARIO. Differenza tra predestinazione e grazia nell’ economia dello stato di giustizia originale, e lo stato di natura ferita. Dio ha ordinato la vita degli Angeli e degli uomini in modo da mostrare prima che cosa potesse fare il loro libero arbitrio, con l’adiutorio sine quo. Poi Dio ha mostrato cosa possa fare il beneficio della sua grazia, cioè l’adiutorium quo; mostra anche il giudizio della sua giustizia. Poiché Adamo con il suo libro arbitrio ha abbandonato Dio, lui e tutta la sua discendenza sono diventati una massa dannata, degni di un severo supplizio eterno. Tutti restano legati al giusto giudizio di Dio,onde, anche se nessuno fosse liberato, nessuno avrebbe niente da dire al giusto giudizio di Dio. Chi ritiene ingiusta la pena eterna, non capisce la gravità della prevaricazione dei protoparenti. E’ indebita la misericordia di Dio che molti possano essere predestinati e siano liberati gratuitamente da questa dannazione: 1652-1655. Definizione classica di predestinazione. Che differenza passa tra predestinazione, prescienza, e grazia. Dio predestinando sa in anticipo quello che farà. La prescienza prevede anche altre cose, come il peccato. La grazia è effetto della predestinazione, La predestinazione estende i suoi benefici a tutto, anche all’inizio della fede e alla perseveranza fino alla fine. Sono eletti con predestinazione, quelli chiamati dalla sua volontà: 1656-1663. Il numero dei predestinati è certo, e non viene aumentato, né diminuito. Gli eletti sono molti, pochi in proporzione a quelli che si perdono: 1664-1667. Il motivo per cui viene data la perseveranza fino alla fine a qualcuno, e ad un altro viene negata, appartiene all’imperscrutabile e giustissimo giudizio di Dio. Utilmente rimane segreto chi siano e quale il numero dei predestinati, al fine di evitare presunzione e disperazione: 1668-1671.

1652. (De corr. et gr. 10,27-28). Su tutto questo problema noi confessiamo nella maniera più salutare quello che crediamo nella maniera più retta : Dio, Signore di tutte le cose,…Allo stesso modo Dio creò anche l’uomo in possesso del libero arbitrio,… E se avesse voluto rimanere, appunto attraverso il libero arbitrio, in questo stato integro e senza difetto, certamente senza aver sperimentato affatto la morte e l’infelicità, avrebbe ricevuto per merito di tale perseveranza quella pienezza di beatitudine della quale sono beati anche i santi angeli, cioè la beatitudine di non poter più cadere e di saperlo con assoluta certezza….Ma poiché attraverso il libero arbitrio abbandonò Dio, sperimentò il suo giusto giudizio e fu condannato con tutta la sua stirpe, che consistendo allora interamente in lui, peccò tutta con lui. Quanti di questa stirpe sono liberati ad opera della grazia di Dio, vengono liberati proprio dalla condanna nella quale ormai sono tutti serrati. Per cui anche se nessuno ne venisse liberato, non ci sarebbe persona in diritto di riprendere il giusto giudizio di Dio.

1653. (ib. 11,31). E se Adamo non avesse abbandonato questo aiuto con il libero arbitrio, sarebbe sempre stato buono; ma lo abbandonò e fu abbandonato…Neppure la prima era piccola e dimostrava nello stesso tempo la potenza del libero arbitrio, perché l’uomo ne riceveva tanto giovamento che senza questo aiuto non era in grado di rimanere nel bene, pur potendolo abbandonare se voleva.

1654. (De civ. Dei XXI 12). Ma la pena eterna sembra spietata e ingiusta all’umana conoscenza, perché nell’attuale inettitudine di defettibili conoscenze manca la conoscenza della sapienza sublime e illibata, con cui si può conoscere quale grande colpa è stata commessa con la prima trasgressione. Quanto più l’uomo aveva in Dio la felicità, con tanta maggiore empietà abbandonò Dio e si rese degno del male eterno perché distrusse in sé quel bene che poteva essere eterno. Da qui deriva tutta intera la massa dannata del genere umano, poiché colui che per primo commise la colpa fu punito in tutta la discendenza che in lui aveva avuto il rampollo. Perciò nessuno è liberato da questa giusta e dovuta pena, se non dalla misericordiosa e non dovuta grazia, e così il genere umano è ripartito in modo che in alcuni si manifesti ciò che consegue la grazia misericordiosa, in altri la giusta punizione. E non si può verificare l’una e l’altra situazione in tutti perché, se tutti persistessero nelle pene della giusta condanna, in nessuno si manifesterebbe la grazia misericordiosa e se tutti fossero ricondotti dalle tenebre alla luce, in nessuno si manifesterebbe la realtà della punizione. E perciò in essa ve ne saranno molti di più affinché così si riveli ciò che spetterebbe a tutti. E se la condanna fosse aggiudicata a tutti, nessuno potrebbe con giustizia biasimare la giustizia di chi punisce; ma giacché molti ne sono liberati, devono rendere grazie infinite al dono gratuito di chi libera.

1655. (Ep. 190 3,13). Dio inoltre ha voluto creare e far nascere tanti individui che sapeva in precedenza non avrebbero avuto parte alla sua grazia, in modo che il loro numero sorpassasse incomparabilmente quello di coloro ch’egli si è degnato di predestinare alla gloria del suo regno in quanto figli della promessa 25, e in modo che anche mediante lo stesso gran numero di reprobi fosse dimostrato quanto sia di nessuna importanza al cospetto di Dio, ch’è giusto, la folla grande quanto si voglia di coloro che sono condannati per motivi del tutto giusti. Con ciò inoltre Dio ha voluto ancora che coloro i quali vengono riscattati dalla medesima condanna comprendessero che l’intera massa sarebbe stata meritevole del castigo che vedrebbero inflitto a una sì gran parte di essa non solo nella persona di coloro i quali al peccato originale ne aggiungono molti altri con la libera e perversa loro volontà, ma anche di tanti bambini i quali, colpevoli solo del peccato originale, vengono strappati via da questa vita senza aver ricevuto la grazia del Mediatore. In realtà l’intera massa riceverebbe il castigo giustamente meritato, se Dio, come un vasaio non solo giusto ma anche misericordioso, non formasse con essa altri recipienti destinati ad usi nobili in modo rispondente non già al castigo meritato ma alla sua grazia 26, mentre sovviene i bambini, a proposito dei quali non può parlarsi di merito alcuno, e previene gli adulti affinché possano avere qualche merito.

1656. (De dono persev. 14,35). Questa è la predestinazione dei santi, nient’altro: cioè la prescienza e la preparazione dei benefici di Dio, con i quali indubbiamente sono liberati tutti quelli che sono liberati.

1657. (De praed. sanct. 10,19). Tra la grazia e la predestinazione questa sola è la differenza: che la predestinazione è la preparazione alla grazia, la grazia invece è il dono realizzato….indica la predestinazione, che non può esistere senza la prescienza; invece la prescienza può esistere senza predestinazione. Per la predestinazione Dio seppe in precedenza le cose che Egli avrebbe fatto;… Ma Egli ha potere di sapere in precedenza anche quelle cose che non compie egli stesso, come ogni sorta di peccato…Anche in questo caso però non si ha un peccato di Dio, ma un giudizio. Per tutto questo la predestinazione di Dio che si esplica nel bene è, come ho detto, preparazione della grazia; la grazia a sua volta è effetto della predestinazione.

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1658. (ib. 19,38). Dunque quando ci predestinò, ebbe prescienza del suo operato con il quale ci fa santi e immacolati.

1659. (De dono persev.17,41). Infatti nella sua prescienza che non può ingannarsi né cambiare, predestinare è per Dio disporre le sue opere future: questo esattamente e nient’altro.

1660. (ib c.17.47 e 18.47). Questi sono dunque doni di Dio, che vengono dati agli eletti chiamati secondo il decreto, e fra questi doni c’è sia l’incominciare a credere sia il perseverare nella fede fino al termine di questa vita, come abbiamo provato con testimonianze tanto motivate e autorevoli; questi doni di Dio, dico, se non esiste la predestinazione che noi sosteniamo, non sono oggetto della prescienza divina, e invece lo sono; questa allora è la predestinazione che difendiamo…18.47. Per questo talvolta si indica questa predestinazione con il nome di prescienza, come dice l’Apostolo: Dio non ripudiò il suo popolo che conobbe in precedenza 152. Qui l’espressione: conobbe in precedenza s’intende rettamente solo con “predestinò”, come dimostra il contesto del brano. Infatti parlava del residuo di Giudei che furono salvati, mentre tutti gli altri perivano…Dunque vuol far capire che questa parte eletta e questo residuo che fu creato per elezione della grazia è il popolo che Dio non ha ripudiato perché lo conobbe in precedenza. Questa è l’elezione con la quale Egli elesse in Cristo prima della creazione del mondo quelli che volle, perché fossero santi e immacolati al suo cospetto in carità, predestinandoli ad essere figli d’adozione 159. A nessuno dunque che comprenda queste espressioni è permesso di negare o dubitare che le parole dell’Apostolo: Dio non ripudiò il suo popolo, che conobbe in precedenza, vogliano significare la predestinazione. Il Signore conobbe in precedenza il residuo che Egli stesso avrebbe creato per elezione della grazia. Questo significa dunque che lo predestinò; infatti se lo predestinò, senza dubbio lo conobbe in precedenza; ma predestinare per Dio è conoscere in precedenza quello che Egli stesso farà.

1661. (ib. 17,42). Questi nostri fratelli lasciano in nostro potere solo l’inizio della fede e la perseveranza fino alla fine; essi non credono che queste due virtù siano doni di Dio e quindi escludono che per ottenerle e conservarle sia Dio ad operare i nostri pensieri e le nostre volontà; ogni altra cosa però ammettono che sia lui a concederla e che il credente la ottenga da lui attraverso la fede. Ma allora perché, quando si tratta di raccomandare e predicare tutte queste altre virtù, non temono anche in questo caso che la dottrina della predestinazione possa costituire un ostacolo? Forse sosterranno che nemmeno queste sono predestinate? Di conseguenza, o esse non sono date da Dio, oppure Egli non sapeva che le avrebbe date. Ma se sono date da Dio ed Egli aveva prescienza che le avrebbe concesse, allora è sicuro che le ha predestinate. Essi stessi esortano alla castità, alla carità, alla pietà e a tutte le altre virtù che confessano essere doni di Dio; non possono d’altronde negare che Egli ha avuto prescienza di questi doni e che quindi essi sono stati predestinati.

1662. (De praed. sanct. 18,35).

1663. (De corr. et gr. 7,14). Di questi dice l’Apostolo: Sappiamo che Dio coopera in ogni cosa al bene per coloro che lo amano e sono stati chiamati secondo il decreto; perché quelli che egli conobbe precedentemente, li predestinò anche ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia primogenito tra molti fratelli. Ma quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; e quelli che ha giustificati li ha anche glorificati 48. Fra questi nessuno perisce, perché tutti sono stati eletti. Ma sono stati eletti perché sono stati chiamati secondo il decreto: un decreto che non appartiene a loro, ma a Dio; di esso in un altro passo si dice: Affinché il decreto di Dio restasse secondo una libera scelta, non derivante dalle opere, ma dal volere di colui che chiama, le fu detto: Il maggiore servirà il minore 49; e altrove : Non secondo le nostre opere, ma secondo il suo decreto e la sua grazia 50. Quando dunque udiamo: Ma quelli che ha predestinato li ha anche chiamati, li dobbiamo riconoscere come chiamati secondo il decreto, perché quel passo comincia dicendo: Egli coopera in ogni cosa al bene per coloro che sono stati chiamati secondo il decreto; e poi continua: perché quelli che egli conobbe precedentemente, li predestinò anche ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia primogenito tra molti fratelli; premesso tutto ciò aggiunge: Ma quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati. Dunque vuole fare intendere che essi sono quelli che ha chiamato secondo il decreto, e l’espressione del Signore: Molti sono i chiamati, pochi gli eletti 51 non deve indurci a pensare che fra di essi ve ne siano alcuni chiamati e non eletti. Infatti tutti gli eletti sono stati senza dubbio anche chiamati; ma non tutti i chiamati sono stati per conseguenza eletti. Dunque gli eletti sono quelli chiamati secondo il decreto, come abbiamo spesso affermato, cioè quelli che erano stati anche predestinati e conosciuti in precedenza. Se qualcuno di questi perisce, è Dio che s’inganna; ma nessuno di essi perisce, perché Dio non s’inganna. Se qualcuno di questi perisce, è Dio che è vinto dalla malizia umana; ma nessuno di essi perisce, perché Dio non è vinto da nessuna cosa. Sono stati eletti per regnare con Cristo, e non nella maniera in cui fu eletto Giuda per la funzione a cui egli si confaceva.

1664. (ib. 13,39).  Queste cose io le dico di coloro che sono stati predestinati al regno di Dio, il cui numero è determinato in tal maniera che ad essi non si può aggiungere alcuno, né alcuno sottrarre; non parlo di coloro che si moltiplicarono in soprannumero 125 dopo che Gesù ebbe dato il suo annuncio ed ebbe parlato. Questi infatti si possono dire chiamati, ma non eletti, perché non sono stati chiamati secondo il decreto. Ma che il numero degli eletti è determinato e che non deve essere né accresciuto né diminuito lo indica anche Giovanni Battista quando dice: Producete dunque…Ma ancora più apertamente si dice nell’ Apocalisse: Conserva ciò che hai perché un altro non prenda la tua corona 127. Se infatti uno non può prendere senza che l’altro perda, il numero è fisso.

1665. (C. Iul. o.i. I 121). AG. Riconosce in loro anche quanto non ha fatto lui stesso: il peccato appunto non è lui che l’ha fatto. Un altro poi, vano quanto voi, potrebbe dire che Dio per il desiderio di creare miserie crea pure coloro dei quali non ha potuto ignorare la futura condanna da parte sua, incomparabilmente più numerosi di quelli dei quali ha previsto la futura liberazione da parte sua.

1666. (De corr. et gr. 10,28). Quanti di questa stirpe sono liberati ad opera della grazia di Dio, vengono liberati proprio dalla condanna nella quale ormai sono tutti serrati. Per cui anche se nessuno ne venisse liberato, non ci sarebbe persona in diritto di riprendere il giusto giudizio di Dio.

1667. (C. Iul. o.i. II 85). AG. Ha detto che molto di più abbondò, e non ha detto: In molti più abbondò; non ha detto cioè che abbondò in un numero più grande di persone. Chi potrebbe infatti non vedere che nel genere umano sono più numerosi quelli sui quali non abbondò? Questo perché dai più venisse l’indicazione di che cosa sarebbe dovuto per giusto giudizio all’intera massa, se lo Spirito non spirasse dove vuole, se Dio non chiamasse quelli che si degna chiamare, se Dio non facesse religioso chi egli vuole 127.

1668. (De corr. et gr. 8,17). A questo punto, se mi si dovesse chiedere perché Dio non dà la perseveranza a coloro ai quali ha dato la carità per vivere cristianamente, rispondo che io non lo so. Io infatti non con arroganza, ma riconoscendo il mio limite, ascolto l’Apostolo che dice: O uomo, chi sei tu per rispondere a Dio? 57 e: O profondità delle ricchezze di sapienza e di scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e impenetrabili le sue vie! 58. Rendiamo dunque grazie per quanto egli si degna di manifestarci dei suoi giudizi; ma per quanto ce ne nasconde non mormoriamo contro le sue decisioni, ma riteniamo che anche ciò sia per noi estremamente salutare…Se tu dunque confessi che è dono di Dio perseverare nel bene fino alla fine, penso che tu non sai, esattamente come me, perché quello riceva tale dono e l’altro non lo riceva, e nessuno di noi due qui può penetrare gli imperscrutabili disegni di Dio.

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1669. (De dono persev. 13,33). Gli uomini non devono mai affermare con sicurezza che un individuo appartiene a quella chiamata, se non quando sia uscito da questa vita; ma in questa vita umana che sulla terra è una tentazione 93, chi crede di stare in piedi veda di non cadere 94. Per ciò appunto (come abbiamo detto sopra 95 ), quelli che non sono destinati a perseverare sono mescolati dalla previdentissima volontà di Dio a quelli che sapranno perseverare, affinché apprendiamo a non presumere grandezze, ma a piegarci alle cose umili 96 e con timore e tremore ci adoperiamo per la nostra salvezza: Dio infatti è quello che opera in noi il volere e l’operare secondo le sue intenzioni 97. Noi dunque vogliamo, ma è Dio che opera in noi il volere; noi dunque operiamo, ma è Dio che opera in noi l’operare, secondo il suo beneplacito. Questo è utile a noi di credere e di sostenere, questo è pio, questo è vero, affinché la nostra confessione sia umile e sottomessa e sia rapportato tutto a Dio.

1670. (De corr. et gr. 13,40). E’ necessario che ciò sia tenuto nascosto in questo mondo, dove bisogna a tal punto guardarsi dall’orgoglio che anche un Apostolo tanto grande doveva essere schiaffeggiato dall’angelo di Satana per non inorgoglire 129. Per questo veniva detto agli Apostoli: Se rimarrete in me 130, e Colui che lo diceva sapeva bene che essi sarebbero rimasti. E per bocca del Profeta è Dio che dice: Se volete e mi ascoltate 131; eppure egli conosceva coloro nei quali avrebbe operato il volere 132. E sono molte le frasi del genere. Questo segreto è utile affinché nessuno insuperbisca, ma tutti, anche quelli che corrono bene, temano finché non si conoscono quelli che giungeranno alla meta. Proprio perché questo segreto è utile, dobbiamo credere che alcuni tra i figli della perdizione, non avendo ricevuto il dono di perseverare fino alla fine, cominciano a vivere nella fede che opera attraverso l’amore, e per qualche tempo vivono con fedeltà e giustizia, ma poi cadono e non sono strappati dalla vita terrena prima di questo evento. E se un simile caso non capitasse a nessuno di loro, gli uomini conserverebbero questo timore estremamente salutare, che sconfigge il difetto dell’orgoglio, finché non perverranno alla grazia di Cristo che ci fa vivere nella pietà, ormai sicuri da quel momento di non staccarsi più da Cristo. Ma tale presunzione non giova in questo mondo di tentazioni, dove tanto grande è la fragilità che la sicurezza potrebbe generare la superbia. Alla fine ci sarà anche la sicurezza, ma questa, che è già negli angeli, ci sarà anche negli uomini solo allora, quando non ci potrà più essere nessuna superbia. Dunque il numero dei santi predestinati al regno di Dio attraverso la sua grazia, quando sarà stata donata loro anche la perseveranza fino alla fine, arriverà integro là dove nella sua integrità sarà serbato al colmo della beatitudine senza fine; infatti ad essi è sempre congiunta la misericordia del loro Salvatore, sia quando si convertono, sia quando lottano, sia quando sono incoronati.

1671.(De praed. sanct. 8,16). Ma il fatto che non sia concessa a tutti non deve scuotere il fedele, il quale crede questa verità: per uno solo tutti sono piombati nella condanna, e questa è indubitabilmente tanto giusta che non ci sarebbe nessuna possibilità di biasimare Dio anche se nessuno ne venisse liberato. Da ciò risulta che grande è la grazia se permette di liberare un numero tanto grande di fedeli e questi ultimi possono scorgere in coloro che non ricevono la liberazione la fine che sarebbe dovuta toccare anche a loro. Ne consegue che chi si gloria, non lo faccia nei propri meriti, che vede uguali a quelli dei condannati, ma si glori nel Signore 76.

ARTICOLO II. La gratuità della predestinazione.

SOMMARIO. Agostino spiega il concetto con la testimonianza fornitagli dai Semipelagiani: 1672. Nessun merito precedette la predestinazione alla fede e alla grazia. Contro i Pelagiani, che asseriscono la predestinazione in base alla prescienza dei meriti, sostiene la predestinazione gratuita. Non tanto per la fede e la giustificazione, ma anche per la gloria:

  1. Dallo stesso concetto di elezione secondo il proposito. Quelli che persevereranno non sono considerati fino alla fine, non sono inclusi nel numero dei predestinati, anche se cambiati in meglio, e vivono bene e piamente. Ebbero soltanto la predestinazione alla grazia, ma non alla gloria, che Agostino ha specialmente in mente: 1678-1687.
  2. Poiché la predestinazione dei bambini e degli adulti è dello stesso genere.
  3. Accade anche secondo gli imperscrutabili giudizi di Dio, non certamente secondo la prescienza delle opere future: 1688-1692.
  4. Afferma che la predestinazione di Cristo è un esempio della nostra predestinazione: 1693-1694.

Risponde ai Pelagiani che asseriscono che alcuni sono eletti, altri invece no, secondo la prescienza delle opere, che avrebbero potuto fare i bambini se fossero pervenuti all’uso della ragione: 1695-1698.

1672. (De praed. sanct. 9,18). Vedete? Senza pregiudizio dell’occulto disegno di Dio e senza pregiudizio di altre motivazioni, ho voluto dire della prescienza di Cristo solo quanto mi sembrava sufficiente a confutare la mancanza di fede dei pagani che avevano avanzato questa obiezione. Che c’è infatti di più vero del fatto che Cristo sapeva in precedenza chi, quando e dove avrebbero creduto in lui? Ma dopo che Cristo era stato loro predicato, avrebbero avuto la fede da se stessi, oppure l’avrebbero ricevuta per dono di Dio? Cioè, Dio semplicemente li conobbe in precedenza, oppure li predestinò anche? Questo allora non ritenni necessario di metterlo in discussione. Dissi inoltre che Cristo volle apparire agli uomini e far predicare la sua dottrina presso di essi, quando sapeva e dove sapeva che c’era chi avrebbe creduto in lui. Ma il pensiero si può esprimere anche così: Cristo volle apparire agli uomini e far predicare presso di essi la sua dottrina, quando sapeva e dove sapeva che c’era chi era stato eletto in lui prima della creazione del mondo 80.

1673. (ib. 17,34). Cerchiamo di capire dunque in che consista la chiamata che crea gli eletti, i quali non sono eletti perché hanno creduto, ma sono eletti perché credano….Infatti se fossero stati scelti perché avevano creduto, evidentemente sarebbero stati loro per primi a sceglierlo con il credere in lui, e così avrebbero meritato di essere scelti. Ma esclude completamente questa ipotesi chi dice: Non siete stati voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi. Fuor d’ogni dubbio anch’essi lo hanno scelto, quando hanno creduto in lui. Quando dice: Non siete stati voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi, questo solo ne è il significato: non sono stati loro a sceglierlo in modo da farsi scegliere da lui, ma fu lui che li scelse in maniera da farsi scegliere da loro. La sua misericordia infatti li prevenne 137, secondo la grazia, non secondo il debito…Questa è l’immutabile verità della predestinazione e della grazia.

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1674. (De dono persev. 21,56). Che c’è di più ingrato che negare appunto la grazia di Dio, dicendo che essa è data secondo i nostri meriti?… Tra l’inizio della fede e la perfezione della perseveranza ci sono in mezzo quei beni che ci consentono di vivere rettamente, e anche i nostri fratelli convengono che questi ci sono concessi da Dio e che è la fede a farceli ottenere. Ma tutti questi doni, cioè l’inizio della fede e tutti gli altri fino alla fine, Dio ebbe prescienza che li avrebbe elargiti a quelli che ha chiamato. Dunque è davvero un accanimento eccessivo contraddire la predestinazione o dubitare di essa.

1675. (De praed. sanct. 18,36). “Dunque egli aveva prescienza – dice il seguace di Pelagio – di quelli che sarebbero stati santi e immacolati attraverso l’arbitrio della libera volontà; per questo li scelse prima della creazione del mondo nella sua prescienza per la quale già sapeva che sarebbero stati tali. Li scelse dunque – egli dice – prima che esistessero, predestinando ad essere figli quelli che prevedeva che sarebbero stati santi e immacolati; allora non fu lui a farli tali, né previde che li avrebbe fatti tali, ma che essi lo sarebbero stati”. Allora esaminiamo le parole dell’Apostolo e vediamo se Egli ci ha eletto prima della creazione del mondo perché saremmo stati santi e immacolati, oppure affinché lo diventassimo. Benedetto sia Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale dall’alto dei cieli in Cristo, così come ci ha eletti in lui stesso prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e immacolati 142. Dunque ci scelse non perché noi lo saremmo stati, ma perché lo fossimo. Sì, è certo; sì, è manifesto: saremmo stati tali perché Egli ci aveva scelto, predestinando che fossimo santi e immacolati per la sua grazia.

1676. (Enchir. 99). È soltanto la grazia, infatti, che distingue i redenti dai perduti, radunati, questi ultimi, in un’unica massa di perdizione dalla comune condizione perpetuatasi dalle origini….In questo passo alcuni ingenui credono che la risposta dell’Apostolo sia stata insufficiente e che egli abbia bloccato l’audacia del proprio antagonista per mancanza di argomenti razionali. In realtà non sono davvero di poco peso le parole: Chi sei tu, o uomo? Di fronte a tali questioni egli infatti richiama l’uomo ad una attenta considerazione delle proprie capacità, certamente in modo sbrigativo, anche se nella sostanza l’argomento razionale è notevole. Chi può mai replicare a Dio, se non comprende queste cose? Se invece le comprende, a maggior ragione non trova di che replicare. Vede bene infatti, se comprende, che tutto quanto il genere umano è stato condannato nella radice della sua apostasia da un giudizio divino talmente giusto, che nessuno avrebbe il diritto di prendersela con la giustizia di Dio, anche se nessuno ne venisse liberato; mentre quelli che sono liberati dovevano esserlo in modo da far risultare, rispetto ai piú che non lo sono, sottomessi ad una condanna assolutamente giusta, quel che avrebbe meritato tutto l’insieme e dove avrebbe condotto anche costoro il giudizio divino dovuto, se non fosse intervenuta la sua misericordia non dovuta. Cosí è stato fatto in modo che sia chiusa ogni bocca 248 a quanti vogliono vantarsi per i propri meriti e chi si vanta, si vanti nel Signore 249.

1677. (De corr. et gr. 7,12). Ma quelli che vengono differenziati da questa massa non lo sono per i loro meriti, ma per la grazia del Mediatore, cioè sono giustificati gratuitamente nel sangue del secondo Adamo. Pertanto, quando ci sentiamo dire: Chi infatti ti distingue? Cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se non l’avessi ricevuto? 43, dobbiamo comprendere che nessuno può essere differenziato da quella massa di perdizione che è stata provocata dal primo Adamo, eccetto colui che possiede questo dono; e questo dono, chiunque sia ad averlo, lo ha ricevuto per grazia del Salvatore.

1678. (De praed. sanct. 17,34). In realtà essi furono scelti prima della creazione del mondo attraverso quella predestinazione per cui Dio ha prescienza di ciò che farà in futuro, e furono scelti dal mondo con quella chiamata con la quale Dio dà compimento a ciò che ha predestinato. Infatti quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati: s’intende, con quella chiamata che è secondo il decreto; dunque non altri, ma quelli che ha predestinato, Egli ha anche chiamato; né altri, ma quelli che ha chiamato così, ha anche giustificato; né altri, ma quelli che ha predestinato, chiamato, giustificato, ha anche glorificato 139,… Con lo sceglierli dunque li fa ricchi nella fede, come pure eredi del regno. Giustamente si può dire che sceglie in essi la fede, perché li ha scelti per farla nascere in essi.

1679. (De corr. et gr. 7,13). Ma se è per grazia, allora non è per le opere; altrimenti la grazia non è più grazia 46. Infatti non è che siano stati chiamati, ma non eletti, in conformità all’affermazione: Molti sono i chiamati, pochi gli eletti 47. Al contrario, poiché sono stati chiamati secondo il decreto, certo sono stati anche eletti per elezione della grazia, come è stato detto, e non per un’elezione dovuta a meriti precedenti, perché la grazia è tutto il loro merito.

1680. (ib. 7,12). Dunque ci sono alcuni che non hanno udito il Vangelo ed altri che, pur avendolo udito ed essendone stati cambiati in meglio, non hanno ricevuto la perseveranza; altri ancora udirono sì il Vangelo, ma non vollero venire a Cristo, cioè credere in lui, perché egli ha detto: Nessuno viene a me, se non gli è stato dato dal Padre mio 42. Infine si dà il caso di quelli che per l’età infantile non poterono credere, ma avrebbero potuto essere sciolti dalla colpa originale solo dal lavacro della rigenerazione, tuttavia sono morti senza averlo ricevuto e sono periti. Ebbene, tutti costoro non sono stati differenziati da quella massa che si sa essere stata condannata, perché tutti vanno alla condanna a causa di uno solo.

1681. (ib. 7,16). Il Signore conosce quelli che sono suoi 55. La fede di questi, che opera con amore 56, o proprio non viene meno, o se si verifica il caso che ad alcuni venga meno, è recuperata prima che questa vita abbia fine e, una volta cancellata l’ingiustizia che era intercorsa, viene loro attribuita la perseveranza fino alla fine. Ma quelli che non riusciranno a perseverare e dopo essere perciò decaduti dalla fede e dalla condotta cristiana saranno colti dalla fine di questa vita in simile condizione, senza alcun dubbio non devono essere annoverati nel numero degli eletti, neppure per quel periodo che hanno vissuto nella bontà e nella pietà. Infatti la prescienza e la predestinazione di Dio non sono intervenute a differenziarli dalla massa di perdizione; quindi non sono stati chiamati secondo il decreto e per questo neppure eletti. Essi appartengono a quei chiamati dei quali è detto: Molti i chiamati, e non a quelli dei quali è detto invece: ma pochi gli eletti. E tuttavia chi potrebbe negare che essi siano eletti, quando credono, sono battezzati e vivono secondo Dio? Evidentemente sono chiamati eletti da coloro che non sanno che cosa devono diventare, non da Chi è consapevole che essi non hanno la perseveranza che conduce gli eletti alla vita beata; egli sa che costoro adesso si reggono, tuttavia vede già nella sua prescienza che cadranno.

 

1682. (ib. 9,20). E non lasciamoci impressionare dal fatto che Dio non concede questa perseveranza a certi suoi figli. Nemmeno lontanamente infatti potrebbe accadere così, se essi appartenessero a quei predestinati e chiamati secondo il decreto, che veramente sono figli della promessa. Gli altri sono chiamati figli di Dio quando vivono piamente; ma poiché in seguito vivranno empiamente e morranno in questa empietà, questi non possono essere chiamati figli di Dio dalla prescienza divina. Infatti sono figli di Dio alcuni che non lo sono ancora per noi e lo sono già per Dio,… nell’irremovibile stabilità della memoria del Padre loro. E ci sono ancora alcuni, che sono detti figli di Dio da noi per la grazia ricevuta sia pure temporaneamente, ma che non lo sono per Dio, e di essi dice lo stesso Giovanni: Sono usciti di fra noi, ma non erano dei nostri, perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti senz’altro con noi 68. Non dice: Uscirono di fra noi, ma poiché non rimasero con noi, ormai non sono più dei nostri; dice invece: Uscirono di fra noi, ma non erano dei nostri; cioè anche quando sembravano essere fra noi, non erano dei nostri. E come se uno gli dicesse: E da che cosa lo argomenti? Egli continua: Perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti senz’altro con noi. Queste sono le parole dei figli di Dio: parla Giovanni, già collocato in un posto eminente fra i figli di Dio. Quando dunque i figli di Dio dicono di coloro che non hanno ricevuto la perseveranza: Sono usciti di fra noi, ma non erano dei nostri, e aggiungono: perché se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti senz’altro con noi,… E c’erano nel bene, ma poiché non vi rimasero, cioè non perseverarono fino alla fine, non erano – dice – dei nostri, anche quando erano con noi; cioè non erano nel numero dei figli, anche quando erano nella fede dei figli, perché quelli che sono figli veramente furono conosciuti in precedenza e predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, e sono stati chiamati secondo il decreto per essere eletti. Infatti non perisce il figlio della promessa, ma il figlio della perdizione 69.

1683. (ib. 9,21). E perciò sarebbero stati dati al Figlio Cristo figli tali secondo quanto egli dice al Padre: Che tutto quello che mi desti non perisca, ma abbia vita eterna 71. Da qui si comprende che sono dati a Cristo quelli che sono stati ordinati per la vita eterna. Essi appunto sono i predestinati e chiamati secondo il decreto, e di essi nessuno perisce. E perciò nessuno di essi incontra la fine di questa vita dopo un cambiamento dal bene al male, perché egli è stato ordinato così e dato a Cristo per questo, affinché non perisca, ma ottenga la vita eterna. E inoltre quelli che chiamiamo suoi nemici o i figli ancora piccoli dei suoi nemici, quanti di essi egli ha intenzione di rigenerare perché finiscano questa vita nella fede che opera per amore 72, ancor prima che ciò avvenga sono figli suoi in quella predestinazione e sono stati dati a Cristo Figlio suo affinché non periscano, ma ottengano la vita eterna.

1684. (ib. 9,22). Dunque poiché non ebbero la perseveranza, come non furono veramente discepoli di Cristo, così neppure furono veramente figli di Dio, anche quando sembrava che lo fossero e ne ricevevano il nome. Dunque noi chiamiamo eletti, discepoli di Cristo e figli di Dio, perché così bisogna chiamarli, quelli che scorgiamo vivere nella pietà dopo la rigenerazione; ma sono veramente quello che il loro appellativo dichiara solo se rimangono nello stato per il quale ricevono tale appellativo. Se invece non hanno la perseveranza, cioè non rimangono nello stato in cui hanno cominciato ad essere, il loro appellativo non è dato secondo verità, perché sono chiamati così senza esserlo: infatti essi non lo sono presso Colui al quale è noto quello che saranno, cioè malvagi dopo essere stati buoni.

1685.  (ib. 12,36). Ma quelli che cadono e periscono, non erano nel numero dei predestinati.

1686. (De dono persev. 22,58). Se invece alcuni altri obbediscono, ma non sono stati predestinati al suo regno e alla sua gloria, il loro stato è temporaneo e non rimarranno fino alla fine in questa obbedienza.

1687. (De gr. et lib. arb. 18,38). Nessuno dunque vi tragga in inganno, o fratelli miei, perché noi non ameremmo Dio, se egli stesso non ci avesse amati per primo. Il medesimo Giovanni lo dimostra con tutta chiarezza dicendo: Amiamo, perché egli stesso per primo ci amò 200….E nient’altro ci vuole indicare quello che il Signore dice ai discepoli: Non siete voi che avete eletto me, ma io che ho eletto voi 201. Se infatti fossimo stati noi ad amare per primi ed egli ci amasse quindi per questo merito, la scelta sarebbe partita da noi, e con ciò ci saremmo meritati di essere scelti da lui. Ma colui che è la verità dice altrimenti, e smentisce in maniera chiarissima questa vana pretesa degli uomini: Non siete voi che avete eletto me, dice. Se dunque non siete stati voi a scegliere, senza dubbio neppure siete stati voi ad amare: infatti in qual modo si potrebbe scegliere colui che non si ama? Ma io – dice – ho eletto voi. Allora non è vero che anch’essi poi lo hanno scelto e preferito a tutti i beni di questa vita? Certo, ma essi lo hanno scelto perché erano stati scelti; non sono stati scelti perché lo avevano scelto. Gli uomini che scelgono non avrebbero alcun merito, se non li prevenisse la grazia di Dio che li sceglie.

1688. (De dono persev.9,21). Dunque fra i bambini ugualmente vincolati dal peccato originale, perché questo viene assunto e quello abbandonato? E fra due individui malvagi ormai in età adulta, perché questo è chiamato con tal forza che segue Colui che lo chiama, e quello invece o non è chiamato o non è chiamato alla stessa maniera? In ciò i giudizi di Dio sono imperscrutabili. Ma perché, fra due persone pie, ad una è donata la perseveranza fino alla fine, all’altra no? Su questo i giudizi di Dio sono ancora più imperscrutabili. Ma una cosa dev’essere certissima per i credenti: che l’uno appartiene ai predestinati, l’altro no. Infatti se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti senz’altro con noi 54, dice uno dei predestinati che aveva bevuto questo segreto dal petto del Signore.

1689. (ib. 11,27). E se ad alcuni la concede, ad altri no, per quale motivo non vogliono cantare al Signore la sua misericordia e il suo giudizio 78 ? In quanto al perché sia data ad alcuni piuttosto che ad altri: Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? 79. Chi sarebbe capace di scrutare l’imperscrutabile, chi di penetrare l’impenetrabile?

1690. (De corr. et gr. 8,17). A questo punto, se mi si dovesse chiedere perché Dio non dà la perseveranza a coloro ai quali ha dato la carità per vivere cristianamente, rispondo che io non lo so. Io infatti non con arroganza, ma riconoscendo il mio limite, ascolto l’Apostolo che dice: O uomo, chi sei tu per rispondere a Dio? 57 e: O profondità delle ricchezze di sapienza e di scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e impenetrabili le sue vie! 58….Se tu dunque confessi che è dono di Dio perseverare nel bene fino alla fine, penso che tu non sai, esattamente come me, perché quello riceva tale dono e l’altro non lo riceva, e nessuno di noi due qui può penetrare gli imperscrutabili disegni di Dio.

1691. (ib 8,18). Chi non se ne meraviglierebbe? Chi non si stupirebbe profondissimamente? Ma anche quest’altra cosa non è meno strana, e tuttavia è vera, e così lampante che nemmeno gli stessi nemici della grazia di Dio sono capaci di trovare il mezzo di negarla: alcuni figli di suoi amici, cioè di fedeli rigenerati e buoni, se escono da questa terra da bambini senza battesimo, li esclude dal regno suo nel quale manda invece i genitori. Eppure se avesse voluto, avrebbe potuto procurare loro la grazia di questo lavacro, dato che ogni cosa è in suo potere. E al contrario fa pervenire in mano di cristiani alcuni figli di nemici suoi e per mezzo del lavacro li introduce nel regno cui restano estranei i genitori; di loro propria volontà questi ultimi bambini non hanno meritato in alcun modo nel bene, come i primi in alcun modo nel male. Certo sicuramente in questo caso i giudizi di Dio non possono essere né vituperati né penetrati, perché sono giusti e profondi; e un giudizio del genere è quello sulla perseveranza, di cui stiamo trattando. Dunque su gli uni e su gli altri esclamiamo: O profondità delle ricchezze di sapienza e di scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i tuoi giudizi! 61.

1692. (Ep. 186 6,16). ” Ma come può mai essere, ribattono essi, che non ci sia ingiustizia in Dio se con un atto del suo amore predestina alla salvezza coloro che non ne sono degni non avendo alcun merito derivante dalle opere?”. Ci si rivolge questa obiezione come se S. Paolo non l’avesse prevista, non se la fosse posta e non vi avesse risposto. Egli previde certamente quali pensieri, a udire le sue parole, sarebbero potuti nascere dalla debolezza e dall’ignoranza dell’intelletto umano e, dopo essersi posta la medesima obiezione nei seguenti termini: Che diremo, dunque? Forse che v’è ingiustizia in Dio? 60, risponde immediatamente: Niente affatto! Al fine poi di spiegare perché dobbiamo guardarci dal pensare una simile cosa, vale a dire perché in Dio non ci sia ingiustizia, non dice affatto che Dio fonda i suoi giudizi sui meriti o sulle opere dei bambini, anche se sono racchiusi ancora nel seno materno – in quale modo infatti avrebbe potuto affermare una simile cosa, dal momento che aveva parlato dei due gemelli, i quali prima di nascere non avevano potuto ancora fare nulla di bene o di male e che non già in forza delle loro opere ma della chiamata di Dio era stato detto: Il maggiore servirà al minore 61? – ma volendo dimostrare perché riguardo ai due gemelli non v’è in Dio alcuna ingiustizia, afferma: (Dio) infatti dice a Mosè: Farò misericordia a chi vorrò farla, avrò pietà di chi vorrò aver pietà 62. Che cos’altro c’insegna qui l’Apostolo se non che se uno si salva dalla massa dei discendenti del primo uomo 63, alla quale per giustizia è dovuta la morte, non lo deve ai propri meriti umani ma alla misericordia di Dio?

1693. (De praed. sanct. 15 n.30-31). C’è anche quel lume splendidissimo di predestinazione e di grazia che è il Salvatore stesso, il Mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù 116. Ma per conseguire quel risultato, quali sono i meriti nelle opere o nella fede che la natura umana che è in lui si era procurata precedentemente? Si risponda, per favore: quell’uomo da dove trasse il merito per essere assunto dal Verbo coeterno al Padre in unità di persona e diventare Figlio unigenito di Dio? Quale bene, qualunque esso fosse, c’era stato in lui in precedenza?… Come dunque fu predestinato quell’Unico ad essere il nostro capo, così noi nella nostra moltitudine siamo predestinati ad essere le sue membra. E allora tàcciano i meriti umani che si sono dissolti in Adamo; regni, come regna, la grazia di Dio attraverso Gesù Cristo

1694. (ib. 16 n.32.33). Infatti Dio chiama i suoi molti figli predestinati per renderli membra del suo unico Figlio predestinato, ma non con quella vocazione che ricevettero anche coloro che non vollero venire alle nozze 121. Questo secondo genere di chiamata fu rivolto anche ai Giudei, per i quali Gesù crocifisso è scandalo, e ai Gentili, per i quali il crocifisso è stoltezza; al contrario la chiamata dei predestinati è quella che l’Apostolo distinse dicendo che egli predicava ai chiamati, Giudei e Greci, Cristo potenza e sapienza di Dio…Sapeva che c’è un tipo di appello sicuro per quelli che sono stati chiamati secondo il decreto, perché Dio ne ebbe prescienza e li predestinò ad essere conformi all’immagine del Figlio suo 123…33. Quelli che fanno parte di questa chiamata ricevono tutti il loro insegnamento da Dio e nessuno di essi può dire: Ho creduto affinché fossi chiamato in questa maniera; no, è stata la misericordia di Dio che lo ha prevenuto; egli è stato chiamato perché credesse. Infatti tutti quelli che ricevono l’insegnamento da Dio vengono al Figlio, perché hanno udito ed appreso dal Padre per mezzo del Figlio, che dice con tanta evidenza: Chiunque ha udito dal Padre ed ha appreso, viene a me 133. Di questi nessuno si perde, perché di tutto ciò che il Padre gli diede nulla perderà 134. Chiunque fa parte di quel numero, assolutamente non si perde; e chi si perde non ne faceva parte.

1695. (Ep. 194 8,35). Quando costoro si vedono stretti da tali argomenti, è sorprendente osservare in quali precipizi vadano a gettarsi per paura di cadere nelle reti della verità. ” Il motivo per cui Dio aveva in odio l’uno e amava l’altro dei due gemelli non ancora nati – dicono – sta nel fatto ch’egli prevedeva quali sarebbero state le loro azioni “. Chi non si stupirebbe che all’Apostolo non venisse in mente un’idea così acuta? Egli effettivamente non ebbe quell’idea allorché, postasi a se stesso l’obiezione mossa da un supposto avversario, non diede piuttosto una risposta così concisa, così lampante e – come pensano costoro – così assolutamente vera. S’era proposto infatti il quesito ch’è oggetto di stupore: come mai riguardo a individui ancora non venuti alla luce e che non avevano compiuto alcunché di bene o di male si potesse affermare a ragione che Dio ama l’uno e ha in odio l’altro, dopo aver posto il quesito a se stesso, indicando l’imbarazzo dell’uditore: Che diremo dunque? dice: Forse che c’è ingiustizia in Dio? Niente affatto! 120 Sarebbe stato allora il momento opportuno per dire quello che opinano costoro, che cioè Dio, affermando che il maggiore sarebbe stato soggetto al minore, prevedeva le loro azioni future. L’Apostolo invece non dice questa cosa ma piuttosto, perché nessuno osi vantarsi dei meriti delle proprie azioni, ha voluto che le sue parole servissero a mettere in evidenza la grazia e la gloria di Dio. Avendo infatti affermato: Non ci può essere la minima ingiustizia in Dio, come se gli obiettassimo: ” Ma come fai a dimostrare l’asserzione che, non in virtù delle azioni ma della volontà di colui che chiama, è stato detto: Il maggiore sarà soggetto al minore 121? ” S. Paolo continua e afferma: A Mosè infatti egli dice: avrò misericordia di colui al quale vorrò usarla e avrò compassione di colui al quale vorrò dimostrarla; cosicché non è merito di chi vuole o di chi corre, ma di Dio che usa misericordia 122. Dove sono dunque i meriti, dove le opere passate e future, cioè – per così dire – compiute o che potrebbero essere compiute con le forze del libero arbitrio? Non ha forse l’Apostolo manifestato chiaramente il suo pensiero sulla gratuità della grazia,

1696. (Ep. 217 6,22). Come mai può affermarsi che la grazia non è concessa a certuni mentre invece è concessa ad alcuni bambini che si trovano sul punto di morte per il fatto che Dio prevede la loro volontà futura che avrebbero se continuassero a vivere, mentre al contrario l’Apostolo dichiara decisamente che ciascuno viene premiato o punito a seconda delle azioni compiute per mezzo del corpo 62 e non a seconda di quelle che avrebbe compiute se fosse rimasto nel corpo? 9) In qual modo gli uomini vengono giudicati a seconda della loro volontà futura che, si dice, avrebbero, se fossero conservati più a lungo nel corpo, mentre invece la Scrittura proclama: Felici i morti che muoiono nel Signore 63? Ora, senza dubbio la loro felicità non è né certa né sicura, se il Signore giudicherà anche le azioni non compiute, ma che avrebbero compiute se avessero avuto una vita più lunga; inoltre non riceverebbe alcuna grazia chi viene strappato (da questo mondo) perché il male non alteri la sua mente 64, poiché subirebbe anche il castigo del male che gli sovrastava e al quale è stato sottratto. Non dovremmo nemmeno rallegrarci di coloro che sappiamo esser morti nella retta fede e dopo una vita santa, per timore che potrebbero esser giudicati di delitti, che forse avrebbero commessi, se fossero vissuti più a lungo; d’altra parte non dovremmo né compiangere né biasimare coloro che muoiono nell’incredulità e nella dissolutezza, perché, forse, se fossero vissuti più a lungo, avrebbero fatto penitenza e sarebbero vissuti nel timor di Dio e dovrebbero essere giudicati solo alla stregua di questa loro ipotetica condotta. Bisognerebbe disapprovare e respingere tutto il trattato del gloriosissimo martire Cipriano Sull’epidemia 65 nel quale si sforza di farci comprendere che dobbiamo rallegrarci della morte dei buoni fedeli, dal momento che, liberati dalle tentazioni di questo mondo, sono destinati a vivere nella più felice sicurezza. Ma poiché ciò non è falso e sono felici i morti che muoiono nel Signore 66, è, un errore ridicolo ed esecrabile quello di pensare che gli uomini devono essere giudicati alla stregua delle loro azioni future, che però non saranno mai compiute da coloro che muoiono.

1697. (De praed. sanct. 12,24). Non si può infatti accettare quanto dicono, e cioè che alcuni bambini escono da questa vita battezzati appunto in età infantile grazie ai loro meriti futuri, invece altri muoiono non battezzati nella stessa età perché anche di essi sono conosciuti in precedenza i meriti futuri, che saranno però nel male. Così Dio non premia o condanna in loro una vita buona o cattiva, ma una vita che non c’è mai stata 101. L’Apostolo però pose un limite che l’imprudente supposizione dell’uomo, se con alquanta indulgenza vogliamo chiamarla così, non deve oltrepassare. Dice: Tutti staremo di fronte al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la ricompensa secondo quanto compì con il suo corpo, sia di buono, sia di cattivo 102; compì dice; non aggiunse: o avrebbe compiuto. Io non so come a tali uomini sia potuto venire in mente che nei fanciulli siano puniti o premiati meriti futuri che non ci saranno mai.

1698. (De dono persev. 9,23). Ma possiamo forse dire che anche gli abitanti di Tiro e di Sidone non vollero credere dopo che avvennero presso di loro simili prodigi o che non avrebbero creduto, se fossero avvenuti? No: il Signore stesso testimonia per essi che avrebbero fatto penitenza con grande umiltà, se presso di loro fossero avvenute quelle manifestazioni del potere divino. Eppure nel giorno del giudizio saranno puniti, per quanto con un castigo minore rispetto a quelle città che non vollero credere neppure dopo la realizzazione dei miracoli. Infatti, proseguendo, il Signore dice: Perciò vi dico; Ci sarà più indulgenza per Tiro e Sidone nel giorno del giudizio che per voi 62. Dunque questi saranno puniti più severamente, Tiro e Sidone saranno trattate con più indulgenza, ma saranno tuttavia punite. Ora ammettiamo che i morti vengano giudicati secondo le azioni che avrebbero compiuto se fossero vissuti; in base ad una simile premessa gli abitanti di Tiro e di Sidone, poiché sarebbero diventati credenti se il Vangelo fosse stato loro predicato con miracoli tanto grandi, non sarebbero affatto da punire; invece saranno puniti. Dunque è falso che i morti vengono giudicati secondo ciò che avrebbero compiuto se il Vangelo fosse pervenuto fino a loro da vivi. E se ciò è falso, non c’è motivo di sostenere riguardo ai bambini che vanno in perdizione morendo senza battesimo, che questo per essi avviene meritatamente, perché Dio aveva prescienza che se essi fossero vissuti e fosse stato loro predicato il Vangelo, non avrebbero prestato fede. Non c’è altra soluzione: essi restano vincolati al peccato originale, e per questo solo incorrono nella condanna; così pure vediamo che altri che si trovano nella medesima causa ricevono il dono della rigenerazione solo attraverso la grazia gratuita di Dio.

CAPITOLO XVI

La condanna.

SOMMARIO. Gli altri diventati massa di perdizione per colpa di Adamo, sono affidati al giusto giudizio di Dio. Sono riprovati negativamente quando sono abbandonati. Sono abbandonati per un atto di giustizia, quando la dannazione è dovuta. La riprovazione negativa ha la sua causa da parte del reprobo, cioè il peccato originale. Davanti a Dio ha nessuna iniquità. Dio non indurisce impartendo la malizia, ma non impartendo la misericordia. I cattivi meriti degli uomini avrebbero dovuto precederla perché la si manifestassero:1699-1707. Spiega come Dio ami tutto quello che ha fatto, e tuttavia si dica che abbia odiato Esaù. Non odia l’uomo Esaù. Non odia nell’uomo se non il peccato. Dio sa condannare l’iniquità, non farla. Attribuisce la colpa alla cattiva volontà degli uomini: 1708-1711. Non ammette la condanna positiva prima della prescienza dei peccati. Dio sarebbe ingiusto se infliggesse una pena senza il peccato degli uomini: 1712-1715.  A chi chiede, perché Tizio è condannato? La risposta sarà: a causa del peccato originale. Però alla questione perché Caio è salvato e Tizio abbandonato, risponde così: i giudizi di Dio non possiamo capirli sempre. Vedremo nella visione beatifica la giustizia di Dio circa la predestinazione degli uomini: 1716-1719.

1699. (De dono persev. 14,35). E tutti gli altri dove sono lasciati dal giusto giudizio divino se non nella massa della perdizione? Dove sono stati lasciati gli abitanti di Tiro e di Sidone, che pure avrebbero potuto credere, se avessero visto quelle prodigiose manifestazioni di Cristo? Però a loro non era stato concesso di credere e quindi fu loro negato anche il mezzo di credere. Da ciò si vede che certuni hanno per natura fra le loro qualità spirituali un dono divino d’intelligenza per cui si muoverebbero verso la fede, se udissero parole o vedessero miracoli proporzionati alla loro mentalità; eppure, se per il superiore giudizio di Dio la predestinazione della grazia non li ha differenziati dalla massa di perdizione, non sono impiegati per loro quelle parole e quei prodigi divini per mezzo dei quali potrebbero credere, udendoli e vedendoli personalmente.

1700. (De corr. et gr. 7,12). Dunque ci sono alcuni che non hanno udito il Vangelo ed altri che, pur avendolo udito ed essendone stati cambiati in meglio, non hanno ricevuto la perseveranza; altri ancora udirono sì il Vangelo, ma non vollero venire a Cristo, cioè credere in lui, perché egli ha detto: Nessuno viene a me, se non gli è stato dato dal Padre mio 42. Infine si dà il caso di quelli che per l’età infantile non poterono credere, ma avrebbero potuto essere sciolti dalla colpa originale solo dal lavacro della rigenerazione, tuttavia sono morti senza averlo ricevuto e sono periti. Ebbene, tutti costoro non sono stati differenziati da quella massa che si sa essere stata condannata, perché tutti vanno alla condanna a causa di uno solo…dobbiamo comprendere che nessuno può essere differenziato da quella massa di perdizione che è stata provocata dal primo Adamo, eccetto colui che possiede questo dono; e questo dono, chiunque sia ad averlo, lo ha ricevuto per grazia del Salvatore.

1701. (Enchir. 100). Difatti grandi sono le opere del Signore, conformi a tutte le sue volontà, cosicché anche quanto accade contro la sua volontà, in modo inspiegabile e sorprendente non prescinde mai dalla sua volontà; del resto, ciò non accadrebbe se Egli non lo permettesse ed è evidente che Egli lo permette volontariamente, non involontariamente, né Egli, nella sua bontà, permetterebbe l’accadere del male, se non fosse capace, nella sua onnipotenza, di ricavare il bene anche dal male.

1702. (De corr. et gr. 13,42). Coloro dunque che non appartengono a questo certissimo e felicissimo numero, con tutta giustizia vengono giudicati secondo i meriti. O infatti giacciono sotto il peccato che trassero dall’origine al momento della nascita ed escono da questa vita con quel debito ereditario non rimesso dalla rigenerazione, o attraverso il libero arbitrio hanno aggiunto a questo ancora altri peccati….altri più, altri meno, ma tutti malvagi e degni di essere puniti con diversi castighi in rapporto alla diversità dei peccati. Oppure infine ricevono la grazia di Dio, ma vi durano solo un certo tempo e non perseverano; abbandonano e sono abbandonati. Infatti sono lasciati al loro libero arbitrio senza aver ricevuto il dono della perseveranza per un giudizio di Dio giusto ed occulto.

1703. (Ep. 190 3,9). Ora, a ragione, parrebbe una cosa ingiusta che fossero formati recipienti di collera destinati alla perdizione, se i discendenti di Adamo non formassero tutti una sola massa condannata. Il fatto dunque per cui essi nascendo diventano recipienti di collera spetta al castigo dovuto, mentre il fatto per cui rinascendo diventano recipienti di misericordia spetta alla grazia non dovuta.

1704. (Ep. 194 3,14). Orbene, se andiamo a cercare la causa dell’ostinazione, la troviamo nella giusta condanna dell’intera massa del peccato; Iddio poi fa ostinare non già col dispensare la malizia ma col non dispensare la misericordia. Coloro infatti a cui non la concede, non ne sono degni né la meritano, o meglio sono degni e meritano proprio che non venga loro concessa. Se invece andiamo a cercare il merito della misericordia, non lo troviamo perché non ve n’è alcuno, affinché non sia distrutta la grazia qualora non fosse un dono gratuito, ma una ricompensa dovuta ai meriti 45.

1705. (De civ. Dei XV 21). da Adamo. Dalla sua discendenza condannata, come da un solo blocco consegnato al giusto castigo, Dio produce vasi d’ira all’infamia e vasi di misericordia al premio 112 rendendo ai primi con la pena ciò che è dovuto e a questi con la grazia ciò che non è dovuto.

1706. (De gr. et lib. arb. 21,43). Infatti dev’essere fissa e irremovibile nel vostro cuore la convinzione che non vi può essere ingiustizia presso Dio 242. E per questo quando leggete nella verità delle Scritture che gli uomini sono sedotti da Dio, oppure che i loro cuori sono storditi o induriti, non abbiate alcun dubbio che essi in precedenza avevano meritato il male, cosicché ciò che subiscono è giusto.

1707. (C. duas ep. Pel. IV 6,16). La punizione divina non si paga appunto se non dovuta, perché non ci sia ingiustizia da parte di Dio; la misericordia divina invece anche quando si offre senza esser dovuta non è un’ingiustizia da parte di Dio. E proprio da questo fatto intendono i vasi di misericordia quanto gratuita misericordia si presti ad essi: dal fatto che ai vasi di collera, con i quali hanno in comune la causa della perdizione e la massa della perdizione, si paga una punizione dovuta e giusta 87.

1708. (De div. quaest. ad Simpl. I 2,18). Ma a questo punto noi dobbiamo sforzarci, coll’aiuto di Dio, di conciliare la verità di questo testo: Nulla disprezzi di quanto hai creato 141, con quell’altro: Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaú 142 . In effetti se Dio ha pertanto odiato Esaú, perché era stato plasmato quale vaso per uso volgare, e lo stesso vasaio ha plasmato un vaso per uso nobile e un altro per uso volgare, come può essere che nulla disprezzi di quanto hai creato ? Ecco infatti che odia Esaú, che egli stesso ha plasmato per uso volgare. Questa difficoltà si risolve, tenendo presente che Dio è l’artefice di tutte le creature. Ora ogni creatura di Dio è buona 143 ; e ogni uomo è creatura, in quanto è uomo, non in quanto è peccatore. Dio è dunque creatore del corpo e dell’anima dell’uomo. Nessuna di queste due realtà è male e Dio non le disprezza, poiché nulla disprezza di quanto ha creato. Ora l’anima è superiore al corpo; ma Dio, artefice e creatore di entrambi, nell’uomo odia solo il peccato. Ora il peccato dell’uomo è disordine e perversione, vale a dire lontananza dal Creatore supremo e attaccamento alle creature inferiori. Quindi Dio non odia l’uomo Esaú ma il peccatore Esaú.

1709. (De pecc. mer. et rem. II 18,31). Poiché dunque dipende da noi convertirci ad altro contro Dio, e questa è volontà cattiva,

1710. (Ep. 194 6,30). Orbene, è vero che Dio forma recipienti di collera destinati alla perdizione per mostrare il suo sdegno e manifestare la sua potenza, con la quale fa servire al bene anche i cattivi, e per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso i recipienti di misericordia 104 formati per un onore non dovuto alla massa degna solo di condanna ma largito dalla sua immensa grazia; egli tuttavia nei medesimi recipienti di collera, a causa di ciò che merita la massa, formati per l’ignominia loro dovuta, ossia negli individui creati bensì per far risaltare i beni della natura, ma destinati al supplizio a causa dei vizi 105, egli sa condannare, non già creare, l’iniquità che con tutta ragione è biasimata dalla verità. Allo stesso modo che alla volontà di Dio è attribuita la natura umana la quale è da lodare senza che nessuno ne possa dubitare, così alla volontà dell’uomo è attribuita la colpa ch’è da condannare senza che alcuno si possa ribellare.

1711. (C. Iul o.i. I 48). In tutti quelli che libera abbracciamo dunque la misericordia, in quelli invece che non libera riconosciamo un giudizio certamente occultissimo, ma senza alcun dubbio giustissimo.

1712. (De lib. arb. III 18,51). Ora ogni pena, se è giusta, è pena del peccato e si denomina supplizio.

1713. (C. Iul. III 18,35). Dio è buono ed è giusto. Egli può liberare taluni senza meriti buoni perché è buono, ma non può condannare nessuno senza demeriti perché è giusto.

1714. (ib. II 10,33). Dio sarebbe molto più ingiusto se, lui giusto, infliggesse ai fanciulli, pur non avendo contratto essi alcun peccato, tutti quei mali che non si riescono a contare.

1715. (De gr. et lib. arb. 23,45). Sicuramente Dio renderà anche male per male, perché egli è giusto; e bene per male perché egli è buono; e bene per bene perché è buono e giusto; non sarà possibile soltanto che renda male per bene perché non è ingiusto.

1716. (De dono persev. 8,16). Per colpa di uno solo tutti hanno subito un giudizio di condanna; e questo non è ingiusto, ma anzi è perfettamente giusto. Dunque chi ne viene liberato, abbia cara la grazia; chi non ne viene liberato, riconosca il suo debito.

1717. (Ep. 186 7,23). Orbene, sia che la giustificazione dei peccatori sia un effetto della grazia, verità della quale non ci è assolutamente lecito dubitare, sia che, a quanto vorrebbero alcuni, preceda sempre il libero arbitrio, di modo che dalla colpa o merito di questo derivi il castigo o la ricompensa, si potrebbe obiettare anche: ” Perché mai Dio creò proprio individui che senza dubbio previde avrebbero peccato in modo da dover essere condannati al fuoco eterno? “. Infatti, sebbene Dio non sia autore dei peccati chi mai, se non Dio, creò la stessa natura…In essi però, a causa del libero arbitrio, ci sarebbero stati i difetti dei peccati, in molti, anzi, peccati così gravi da dover essere castigati con la pena eterna. E perché mai li creò, se non perché lo volle? E perché lo volle? Chi sei tu, uomo, che osi contraddire Dio? Forse che il vaso d’argilla può dire a colui che lo ha costruito: Perché mi hai costruito così? Non è forse il vasaio padrone di formare con la medesima massa di creta un vaso destinato ad usi nobili e un altro destinato a usi spregevoli? 80

1718. (C. duas ep. Pel. IV 6,16). Ma perché colui presso il quale non c’è parzialità 79, fa sue pecore alcuni uomini e altri no? Rispetto a questa medesima questione, che alcuni proponevano con più curiosità che perspicacia, il beato Apostolo risponde: O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: Perché mi hai fatto così?..(altra cit. Rom 11,33-36)… Non presumano dunque di scrutare cotesta imperscrutabile questione coloro che difendendo il merito prima della grazia e quindi già contro la grazia vogliono dare a Dio per primi così da riceverne il contraccambio;… Quanto poi al problema della ragione per cui questo riceve e quello non riceve, mentre ambedue sono immeritevoli di ricevere e, chiunque di essi riceva, riceve indebitamente, misurino le loro forze e non cerchino quello che li sorpassa 83. Basti a loro sapere che in Dio non c’è ingiustizia 84. L’Apostolo infatti, non avendo trovato nessun merito per cui Giacobbe dovesse precedere presso Dio il suo gemello, esclama: Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente! Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia 85. Grata ci sia dunque la sua gratuita compassione, benché rimanga insoluta questa profonda questione. La quale si scioglie tuttavia solo nei limiti in cui la scioglie il medesimo Apostolo dicendo: Pertanto Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza vasi di collera, già pronti per la perdizione, e questo per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, da lui predisposti alla gloria 86. La punizione divina non si paga appunto se non dovuta, perché non ci sia ingiustizia da parte di Dio; la misericordia divina invece anche quando si offre senza esser dovuta non è un’ingiustizia da parte di Dio. E proprio da questo fatto intendono i vasi di misericordia quanto gratuita misericordia si presti ad essi: dal fatto che ai vasi di collera, con i quali hanno in comune la causa della perdizione e la massa della perdizione, si paga una punizione dovuta e giusta 87. Queste considerazioni bastino ormai contro coloro che a causa della libertà dell’arbitrio vogliono distruggere la liberalità della grazia.

1719. (Serm. 27,6), e quando saremo giunti alla visione, vedremo la sua uguaglianza con Dio. E non avrai più motivo di dire: “Perché mai è venuto incontro a questo, e a quell’altro no? Perché la Provvidenza di Dio ha condotto questo al battesimo, mentre l’altro, pur essendo vissuto bene durante il suo catecumenato, è morto di morte improvvisa e non è giunto al battesimo?.. Cerca i meriti; non troverai se non la pena. Cerca la grazia! O profondità della ricchezza! 35 Pietro rinnega, il ladrone crede. O profondità della ricchezza!..

CAPITOLO XVII

Difficoltà posta dai monaci di Adrumeto e di Marsiglia.

SOMMARIO. Riguardo alle dottrine di Agostino sull’efficacia dell grazia, la gratuità della predstinazione, la volontà salvifica, ecc., erano rimasti turbati alcuni monaci del Monastero di Adrumeto, e altri di Marsiglia in Gallia. Senza motivo tuttavia. La correzione non va premessa, perché la correzione può far parte dello stesso dono della predestinazione. La dottrina della predestinazione non ostacola la predicazione, le esortazioni a vivere e perseverare bene; lo prova con l’esempio degli Apostoli: 1720-1721. Gli inconvenienti che la nostra fragilità riscontra nella predestinazione gratuita si ritrovano nello stesso modo anche nella semplice prescienza di Dio, che i marsigliesi non negavano; 1722-1723. Non c’è poi motivo di disperarsi, perché è meglio confidare in Dio che negli uomini. Tra i segni della predestinazione c’è lo scorrere di una buona vitta: 1724-1727.

1720. (De corr. et gr. 14,43). Dunque gli uomini si lascino riprendere quando peccano, e dalla riprensione non traggano argomenti contro la grazia né dalla grazia contro la riprensione, perché contro i peccati si deve un giusto castigo e al giusto castigo appartiene il giusto rimprovero che si usa come una medicina, anche se il risanamento del malato è incerto. Così se quello che è ripreso appartiene al numero dei predestinati, la riprensione è per lui una salutare medicina; se non vi appartiene, la riprensione costituisce per lui un doloroso castigo. Dunque di fronte all’incertezza il rimprovero va usato con amore perché non se ne conosce l’esito, e bisogna pregare per quello a cui il rimprovero si applica affinché sia sanato.

1721. (De dono persev. 14,34). Ma dicono che la dottrina della predestinazione è controproducente per l’efficacia della predicazione. Come se fosse stata controproducente la predicazione dell’Apostolo! Non è forse vero che quel grande, dottore delle genti nella fede e nella verità, ha insistito tante volte anche sulla predestinazione e non per questo cessò di predicare la parola di Dio? Anche se diceva: Dio è infatti quello che opera in voi il volere e l’operare secondo le sue intenzioni 102, nel medesimo tempo egli stesso ci esortava, sia perché volessimo ciò che piace a Dio, sia perché lo mettessimo in pratica. Diceva: Colui che ha iniziato in voi un’opera buona, la porterà a termine fino al giorno di Cristo Gesù 103, però consigliava anche gli uomini a iniziare e a perseverare fino alla fine. Veramente il Signore stesso ha ordinato agli esseri umani di credere, dicendo: Credete in Dio e credete in me 104; eppure non per questo si tratta di una proposizione falsa o di una spiegazione vana quando dice: Nessuno viene a me, cioè nessuno crede in me, se non gli è stato dato dal Padre mio 105. E nemmeno potremo rovesciare l’ordine e dire che se è vera questa spiegazione, allora è vana quella prescrizione. Per qual motivo dunque dovremmo pensare che per predicare, per insegnare, per prescrivere, per riprendere, tutte cose cui la Scrittura divina ricorre continuamente, sia inutile la dottrina della predestinazione, quando la Scrittura stessa v’insiste?

1722. (De dono pers.. 17,41). Dunque tutti questi doni Dio li può fare a chi vuole, ma in ogni caso ha previsto certamente che li farà e li ha preparati nella sua prescienza….Infatti nella sua prescienza che non può ingannarsi né cambiare, predestinare è per Dio disporre le sue opere future: questo esattamente e nient’altro. Se Dio ha prescienza che uno sarà casto, quest’individuo, benché di ciò egli non abbia certezza, si adopera per essere casto; così quello che ha predestinato ad essere casto, benché anch’egli non ne possa essere certo, non cessa di adoperarsi allo stesso scopo, quando sente che quello che diventerà lo diventerà per dono di Dio. Al contrario il suo sentimento di carità ne gioisce, ed egli non prova orgoglio 138, come se quello che ha non lo avesse ricevuto. Non solo dunque se si predica la predestinazione costui non viene impedito dal praticare la castità, ma anzi riceve aiuto affinché chi si gloria si glori nel Signore 139.

1723. (ib. 22,61). Ma se essi pensano che ci si debba esprimere in quella loro maniera, allora lo stesso concetto della prescienza di Dio, che certamente non possono negare, si può enunciare, più o meno con le stesse parole, così: “E se pure obbedite, ma già nella prescienza divina si sa che sarete respinti, cesserete di obbedire”. Certo, questo è verissimo, proprio così, eppure è estremamente improbo, importuno, sconveniente; è un discorso non falso, ma applicato in maniera non salutare alla debolezza della costituzione umana.

1724. (De praed. sanct. 11,21). Veramente, se l’Apostolo dice: Perciò la promessa viene dalla fede, così che secondo la grazia sia sicura la promessa a tutta la posterità 91, mi meraviglio che gli uomini preferiscano affidarsi alla loro debolezza piuttosto che alla sicurezza della promessa divina. Ma, si obietta, è incerta la volontà di Dio nei miei riguardi. E che dunque? E’ forse certa per te la tua volontà riguardo a te stesso? E non hai paura? Quello che sembra stare in piedi, badi di non cadere 92. Se dunque sono incerte entrambe le volontà, perché l’uomo non affida la sua fede, speranza e carità a quella più salda invece che a quella più debole?

1725. (De dono persev. 22,62). Allora guardatevi dal perdere la speranza a vostro riguardo perché vi si ordina di riporla in lui e non in voi. Maledetto chiunque ha speranza nell’uomo 189; è bene confidare nel Signore piuttosto che confidare nell’uomo 190, perché sono beati tutti quelli che confidano in lui 191. Stringendovi a questa speranza, servite il Signore nel timore ed esultate di fronte a lui con tremore 192;… a cui diciamo ogni giorno: Non abbandonarci alla tentazione 194…O forse bisogna temere che l’uomo disperi di se stesso, quando gli si dimostra che deve riporre la sua speranza in Dio, mentre non si dispererebbe se unendo l’estrema superbia all’estrema abiezione la ponesse in se stesso?

.1726. (De dono persev. 22,62). E anche quel modo di esprimersi che secondo me dev’essere usato nel predicare la predestinazione, pure penso che non deve bastare a chi parla di fronte al popolo, se non si aggiunge anche questo avvertimento o altro del genere, e cioè: Voi dunque anche la perseveranza nell’obbedire dovete sperarla dal Padre della luce, dal quale ogni concessione ottima e ogni dono perfetto 188 discende. Dovete chiederla nelle preghiere quotidiane, e facendo ciò confidare che voi non siete estranei al popolo dei suoi predestinati, perché è lui che vi largisce anche di fare ciò.

1727. (ib. 22,59). dal Signore sono diretti i vostri passi 186 affinché voi vogliate camminare nella sua via, e dalla vostra stessa corsa, se è buona e retta, imparate che voi fate parte dei predestinati alla grazia divina.