LA GRAZIA DI CRISTO – PARTE III

7La grazia efficace e il libero arbitrio.

CAPITOLO XVIII

L’esistenza della grazia e del libero arbitrio si completano.

SOMMARIO. Innanzitutto difende il libero arbitrio contro i Manichei. Negli ultimi anni di vita rispose alle critiche di alcuni monaci di Adrumeto che ritenevano che la sua dottrina della grazia negasse il libero arbitrio, inviando loro il libro “La grazia e il libero arbitrio” in cui difendeva sia la grazia che il libero arbitrio. In molti testi della Scrittura mostra l’esistenza del libero arbitrio. I precetti divini non gioverebbero agli uomini se non avessero il libero arbitrio. Il volere e il non volere è della propria volontà: 1728-1731. Per non intendere che il libero arbitrio sia il luogo della grazia di Dio da non abbandonare, cita la Scrittura perché insegni che non si può fare niente di buono senza la grazia. L’osservanza dei comandamenti è un dono di Dio per aiutare il libero arbitrio. Dio fa che vogliamo il bene, fornendo forze efficacissime alla volontà. Così la volontà da cattiva si muta in buona; da piccola e invalida diventa grande e robusta: 1732-1739.

1728. (De gr. et lib. arb. 1,1). Molto ormai abbiamo discusso a motivo di quelli che nella loro predicazione osano negare la grazia di Dio e si provano ad eliminarla…Ma alcuni sostengono la grazia di Dio in maniera tale da negare il libero arbitrio dell’uomo, o pensano che sostenendo la grazia si neghi il libero arbitrio; per questo motivo, spinto dal reciproco sentimento di affezione, mi sono preoccupato di indirizzare qualcosa per iscritto alla Carità tua, fratello Valentino, e di voi tutti che insieme servite Dio. Infatti mi sono state portate notizie a vostro riguardo, fratelli, da parte di alcuni che appartengono alla vostra comunità e che da essa sono venuti presso di noi; poiché su tale questione avete delle divergenze, abbiamo approfittato di queste stesse persone per indirizzarvi il nostro scritto. Dunque, o carissimi, perché non vi turbi l’oscurità di questo problema, vi esorto in primo luogo a rendere grazie a Dio di quelle cose che comprendete; ma qualunque cosa vi sia a cui lo sforzo della vostra mente non possa ancora pervenire, osservando la pace e la carità fra di voi, pregate dal Signore di capire.

1729. (ib. 2,2). D’altra parte per mezzo delle Scritture sue sante ci ha rivelato che c’è nell’uomo il libero arbitrio della volontà. In qual maniera poi lo abbia rivelato, ve lo ricordo non con le mie parole umane, ma con quelle divine. In primo luogo gli stessi precetti divini non gioverebbero all’uomo, se egli non avesse il libero arbitrio della propria volontà per mezzo del quale adempie questi precetti e giunge quindi ai premi promessi. Infatti essi sono stati dati per questo, perché l’uomo non potesse addurre la giustificazione dell’ignoranza, come il Signore dice nel Vangelo riguardo ai Giudei: Se io non fossi venuto e non avessi parlato a loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno giustificazioni per il peccato 2.

1730. (ib. 2,4). E che significa il fatto che Dio ordina in tanti passi di osservare e di compiere tutti i suoi precetti? Come lo può ordinare, se non c’è il libero arbitrio? E quel beato di cui il Salmo dice che la sua volontà fu nella legge del Signore 7, non chiarisce forse abbastanza che l’uomo perdura di propria volontà nella legge di Dio? E poi sono tanto numerosi i precetti che in un modo o nell’altro fanno riferimento nominale proprio alla volontà, come per esempio: Non voler essere vinto dal male 8; e altri simili, come: Non vogliate diventare come il cavallo e il mulo, che non possiedono l’intelletto 9; poi: Non voler respingere i consigli della madre tua 10; e: Non voler essere saggio di fronte a te stesso 11; Non voler trascurare la disciplina del Signore 12; Non voler dimenticare la legge 13; Non voler fare a meno di beneficare chi ha bisogno 14; Non voler macchinare cattiverie contro il tuo amico 15;… Gli innumerevoli passi di questo genere nei Testi antichi della parola divina che cosa dimostrano, se non il libero arbitrio della volontà umana? E anche i nuovi Libri dei Vangeli e degli Apostoli è proprio questo che rendono chiaro, quando dicono: Non vogliate ammucchiarvi tesori sulla terra 19;…e: Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso 21;.. E anche l’apostolo Paolo dice: Faccia quello che vuole, non pecca se sposa; ma chi ha preso una risoluzione nel suo cuore, non avendo necessità, ma anzi piena padronanza del proprio volere, e questo ha stabilito, di conservare la sua vergine, fa bene 23. Alla stessa maniera dice ancora: Se faccio ciò volontariamente, ne ricevo ricompensa 24; e in un altro passo: Siate sobri giustamente, e non vogliate peccare 25;… e così tutti gli altri passi di tal genere. Quindi certamente quando si dice: Non volere questo o non volere quello, e quando negli ammonimenti divini a fare o a non fare qualcosa si richiede l’opera della volontà, il libero arbitrio risulta sufficientemente dimostrato. Nessuno dunque, quando pecca, accusi Dio nel suo cuore, ma ciascuno incolpi se stesso; e quando compie un atto secondo Dio, non ne escluda la propria volontà. Quando infatti uno agisce di proprio volere, è allora che bisogna parlare di opera buona ed è allora che per quest’opera buona bisogna sperare la ricompensa da Colui del quale è detto: Renderà a ciascuno secondo le sue opere 35.

1731. (ib. 3,5). Quando poi l’uomo afferma: Non posso fare quello che viene ordinato, perché sono vinto dalla mia concupiscenza 43, già a questo punto non adduce più la giustificazione dell’ignoranza, né in cuor suo accusa più Dio, ma riconosce in sé il male e se ne duole; tuttavia a lui dice l’Apostolo: Non voler essere vinto dal male, ma vinci il male con il bene 44. E appunto se ad uno è detto: Non voler essere vinto, si fa richiamo senza dubbio all’arbitrio della sua volontà. Infatti volere e non volere appartengono alla volontà dell’individuo.

1732. (ib. 4,6). C’è però un pericolo: tutte queste testimonianze divine in difesa del libero arbitrio, e quante altre ve ne sono, senza alcun dubbio numerosissime, potrebbero essere intese in maniera tale da non lasciare spazio all’aiuto e alla grazia di Dio, necessari per la vita pia e le buone pratiche alle quali è dovuta la mercede eterna. Inoltre l’uomo nella sua miseria, quando vive bene e opera bene, o piuttosto si crede di vivere bene ed operare bene, potrebbe gloriarsi in se stesso e non nel Signore

1733. (ib. 4,7). Fin qui, carissimi, abbiamo provato, con le testimonianze delle sante Scritture citate sopra, che per vivere bene e agire rettamente c’è nell’uomo il libero arbitrio della volontà; ma adesso vediamo anche quali siano le testimonianze divine sulla grazia di Dio, senza la quale nulla di buono possiamo compiere. E in primo luogo dirò qualcosa proprio su ciò che voi professate. Infatti non vi accoglierebbe questa comunità nella quale vivete in continenza, se non disprezzaste i piaceri coniugali. E’ qui il punto: quando i discepoli obiettarono ai ragionamenti del Signore: Se tale è la condizione dell’uomo con la moglie, non conviene sposare, egli rispose loro: Non tutti comprendono questa parola, ma solo quelli ai quali è concesso 47. Non è forse al libero arbitrio di Timoteo che l’Apostolo rivolge la sua esortazione dicendo: Mantieni puro te stesso 48 ? E proprio riguardo a questo consiglio dimostra il potere della volontà, quando dice: Non avendo necessità, ma anzi piena padronanza del proprio volere, di conservare la sua vergine 49. Eppure: Non tutti comprendono questa parola, ma solo quelli ai quali è concesso. Infatti coloro ai quali non è concesso, o non vogliono o non riescono a portare a termine ciò che vogliono; mentre coloro ai quali è concesso, vogliono così da compiere ciò che vogliono. Ora, il fatto che questa parola, che non è compresa da tutti, sia compresa da alcuni, è insieme dono di Dio e libero arbitrio.

1734. (ib. 4,8). Nella legge di Dio ci sono moltissimi precetti contro le fornicazioni e gli adultèri; cos’altro indicano se non il libero arbitrio? Non verrebbero certo impartiti se l’uomo non avesse una volontà propria, con la quale obbedire alle norme divine. E tuttavia questo è un dono di Dio, e senza di esso non si possono osservare le norme della castità. Perciò si dice nel libro della Sapienza: Sapendo che nessuno può essere continente se non lo concede Dio; e questo stesso apparteneva alla sapienza: sapere di chi fosse questo dono 53. Ma a non osservare questi santi precetti di castità, ciascuno è tentato perché attratto ed allettato dalla propria concupiscenza 54. A questo punto se qualcuno dicesse: Voglio osservare la castità, ma sono vinto dalla mia concupiscenza, la Scrittura risponde al suo libero arbitrio quello che ho già detto sopra: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene 55. Ma perché ciò sia fatto, presta aiuto la grazia; e se questa nega il suo soccorso, la legge non sarà null’altro che la forza del peccato….Ma rendiamo grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo 57. Dunque anche la vittoria con la quale si vince il peccato nient’altro è se non un dono di Dio, che in questa lotta aiuta il libero arbitrio.

1735. (ib. 5,12). In effetti l’apostolo Paolo, quando perseguitava la Chiesa, un merito lo aveva certamente, ma era un merito negativo; per cui dice: Non sono degno di essere chiamato Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio 68. Allora, se aveva questo merito nel male, gli fu reso bene per male; perciò prosegue col dire: Ma per grazia di Dio sono quello che sono. E per mostrare anche il libero arbitrio aggiunge poi: E la sua grazia in me non fu vana, ma mi sono adoperato più di tutti loro 69. Questo libero arbitrio dell’individuo egli lo sprona anche negli altri, dicendo: Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio 70. Ma in qual maniera li potrebbe esortare a questo, se ricevendo la grazia perdessero la propria volontà? Tuttavia perché non si pensi che la buona volontà di per se stessa possa fare qualcosa di buono senza la grazia di Dio,… aggiunge: Non io però, ma la grazia di Dio con me 71. Evidentemente vuol dire: “Non da solo, ma la grazia di Dio era con me”; e perciò non intende parlare né della grazia di Dio sola, né di se stesso da solo, ma della grazia di Dio insieme con lui. Ma quando fu chiamato dal cielo e fu convertito da una chiamata così grande ed efficace, la grazia di Dio era sola, perché quello che aveva meritato era grande, ma in senso cattivo.

1736. (ib. 15,319). Ma perché non si creda che in ciò nulla possano fare gli uomini di per se stessi a mezzo del libero arbitrio,… Rammentiamoci che Colui che dice: e convertitevi e vivrete, è lo stesso cui si dice: Convertici, o Signore 151. Rammentiamoci che egli ordina: Scacciate da voi tutte le vostre empietà, anche se è egli stesso che giustifica l’empio 152. Rammentiamoci ancora che è sempre il medesimo ad affermare: Createvi un cuore nuovo e uno spirito nuovo, e: Vi darò un cuore nuovo e metterò in voi uno spirito nuovo 153. Come mai Colui che dice: Createvi, dice anche: Vi darò? Perché ordina, se è lui che deve dare? Perché dà, se è l’uomo che deve agire? L’unico motivo è che egli dà quello che ordina, mentre presta l’aiuto per agire a colui che riceve l’ordine. Sempre c’è in noi una volontà libera, ma non sempre essa è buona. Infatti o essa è libera dal vincolo della giustizia, quando è serva del peccato, e allora è cattiva; o è libera dal vincolo del peccato, quando è serva della giustizia 154, e allora è buona. Ma la grazia di Dio è sempre buona, e per mezzo di essa avviene che sia uomo di buona volontà quello che prima era di volontà cattiva. Sempre per mezzo di essa avviene anche che la stessa volontà buona, quando ormai ha cominciato ad esistere, si accresca e diventi tanto grande da essere in grado di adempiere i precetti divini che vuole, se vuole intensamente e perfettamente. A questo infatti serve ciò che sta scritto: Se vorrai, osserverai i precetti 155; l’uomo che ha voluto ma non ha potuto, deve comprendere che egli non ha voluto ancora pienamente, e deve pregare per avere una volontà tanto grande quanta ne basta ad adempiere i precetti. Così egli viene aiutato a fare ciò che gli è ordinato.

1737. (ib. 16,32). I pelagiani credono di sapere una grande verità, quando dicono: “Dio non darebbe un ordine, se sapesse che non può essere adempiuto dall’uomo”. E chi non lo sa? Ma proprio per questo ordina cose che non possiamo fare, affinché comprendiamo che cosa dobbiamo chiedere a lui. La fede è appunto quella che con la preghiera ottiene ciò che la legge ordina….E’ certo che siamo noi a fare, quando facciamo; ma è lui a fare sì che noi facciamo,… poiché la volontà è preparata dal Signore 1…e poi: E’ Dio che opera in voi il volere 165…E’ certo che siamo noi a fare, quando facciamo; ma è lui a fare sì che noi facciamo, fornendo forze efficacissime alla volontà;

1738. (ib 17,33). Chi dunque vuole attuare un comandamento di Dio e non può, certo egli ha già la volontà buona, ma ancora piccola e debole; potrà, quando l’avrà grande e robusta. Quando infatti i martiri adempirono a quei grandi precetti, lo fecero sicuramente per grande volontà, cioè per grande carità; e di questa carità il Signore stesso dice: Amore maggiore di questo nessuno lo possiede, di dare la propria vita per i suoi amici 169…Ma è proprio la carità che l’apostolo Pietro non possedeva ancora, quando per paura rinnegò il Signore tre volte. Infatti nell’amore non c’è timore, come dice Giovanni evangelista nella sua lettera: Anzi il perfetto amore scaccia il timore 171. E tuttavia la carità, benché piccola e imperfetta, a Pietro non mancava, quando diceva al Signore: Darò per te la mia vita 172; infatti pensava di poterlo fare perché sentiva di volerlo. E chi aveva cominciato a dare questa carità, benché ancora piccola, se non Colui che prepara la volontà, e cooperando porta a termine quello che operando ha iniziato? Perché è proprio lui che dando l’inizio opera affinché noi vogliamo, e poi nel portare a termine coopera con coloro che già vogliono. Per questo l’Apostolo dice: Sono sicuro che Colui che opera in voi un’opera buona, la condurrà a termine fino al giorno di Cristo Gesù 173. Dunque Egli fa sì che noi vogliamo senza bisogno di noi; ma quando vogliamo, e vogliamo in maniera tale da agire, coopera con noi. Tuttavia senza di lui che opera affinché noi vogliamo o coopera quando vogliamo, noi non siamo validi a nessuna delle buone opere della pietà.

1739. (ib. 21,43). Per mezzo di queste testimonianze delle parole divine,… si rivela a sufficienza, a quanto credo, che il Signore opera nel cuore degli uomini per inclinare le loro volontà dovunque voglia…Egli dunque, o attraverso gli angeli, sia del bene che del male, o in qualunque altro modo, è in grado di agire anche nel cuore dei malvagi, secondo quanto hanno meritato; eppure non è lui che ha prodotto la loro malizia, ma essa è stata tratta originariamente da Adamo o è stata accresciuta dalla loro propria volontà. E allora che c’è di strano se per mezzo dello Spirito Santo egli opera il bene nel cuore dei suoi eletti, dato che ha pure operato perché questi cuori si trasformino da malvagi in buoni?.

CAPITOLO XIX

La liberazione del libero arbitrio attraverso la grazia.

SOMMARIO. La questione della grazia e del libero arbitrio della volontà è molto difficile. C’è una doppia economia; la grazia e il libero arbitrio nello stato della natura innocente, e nello stato di natura caduta e riparata. Nella prima economia è mostrato cosa possa fare il libero arbitrio; nella seconda cosa può il beneficio della grazia: 1740-1746. Agostino non mette la necessità di peccare nel libero arbitrio privato della grazia, mette la necessità della grazia per liberarlo dalla servitù del peccato: 1747-1752. Obiettando i Pelagiani che Agostino per difendere la grazia inclina verso i Manichei togliendo la libertà, invece Agostino distingue libero arbitrio e libertà. Il libero arbitrio rimane dopo il peccato del primo uomo, deve tuttavia essere liberato dalla grazia perché la libertà attinga il bene: 1753-1755. Respinge la definizione di libertà data da Giuliano.; 1756-1758. Se vogliamo difendere la libertà non ostacolino la grazia, da cui il libero arbitrio è sanato. La volontà sarà tanto più libera, quanto più sana; tanto più sana quanto più soggetta alla grazia divina. Chi possiede la grazia possiede una liberissima e invincibile volontà: 1759-1764.

1740. (De gr. Chr. 47,52). Ma poiché la matassa dei rapporti tra l’arbitrio della volontà e la grazia di Dio è talmente difficile a dipanarsi che, quando si difende il libero arbitrio sembra negata la grazia, e quando viceversa si asserisce la grazia si crede portato via il libero arbitrio,

1741. (De corr. et gr. 10, 27-28). Su tutto questo problema noi confessiamo nella maniera più salutare quello che crediamo nella maniera più retta : Dio,… dette alla vita degli angeli e degli uomini un ordinamento tale da dimostrare in essa prima quale potere avesse il loro libero arbitrio e poi quale potere avessero il beneficio della sua grazia e il giudizio della sua giustizia…28. Allo stesso modo Dio creò anche l’uomo in possesso del libero arbitrio, e benché questi ignorasse se doveva cadere o no, tuttavia era beato in quanto sentiva che il non morire e non diventare infelice era in suo potere. E se avesse voluto rimanere, appunto attraverso il libero arbitrio, in questo stato integro e senza difetto, certamente senza aver sperimentato affatto la morte e l’infelicità, avrebbe ricevuto per merito di tale perseveranza quella pienezza di beatitudine della quale sono beati anche i santi angeli, cioè la beatitudine di non poter più cadere e di saperlo con assoluta certezza…Ma poiché attraverso il libero arbitrio abbandonò Dio, sperimentò il suo giusto giudizio e fu condannato con tutta la sua stirpe, che consistendo allora interamente in lui, peccò tutta con lui. Quanti di questa stirpe sono liberati ad opera della grazia di Dio, vengono liberati proprio dalla condanna nella quale ormai sono tutti serrati.

1742. (ib 11,29). E allora? Adamo non ebbe la grazia di Dio? Anzi al contrario l’ebbe e grande, ma diversa. Egli si trovava fra i beni che aveva ricevuto dalla bontà del suo Creatore; infatti quei beni nei quali egli non subiva alcun male, non se li era procacciati con i suoi meriti nemmeno lui. Invece i santi, ai quali è diretta questa grazia della liberazione, in questa vita si trovano tra i mali, e perciò gridano a Dio: Liberaci dal male 96…Egli non aveva bisogno di quell’aiuto che implorano questi quando dicono: Vedo nelle mie membra un’altra legge, che si ribella alla legge della mia mente e mi imprigiona nella legge del peccato, che è nelle mie membra. Uomo infelice che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per Gesù Cristo nostro Signore 97.

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1743. (ib. 11,32). Dunque Dio aveva dato all’uomo la volontà buona, perché in essa certo lo aveva creato Colui che lo aveva creato retto; gli aveva dato un aiuto senza il quale non avrebbe potuto permanere in questa virtù se lo avesse voluto, ma volerlo o no lo lasciò al suo libero arbitrio…il fatto che non volle dipese dal libero arbitrio, che allora era libero al punto che poteva volere sia bene che male.

1744. (ib. 12,35). Dunque a lui fu data con la sua stessa creazione una volontà libera, senza alcun peccato, ed egli la fece serva del peccato; invece la volontà dei martiri, dopo essere stata serva del peccato, fu liberata per mezzo di Colui che disse: Se sarà il Figlio a liberarvi, allora sarete veramente liberi 108. Essi per tutta la durata di questa vita possono, sì, trovarsi a lottare contro le brame del peccato,… I santi non restano ulteriormente soggetti a questo peccato, non perché siano liberi per la condizione primitiva, come Adamo, ma perché sono liberati per la grazia di Dio dal secondo Adamo; e per questa liberazione entrano in possesso di un libero arbitrio che usano per servire Dio, non per essere catturati dal diavolo.

1745. (ib. 12,37). Il primo uomo non ricevette questo dono di Dio, cioè la perseveranza nel bene, ma perseverare o no fu lasciato al suo libero arbitrio, e questo ne era il motivo: la volontà di Adamo era stata creata senza alcun peccato e non le si opponeva nessuna forma di concupiscenza che sorgesse da lui; avendo dunque la sua volontà forze così grandi, giustamente l’arbitrio di perseverare era affidato a tanta bontà e a tanta facilità di vivere nel bene…Ma ora, dopo che a causa del peccato è stata perduta quella grande libertà, è rimasta una debolezza che dev’essere soccorsa con doni ancora maggiori.

1746. (ib. 12,38). In tal modo, poiché non riescono a perseverare se non a condizione che possano e vogliano, viene donato ad essi dalla generosità della grazia divina tanto la possibilità quanto la volontà di perseverare. La loro volontà è accesa a tal punto dallo Spirito Santo che essi possono perché così vogliono; e così vogliono perché Dio opera affinché vogliano. Ammettiamo che nell’estrema debolezza di questa vita…sia lasciata loro la propria volontà, affinché rimangano, se lo vogliono, nell’aiuto di Dio senza il quale non potrebbero perseverare; ammettiamo ancora che Dio non operi in essi affinché vogliano; tra tali e tante tentazioni la volontà soccomberebbe per la propria debolezza. E allora non potrebbero perseverare, perché cedendo per la loro debolezza non vorrebbero, oppure per la debolezza della loro volontà non vorrebbero fino al punto di potere. Dunque si è prestato soccorso alla debolezza della volontà umana così che essa sia mossa dalla grazia divina in maniera indeclinabile e insuperabile; perciò, per quanto debole, non viene meno e non è vinta da alcuna avversità. Così avvenne che la volontà dell’uomo, debole e fiacca, perseverasse per virtù di Dio in un bene ancora piccolo, mentre la volontà del primo uomo, forte e sana, affidandosi alla virtù del libero arbitrio, non perseverò in un bene più grande. Non gli sarebbe mancato l’aiuto di Dio senza il quale egli non avrebbe potuto perseverare anche se avesse voluto; esso però non era tale che Dio operasse in lui il volere. A chi era fortissimo lasciò e permise di fare quello che volesse; per i deboli ebbe cura che grazie al suo dono invincibilmente volessero ciò che è bene e invincibilmente non volessero abbandonarlo.

1747. (De div. quaest. ad Simpl. q.1,11). C’è in me infatti – prosegue – il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo 43 . A quanti non intendono rettamente sembra, con queste parole, quasi sopprimere il libero arbitrio. Ma come lo elimina quando dice: Il volere è alla mia portata ? Certamente infatti lo stesso volere è in nostro potere, perché è alla nostra portata; però il non potere fare il bene è conseguenza del peccato originale. Questa non è infatti la natura originaria dell’uomo ma la pena del peccato:

1748. (C. Iul. o.i. I 47). Molti sono appunto i mali che gli uomini fanno e dai quali sarebbe per loro libero astenersi, ma per nessuno è tanto libero quanto lo era per Adamo, che davanti al suo Dio, dal quale era stato creato retto, stava assolutamente puro da qualsiasi vizio.

1749. (De pecc. mer. et rem. II 4) la concupiscenza stessa rimane durante questa vita per essere combattuta, senza che possa nuocere minimamente a coloro che non le prestano ascolto in azioni illecite,

1750. (De pecc. orig. II 40,44). gli stessi desideri viziosi che con la loro presenza non comportano in noi nessun reato di colpa se non consentiamo ad essi

1751. (De Spir. et litt.34,60). non è in potere di nessuno scegliere che cosa gli deve sorgere in mente, ma è in potere della propria volontà di ciascuno consentire o dissentire.

1752. (De nat. et gr. 67,80). Veniamo a noi. Costui scrive: “Similmente il vescovo Agostino nei suoi libri Sul libero arbitrio! afferma: Qualunque sia la causa che muove la nostra volontà, se è tale da non poterle resistere, non sarà peccato cedere ad essa. Se invece è possibile resistere, non si ceda e non si peccherà. O forse è tale da ingannare l’incauto? Provveda dunque a non farsi ingannare. Oppure l’inganno è così sottile da non potersi assolutamente evitare? Se fosse così, non ci sarebbe nessun peccato. Chi pecca infatti facendo ciò che non si può in nessun modo evitare? Invece si pecca e allora vuol dire che si può evitare 280“. Lo riconosco: sono le mie parole. Ma anche costui voglia riconoscere tutto quello che è stato detto prima di esse. Si tratta appunto della grazia divina che per mezzo del Mediatore ci viene in soccorso come sua medicina, non si tratta dell’impossibilità della giustizia. Si può dunque resistere a quella causa, qualunque sia; lo si può benissimo. A tale scopo infatti chiediamo l’aiuto dicendo: Non ci indurre in tentazione 281. E non chiederemmo l’aiuto, se credessimo di non poter resistere in nessun modo. Ci si può guardare dal peccato, ma con l’aiuto di colui che non si può ingannare.

1753. (De nupt. et conc. II 3,8). Chiunque tu sia a fare questo discorso, le cose non stanno come dici tu, non stanno così; ti sbagli di grosso, oppure vuoi deliberatamente ingannare. Noi non neghiamo il libero arbitrio. Dice la Verità: Se il Figlio vi libererà, allora sarete veramente liberi 5. Voi negate questo liberatore ai prigionieri, ai quali attribuiste una falsa libertà. Se uno è stato sconfitto da un altro, dice la Scrittura, è ritenuto suo servo 6. Nessuno si libererà da questo vincolo di schiavitù, dal quale nessun uomo è immune, senza la grazia di un Liberatore.

1754.(C. duas ep. Pel. I 2,5). Nel difendere però il libero arbitrio precipitano fino a confidare in esso piuttosto che nell’aiuto del Signore per poter osservare la giustizia e fino a spingere ciascuno a vantarsi di sé e non nel Signore 2. Chi di noi poi direbbe che per il peccato del primo uomo sia sparito dal genere umano il libero arbitrio? Certo per il peccato sparì la libertà, ma la libertà che esisteva nel paradiso di possedere la piena giustizia insieme all’immortalità. Per tale perdita la natura umana ha bisogno della grazia divina, secondo le parole del Signore: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero 3; liberi, s’intende, per poter vivere in modo buono e giusto. Infatti è tanto vero che non è sparito nel peccatore il libero arbitrio che proprio per mezzo di esso peccano gli uomini, specialmente tutti coloro che peccano con piacere e amore del peccato, acconsentendo a ciò che fa loro piacere. Per cui anche l’Apostolo scrive: Quando eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia 4. Ecco, si dichiara che non avrebbero potuto sottostare in nessun modo nemmeno alla schiavitù del peccato se non in forza di un’altra libertà. Liberi nei riguardi della giustizia non lo sono dunque se non in forza dell’arbitrio della volontà, ma liberi dal peccato non lo diventano se non in forza della grazia del Salvatore. Per questo appunto l’ammirabile Dottore ha differenziato anche gli stessi vocaboli, scrivendo: Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. Ma quale frutto raccoglieste allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna 5. Dice liberi nei riguardi della giustizia, non liberati; dal peccato invece non dice liberi, perché non l’attribuissero a sé, ma con grande accorgimento preferisce dire: liberati, riferendosi così alla famosa sentenza del Signore: Se il Figlio vi avrà liberati, allora sarete liberi davvero. Poiché dunque i figli degli uomini non vivono bene se non dopo esser diventati figli di Dio, che pretesa è quella di costui (Giuliano) d’attribuire al libero arbitrio il potere di vivere bene, quando tale potere non è dato se non dalla grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, come dice il Vangelo: A quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio 6?

1755. (De corr. et gr. 1,2). Pertanto bisogna ammettere che noi possediamo il libero arbitrio per fare sia il bene che il male; ma nel fare il male ognuno è libero dal vincolo della giustizia e servo del peccato 6; nel bene invece nessuno può essere libero se non sarà stato liberato da Colui che ha detto: Se sarà il Figlio a liberarvi, allora sarete veramente liberi 7. Eppure, quando uno è stato liberato dalla dominazione del peccato, non se ne deve concludere che non ha più bisogno dell’aiuto del suo Liberatore; anzi piuttosto, sentendosi dire: Senza di me nulla potete fare 8, sia lui stesso a chiedere: Sii il mio aiuto, non abbandonarmi 9.

1756. (C. Iul. o.i. VI 11). Giuliano: “La libertà poi non è nient’altro che la possibilità del bene e del male, ma volontario.”

Agostino: Infatti se, come dici tu, ” la libertà è soltanto la possibilità del bene e del male volontario “, non ha la libertà Dio nel quale non c’è la possibilità di peccare. Se poi cerchiamo nell’uomo il libero arbitrio congenito e assolutamente inamissibile, esso è il libero arbitrio per cui tutti vogliono essere beati, anche coloro che non vogliono usare i mezzi che conducono alla beatitudine.

1757. (De praed. sanct. 15,30). C’era forse da temere che col progredire dell’età quell’uomo peccasse attraverso il libero arbitrio? O invece in lui la volontà non era libera? O non piuttosto egli era tanto più libero quanto meno poteva sottomettersi al peccato?

1758. (De civ. Dei XXII 30,3). Non perché i peccati non potranno attrarli, i beati non avranno il libero arbitrio, anzi sarà tanto più libero dall’attrazione del peccato perché reso libero fino all’inflessibile attrazione del non peccare. Il primo libero arbitrio, che fu dato all’uomo quando all’inizio fu creato innocente, poteva non peccare ma anche peccare; l’ultimo sarà tanto più libero perché non potrà peccare, ma anche questo per dono di Dio e non per una sua personale prerogativa. Un conto è essere Dio e un altro essere partecipi di Dio. Dio per natura non può peccare; chi invece partecipa di Dio ha ricevuto da lui di non poter peccare…Ma forse che si deve negare che Dio ha il libero arbitrio perché non può peccare?…4. Vi sarà dunque nella città dell’alto una sola libera volontà in tutti e inseparabile in ognuno, resa libera da ogni male e ripiena di ogni bene, che gode senza fine della dolcezza delle gioie eterne, immemore delle colpe, immemore delle pene, ma non della sua liberazione affinché non sia ingrata al suo liberatore.

1759. (Ep. 217 3,8). Se veramente vogliamo difendere il libero arbitrio, cerchiamo di non combattere ciò con cui diventa libero. Infatti, chi combatte la grazia, che rende libero il nostro arbitrio, in modo che possa evitare il male e fare il bene 16, è proprio lui a volere che il suo libero arbitrio sia ancora schiavo. Rispondimi, per cortesia, qual è il senso della frase dell’Apostolo che dice: Ringraziando il Padre che ci ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce; è stato lui a strapparci al potere delle tenebre e a trasportarci nel regno del Figlio suo prediletto 17, se non è lui a liberare il nostro arbitrio, ma è questo a liberarsi da se stesso?

1760. (ib 217 6.23). Come mai può affermarsi che negano il libero arbitrio della volontà coloro che riconoscono che ogni uomo, il quale crede con la propria coscienza in Dio, non crede se non con la propria libera volontà, mentre a combattere il libero arbitrio sono piuttosto coloro che combattono la grazia di Dio, poiché è la vera grazia a renderlo libero e capace di scegliere e compiere il bene?

1761. (De Spir. et litt. 30,52). Eliminiamo dunque per la grazia il libero arbitrio? Non sia mai, ma piuttosto lo confermiamo. Come infatti la legge non si elimina per la fede 313, così il libero arbitrio non si elimina, ma si conferma per la grazia. La legge si osserva solo con il libero arbitrio. Ma per la legge si ha la cognizione del peccato 314, per la fede l’impetrazione della grazia contro il peccato, per la grazia la sanazione dell’anima dal vizio del peccato, per la sanazione dell’anima la libertà dell’arbitrio, per il libero arbitrio l’amore della giustizia, per l’amore della giustizia l’osservanza della legge. Come dunque la legge non si elimina, ma si conferma per la fede, perché la fede impetra la grazia di poter praticare la legge, così il libero arbitrio non si elimina per la grazia, ma si conferma, perché la grazia risana la volontà con la quale si ami liberamente la giustizia. Tutti questi fattori che ho concatenato hanno nelle Scritture sante la loro voce. La legge dice: Non desiderare 315. La fede dice: Risanami, contro di te ho peccato 316. La grazia dice: Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio 317. La salute dice: Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai guarito 318. Il libero arbitrio dice: Di tutto cuore ti offrirò un sacrificio 319. L’amore della giustizia dice: Gli empi mi hanno raccontato le loro delizie; ma non sono come la tua legge, Signore 320.

1762. (Ep. 157 2,8). In effetti la libera volontà sarà tanto più libera quanto più sarà sana e tanto più sana quanto più sarà sottomessa alla misericordia e alla grazia divina,

1763. (De corr. et gr. 8,17). A questo punto, se mi si dovesse chiedere perché Dio non dà la perseveranza a coloro ai quali ha dato la carità per vivere cristianamente, rispondo che io non lo so. Io infatti non con arroganza, ma riconoscendo il mio limite, ascolto l’Apostolo che dice: O uomo, chi sei tu per rispondere a Dio? 57 e: O profondità delle ricchezze di sapienza e di scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e impenetrabili le sue vie! 58. Rendiamo dunque grazie per quanto egli si degna di manifestarci dei suoi giudizi; ma per quanto ce ne nasconde non mormoriamo contro le sue decisioni, ma riteniamo che anche ciò sia per noi estremamente salutare. Ma chiunque tu sia, nemico della grazia, che rivolgi quella domanda, tu stesso che ne dici? C’è di buono il fatto che non neghi di essere cristiano e ti vanti di essere cattolico. Se tu dunque confessi che è dono di Dio perseverare nel bene fino alla fine, penso che tu non sai, esattamente come me, perché quello riceva tale dono e l’altro non lo riceva, e nessuno di noi due qui può penetrare gli imperscrutabili disegni di Dio. Al contrario se tu pensi: il fatto che ciascuno perseveri o no nel bene riguarda il libero arbitrio dell’uomo (e questo tu lo sostieni non in accordo con la grazia di Dio, ma contro di essa) e se uno persevera non è Dio che glielo concede, ma lo realizza la volontà umana, allora che cosa escogiterai contro le parole di Colui che dice: Ho pregato per te, Pietro, perché la tua fede non venga meno 59 ? Oserai forse sostenere che anche malgrado la preghiera di Cristo perché non venisse meno la fede di Pietro, essa sarebbe venuta meno lo stesso se Pietro avesse voluto, cioè se non avesse voluto che essa perseverasse fino alla fine? Come se Pietro in qualche modo potesse volere qualcosa di diverso da ciò che Cristo pregava che egli volesse! Chiunque capisce che la fede di Pietro sarebbe perita nel momento in cui fosse venuta meno la volontà per la quale egli era fedele, e che sarebbe restata, se la volontà stessa si fosse conservata. Ma poiché la volontà è preparata dal Signore 60, la preghiera di Cristo per lui non poteva essere inefficace. Quando dunque ha pregato che la fede di Pietro non venisse meno, che cos’altro ha pregato se non che avesse nella fede una volontà assolutamente libera, forte, invitta, perseverante? Ecco in qual modo si difende secondo la grazia di Dio e non contro di essa la libertà del volere. Non è sicuramente con la libertà che la volontà umana consegue la grazia, ma è piuttosto con la grazia che consegue la libertà, insieme a una dilettevole stabilità e a una invincibile fortezza per perseverare.

1764. (In Io. ev. tr. 41 8). Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi (Gv 8, 34-36). Questa è la nostra speranza, o fratelli: che ci liberi colui che è libero, e, liberandoci, ci faccia suoi schiavi. Eravamo schiavi della cupidigia, e, liberati, diventiamo schiavi della carità. E’ quello che dice l’Apostolo: Voi, o fratelli, siete stati chiamati a libertà; soltanto non invocate la libertà a pretesto di una condotta carnale, ma servitevi a vicenda mediante la carità (Gal 5, 13). Non dica il cristiano: Sono libero, sono stato chiamato alla libertà; ero schiavo ma sono stato redento, e in forza della redenzione sono diventato libero; posso fare quindi ciò che voglio, nessuno ponga limiti alla mia volontà se sono libero. Ma se con questa volontà commetti il peccato, sei di nuovo schiavo del peccato. Non abusare quindi della libertà per abbandonarti al peccato, ma usala per non peccare. La tua volontà sarà libera se sarà buona. Sarai libero se sarai schiavo: libero dal peccato, schiavo della giustizia,

CAPITOLO XX

L’amore vittorioso ovvero la carità. Il mio peso, il mio amore.

SOMMARIO. Dio onnipotente toglie la durezza del cuore. Cambia anche il volere. Da non volenti trasforma in violenti: 1765-1769. Il libero arbitrio non si mantiene passivo, ma coopera con la grazia. Agiscono per agire, non perché gli stessi non facciano niente. Nessuno è aiutato se da lui niente viene mosso: 1770-1777. La grazia efficace è l’amore vittorioso o la carità, che supera la contraria concupiscenza. La grazia sa diventare soave ciò che non piace, e fa piacere più quello che Dio comanda che quello che lo impedisce; 1778-781. La grazia non impone la necessità, ma causa la vera libertà. Siamo attratti dalla libera soavità dell’amore. Perciò non c’è nessun vincolo di necessità, perché la libertà è la carità: 1782-1788. Psicologia della volontà. Il mio amore è il mio peso: sono trasportato ovunque sono trasportato: 1789-1800.

1765. (De gr. et lib. arb. 14,29). Infatti se la fede appartiene solamente al libero arbitrio e non viene data da Dio, per quale motivo preghiamo a favore di coloro che non vogliono credere per ottenere che credano? Senz’altro faremmo ciò invano, se non credessimo nella maniera più giusta che Dio onnipotente può convertire alla fede anche le volontà traviate e contrarie ad essa. Batte certo sul libero arbitrio dell’uomo chi dice: Oggi se udrete la voce di lui, non indurite i vostri cuori 144. Ma se Dio non potesse eliminare anche la durezza del cuore, non direbbe per bocca del Profeta: Toglierò loro il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne 145….Ma proprio questo cuore di pietra non significa altro che la volontà più dura, che assolutamente non si piega di fronte a Dio!

1766. (De dono persev. 23,63). In verità la Chiesa non pregherebbe perché sia data la fede ai non credenti, se non credesse che Dio rivolge a sé le volontà degli uomini dirette altrove o addirittura contro. Non pregherebbe di perseverare nella fede di Cristo, mai sedotta o vinta dalle tentazioni del mondo, se non credesse che è il Signore ad avere in suo potere il nostro cuore, e che perciò il bene che noi non osserviamo se non con la nostra propria volontà, non lo osserveremmo se proprio lui non operasse in noi anche il volere.

1767, (C. Iul. o.i. VI 10). Chi infatti ignora che nessuno crede se non con il libero arbitrio della volontà? Ma la volontà viene preparata dal Signore, né viene sottratta assolutamente alla schiavitù cattiva dovuta ai suoi meriti se non quando è preparata dal Signore con una grazia gratuita. Se infatti Dio non ci facesse volenti da nolenti, certamente non pregheremmo che vogliano credere coloro che non lo vogliono.

1768. (De corr. et gr. 14,43). Ma quando gli uomini, attraverso la riprensione, vengono o ritornano sulla via della giustizia, chi è che opera nei loro cuori la salvezza? Solo quel Dio che dà la crescita, chiunque sia a piantare e ad annaffiare, chiunque sia a lavorare nei campi o sugli arboscelli 141; quel Dio a cui nessun arbitrio umano resiste, se egli vuole salvare qualcuno. Infatti il volere e il non volere è in potere di chi vuole o non vuole, ma non può ostacolare la volontà divina né vincerne la potestà.

1769. (De praed. sanct. 8,13). E questa grazia, che occultamente viene concessa ai cuori umani dalla generosità divina, non viene rigettata dalla durezza di nessun cuore. Essa è donata appunto affinché per prima cosa sia tolta la durezza del cuore.

1770. (De corr. et gr. 2,4). Pertanto non s’illudano quelli che dicono: “Come mai ci viene predicato ed ordinato di allontanarci dal male e di fare il bene, se non siamo noi a fare ciò, ma il volerlo e l’operarlo è in noi opera di Dio?” 12. Anzi, cerchino piuttosto di comprendere che, se sono figli di Dio, essi sono mossi dallo Spirito di Dio, affinché compiano ciò che dev’essere compiuto e, quando hanno compiuto l’azione, rendano grazie a Colui da parte del quale sono stati mossi. Infatti essi sono mossi perché agiscano, non perché essi stessi non facciano niente; e per questo scopo viene mostrato ad essi che cosa debbano fare; così, quando lo fanno come bisogna farlo, cioè con l’amore e il piacere della giustizia, possono gioire di aver ricevuto la dolcezza che il Signore ha donato affinché la loro terra desse il proprio frutto 13. Ma quando non lo fanno, o non compiendo affatto il bene o compiendolo senza l’impulso della carità, devono pregare per ricevere quello che ancora non hanno.

1771. (De gr. et lib. arb. 21,42). Infatti l’Onnipotente provoca nel cuore degli uomini anche il moto della loro volontà, cosicché realizza per mezzo di essi quello che per mezzo di essi egli stesso ha voluto realizzare:

1772. (De perf. iust. hom. 19,40). Non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male 230. Perché infatti chiederemmo noi questi benefici pregando con tanto grande gemito, se dipendesse dalla volontà e dagli sforzi dell’uomo e non invece dalla misericordia di Dio 231? Non perché tutto ciò si fa senza la nostra volontà, ma perché la volontà non compie appieno quello che fa se non è aiutata da Dio.

1773. (De dono persev. 13,33). Noi dunque vogliamo, ma è Dio che opera in noi il volere; noi dunque operiamo, ma è Dio che opera in noi l’operare, secondo il suo beneplacito. Questo è utile a noi di credere e di sostenere, questo è pio, questo è vero, affinché la nostra confessione sia umile e sottomessa e sia rapportato tutto a Dio.

1774. (Serm. 156 11,11). Qualcuno mi dice: In conseguenza, se siamo mossi, non siamo noi ad operare, ma siamo condizionati. Rispondo: Al contrario, e sei tu ad agire e sei mosso ad agire; ed è allora che hai la facoltà di bene operare, se vieni mosso da chi è buono. Lo Spirito del Signore infatti che ti muove è colui che aiuta te che agisci. Lo stesso appellativo di “aiuto” ti mette innanzi la prova che anche tu ti trovi ad operare…Nessuno riceve aiuto se non fa nulla da parte sua.

1775. (Retr. I 23,2-3). Entrambe le cose, credere e ben operare, ci appartengono in virtù dell’arbitrio della volontà ed entrambe, tuttavia, ci vengono date attraverso lo Spirito della fede e della carità…3. In base però al medesimo criterio sopra applicato mentre è vero che entrambe le operazioni appartengono a Lui in quanto predispone la volontà, è altrettanto vero che entrambe appartengono a noi in quanto si verificano solo se lo vogliamo.

1776. (De gr. Chr. I 25.26). Dio infatti non solo ci ha donato il nostro potere e lo aiuta, ma anche suscita in noi il volere e l’operare 79. Non nel senso che non siamo noi a volere e non siamo noi a operare, ma perché senza il suo aiuto né vogliamo né facciamo alcunché di buono.

1777. (Serm. 169 11,13). Perciò chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te. Perciò ha creato chi non c’era a saperlo, fa giusto chi c’è a volerlo.

1778. (De pecc. mer. et rem. II 17,26). Gli uomini non vogliono fare ciò che è giusto per due ragioni: e perché rimane occulto se sia giusto e perché non è dilettevole. Infatti tanto più fortemente noi vogliamo qualcosa quanto meglio conosciamo la grandezza della sua bontà e quanto più ardentemente ci diletta. Ignoranza dunque e debolezza sono i vizi che impediscono alla volontà di determinarsi a fare un’opera buona o ad astenersi da un’opera cattiva. Ma che diventi noto quello che era nascosto e soave quello che non dilettava è dono della grazia di Dio, la quale aiuta le volontà degli uomini:

1779. (ib. II 17,27). Proprio per questa ragione ciascuno di noi ora sa e ora non sa iniziare, tirare avanti e finire una buona azione, ora ne sente diletto e ora non ne sente diletto: perché impari che non è in suo potere, ma è dono divino la sua scienza o il suo diletto, e cosi guarisca dalla vanità della superbia e conosca con quanta verità sia stato detto, non di questa terra, ma in senso spirituale: Il Signore donerà la soavità e la nostra terra produrrà il suo frutto 134. Tanto più dilettevole è una buona azione quanto più si ama Dio, somma e immutabile bontà e autore di tutti i beni di qualsiasi genere. Perché poi si ami Dio, l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, non per merito nostro, ma per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 135.

1780. (ib. II 19,32-33). Noi, per quanto c’è concesso, cerchiamo d’avere la sapienza e l’intelligenza di questa convinzione, se possiamo: il Signore, Dio buono, non dona nemmeno ai suoi santi o la scienza certa o la dilettazione vittrice di qualche giusta azione, perché sappiano che non da se stessi, ma da lui ricevono la luce che illumina le loro tenebre e la soavità che fa dare alla loro terra il suo frutto 149…33. Ora, quando imploriamo da Dio il suo aiuto per fare la giustizia e farla perfettamente, che altro imploriamo se non che apra per noi quanto era chiuso e renda soave quanto non era dilettevole? Perfino la necessità di chiedere quest’aiuto l’abbiamo imparata per sua grazia, mentre prima c’era nascosta, e per sua grazia siamo arrivati ad amare questa preghiera, mentre prima non ci dilettava, perché chi si vanta si vanti nel Signore 150 e non in sé.

1781. (De Spir. et litt. 29,51). L’anima che soffre sotto questo timore, finché non avrà vinto la concupiscenza cattiva… ricorra per la fede alla misericordia di Dio, perché le doni ciò che comanda e ispirandole la soavità della grazia per mezzo dello Spirito Santo le faccia trovare ciò che la legge comanda più dilettevole di ciò che la legge proibisce. Così la grandiosità della dolcezza di Dio, cioè la legge della fede, la sua carità, iscritta e diffusa nei cuori, si fa colma in coloro che sperano in lui, perché l’anima guarita non faccia il bene per timore di pena, ma per amore di giustizia 312.

1782. (C. Iul. o.i. III 112). Ora, quando imploriamo da Dio il suo aiuto per fare la giustizia e farla perfettamente, che altro imploriamo se non che apra per noi quanto era chiuso e renda soave quanto non era dilettevole? Perfino la necessità di chiedere quest’aiuto l’abbiamo imparata per sua grazia, mentre prima c’era nascosta, e per sua grazia siamo arrivati ad amare questa preghiera, mentre prima non ci dilettava, perché chi si vanta si vanti nel Signore 150 e non in sé.

1783. (In Io. ev. tr. 41,10). Perché, domanderà qualcuno, non è la libertà perfetta? Perché sento nelle mie membra un’altra legge in conflitto con la legge della mia ragione; per cui non quello che vorrei io faccio, – dice l’Apostolo – ma quello che detesto (Rm 7, 23 19). La carne ha voglie contrarie allo spirito e lo spirito desideri opposti alla carne, così che voi non fate ciò che vorreste (Gal 5, 17). Libertà parziale, parziale schiavitù: non ancora completa, non ancora pura, non ancora piena è la libertà, perché ancora non siamo nell’eternità. In parte conserviamo la debolezza, e in parte abbiamo raggiunto la libertà. Tutti i nostri peccati nel battesimo sono stati distrutti; ma è forse scomparsa la debolezza, dato che è stata distrutta l’iniquità? Se essa fosse scomparsa, si vivrebbe in terra senza peccato. Chi oserà affermare questo se non chi è superbo, se non chi è indegno della misericordia del liberatore…Ora, siccome è rimasta in noi qualche debolezza, oso dire che nella misura in cui serviamo Dio siamo liberi, mentre nella misura in cui seguiamo la legge del peccato siamo schiavi. L’Apostolo conferma ciò che noi stiamo dicendo: Secondo l’uomo interiore io mi diletto nella legge di Dio (Rm 7, 22). Siamo liberi, in quanto ci dilettiamo nella legge di Dio: è la libertà che ci procura questo diletto. Finché è il timore che ti porta ad agire in modo giusto, vuol dire che Dio non forma ancora il tuo diletto. Finché ti comporti da schiavo, vuol dire che ancora non hai riposto in Dio la tua delizia: quando troverai in lui la tua delizia, sarai libero.

1784. (ib. tr. 26,2). Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato (Gv 6, 43-44). Mirabile esaltazione della grazia! Nessuno può venire se non è attratto. Se non vuoi sbagliare, non pretendere di giudicare se uno è attratto o non è attratto, né di stabilire perché viene attratto questo e non quello. Cerca di prendere le parole come sono e cerca d’intenderle bene. Non ti senti ancora attratto? Prega per essere attratto. Cosa voglio dire con ciò, o fratelli? Voglio forse dire che se veniamo attratti dal Cristo, allora crediamo nostro malgrado, siamo costretti e non siamo più liberi? Ebbene, può accadere che uno entri in chiesa contro la sua volontà, e, contro la sua volontà, si accosti all’altare e riceva il Sacramento, ma credere non può se non vuole.

1785. (ib. tr, 26,4). Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci. Che significa essere attratti dal piacere? Metti il tuo piacere nel Signore, ed egli soddisfarà i desideri del tuo cuore (Sal 36, 4). Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: “Ciascuno è attratto dal suo piacere” (Virg., Ecl. 2), non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo…Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico. Dammi un cuore anelante, un cuore affamato, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, un cuore che sospiri la fonte della patria eterna, ed egli capirà ciò che dico. Certamente, se parlo ad un cuore arido, non potrà capire.

1786. (De nat. et gr. 65,78). Ugualmente, chi non riconoscerebbe esatto quello che costui (Girolamo) attribuisce allo stesso presbitero: “Dio ci ha creati, con il libero arbitrio e non siamo tirati dalla necessità né alla virtù né al vizio. Altrimenti non c’è nemmeno la corona dove c’è la necessità” 275?! Chi non lo riconosce giusto? Chi non l’accoglie con tutto il cuore? Chi potrebbe negare che la natura umana sia stata creata diversamente? Ma la ragione per la quale nell’agire con rettitudine manca ogni vincolo di necessità, è perché c’è la libertà della carità.

1787. (In Io. ev. tr. 26,7). Chiunque ha ascoltato il Padre ed ha accolto il suo insegnamento, viene a me (Gv 6, 45). Ecco, come esercita la sua attrattiva il Padre: attrae col suo insegnamento, senza costringere nessuno.

1788. (C. Iul. o.i. I 101). Come poi tu faccia a dire che uno, la cui volontà noi diciamo preparata dal Signore, diventi di così buona volontà da essere costretto a volere il bene – e Dio ci guardi dal dirlo! – lo veda la tua preclara intelligenza. Se infatti è costretto, non vuole : e che più assurdo del dire che vuole il bene senza volerlo?

1789. (Conf. XIII 9,10). Ogni corpo a motivo del suo peso tende al luogo che gli è proprio. Un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. L’olio versato dentro l’acqua s’innalza sopra l’acqua, l’acqua versata sopra l’olio s’immerge sotto l’olio, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. Fuori dell’ordine regna l’inquietudine, nell’ordine la quiete. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto. Noi ardiamo e ci muoviamo. Saliamo la salita del cuore 46 cantando il cantico dei gradini 47. Del tuo fuoco, del tuo buon fuoco ardiamo e ci muoviamo, salendo verso la pace di Gerusalemme. Quale gioia per me udire queste parole: “Andremo alla casa del Signore” 48! Là collocati dalla buona volontà, nulla desidereremo, se non di rimanervi in eterno 49.

1790. (Ep. 55 10,18). Gli stessi corpi, in virtù della forza di gravità, non cercano di raggiungere se non quel che cercano le anime per la forza delle loro passioni.

1791. (Ep. 157 2,9). L’animo in realtà è trasportato dall’amore come da un peso dovunque esso è trasportato. Ecco perché la Legge ci ordina di toglier qualcosa al peso della cupidità per aggiungerlo a quello della carità, fin a tanto che l’annientamento dell’uno serva al completamento dell’altro, dato che la pienezza della Legge è l’amore 19.

1792 .(De civ. Dei XI 28). Non è giusto infatti considerare una persona buona quella che sa ciò che è bene ma quella che lo predilige… Se fossimo terra, acqua, aria, fuoco o altro di simile senza senso e vita, non ci mancherebbe tuttavia la quasi tendenza ad occupare lo spazio stabilito per noi. Infatti le spinte dei pesi sono come gli amori dei corpi, sia che tendano al basso per gravità o all’alto per leggerezza. Come infatti il corpo dal peso, così lo spirito è portato dall’amore, in qualunque direzione sia portato.

 

1793. (De musica VI 11,29). Non abbiamo dunque un cattivo concetto delle cose che ci sono inferiori e con l’aiuto del Dio e Signore nostro ordiniamoci al fine fra le cose che sono sotto di noi e quelle che sono sopra di noi per non essere ostacolati dalle inferiori ed essere dilettati soltanto dalle superiori. Il godimento è appunto quasi la legge di gravitazione dell’anima. Il godimento dunque muove l’anima al fine. Dove infatti sarà il tuo tesoro, ivi sarà anche il tuo cuore 4; dove il godimento, ivi il tesoro; dove il cuore, ivi la felicità o l’infelicità.

1794. (Serm. 159,3). Non si ama infatti se non ciò che fa piacere.

1795. (C. duas, ep. Pel. I 10,22). Acconsento con gioia nel mio intimo alla legge di Dio, dal momento che non si deve attribuire se non alla grazia la stessa gioia di fare il bene, per la quale l’uomo rifiuta anche di consentire al male, non per timore del castigo, ma per amore della giustizia: e questo infatti è gioire del bene.

1796. (En in Ps. 118 s. 17,1). Quando dunque qui si dice: Hai operato la dolcezza verso il tuo servo, penso che non si debba intendere altro se non: Tu hai fatto sì che mi gustasse fare il bene. È infatti un gran dono di Dio provare l’attrattiva del bene.

1797. (ib. in Ps. 118 s.17,3). Quando egli vuole insegnare qualcosa, prima dona l’intelletto, senza del quale l’uomo non può comprendere quanto ha attinenza con la dottrina di Dio.

1798. (ib. in Ps. 118 s 17,3). Dio dunque insegna la dolcezza ispirandone il gusto, insegna la disciplina mitigandone il peso, insegna la scienza comunicandone la cognizione. Siccome poi ci sono cose che s’imparano solo per saperle e altre che s’imparano per praticarle, Dio insegna le une in modo che le conosciamo come occorre conoscerle, e questo fa manifestandoci la verità; quanto alle altre invece, egli ce le insegna in modo che noi riusciamo a praticare ciò che è nostro dovere praticare, e questo fa ispirandocene la dolcezza.

1799. (In ep. ad Gal. 49). Essendo buoni, essi regnano quando attirano talmente l’anima da sorreggerla nelle tentazioni impedendole di consentire rovinosamente al peccato. Se infatti un qualcosa ci attrae, in tale direzione necessariamente noi agiamo. Ecco, per esempio, presentarcisi una donna di seducente bellezza. Essa eccita in noi l’attrattiva a fornicare; ma, se ci attrae di più la bellezza interiore e l’incanto trasparente della castità, che è in noi per la grazia derivante dalla fede in Cristo, noi viviamo in castità e agiamo castamente.

 

1800. (ib. 54). È scontato che il nostro vivere è in conformità con ciò che seguiamo e così pure che noi seguiamo quel che amiamo. Se pertanto sono in contrasto i due princìpi, la giustizia con i suoi precetti e la carne con i suoi vizi, qualora noi volessimo amarli tutti e due, in pratica seguiremo quello che amiamo di più. Se li amiamo entrambi in uguale misura, non ne seguiremo nessuno ma o per timore e contro voglia saremo trascinati nell’una delle due parti, ovvero, se è pari anche il timore, resteremo necessariamente nel mezzo del pericolo, sbattuti qua e là dall’alternarsi dell’onda del piacere e del timore.

PARTE IV

La giustificazione e il merito.

CAPITOLO XXI

La disposizione alla giustificazione e la natura della fede giustificante.

SOMMARIO. Definisce la giustificazione: diventare giusto da iniquo. Il giustificato emigra dalla possessione diabolica al tempio di Dio: 1801-1803. Enumera gli atti delle virtù che devono precedere la giustificazione: la fede, la speranza, il timore, la penitenza, la carità. Anche i bambini per quanto non abbiano il senso del credere e del pentimento, rinunciano al diavolo attraverso il mistero di coloro che li hanno portati al battesimo.: 1804-1811. Chiama “salutare” la fede che giustifica, cioè quella “che opera con amore”. Ritiene che l’Apostolo Giacomo abbia spiegato il senso di Paolo, utilizzando lo stesso esempio di Abramo, ritenendo che Paolo non sia stato capito bene. Non c’è discordanza tra Giacomo e Paolo; e ciò che Paolo vuole soltanto dire, le opere che precedono non meritano veramente la giustificazione, che tra l’altro è gratuita; 1812-1823.

1801. (En. in Ps. 7,5). Quando, infatti l’empio viene giustificato, da empio diventa giusto, e da possesso del diavolo diviene tempio di Dio.

1802. (De Spir. et litt. 26,45). Che altro infatti significa “giustificati”, se non “resi giusti”, da colui evidentemente che giustifica l’empio 250 perché da empio diventi giusto?

1803. (De nat. et gr. 26,29). Viceversa Dio, quando egli stesso per mezzo dell’uomo Gesù Cristo 108, mediatore tra Dio e gli uomini, guarisce spiritualmente un malato o risuscita un morto, cioè giustifica un peccatore 109, e quando l’ha ricondotto alla perfetta salute, ossia alla perfezione della vita e della giustizia, non l’abbandona se non è abbandonato da lui!, perché viva sempre nella pietà e nella giustizia….Dio dunque ci guarisce non solo così da cancellare ciò in cui peccammo, ma da prestare anche l’aiuto perché non pecchiamo.

1804. (Serm. 169 11,13). Perciò chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te. Perciò ha creato chi non c’era a saperlo, fa giusto chi c’è a volerlo.

1805. (Serm. 27 1). La si edifica cantando, credendo la si fonda, sperando la si innalza, amando la si porta a compimento.

1806. (De cat. rud. 4,8). esponi ogni cosa in modo che chi ti ascolta ascoltando creda, credendo speri e sperando ami 31.

1807. (En. in Ps. 34 s. 1,14). Cristo giustifica l’empio 38. Ma in qual modo lo giustifica, se non perché crede e confessa?

1808. (In ep. Io.ad Parth. Tr. 9,4). All’inizio ci sia pure il timore, perché il timore di Dio è inizio di sapienza. Il timore prepara il posto alla carità.

1809. (De cat. Rud  5,9). In vero accade molto raramente, anzi mai, che qualcuno venga con l’intenzione di diventare cristiano senza essere toccato nel profondo da un certo timore di Dio.

1810. (De 2 anim. C. Man. 14,22). Un uomo può dire che non pecca; ma nessuno, per rozzo che sia, oserà negare che, se ha peccato, si deve pentire.

1811. (De pecc. mer. et rem. I 19,25). “Se non possono essere chiamati penitenti perché ancora non hanno il senso intimo del pentimento, non possono neppure esser chiamati fedeli perché ugualmente non hanno ancora il senso intimo della fede. Se viceversa giustamente si chiamano fedeli perché in qualche modo professano la fede per bocca di coloro che li portano al battesimo, come non saranno ritenuti già prima anche penitenti, se per bocca degli stessi che li portano mostrano di rinunziare al diavolo e a questo secolo? Tutto ciò avviene solo nella speranza per la forza del sacramento e della grazia divina che il Signore ha donato alla Chiesa”. Che se poi uno, battezzato da bambino, arrivato agli anni della ragione, non crederà e non si asterrà dalle passioni illecite, chi ignora che non avrà nessun giovamento da ciò che ha ricevuto nell’infanzia?

1812. (De gr. et lib. arb. 7,18). Però gli uomini non hanno compreso ciò che dice l’Apostolo: Noi pensiamo che l’uomo sia giustificato attraverso la fede senza le opere della legge 99, e hanno pensato che egli voglia dire questo: All’uomo basta la fede, anche se vive malvagiamente e non può vantare buone opere. Ma guardiamoci dall’attribuire tale concetto al Vaso di Elezione; anzi egli in un passo dice: Infatti in Cristo Gesù non vale alcunché né la circoncisione né la mancanza di essa, e poi aggiunge: ma la fede che opera attraverso la carità 100. E la fede è appunto quella che separa i fedeli del Signore dagli immondi demoni; infatti anch’essi, come dice l’apostolo Giacomo, credono e tremano 101, ma non operano bene. Dunque non hanno questa fede della quale vive il giusto, cioè quella che opera attraverso la carità, affinché Dio renda a lui la vita eterna secondo le sue opere. Ma poiché anche le stesse opere buone ci provengono da Dio, dal quale noi abbiamo parimenti la fede e la carità, appunto per questo il medesimo Dottore delle Genti dà il nome di grazia anche alla stessa vita eterna.

 

1813. (De fide et op. 14,21). Anche Paolo, del resto, definì salvifica e veramente evangelica non una fede qualunque con la quale si crede in Dio, ma quella le cui opere procedono dalla carità: La fede, così dice, che opera per mezzo della carità 53. Da qui l’affermazione che quella fede che ad alcuni sembra sufficiente per la salvezza, non giova a nulla, di modo che dice: Se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, io sono un niente 54. Invece là dove opera una carità ispirata dalla fede, senza dubbio si vive bene, perché Il compimento della legge è la carità 55.

1814. (De Trin. XV 18,32). Senza dubbio, senza la carità la fede può esistere, ma non essere utile.

1815. (De div. quaest. 83 q.76,1). Poiché l’apostolo Paolo, affermando che l’uomo è giustificato dalla fede senza le opere, non è stato bene compreso da quanti hanno interpretato la frase in modo da ritenere che, dopo avere una volta creduto in Cristo, anche se agissero male e conducessero una vita criminosa e perversa, possono ugualmente salvarsi grazie alla fede, il passo di questa lettera 367 espone come si deve intendere il pensiero stesso dell’apostolo Paolo. Si serve perciò di preferenza dell’esempio di Abramo per dimostrare che la fede, se non opera il bene, è vana. Anche l’apostolo Paolo si è servito dell’esempio di Abramo per confermare che l’uomo è giustificato dalla fede senza le opere della legge 368. Quando ricorda le buone opere di Abramo, che hanno accompagnato la sua fede, mostra a sufficienza che l’apostolo Paolo non ha affatto insegnato, con l’esempio di Abramo, che l’uomo è giustificato dalla fede senza le opere, sicché chi crede non si preoccupi di operare il bene. Ma ha piuttosto insegnato che nessuno deve ritenere di essere giunto per i meriti delle opere precedenti al dono della giustificazione che dipende dalla fede.

1816. (ib. 83 q. 76,2). Infatti coloro che ritengono questa sentenza dell’apostolo Giacomo contraria a quella dell’apostolo Paolo, possono anche sostenere che Paolo si contraddice, perché altrove dice: Non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati 370. E in un altro passo: Ma la fede che opera per mezzo della carità 371. E ancora: Poiché se vivrete secondo la carne voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete 372.

1817. (De fide et oper. 16,27). Ma se Cristo, senza dubbio la fede in Cristo: per mezzo della fede, infatti, Cristo abita nei nostri cuori, come dice lo stesso Apostolo 75. Inoltre, se la fede in Cristo non può essere che quella che, come l’ha definita l’Apostolo, opera per mezzo della carità; infatti non può essere presa come fondamento la fede dei demoni, benché anche essi credano e, tremanti…È dunque la fede in Cristo, la fede della grazia cristiana, cioè la fede che opera per mezzo dell’amore

1818. (Enchir. 31.117). Consideriamo infine la carità, che l’Apostolo definisce maggiore di queste due 281, cioè della fede e della speranza: quanto piú essa è presente in qualcuno, tanto piú questi è migliore. Quando infatti si chiede di chiunque se sia un uomo buono, non si chiede che cosa creda o in che cosa speri, ma che cosa egli ami… Ma è proprio la fede di Cristo, raccomandata dall’Apostolo, che opera per mezzo dell’amore 282, e quel che ancora non possiede nell’amore, chiede di riceverlo, cerca di trovarlo, bussa perché le sia aperto 283. La fede infatti consegue quel che la legge comanda: senza il dono di Dio, cioè senza lo Spirito Santo, per mezzo del quale la carità si diffonde nei nostri cuori 284, la legge potrà comandare, ma non aiutare, rendendo per di piú prevaricatore chi non potrà giustificarsi per l’ignoranza. Dove non c’è la carità di Dio, infatti, è la passione della carne a regnare.

1819. (C. Iul. o.i. I 83). Udite dunque e intendete bene: la fortezza dei pagani la fa l’ambizione mondana, la fortezza dei Cristiani la fa la carità divina, la quale è stata riversata nei nostri cuori, non per mezzo dell’arbitrio della volontà che viene da noi, ma per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 192.

1820. (De corr. et gr. 7,13). Dunque a tutti quelli che sono stati differenziati dalla condanna originale per questa generosità della grazia divina, viene sicuramente concesso anche l’ascolto del Vangelo; e quando lo odono, essi credono e perseverano fino alla fine nella fede che opera attraverso la carità 45. Se poi talvolta deviano, ripresi si emendano, e… Altri addirittura, ricevuta la grazia, una morte tempestiva li sottrae ai pericoli di questa vita qualunque sia la loro età.

1821. (De Spir. et litt. 9,5). : Giustificati gratuitamente per la sua grazia 56. Dunque non giustificati per la legge, non giustificati per la propria volontà, ma giustificati gratuitamente per la sua grazia. Non che ciò avvenga senza la nostra volontà, ma la nostra volontà si dimostra inferma davanti alla legge,

1822. (En in Ps. 110,3). Che cosa c’è di più magnifico dell’atto di giustificare l’empio? Ma forse l’opera dell’uomo previene questa magnificenza di Dio nel senso che, confessando i propri peccati, egli meriti di essere giustificato. Sta scritto infatti che il pubblicano discese giustificato dal tempio più che il fariseo, perché non osava neppure alzare gli occhi verso il cielo, ma si batteva il petto, dicendo: O Dio, sii propizio a me peccatore 12. Questa è appunto la magnificenza del Signore: la giustificazione del peccatore,… Questa è la magnificenza del Signore, poiché molto più ama colui al quale molto viene perdonato 14… Questa è la magnificenza del Signore, poiché proprio dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato anche la grazia 15. Ciò forse avviene per le opere? Non per le opere, dice l’Apostolo, affinché nessuno se ne possa vantare. Siamo infatti sua fattura, essendo stati creati in Cristo per le opere buone 16. In realtà, l’uomo non può operare la giustizia se non è giustificato; ma credendo in colui che giustifica l’empio 17 , comincia per la fede a giustificarsi, e tale lo rivelano le buone opere che non precedono quel che ha meritato, ma che seguono quel che ha ricevuto.

1823. (Ep. 194 3.9). I Pelagiani possono, sì, affermare che la grazia data senza meriti precedenti è il perdono dei peccati, poiché qual merito di bene possono avere i peccatori? Ma neppure il perdono dei peccati si ottiene senza qualche merito se è la fede ad ottenerlo. Infatti non può non avere qualche merito la fede con cui il pubblicano esclamava: Abbi pietà di me peccatore, mio Dio; e quell’uomo ispirato dalla fede, dopo essersi umiliato, tornò a casa giustificato, poiché chi si umilia, sarà esaltato 20. Non ci resta quindi che attribuire la stessa fede, dalla quale ha inizio ogni specie di giustizia,… non ci resta – ripeto – che attribuire la stessa fede esaltata da costoro non già alla volontà dell’uomo né ad alcun merito precedente, poiché da essa hanno origine i meriti di ogni specie, ma confessare ch’è un dono gratuito di Dio se considereremo la grazia autentica, quella cioè non dovuta ai meriti. Come infatti si legge nella medesima Lettera dell’Apostolo: Dio distribuisce a ciascuno la fede nella misura che vuole 22. Ora, dall’uomo sono compiute bensì delle opere buone, ma la fede è prodotta (da Dio) nell’uomo e senza di essa nessun’opera buona è compiuta dall’uomo,

CAPITOLO XXII

Siamo giustificati dalla giustizia di Dio, non da quella per la quale Egli è giusto, ma da quella per la quale Egli ci fa giusti.

SOMMARIO. Dio giustifica non solo rimettendo i peccati, ma anche donando la carità, o la grazia. Giustificato per la grazia aderisce a Dio: 1824-1828. Agostino ripete molte volte che la giustizia giustificante non è la giustizia per la quale egli è giusto, ma quella che giustifica l’empio. Per questa giustizia noi piacciamo a Dio: 1829-1834. Dalla giustificazione vera ed interna per la grazia di Cristo argomenta per la vera trasmissione del peccato originale da Adamo: 1835. Recipimus iustitiam ex qua per peccatum lapsus  fuit primus homo. I peccati vengono tolti non rasi. In che senso si dice che Dio copre i peccati: 1836-1841. Grande bellezza dell’uomo nella grazia santificante. Se sono santo è perché mi hai santificato. Cantiamo e camminiamo, e progrediamo nel bene: 1842-1845.

1824. (C. Iul.o.i. II 165). Siete voi soli a ridurre il conferimento di cotesta giustificazione alla sola remissione dei peccati. Dio appunto giustifica l’empio non soltanto rimettendogli i mali che fa, ma anche donandogli la carità perché stia lontano dal male e faccia il bene

1825. (De perf. iust. hom. 3,8). Allora dunque ci sarà pienezza di di giustizia quando ci sarà pienezza di sanità, allora ci sarà pienezza di sanità quando ci sarà pienezza di carità, perché pieno compimento della legge è la carità 15; ma allora ci sarà pienezza di carità quando vedremo Dio così com’egli è 16. Non ci sarà infatti più nulla da aggiungere all’amore quando la fede sarà giunta alla visione.

1826. (De Trin. XV 18,32). Non c’è dunque dono di Dio più eccellente della carità 203; è il solo che distingue i figli del regno eterno dai figli della perdizione eterna 204. Ci sono dati altri doni mediante lo Spirito Santo 205, ma senza la carità non servono a nulla 206… Tale Dono che cosa deve designare propriamente se non la carità, che conduce a Dio e senza la quale qualsiasi altro dono di Dio non conduce a Dio?

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1827. (Ep. 120 4,19). D’altra parte la giustizia, vivendo di vita propria, è certamente Dio: essa vive immutabile. Orbene, come la vita perfetta in se stessa diviene pure nostra vita quando ne diventiamo comunque partecipi, così pure la giustizia, perfetta in se stessa, diventa anche nostra giustizia quando aderiamo ad essa vivendo secondo giustizia e siamo più o meno giusti a seconda che aderiamo più o meno ad essa.

1828. (De pecc. mer. et rem. I 10,11). Leggiamo che quanti credono nel Cristo, vengono giustificati in lui mediante una segreta comunicazione e infusione di grazia spirituale, per cui chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito 26,

1829. (In Io. ev. tr. 26,1). Cosa s’intende qui per giustizia di Dio e giustizia degli uomini? Per giustizia di Dio s’intende non la giustizia per cui Dio è giusto, ma quella che Dio comunica all’uomo, affinché l’uomo sia giusto per grazia di Dio.

1830. (De Trin. XIV 12,15). Ma come si parla anche di giustizia di Dio, non solo per designare la giustizia per la quale Dio è giusto, ma per designare quella che egli dà all’uomo quando giustifica il peccatore 51,

1831. (De Spir. et litt. 32,56). Si dice proprio che è stata riversata nei nostri cuori la carità di Dio: non quella con la quale Dio stesso ama noi, ma quella con la quale Dio si fa amare da noi. Allo stesso modo in cui la giustizia di Dio è quella per la quale diventiamo giusti noi per sua grazia 359, e la salvezza del Signore è quella con la quale egli salva noi 360, e la fede di Gesù Cristo è quella con la quale Gesù fa fedeli noi 361. Questa è la giustizia di Dio, che egli non solo ci insegna con i precetti della sua legge, ma ci elargisce altresì con il dono del suo Spirito.

1832. (Ep. 185 9,37). Dio solo è giusto e principio di giustificazione 84.

1833. (En in Ps. 98,8). Lodiamo ed esaltiamo l’autore della nostra giustizia, poiché è stato lui a infonderla in noi. Chi infatti ha operato in noi la giustizia, se non colui che ci ha giustificati? Orbene, di Cristo è stato detto che lui giustifica l’empio 13. Noi eravamo degli empi, lui l’autore della nostra giustizia, in quanto ha infuso in noi quella giustizia per la quale gli siamo accetti

1834. (Conf. XII 15,20). In realtà, quale è la distanza fra la luce illuminante e la riflettente, tale anche fra la Sapienza creatrice e questa creata, come fra la giustizia che rende giustizia, e la giustizia cui giustizia è resa. Noi stessi fummo chiamati la tua giustizia: uno dei tuoi servi non disse: “…affinché noi siamo giustizia di Dio in Dio stesso54?

1835. (De pecc. mer. et rem. I 9,10). Anche i santi del Cristo imitano il Cristo nel seguire la giustizia. Tanto che il medesimo Apostolo dice: Fatevi miei imitatori come io lo sono del Cristo 23. Ma oltre a questa imitazione c’è la sua grazia che opera anche intrinsecamente la nostra illuminazione e giustificazione …Infatti con questa grazia inserisce nel proprio corpo all’atto del battesimo anche i bambini che certamente non sono capaci d’imitare alcuno. Come dunque colui nel quale tutti vengono vivificati, oltre ad offrirsi modello di giustizia per coloro che lo vogliono imitare, dona pure ai fedeli l’occultissima grazia del suo Spirito e la infonde invisibilmente anche nei bambini, cosi colui nel quale tutti muoiono, oltre ad essere esempio d’imitazione per coloro che trasgrediscono volontariamente un precetto del Signore, ha pure corrotto in sé per la marcia segreta della sua concupiscenza carnale tutti coloro che verranno dalla sua stirpe.

 

1836. (De Spir. et litt. 17,29). Là il dito di Dio operò in tavole di pietra, qui nei cuori degli uomini. Là dunque la legge fu proposta esternamente perché fossero da essa spaventati gli ingiusti, qui fu data interiormente perché gli ingiusti fossero da essa giustificati.

1837. (De gen. ad litt. VI 24,35). Come mai – obiettano [quei commentatori] – si dice che noi veniamo rinnovati, se non riceviamo ciò che perse il primo uomo nel quale tutti muoiono? Noi lo riceviamo senza dubbio in un certo senso e non lo riceviamo in un altro senso. Sì, noi non riceviamo l’immortalità di un corpo spirituale che l’uomo non aveva ancora, ma riceviamo la giustizia da cui l’uomo è decaduto per il peccato.

1838. (C. Iul. VI 13.40). Veniamo ora alla calunnia con cui mi accusi di aver detto che “i battezzati sono purificati solo in parte”…la grazia rende l’uomo perfettamente nuovo, dal momento che conduce all’immortalità del corpo e alla piena felicità. Anche adesso essa rinnova perfettamente l’uomo per quanto attiene alla liberazione da tutti i peccati, ma non per quanto attiene alla liberazione da tutti i peccati, e non per quanto attiene alla liberazione da tutti i mali e da tutta la corruzione della mortalità, per la quale ora il corpo appesantisce l’anima.

1839. (Enchir. 52). Come infatti la sua fu vera morte, cosí la nostra fu vera remissione dei peccati, e come la sua fu vera risurrezione, cosí la nostra fu vera giustificazione.

1840. (C. duas ep. Pel. 13,26). Chi all’infuori di un infedele lo potrebbe affermare contro i pelagiani? Noi dunque diciamo che il battesimo indulge tutti i peccati e toglie i crimini, non li rade; né diciamo che nella carne cattiva rimangono le radici di tutti i peccati, come sulla testa le radici dei capelli rasati, dalle quali crescano di nuovo altri peccati da dover radere di nuovo. Ho saputo infatti che si valgono anche di questa similitudine per la loro calunnia, come se questo fosse quello che sentiamo e diciamo noi.

1841. (En in Ps. 31,9). E poiché tutto è attribuito alla sua grazia, non ai nostri meriti, beati coloro le cui iniquità sono state rimesse e i cui peccati sono stati celati ; non beati coloro nei quali non sono stati trovati i peccati, ma coloro i cui peccati sono stati celati. I peccati sono stati coperti, celati, aboliti.

1842. (De Trin. XV 8,14). quando viene giustificata, ad opera del suo Creatore, dall’empietà, lascia la sua forma deforme (deformis forma), per acquisire una forma bella (forma formosa).

1843. (Ep. 120 4,20). Cos’è mai in fondo la nostra giustizia o qualunque altra virtù, per la quale si vive rettamente e saggiamente, se non la bellezza dell’uomo interiore?

1844. (En. in Ps. 85,4). dire con il suo capo e sotto il suo capo: Io sono santo. Ha ricevuto infatti la grazia della santità, la grazia del battesimo e del perdono dei peccati…Di’ al Dio tuo: “Sono santo, perché tu mi hai santificato; perché l’ho ricevuto, non perché l’avevo da me stesso; perché tu me l’hai dato, non perché io me lo sono meritato”.

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1845. (Serm. 256,3). sebbene in mezzo a pericoli e a prove che ci provengono e dagli altri e da noi stessi. Dice l’Apostolo: Dio è fedele e non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze. Anche adesso, dunque, cantiamo Alleluia…Oh felice Alleluia, quello di lassù! Alleluia pronunciato in piena tranquillità, senza alcun avversario! Lassù non ci saranno nemici, non si temerà la perdita degli amici. Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente angustiata, lassù da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nel reale possesso; qui in via, lassù in patria. Cantiamolo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere il gaudio del riposo ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica, ma non amare la pigrizia. Canta e cammina! Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene, poiché, al dire dell’Apostolo ci sono certuni che progrediscono in peggio 15 . Se tu progredisci, cammini; ma devi progredire nel bene, nella retta fede, nella buona condotta. Canta e cammina!.

CAPITOLO XXIII

Chi giustifica, lo stesso deifica. Dio abita nei giustificati.

SOMMARIO. Chiama dei gli uomini, giustificati dalla sua grazia. Con il Cristo Mediatore diventiamo partecipi della natura divina e figli di Dio, ma questo è dono dll’ adottante, non della natura generante. Descrive l’adozione. L’uomo viene esaltato quando on la partecipazione alla natura divina diventa migliore, aderendo a Dio con la santissima carità, Rinasce dallo Spirito Santo: 1846-1855. ammirazione e contentezza per tanta degnazione di Dio. Per grazia diventiamo non solo cristiani ma anche Cristo: 1856-1858. Tutta la Trinità abita nel giusto come in un tempio. E diventiamo più santi, quanto più avremo Dio come abitatore. Dio abita dove abita la carità: 1859-1868. Esistenza dei doni dello Spirito Santo e delle virtù che accompagnano la carità: 1869-1871. La forza della grazia santificare i peccatori. Non osa definire se sia meglio creare i giusti che giustificare i peccatori: 1872-1874.

1846. (En. in Ps. 49,2). Osservate a chi dice, nello stesso salmo, le parole: Io ho detto: siete dèi, e tutti figli dell’Altissimo;… È chiaro dunque che ha chiamato dèi gli uomini, deificati per sua grazia, non nati dalla sua sostanza. Giustifica infatti Colui che è giusto per se stesso, non in forza di altri; e deifica Colui che per se stesso è Dio, non perché partecipa alla divinità di qualche altro. E Colui che giustifica anche deifica, perché giustificando ci fa figli di Dio. Dette loro il potere di diventare figli di Dio 3 . Se siamo divenuti figli di Dio, siamo anche stati fatti dèi; ma questo per la grazia di chi adotta, non per la natura di chi genera.

1847. (De civ. Dei XXI 15). Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio 63, ma per grazia non per natura. L’unico Figlio di Dio per natura è divenuto per noi Figlio dell’uomo nella misericordia affinché noi, figli dell’uomo per natura, con la mediazione, diventassimo per grazia figli di Dio. Rimanendo immutabile assunse da noi la nostra natura per assumerci in essa e conservando la propria natura si rese partecipe della nostra debolezza. Questo affinché, resi più buoni, noi, con la partecipazione a lui, immune dalla morte e dal peccato, ci liberiamo dalla soggezione al peccato e alla morte e conserviamo con la bontà della sua natura il bene che Egli ha operato nella nostra natura nel raggiungimento del sommo bene. Come infatti per il peccato di un solo uomo siamo stati deviati a un male tanto grave 64, così per la giustificazione di un solo uomo, che è anche Dio, torneremo a quel bene tanto sublime.

1848. (Serm. 166,4). Non ti si dice infatti di diventare un animale per non essere uomo, ma che tu sia di quelli ai quali ha dato il potere di diventare figli di Dio 8. Dio, in realtà, vuol fare di te un dio, non però per natura come è colui che ha generato, ma per suo dono e per adozione. Come infatti egli, assumendo la natura umana, si è fatto partecipe della tua mortalità, così, per elevazione, ti rende partecipe della sua immortalità…Non mentite, dunque, fratelli, già infatti eravate uomini vecchi; vi siete accostati alla grazia di Dio, siete stati fatti uomini nuovi…in modo che anche questa carne mortale,… meriti anch’essa di essere rinnovata e trasfigurata al momento della sua risurrezione; e così tutto l’uomo deificato possa aderire all’eterna e immutabile Verità.

1849. (Ep. 140. 4,10). Questa nascita si chiama anche adozione. Noi infatti eravamo qualche cosa prima d’essere figli di Dio e abbiamo ricevuto il beneficio di diventare quello che non eravamo, allo stesso modo che l’adottato, prima dell’adozione, non era ancora figlio di chi lo avrebbe adottato e nondimeno esisteva già per essere adottato. In questa generazione ch’è dono di grazia non rientra quella del Figlio che, pur essendo Figlio di Dio, venne per farsi figlio dell’uomo e per concedere a noi, che eravamo solo figli dell’uomo, il dono di diventare figli di Dio…Noi pure, per grazia di Lui, siamo diventati ciò che non eravamo, cioè figli di Dio: ma eravamo anche prima qualcosa, sebbene di gran lunga inferiore, cioè figli di uomini. Egli dunque discese perché noi ascendessimo, e pur restando nella propria natura, divenne partecipe della natura nostra, affinché noi, pur conservando la nostra natura, diventassimo partecipi della sua. Non è tuttavia da credere che la partecipazione alla natura umana abbia reso inferiore la natura del Verbo, mentre ha reso migliori noi il fatto che partecipiamo della sua natura di Dio.

1850. (Ep. 140 23,56). Ma come nei corpi medesimi quelli inferiori, quali la terra, l’acqua ed anche l’aria, diventano migliori quando ricevono parte di un corpo migliore, cioè quando sono illuminati dalla luce e vengono ravvivati dal calore, così le nature razionali incorporee diventano migliori partecipando del Creatore, quando s’uniscono a Lui per mezzo dell’amore purissimo e santissimo; se invece sono affatto prive di questo, vivono nelle tenebre e, in qualche modo, induriscono.

1851. (Serm. 342,5. Solleva il tuo cuore, o genere umano, respira aria di vita e di sicurissima libertà. Che cosa odi, che cosa ti viene promesso? Diede a loro il potereIl potere – ha detto – di diventare figli di Dio 24. Infatti figli non erano, ma lo diventavano, perché Colui, per il cui mezzo si diventa figli di Dio, prima era Figlio di Dio e poi si è fatto figlio dell’uomo.. lui che ben altro era e ha innalzato te ad essere ciò che non eri, te che ben altro eri.

1852. (Serm. 166,4). Dio, in realtà, vuol fare di te un dio, non però per natura come è colui che ha generato, ma per suo dono e per adozione.

1853. (Serm. 192,1). Colui che avrebbe fatto partecipare della natura divina quelli che erano uomini, divenne uomo pur essendo Dio.

1854. (C. Max. Arian. II 15,2). è stato creato a somiglianza di Dio, e tuttavia, poiché non è della sua unica e medesima sostanza, non è vero figlio, e perciò diventa figlio per grazia, in quanto non lo è per natura.

 

1855. (De praed. sanct. 15,31). Ci sia manifesta dunque nel nostro Capo la fonte stessa della grazia, da cui secondo la misura assegnata a ciascuno essa si diffonde per tutte le sue membra. Fin dall’inizio della sua fede ogni uomo diviene cristiano per la medesima grazia, per la quale quell’uomo fin dall’inizio del suo esistere divenne Cristo; dal medesimo Spirito quegli è rinato e Questi è nato; per il medesimo Spirito avviene che a noi siano rimessi i peccati e che Egli non abbia alcun peccato.

1856. (In Io ev. tr. 21,8). Rallegriamoci, dunque, e rendiamo grazie a Dio: non soltanto siamo diventati cristiani, ma siamo diventati Cristo stesso. Capite, fratelli? vi rendete conto della grazia che Dio ha profuso su di noi? Stupite, gioite: siamo diventati Cristo! Se Cristo è il capo e noi le membra, l’uomo totale è lui e noi.

1857. (En in Ps. 48 s.1,8). Ha voluto essere nostro fratello, e quando diciamo a Dio: Padre nostro, ciò si manifesta in noi. Chi dice infatti a Dio: Padre nostro, dice a Cristo: fratello. Dunque chi ha Dio per Padre e per fratello ha Cristo, non abbia timore nel giorno dell’ira

1858. (In Io. ev. tr. 21,3). Ma a chi diciamo: Padre nostro? Al Padre di Cristo. E colui che dice Padre nostro al Padre di Cristo, cosa dice a Cristo, se non Fratello nostro? Non è certo Padre nostro così come è Padre di Cristo, in quanto mai Cristo ci ha associati a sé in modo da non fare alcuna distinzione tra lui e noi. Egli è il Figlio uguale al Padre e a lui coeterno; noi invece siamo stati creati per mezzo del Figlio, adottati per mezzo dell’Unigenito.

1859. (Ep. 194 3,11). Anche dopo che uno ha ricevuto il perdono dei peccati, se lo Spirito Santo non abita nell’anima così mondata, non vi torna forse lo spirito immondo con altri sette spiriti e l’ultima condizione dell’anima non è forse peggiore della prima 32? Ammesso poi che lo Spirito Santo abiti in un’anima, ciò non è forse la prova ch’esso spira dove vuole 33, e che l’amore di Dio, senza il quale nessuno può vivere bene, è diffuso nei nostri cuori non già da noi ma dallo Spirito Santo che ci è stato largito 34?

1860. (Serm. 144 1,1). Senza dubbio la grazia di Dio è dono di Dio. Ma il dono più grande è lo stesso Spirito Santo: per questo è detto grazia.

1861. (Ep. 187 5,16). Ma ciò che desta molto maggiore meraviglia è il fatto che Dio, pur essendo intero in ogni luogo, tuttavia non abita in tutti gli uomini. Non a tutti infatti può applicarsi l’affermazione dell’Apostolo

1862. (ib. 187 5,17). Orbene, Dio che è dappertutto eppure non abita in tutti, non abita neppure in modo uguale in coloro nei quali egli abita. Perché, per esempio, Eliseo avrebbe chiesto che lo Spirito che era in Elia fosse in lui in misura due volte maggiore 41? E perché fra tutti i Santi vi sono alcuni più santi degli altri se non perché Dio abita in essi in misura più abbondante?… Si dice poi ché sono lontani da lui coloro che a causa del peccato sono diventati completamente diversi da lui; che sono vicini a lui coloro i quali con una vita santa ricevono la sua somiglianza, allo stesso modo che giustamente si dice che gli occhi sono tanto più lontani dalla luce della terra, quanto più sono ciechi. Che cosa infatti è più lontano dalla luce che la cecità, anche se la luce è presente e inonda gli occhi spenti? A ragione si dice che si avvicinano alla luce gli occhi i quali coll’aumentare della sanità progrediscono riacquistando l’acutezza della vista.

1863. (ib 187 12,35). Per questi motivi Dio, presente dappertutto nella sua totalità, non abita in tutti, ma solo in coloro che egli fa diventare suo santo tempio o altrettanti suoi santi templi, liberandoli dal potere delle tenebre e trasferendoli nel regno del suo Figlio diletto 99,

1864. En in Ps. 149,4). C’è una visione che si attua nel tempo presente, e ce n’è un’altra che si attuerà nel futuro. La visione del tempo presente si attua mediante la fede, la visione futura sarà visione faciale. Se crediamo vediamo, se amiamo vediamo. Cosa vediamo? Dio. Dove è Dio? Interroga Giovanni. Dio è carità 15. Benediciamo il suo santo nome, e godiamo in Dio, se godiamo nella carità. Quando uno ha la carità, perché inviarlo lontano per fargli vedere Dio? Penetri nella sua coscienza e lì vedrà Dio. Se lì non alberga la carità, non vi abita nemmeno Dio; se invece vi alberga la carità, Dio certamente vi abita. Ma l’uomo forse vorrebbe vederlo come quando siede nel cielo. Abbia la carità e abiterà in lui come nel cielo.

1865. (In ep. Io. ad Parth. Tr. II 14). C’è una visione che si attua nel tempo presente, e ce n’è un’altra che si attuerà nel futuro. La visione del tempo presente si attua mediante la fede, la visione futura sarà visione faciale. Se crediamo vediamo, se amiamo vediamo. Cosa vediamo? Dio. Dove è Dio? Interroga Giovanni. Dio è carità 15. Benediciamo il suo santo nome, e godiamo in Dio, se godiamo nella carità. Quando uno ha la carità, perché inviarlo lontano per fargli vedere Dio? Penetri nella sua coscienza e lì vedrà Dio. Se lì non alberga la carità, non vi abita nemmeno Dio; se invece vi alberga la carità, Dio certamente vi abita. Ma l’uomo forse vorrebbe vederlo come quando siede nel cielo. Abbia la carità e abiterà in lui come nel cielo.

1866. (De Trin. XV 18,32). L’amore che è da Dio e che è Dio è dunque propriamente lo Spirito Santo, mediante il quale viene diffusa nei nostri cuori la carità di Dio, facendo sì che la Trinità intera abiti in noi 210.

1867. (In Io. ev. tr. 76,4). Ecco, dunque, che anche lo Spirito Santo, insieme al Padre e al Figlio, fissa la sua dimora nei fedeli, dentro di loro, come Dio nel suo tempio.

1868. (Ep. 194 4,18). ma deve ammettersi il fatto ch’egli aiuta in modi diversi le anime: senza inabitarvi ancora e inabitandovi già, poiché senza inabitarvi ancora aiuta le anime a diventare fedeli, mentre quando sono già fedeli le aiuta inabitandovi.

1869. (Serm. 248 5,4). ma deve ammettersi il fatto ch’egli aiuta in modi diversi le anime: senza inabitarvi ancora e inabitandovi già, poiché senza inabitarvi ancora aiuta le anime a diventare fedeli, mentre quando sono già fedeli le aiuta inabitandovi.

1870. (Serm. 347 2). Volendo appunto guidarci per gradi d’insegnamento, Isaia procede discendendo dalla sapienza al timore, dal luogo della pace, che è eterna, alla valle delle lacrime, che appartiene al tempo: vuole che noi non restiamo fermi alla confessione di penitenza che ci fa soffrire in gemiti e pianti, ma dalla nostra valle saliamo al monte spirituale sul quale è fondata la città santa Gerusalemme, nostra eterna madre, e possiamo godervi di una letizia che nulla più possa turbare. Egli quindi pone prima la sapienza, luce imperitura della mente, e passa all’intelletto perché si capisca che alla sapienza si giunge dall’intelletto, e così di seguito: all’intelletto si giunge dal consiglio, al consiglio dalla fortezza, alla fortezza dalla scienza, alla scienza dalla pietà, alla pietà dal timore. Quindi la salita alla sapienza parte dal timore perché: Principio della sapienza è il timore del Signore. Dalla valle del pianto si sale al monte della pace.

1871. (In ep. Io. ad Parth.. tr. 8,1). Sempre bisogna attuare opere di misericordia, sentimenti di carità, pietà religiosa, castità incorrotta, sobrietà modesta; sia che siamo in pubblico, o in casa, in mezzo agli uomini, nella nostra stanza, quando parliamo e quando taciamo, quando siamo impegnati in qualche lavoro o siamo liberi da impegni; sempre bisogna osservare quei doveri; perché queste virtù che ho nominato sono dentro di noi. E potrei mai nominarle tutte? Esse sono come un esercito di un generale che ha il suo comando dentro la tua mente. Come il generale, per mezzo del suo esercito, attua ciò che più gli piace, così il Signore nostro Gesù Cristo, incominciando ad abitare nell’intimo dell’uomo, cioè nella nostra mente per mezzo della fede (cf. Ef 3, 17), usa di queste virtù come dei suoi ministri….per mezzo di queste virtù invisibili vengono mosse le membra in modo visibile: i piedi per camminare; ma dove? dove li possa muovere la buona volontà, che milita sotto un buon generale. Le mani per operare; ma che cosa? ciò che la carità avrà comandato, interiormente suscitata dallo Spirito Santo.

1872. (C. duas ep. Pel. II 6,12). la grazia di Dio trascende non solo tutte le stelle e tutti i cieli, ma anche tutti gli angeli.

1873. (In Io ev. tr. 72,3). Non oso a questo riguardo pronunciare un giudizio che sarebbe affrettato; intenda chi può, giudichi chi può, se è opera più grande creare i giusti o giustificare gli empi. Se ambedue le opere richiedono pari potenza, certo la seconda richiede maggiore misericordia.

1874. (En in Ps. 110,3). Che cosa c’è di più magnifico dell’atto di giustificare l’empio?.. Questa è appunto la magnificenza del Signore: la giustificazione del peccatore.. Questa è la magnificenza del Signore, poiché molto più ama colui al quale molto viene perdonato 14.. Questa è la magnificenza del Signore, poiché proprio dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato anche la grazia 15.

CAPITOLO XXIV

La restaurazione dell’immagine di Dio che si è fatta confusa con il peccato.

SOMMARIO. L’uomo con il peccato non ha perso totalmente l’immagine di Dio che aveva. Ha perduto l’elemento soprannaturale di questa immagine, cioè la giustizia. La grazia restaura questa immagine. L’aspetto deforme con la giustificazione diventa una bella forma: 1875-1879. L’immagine di Dio è da cercare nell’essenza della mente umana. La natura umana è grande e sorprendente, perché è capace della natura divina. L’immagine di Dio colorita dal peccato, viene rifatta dall’ illuminazione, dalla sapienza, dalla carità con le quali trasferisce l’amore dalle cose temporali a quelle eterne. Questo rinnovamento non avviene istantaneamente, come quello che riceve nel battesimo con la remissione dei peccati, ma avviene poco per volta, con avanzamenti quotidiani, frenando la concupiscenza e amando Dio. Allora diventerà perfetta la somiglianza di Dio, quando vedremo Dio faccia a faccia. Nel frattempo nel processo di rinnovamento, Dio si avvicina con i buoni costumi; i nostri piedi sono i nostri affetti; camminiamo amando.: 1880-1890.

1875. (Retr. I 26). La sessantasettesima tratta del brano della Scrittura che inizia con le parole: “·Penso che le sofferenze di questo tempo siano incommensurabili rispetto alla gloria futura che sarà rivelata in noi··397 e termina con le parole: “·Siamo stati salvati nella speranza··398. Nell’illustrare le parole della Scrittura: E la stessa creatura sarà liberata dalla schiavitù della morte·399 ho detto: ·La stessa creatura·“, cioè l’uomo stesso che è rimasto semplice creatura per aver perso, a causa del peccato, il sigillo dell’immagine·400. Tali parole non vanno intese nel senso che l’uomo aveva perso tutto ciò che possedeva dell’immagine di Dio. Se non l’avesse persa affatto non avrebbero senso espressioni quali: Rinnovatevi rinnovando la vostra mente·401, e: Ci trasformiamo nella medesima immagine·402. Se però l’avesse persa del tutto non ci sarebbe più stato motivo di dire: Pur muovendosi nell’immagine, l’uomo si turba per nulla·403.

1876. (De gen. ad litt. VI 19,30). Adesso pertanto noi portiamo l’immagine dell’uomo celeste in virtù della fede, destinati come siamo ad avere nella risurrezione ciò che crediamo; l’immagine dell’uomo terrestre invece l’abbiamo indossata fin dall’origine del genere umano.

1877. (ib VI 24,35). Come mai – obiettano [quei commentatori] – si dice che noi veniamo rinnovati, se non riceviamo ciò che perse il primo uomo nel quale tutti muoiono? Noi lo riceviamo senza dubbio in un certo senso e non lo riceviamo in un altro senso. Sì, noi non riceviamo l’immortalità di un corpo spirituale che l’uomo non aveva ancora, ma riceviamo la giustizia da cui l’uomo è decaduto per il peccato. Noi perciò saremo rinnovati allontanandoci dalla vecchiezza del peccato e non trasformati nel corpo naturale in cui fu fatto Adamo all’origine, ma in uno migliore, cioè in un corpo spirituale, quando diverremo simili agli angeli di Dio 47, quando saremo adatti ad abitare nella nostra casa celeste, ove non avremo più bisogno d’un cibo che si corrompe. Noi dunque siamo rinnovati nello spirito della nostra mente 48 conforme all’immagine di Colui che ci ha creati e che Adamo perse peccando.

1878. (De Spir. et litt. 27,47). Per natura agiscono secondo la legge, non per lo Spirito di Dio, non per la fede, non per la grazia. Questa è infatti l’opera dello Spirito di grazia: restaurare in noi l’immagine di Dio nella quale fummo fatti per natura. Il vizio è contro la natura e da esso ci guarisce appunto la grazia,… E tale vizio ha cancellato la legge di Dio dai cuori, e conseguentemente quando essa, sanato il vizio, si scrive nei cuori, gli uomini agiscono per natura secondo la legge: non che per la natura sia stata negata la grazia, ma al contrario per la grazia è stata riparata la natura. Ecco: A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte e così ha raggiunto tutti gli uomini, che tutti hanno peccato in lui 268, e quindi, perché non c’è distinzione, tutti sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia 269. Nell’intimo dell’uomo rinnovato dalla grazia si scrive la giustizia che la colpa aveva cancellata, e questa misericordia scende sul genere umano per il Cristo Gesù nostro Signore. Uno solo infatti è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù 270.

1879. (De Trin XV 8,14). Siamo trasformati egli dice dunque, siamo cioè mutati da una forma ad un’altra e passiamo da una forma oscura ad una forma luminosa perché la stessa forma oscura è immagine di Dio e, se è immagine, è certamente anche gloria, nella quale siamo stati creati uomini, superiori agli altri animali 83. È della stessa natura umana che è detto: L’uomo non deve velare il suo capo, dato che è immagine e gloria di Dio 84. Questa natura, la più nobile tra le cose create, quando viene giustificata, ad opera del suo Creatore, dall’empietà, lascia la sua forma deforme (deformis forma), per acquisire una forma bella (forma formosa). Perché anche nella stessa empietà, quanto più è degna di biasimo la corruzione, tanto più certamente è degna di lode la natura È per questo che l’Apostolo aggiunge: di gloria in gloria 85; dalla gloria della creazione alla gloria della giustificazione. Tuttavia si può intendere in altra maniera l’espressione: di gloria in gloria; dalla gloria della fede alla gloria della visione, dalla gloria che fa di noi dei figli di Dio alla gloria che ci renderà simili a lui, perché lo vedremo come egli è 86. E le parole che aggiunge: come ad opera dello Spirito del Signore 87, mostrano che è per la grazia di Dio che ci viene conferito il beneficio di una trasformazione così desiderabile.

1880. (ib. XIV 4,6). Non dunque quella trinità, che ora non esiste, sarà immagine di Dio; nemmeno questa, che un giorno non esisterà più, ma è nell’anima umana, razionale ed intelligente, che bisogna trovare l’immagine del Creatore, immortalmente incisa nella sua immortalità….così benché la ragione o l’intelligenza sia talvolta in essa assopita, talvolta appaia grande, talvolta piccola, tuttavia giammai l’anima umana cessa di essere razionale e intelligente. Perciò se essa è stata fatta ad immagine di Dio 26, nel senso che può far uso della ragione e dell’intelligenza per comprendere e vedere Dio, è evidente che, dal momento in cui ha incominciato ad esistere una così grande e meravigliosa natura, sia che questa immagine sia talmente logorata da non esistere quasi più, sia che sia ottenebrata e sfigurata, sia che sia chiara e bella, non cessa di essere.

1881. (ib XIV 8,11). Eccoci giunti ora nella nostra ricerca alla fase in cui abbiamo intrapreso a considerare, per scoprirvi l’immagine di Dio 38, la parte più nobile dello spirito umano, parte con la quale esso conosce o può conoscere Dio. Sebbene infatti lo spirito umano non sia della stessa natura di Dio, tuttavia l’immagine di quella natura che è superiore ad ogni altra deve essere cercata e trovata presso di noi, in ciò che la nostra natura ha di migliore. Ma si deve considerare lo spirito in sé, prima che esso sia partecipe di Dio, e scoprirvi l’immagine di lui. Anche quando lo spirito, abbiamo detto 39, è degradato e deforme per la perdita della partecipazione a Dio, resta tuttavia immagine di Dio; perché esso è immagine di Dio in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui. Un bene così grande non è possibile se non in quanto lo spirito è immagine di Dio.

1882. (ib. XIV 12,15). Dunque questa trinità dello spirito non è immagine di Dio, perché lo spirito ricorda se stesso, si comprende e si ama, ma perché può anche ricordare, comprendere ed amare Colui dal quale è stato creato. Quando fa questo, diviene sapiente. Se non lo fa, anche quando si ricorda di sé, si comprende e si ama, è insensato. Si ricordi dunque del suo Dio, ad immagine del quale è stato creato 49, lo comprenda e lo ami. Per dirlo in breve, esso onori il Dio increato che l’ha creato capace di lui e di cui può essere partecipe; per questo è scritto: Ecco: il culto di Dio, questa è sapienza 50. E non per la sua luce, ma per la partecipazione a quella luce suprema sarà sempre sapiente e regnerà beato là dove sarà eterno. In questo senso la sapienza dell’uomo è anche sapienza di Dio. Allora infatti è vera sapienza; perché se è umana, è vana. Ma non si tratta della sapienza di Dio, per cui Dio è sapiente. Infatti Dio non è sapiente perché partecipe a sé, come lo spirito lo è per la partecipazione a Dio. Ma come si parla anche di giustizia di Dio, non solo per designare la giustizia per la quale Dio è giusto, ma per designare quella che egli dà all’uomo quando giustifica il peccatore 51, e che ci raccomanda l’Apostolo quando dice di alcuni uomini: Ignorando la giustizia di Dio e volendo stabilire la loro propria giustizia, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio 52; così infatti si può dire pure di alcuni: “Ignorando la sapienza di Dio e volendo costituire la loro sapienza, non si sono sottomessi alla sapienza di Dio”.

1883. (ib. XIV 12,16). Dunque la natura increata, che ha creato tutte le altre nature, grandi e piccole, è senza dubbio più eccelsa di quelle che ha creato, e di conseguenza anche di questa, di cui parliamo, quella natura razionale e intelligente, che è lo spirito umano, creato ad immagine del suo Creatore. Quella natura superiore a tutte le altre è Dio. E certamente non è lontano da ciascuno di noi 53, come dice l’Apostolo, che aggiunge: In lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo 54. Se dicesse queste parole riguardo al corpo, si potrebbero pure intendere di questo mondo corporeo, perché anche in esso, in quanto corpi, viviamo e ci muoviamo e siamo. Dunque bisogna applicare queste parole allo spirito, che è stato creato ad immagine di Dio, in un senso ben superiore, non più sensibile, ma spirituale. Che c’è infatti, che non sia in Colui di cui il testo ispirato dice: Poiché da lui e per mezzo di lui e in lui sono tutte le cose 55? Perciò, se in lui sono tutte le cose, in chi possono vivere gli esseri che vivono, e muoversi gli esseri che si muovono, se non in Colui in cui sono 56? Non tutti però sono con lui al modo di Colui al quale è stato detto: Io sono sempre con te 57. E lui stesso non è con tutti nella maniera in cui diciamo: “il Signore sia con voi” 58. Pertanto è gran miseria per l’uomo non essere con Colui, nel quale è, e tuttavia, se non si ricorda di lui e non lo comprende, né lo ama, non è con lui. Ora ciò che qualcuno ha completamente dimenticato non si può certamente farglielo ricordare.

1884. (ib XIV 14,18). Circa la dilezione di Dio, si trovano nelle divine Scritture molte testimonianze. In queste testimonianze sono di conseguenza comprese anche le altre due facoltà, perché nessuno ama ciò che non ricorda e ciò che ignora totalmente. Ecco perché il più conosciuto e il più importante dei Comandamenti è questo: Amerai il Signore Dio tuo 62. Lo spirito umano è così costituito che mai cessa di ricordarsi di sé, mai di comprendersi, mai di amarsi. Ma, poiché colui che odia qualcuno si dà da fare per nuocergli, si ha ragione di dire che anche lo spirito umano, quando nuoce a se stesso, si odia. Esso non ha coscienza di volere il suo male, quando non ritiene che ciò che vuole gli nuoce; ma tuttavia esso vuole il suo male, quando vuole ciò che gli nuoce.

1885. (De mor. Eccl. Cath. I 13,22-23). Ci unisce ad essa la santità; una volta santificati, infatti noi ardiamo di una carità piena e perfetta, la quale soltanto fa sì che non ci allontaniamo da Dio e ci conformiamo a lui piuttosto che a questo mondo. Poiché, come dice il medesimo Apostolo, ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo 15…23. È per la carità dunque che ci conformiamo a Dio e prese da lui forma e figura e separati da questo mondo, non siamo più confusi con le cose che devono essere a noi sottomesse. E questo avviene per opera dello Spirito Santo: La speranza poi, dice l’Apostolo, non confonde, perché la carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 16.

1886. (De Trin. XV 18,32). Non c’è dunque dono di Dio più eccellente della carità 203; è il solo che distingue i figli del regno eterno dai figli della perdizione eterna 204. Ci sono dati altri doni mediante lo Spirito Santo 205, ma senza la carità non servono a nulla 206…essa lo conduce al regno, dato che solo la carità può fare in modo che la fede stessa sia utile. Senza dubbio, senza la carità la fede può esistere, ma non essere utile.

1887. (ib. XIV 16,22). Coloro che, invitati a ricordarsene, si convertono al Signore, sono da lui riformati da quella difformità per cui le passioni mondane li conformavano a questo mondo, udendo la parola dell’Apostolo che dice: Non conformatevi a questo mondo, ma riformatevi rinnovando il vostro spirito 86, cosicché quella immagine incomincia ad essere riformata da Colui che l’ha formata. Infatti non può riformarsi essa stessa, come ha potuto deformarsi: dice infatti l’Apostolo in un altro passo: Rinnovatevi nello spirito della vostra anima e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è stato creato ad immagine di Dio, nella vera giustizia e santità 87. Ciò che qui dice creato secondo Dio, è ciò che un altro passo delle Scritture dice creato ad immagine di Dio 88. Ma peccando ha perso la vera giustizia e santità; perciò questa immagine è divenuta deforme e sbiadita; la recupera (nella sua integrità) quando è rinnovato e riformato…Ma è detto: secondo Dio perché non si ritenga che si verifichi secondo un’altra creatura, ed è detto: secondo l’immagine di Dio per far comprendere che questo rinnovamento si attua là dove si trova l’immagine di Dio, cioè nello spirito.

1888. ( ib XIV 17,23). Certo, il rinnovamento di cui ora si parla, non si compie istantaneamente con la conversione stessa, come il rinnovamento del Battesimo si compie istantaneamente con la remissione di tutti i peccati 102, senza che rimanga da rimettere la più piccola colpa. Ma come una cosa è non avere più la febbre, altra cosa ristabilirsi dalla debolezza causata dalla febbre; ancora, come una cosa è estrarre il dardo conficcato nel corpo, altra cosa poi guarire con un’altra cura la ferita procurata dal dardo; così la prima cura consiste nel rimuovere la causa della malattia, ciò che avviene con il perdono di tutti i peccati, la seconda nel curare la malattia stessa, ciò che avviene a poco a poco progredendo nel rinnovamento di questa immagine. Questi due momenti sono indicati nel Salmo in cui si legge: Egli perdona tutte le tue iniquità, ciò che si attua nel Battesimo; poi il Salmo continua: Egli guarisce tutte le tue malattie 103, ciò che si attua con i progressi quotidiani, quando si rinnova questa immagine. Di questo rinnovamento parla assai chiaramente l’Apostolo quando dice: Quantunque il nostro uomo esteriore vada deperendo, quello interiore però si rinnova di giorno in giorno 104. Ora si rinnova nella conoscenza di Dio 105, cioè nella vera giustizia e santità 106,… Dunque colui che di giorno in giorno si rinnova progredendo nella conoscenza di Dio e nella vera giustizia e santità trasporta il suo amore dalle cose temporali alle cose eterne, dalle cose sensibili alle intelligibili, dalle carnali alle spirituali; e si dedica con cura a separarsi dalle cose temporali, frenando ed indebolendo la passione, e ad unirsi con la carità a quelle eterne. Non gli è possibile però questo che nella misura in cui riceve l’aiuto di Dio. È Dio che l’ha detto: Senza di me non potete far nulla 107. Chiunque l’ultimo giorno di questa vita sorprenda in tale progresso e accrescimento, e nella fede nel Mediatore, questi sarà accolto dai santi Angeli per essere condotto a Dio che ha onorato e per ricevere da lui la sua perfezione; alla fine dei tempi gli sarà dato un corpo incorruttibile per non essere destinato alla sofferenza, ma alla gloria. In questa immagine sarà perfetta la somiglianza di Dio 108, quando sarà perfetta la visione di Dio. Di questa visione l’apostolo Paolo dice: Ora vediamo per mezzo di uno specchio in enigma, ma allora a faccia a faccia 109. Egli dice pure: Noi che, a faccia velata, rispecchiamo la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine, salendo di gloria in gloria, in conformità all’operazione del Signore che è spirito 110. È questo che si realizza in coloro che progrediscono di giorno in giorno nel bene.

1889. (En in Ps. 94,2). Ma pur essendo assolutamente vero che nessuno può fuggire lontano da colui che è onnipresente, se non ci fossero alcuni che si trovano lontani da Dio non direbbe la Scrittura: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me 2 . Non si è lontani da Dio per fattori locali, ma in quanto non gli si somiglia. E che vuol dire non somigliargli? Condurre una vita cattiva, avere cattivi costumi. Come con la buona condotta ci si avvicina a Dio, così con la condotta cattiva ci si allontana da lui. Poni un solo ed identico uomo che col corpo resti immobile in un medesimo luogo: se amerà Dio si avvicinerà a lui; se amerà il peccato si allontanerà da Dio.

1890. (De Trin. XV 28,51). Fa’ che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente.

CAPITOLO XXV

Ricompensa i meriti, colui che dona i meriti.

SOMMARIO. Propone una questione: Se la vita eterna è ricompensa alle buone opere, in che modo la grazia è vita eterna, quando la grazia è data gratuitamente? Si risponde che le stesse buone opere con cui viene ricompensata la vita eterna, appartengono alla grazia di Dio, con la quale l’uomo coopera. La vita eterna dunque è merce e grazia.: merce perché paga le opere buone, grazia perché gli stessi meriti cui si dà il premio sono di Dio. Pertanto quando Dio corona i nostri meriti, corona i suoi doni: 1891-1896. Dio diventa debitore, non ricevendo, ma promettendo: 1897-1899. Il giusto può meritare un aumento della gloria. Il peccatore con l’aiuto divino può meritare “de congruo” la grazia abituale: 1900-1904.

1891. (De gr. et lib. arb. 8,19). E da ciò nasce un problema non trascurabile, la cui soluzione dev’essere ricercata con l’intervento del Signore. Se infatti la vita eterna viene data in ricompensa delle opere buone 102, come dice la Scrittura in maniera estremamente chiara: Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere 103, in qual maniera la vita eterna può essere grazia, dato che la grazia non è assegnata in ricompensa alle opere, ma viene conferita gratuitamente?. L’Apostolo appunto dice: A chi lavora, la mercede non è computata secondo la grazia, ma secondo il debito 104; e ancora: Un residuo è stato salvato per elezione della grazia, e subito aggiunge: Ma se è per grazia, allora non è per le opere; altrimenti la grazia non è più grazia 105. Dunque la vita eterna come può essere una grazia, se si acquista in seguito alle opere? O forse non è la vita eterna che l’Apostolo chiama grazia? Al contrario, egli si è espresso in una maniera che l’identificazione non si può negare; e non c’è bisogno nemmeno di un acuto intenditore, ma soltanto di uno che dia ascolto attentamente. Quando infatti afferma: La paga del peccato è la morte, subito aggiunge: Ma la grazia di Dio è la vita eterna, in Cristo Gesù, nostro Signore 106.

1892. (ib 8,20). Dunque una tale questione non mi sembra che si possa sciogliere in nessun modo, se non intendendo che anche le nostre stesse opere buone, alle quali si conferisce la vita eterna, appartengono alla grazia di Dio. E il motivo è nelle parole del Signore Gesù: Senza di me nulla potete fare 107. E ancora l’Apostolo afferma: Per la grazia voi siete stati salvati mediante la fede, e ciò non proviene da voi, ma è dono di Dio; non in seguito alle opere, affinché per caso qualcuno non si glori 108. Egli vide senza meno che secondo l’opinione degli uomini questo concetto si potrebbe intendere nel senso che ai credenti non siano necessarie le opere buone, ma basti per essi la fede sola; e che inoltre gli uomini potrebbero gloriarsi per le opere buone, come se per compierle bastassero le loro sole forze. Perciò aggiunge subito: Infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù in vista delle opere buone che Dio approntò affinché noi camminiamo in esse 109. Dopo che ha detto, per dare risalto alla grazia di Dio: Non in seguito alle opere, affinché per caso qualcuno non si glori, per quale motivo, come spiegazione, aggiunge: Infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù, in vista delle opere buone? Come può stare allora: Non in seguito alle opere, affinché per caso qualcuno non si glori? Ma ascolta e comprendi: ciò non avviene in seguito alle opere, ossia ad opere che siano tue e ti derivino da te stesso, bensì in seguito alle opere in vista delle quali Dio ti foggiò, cioè ti dette forma e ti creò. Questo appunto significa: Infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù, in vista delle opere buone; non si tratta di quella creazione per la quale siamo stati fatti uomini, ma della creazione della quale chi era già uomo diceva: Crea in me un cuore puro, o Dio 110, e di cui dice l’Apostolo: Se dunque uno è in Cristo, è una nuova creazione; le vecchie cose sono passate. Ecco, sono divenute nuove, e tutte vengono da Dio 111. Dunque siamo foggiati, cioè riceviamo forma e siamo creati in vista delle opere buone, che non siamo noi ad avere approntato, ma che Dio approntò, affinché noi camminiamo in esse. Pertanto, o carissimi, se la nostra vita buona altro non è che grazia di Dio, senza dubbio anche la vita eterna, che viene data in contraccambio alla vita buona, è grazia di Dio; ed essa pure viene data gratuitamente, perché è stata data gratuitamente la vita buona per la quale quella eterna viene concessa. Ma quella vita buona per cui viene concessa, è semplicemente grazia; in definitiva questa vita eterna che viene concessa per essa, poiché di essa è premio, è grazia per grazia, come una ricompensa che contraccambia la giustizia. E così si dimostra vero, perché è vero, che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere 112.

1893. (Enchir. 107). Per questo l’Apostolo definisce grazia di Dio la stessa vita eterna, che rappresenta sicuramente la ricompensa per le opere buone: Il salario del peccato, egli dice, è la morte; ma la grazia di Dio è la vita eterna in Cristo Gesú nostro Signore 262…Dunque si deve intendere che i beni stessi meritati dall’uomo sono dono di Dio; quando per essi viene resa la vita eterna, che cosa si rende se non grazia su grazia 264?

1894. (Serm. Guelferb. 23,5). Quanto a me presto sarò immolato. È imminente l’ora della mia liberazione. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede; ora mi resta la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi renderà in quel giorno 23 . Retribuirà i meriti colui che dona i meriti. È stato eletto apostolo chi non era degno e non sarà coronato chi è degno? Allora infatti non era degno, quando ricevette la grazia non dovuta, ma gratuita: Non sono degno, disse, di essere chiamato apostolo, ma per grazia di Dio sono quello che sono. Ora, invece, esige il dovuto: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede; ora mi resta la corona di giustizia, mi è dovuta la corona di giustizia. Che mi renderà, perché tu comprenda che è dovuta. Non disse ‘mi dà’, oppure, ‘mi dona’, ma: Mi renderà il Signore, il giusto giudice, in quel giorno. Perché misericordioso mi ha donato, perché giusto mi renderà. Ho davanti agli occhi, beato Paolo, a quali tuoi meriti è dovuta la corona; ma, guardando indietro, riconosco quel che sei stato; proprio i tuoi meriti sono doni di Dio. Hai detto: ho combattuto la buona battaglia, ma tu pure hai detto: Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo 24. Di conseguenza, hai combattuto la buona battaglia, ma hai riportato vittoria per dono di Cristo. Hai detto: Ho terminato la corsa, ma hai pure detto: Non dipende dalla volontà né dagli sforzi di chi corre, ma da Dio che usa misericordia 25. Hai detto: Ho conservato la fede, ma tu pure hai detto: Ho ottenuto misericordia per meritare fiducia 26 . Notiamo allora che sono doni di Dio i tuoi meriti e perciò ci rallegriamo della tua corona.

1895. (Ep. 214, 4). Per questo motivo, nella lettera che vi è giunta, ho provato con passi delle Sacre Scritture – li potete esaminare nella lettera – che noi non avremmo potuto compiere in alcun modo opere buone, né pregare con sentimenti di pietà, né credere con retta fede, se tutto ciò non lo avessimo ricevuto da Colui del quale l’Apostolo Giacomo dice: Ogni favore eccellente e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre degli astri 13, affinché nessuno affermi che la grazia di Dio gli sia stata concessa per i meriti delle proprie opere, o delle proprie preghiere, o della propria fede, e non creda che sia vero quanto affermano quegli eretici, che cioè la grazia sia accordata in considerazione dei nostri meriti, poiché non c’è nulla di più falso di questa asserzione. Con ciò non si vuol dire che non esista alcun merito buono delle persone timorate di Dio o alcun merito cattivo delle persone senza timore di Dio – altrimenti come potrebbe Dio giudicare il mondo? – ma che la conversione dell’uomo è opera della misericordia e della grazia di Dio, di cui il Salmo dice: Mio Dio (egli è); la sua misericordia mi preverrà 14. Per conseguenza, è in virtù della sua misericordia che l’empio viene giustificato, cioè da empio che era diventa giusto e comincia ad avere dei meriti che il Signore coronerà col premio, quando sarà giudicato il mondo.

1896. (Ep 194 5,19). Qual è dunque il merito dell’uomo precedente alla grazia, in virtù del quale possa riceverla, dal momento che ogni nostro merito è in noi solo effetto della stessa grazia?… Per conseguenza la stessa vita eterna, che godremo alla fine senza fine, ci viene data come ricompensa di meriti precedenti, ma poiché i medesimi meriti, in compenso dei quali ci viene data, non sono prodotti da noi con la nostra capacità, sebbene prodotti in noi dalla grazia, (la vita eterna) è chiamata grazia non per altro se non perché ci viene accordata gratuitamente, non perché non sia data in compenso dei meriti, ma perché sono dono di Dio gli stessi meriti ai quali è data in ricompensa.

1897. (Serm. Mai 19,2). Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi renderà in quel giorno 8 . Non dice ‘dà’, ma ‘renderà’: se renderà, era in debito. Ma aveva forse ricevuto un prestito da diventare debitore? Deve la corona, rende la corona, non in quanto debitore dietro un nostro prestito, ma dietro sua promessa: quando infatti ne coronava i meriti, non è che non coronava i doni suoi.

1898. (Serm. 158 2). Poiché egli non si è fatto debitore ricevendo qualcosa da noi, ma promettendo ciò che gli è piaciuto. Una cosa è se diciamo ad un uomo: Mi sei obbligato perché ti ho dato, altra è se diciamo: Mi sei obbligato perché mi hai promesso.

1899. (En in Ps. 83,16). Del perdono è datore benevolo; della corona è debitore. Ma perché ” debitore “? Forse che Dio aveva preso in prestito qualcosa da lui? Con quale uomo Dio sarà mai in debito? Eppure, vediamo che Paolo lo ritiene suo debitore, quando, ottenuta la misericordia, ne esige la verità. Dice: Il Signore, giudice giusto, in quel giorno me la renderà. Ma, che ti verrà a rendere, se non una cosa che ti è dovuta? E di che cosa può Dio essere in debito con te? Che gli hai prestato? C’è stato forse qualcuno che per primo gli ha dato qualcosa, sì che abbia ad essere ripagato da lui56 È stato lui, il Signore, che s’è voluto rendere nostro debitore, non ricevendo qualcosa da noi, ma facendoci delle promesse. Non gli si va, quindi, a dire: ” Restituiscimi ciò che m’hai preso “, ma: ” Rendimi quel che mi hai promesso “.

1900. (Serm. 158 2). Pertanto possiamo rivolgerci al Signore nostro solo per dire: Rendi ciò che hai promesso, perché abbiamo compiuto ciò che hai comandato, e che è anche opera tua, perché hai sostenuto quanti erano nella fatica.

1901. (In Io. ev. tr. 67,2). Uno potrà essere più forte di un altro, più sapiente, più giusto, più santo, ma nella casa del Padre vi sono molte dimore; nessuno verrà escluso da quella casa dove ciascuno riceverà la sua dimora secondo il merito…le diverse mansioni rappresentano i diversi gradi di meriti che esistono nell’unica vita eterna.

1902. (De praed. sanct. 2,4). Ma chi potrebbe affermare che colui che ha cominciato a credere non abbia nessun merito nei confronti di Colui in cui credette?.

1903. (Ep. 186 3,7). Se però qualcuno dirà che è la fede a meritare la grazia di fare il bene, noi non solo non lo neghiamo affatto, ma lo ammettiamo anche di buon grado, poiché noi, per questi nostri fratelli, che si vantano tanto delle loro opere buone, desideriamo che abbiano proprio questa fede con la quale pregando possano ottenere la carità, la quale è la sola capace di compiere il bene. Ora la carità è un dono talmente esclusivo di Dio da essere chiamata Dio stesso 27.

1904. (Ep. 194 3,9). I Pelagiani possono, sì, affermare che la grazia data senza meriti precedenti è il perdono dei peccati, poiché qual merito di bene possono avere i peccatori? Ma neppure il perdono dei peccati si ottiene senza qualche merito se è la fede ad ottenerlo. Infatti non può non avere qualche merito la fede con cui il pubblicano esclamava: Abbi pietà di me peccatore, mio Dio; e quell’uomo ispirato dalla fede, dopo essersi umiliato, tornò a casa giustificato, poiché chi si umilia, sarà esaltato 20. Non ci resta quindi che attribuire la stessa fede, dalla quale ha inizio ogni specie di giustizia,… che attribuire la stessa fede esaltata da costoro non già alla volontà dell’uomo né ad alcun merito precedente, poiché da essa hanno origine i meriti di ogni specie, ma confessare ch’è un dono gratuito di Dio se considereremo la grazia autentica, quella cioè non dovuta ai meriti.