LA GRAZIA DI CRISTO – PARTE I

PREMESSA

CAPITOLO I

La dottrina dei Pelagiani.

SOMMARIO. I Pelagiani negavano la necessità della grazia per osservare i precetti divini. A questo è sufficiente la natura umana, che fu creata con il libero arbitrio. La grazia dunque non è se non la natura dotata di libero arbitrio: 1412-1415. Pelagio distinse tre cose: a) potere; b) volere; c) essere: cioè, la possibilità, la volontà, l’ azione ossia l’effetto. Potere, la natura stessa ricevuta da Dio creatore della natura; il volere e l’ essere siamo noi stessi. Da qui comincia l’emancipazione dell’uomo da Dio, e perciò, secondo Giuliano, “se la volontà è spinta, agisce”. Secondo Celestio, “non si può parlare di libero arbitrio se ha bisogno dell’ aiuto di Dio”: 1416-1421. Incalzato dai fratelli perché non attribuisce niente all’ aiuto di Dio, Pelagio una certa grazia almeno esterna la ammette, cioè, la Legge, la dottrina e gli esempi di Cristo. Questa grazia però non è gratuita, poiché viene data “secondo i meriti”, nè viene concessa “semplicemente”, ma per poter osservare più facilmente con essa i comandamenti. Negarono la grazia interna della volontà:1422-1429. Affermano in conclusione che gli uomini possono vivere e che di fatto alcuni poterono vivere senza peccato. Agostino elenca numerosi altri errori, che sono stati fatti osservare a Pelagio nel Synodo di Diospoli: 1430-1434.

1412. (De haer. 88). 1. In questo nostro tempo c’è l’eresia dei Pelagiani, l’ultima fra tutte, proveniente dal monaco Pelagio. Celestio ha seguito tanto codesto suo maestro, che i loro seguaci sono designati anche come Celestiani…. 2. Costoro sono ostili alla grazia di Dio: per mezzo di essa noi, infatti, siamo stati predestinati all’adozione di figli di Lui per mezzo di Gesù Cristo 19; e per mezzo di essa veniamo strappati dal potere delle tenebre, affinché crediamo in Lui e siamo trasferiti nel suo regno 20, e riguardo a ciò Gesù ha detto: Nessuno viene a me, se non gli viene dato dal Padre mio 21; e per mezzo di essa la carità viene riversata dentro i nostri cuori 22, così che la fede agisce sotto l’impulso dell’amore 23. Costoro sono tanto ostili alla grazia, che credono che l’uomo può mettere in pratica tutti i precetti di Dio senza il suo aiuto.

1413. (Ep. 179,3). In tale libro Pelagio dà il nome di grazia solo alla natura in cui siamo stati creati e dotati del libero arbitrio. Riguardo invece alla grazia, presentata con gran risalto in innumerevoli passi della S. Scrittura, la quale insegna che da essa noi veniamo giustificati, vale a dire diventiamo santi e veniamo aiutati dalla misericordia di Dio tanto nel praticare quanto nell’eseguire alla perfezione ogni opera buona (cosa questa dimostrata in modo quanto mai evidente dalle preghiere dei santi, con le quali vien chiesto al Signore che si compia ciò ch’egli stesso ha comandato); di questa grazia dunque Pelagio non solo non fa alcun cenno, ma afferma anche molte cose contrarie ad essa. Egli infatti afferma e sostiene a spada tratta che la natura umana, con le sole forze del libero arbitrio, può raggiungere la santità e osservare tutti i comandamenti di Dio.

1414. (De gr. et lib. arb. 13,25). la grazia sarà forse la natura? In effetti i pelagiani hanno osato dire anche questo: che la grazia sarebbe la natura, nella quale siamo stati creati in possesso di una mente razionale, che ci mette in grado di capire, fatti ad immagine di Dio, per dominare sui pesci del mare, gli uccelli del cielo e tutte le bestie che strisciano sulla terra.

1415. (Ep. 178,1). Una nuova eresia, nemica della grazia di Cristo, si sforza d’elevarsi contro la Chiesa di Cristo, ma ancora non se n’è separata in modo chiaro: i novatori osano attribuire tanta potenza alla debolezza umana, da sostenere che la grazia di Dio consisterebbe solo nel fatto d’essere stati creati col libero arbitrio e con la possibilità di non peccare e d’aver ricevuto i comandamenti, che noi possiamo osservare e adempiere da noi stessi senza bisogno d’alcun aiuto divino. Ammettono peraltro ch’è necessaria la remissione dei peccati in quanto non possiamo fare sì che il male da noi commesso nel passato non sia stato commesso. Ma per evitare e vincere i peccati nell’avvenire e per superare con la virtù tutte le tentazioni, basta – secondo essi – la volontà umana dotata di una capacità naturale senz’alcun ulteriore aiuto della grazia di Dio;

1416. (De gr. Chr. I 4,5). Dice: ” Noi distinguiamo così questi tre fattori e li disponiamo come distribuiti in questo determinato ordine. Al primo posto mettiamo il potere, al secondo il volere, al terzo l’essere. Collochiamo il potere nella natura, il volere nell’arbitrio, l’essere nell’attività. Il primo, cioè il potere, appartiene propriamente a Dio che l’ha concesso alla sua creatura, gli altri due invece, il volere e l’essere, sono da riportarsi all’uomo, perché discendono dalla fonte dell’arbitrio.

1417. (C. Iul. o.i. I 78). GIUL. La libertà dell’arbitrio, con la quale l’uomo è stato emancipato da Dio, consiste nella possibilità di commettere il peccato e di astenersi dal peccato.

1418. (ib. V 41). GIUL. Se dunque la volontà non è nient’altro che un movimento dell’animo ” senza coazione di nessuno “, è proprio mal posta la questione dell’origine di una realtà la cui esistenza viene meno, se è prevenuta.

1419. (de gest. Pel. 18,42). Nel decimo capitolo (di Celestio) è scritto: ” Non è libero arbitrio, se ha bisogno dell’aiuto di Dio, perché ciascuno possiede nella propria volontà il potere di fare o di non fare un’azione “.

1420. (C. Iul. o.i. III 117). AGOSTINO. Per quale ragione infatti metti a disposizione della volontà buona i sussidi della grazia, mentre la volontà cattiva è cattiva o continua ad essere cattiva, perché non si avvale di nessun sussidio? Forse che qui la tua bilancia, che tenti di tenere in equilibrio perfetto con uguali pesi da una parte e dall’altra, perché la volontà quanto è libera al male altrettanto sia libera anche al bene, abbassandosi da una parte mostra che tu stai delirando?

1421. (ib. III 110). GIUL. E perché questa verità assoluta sia illuminata con pochi esempi, il libero arbitrio sta nel fatto che sia tanto libero ad un uomo voler fare un sacrilegio quanto non volerlo, tanto libero voler perpetrare un parricidio quanto non volerlo, tanto libero commettere un adulterio quanto non volerlo, tanto possibile rendere vera testimonianza quanto falsa testimonianza, tanto libero obbedire al comando di Dio quanto obbedire alla persuasione del diavolo.

1422. (De haer. 88). Infine Pelagio, rimbrottato dai suoi confratelli di non assegnare parte alcuna all’aiuto dato dalla grazia di Dio per l’adempimento dei suoi precetti, cedette alle loro rimostranze, ma solo fino a questo punto, che non antepose la grazia al libero arbitrio, ma, con l’astuzia da miscredente la subordinò ad esso: disse, infatti che essa è data agli uomini unicamente al fine che essi, mediante la grazia, possano più facilmente adempiere i precetti;

1423. (De gr. Chr. I 3,3). Infatti fa consistere la grazia di Dio e il suo aiuto, che ci aiuta a non peccare, o nella natura e nel libero arbitrio o nella legge e nella dottrina: nel senso cioè che l’aiuto di Dio all’uomo perché stia lontano dal male e faccia il bene 3 si deve credere che consista nel fatto che Dio rivela e indica all’uomo ciò che deve fare, non nel fatto che Dio cooperi altresì con l’uomo e gli metta nell’animo l’amore necessario per fare ciò che ha conosciuto di dover fare.

1424. (ib. I 6.8). Quanto poi al riconoscimento da parte di Pelagio che la possibilità naturale è aiutata dalla grazia di Dio, non è chiaro in questo testo né quale sia la grazia di cui parla, né in quale misura ritenga che da essa sia aiutata la natura, ma, come si può capire in altri passi dove parla con più evidenza, vuole che s’intenda che ad aiutare la possibilità naturale non sia nient’altro che la legge e la dottrina.

7. Infatti dice in un suo testo: ” Qui i più ignoranti degli uomini credono che noi rechiamo offesa alla grazia divina perché diciamo che essa senza la nostra volontà non porta in nessun modo alla perfezione in noi la santità, come se Dio avesse comandato qualcosa alla sua grazia e non somministrasse anche l’aiuto della sua grazia a quelli ai quali ha comandato qualcosa, perché gli uomini possano adempiere più facilmente per mezzo della grazia ciò che è comandato ad essi di fare per mezzo del libero arbitrio ” 9. E come sul punto di spiegare di quale grazia parli, ha di seguito aggiunto: ” E noi riconosciamo che la grazia non sta solo nella legge, come tu pensi di noi, ma anche nell’aiuto di Dio “. Chi a questo punto non desidererebbe che egli indichi quale grazia vuole che s’intenda? Per questo in modo particolare da lui dobbiamo aspettare che si voglia spiegare quando dice di non riporre la grazia unicamente nella legge. Ma mentre ce ne stiamo sospesi in quest’attesa, guardate che cosa ha soggiunto: ” Dio infatti ci aiuta con la sua dottrina e con la sua rivelazione quando apre gli occhi del nostro cuore, quando ci mostra i beni futuri perché non c’ingombrino i beni presenti, quando sventa le insidie del diavolo, quando ci illumina con il dono multiforme ed ineffabile della grazia celeste “. Poi, concludendo la sua sentenza con una specie d’autogiustificazione, domanda: ” Ti sembra che neghi la grazia di Dio chi dice così? O non confessa e il libero arbitrio dell’uomo e la grazia di Dio? “. In tutto questo testo non si è discostato dal fare l’elogio della legge e della dottrina, inculcando diligentemente che la legge e la dottrina sono la grazia adiuvante di Dio e rispettando ciò che si era proposto nel dire: ” Ma noi riconosciamo che la grazia sta anche nell’aiuto di Dio “. Poi ha creduto di dover insinuare l’aiuto di Dio sotto molteplici aspetti ricordando la dottrina e la rivelazione, l’aprire gli occhi del cuore, l’indicazione dei beni futuri, il mandare a vuoto le insidie diaboliche, la nostra illuminazione con il dono multiforme ed ineffabile della grazia celeste: tutto questo serve appunto a che noi impariamo i comandamenti di Dio e le sue promesse. Questo è dunque riporre la grazia di Dio nella legge e nella dottrina.

1425. (ib. 31,33-34). Questo potere del libero arbitrio diciamo che esiste universalmente in tutti: nei cristiani, nei giudei e nei gentili. In tutti c’è ugualmente per natura il libero arbitrio, ma unicamente nei cristiani è aiutato dalla grazia ” 103. Chiediamo di nuovo: da quale grazia? Ed egli potrà rispondere ancora: dalla legge e dalla dottrina cristiana….34. Poi, comunque intenda la grazia, dice che essa si dà ai cristiani secondo i loro meriti,… Le sue parole sono precisamente queste: ” In quelli il bene della condizione è nudo e inerme “: si riferisce a coloro che non sono cristiani. Poi proseguendo nell’ordine dice: ” Al contrario in questi che appartengono al Cristo è protetto dall’aiuto del Cristo “. Vedete che rimane ancora incerto da quale aiuto, secondo quanto abbiamo già detto. Ma continua a parlare ancora di quelli che non sono cristiani e dice: ” La ragione per cui devono subire il giudizio e la condanna è che, sebbene abbiano il libero arbitrio per mezzo del quale potrebbero giungere alla fede e meritare la grazia di Dio, usano male la libertà ricevuta. Sono invece da premiare coloro che usando bene il libero arbitrio meritano la grazia del Signore e osservano i suoi comandamenti ” 104. È manifesto dunque: egli dice che la grazia si dà secondo i meriti, qualunque contenuto e qualità egli attribuisca alla grazia, che tuttavia non spiega apertamente.

1426. (ib. 2). i pelagiani sono soliti dire che il Cristo ci ha prestato il suo aiuto a non peccare per il fatto che ci ha lasciato un bell’esempio

1427. (De haer. 88,4). Costoro giungono, di fatto, a distruggere anche le preghiere che fa la Chiesa, sia quelle per gli infedeli e per quanti sono renitenti alla dottrina di Dio, fatte per la loro conversione, sia quelle per i fedeli, fatte affinché si accresca la loro fede e rimangono perseveranti in Lui. Codesti eretici, invero, sostengono che gli uomini non ricevano queste mozioni da Dio direttamente, ma le abbiano da se stessi, in quanto che, secondo le loro affermazioni, la grazia di Dio, ad opera della quale siamo liberati dall’empietà, ci viene data proporzionalmente ai nostri meriti. Pelagio, però, nel processo fattogli dai vescovi della Palestina, per timore di esservi condannato, fu costretto a condannare codesta sua proposizione. Tuttavia, egli nei suoi scritti posteriori la professa apertamente.

1428. (C.Iul. o.i. III 114). Cotesta carità la dona Dio solamente, perché la carità è da Dio 155. Questa carità voi non la volete nominare tra gli aiuti della grazia che ricordate, per non concedere che lo stesso nostro obbedire a Dio è sua grazia.

1429. (De haer. 88,3). E con ciò costoro vengono ad ammettere che da Dio ci è data la scienza, per opera della quale viene cacciata l’ignoranza; ma rifiutano di ammettere che ci sia data la carità, in virtù della quale si vive piamente:

1430. (De pecc. mer. et rem. III 1,1). e infine sulla questione se in questa vita esistano, siano esistiti ed esisteranno uomini senza nessun peccato.

1431. (ib. III 23,23). dicono: “Alcuni uomini, già con l’uso ragionevole della propria volontà, sono vissuti o vivono in questo mondo senza alcun peccato”

1432. (Serm. 181 2,2). Ma alcuni sono otri gonfiati, pieni di arroganza, molto grossi non fisicamente, ma tronfi del vizio della superbia, baldanzosi al punto di asserire che si trovano uomini senza alcun peccato. Affermano dunque che i giusti in questa vita non hanno proprio alcun peccato…. E quando si dice loro: Chi sono questi giusti, i quali sono senza peccato? Dicono in risposta: ” La Chiesa intera “.

1433. (De gest. Pel. 11,23). Ecco infatti le affermazioni che successivamente furono rimproverate a Pelagio e che si dicono rinvenute nella dottrina del suo discepolo Celestio: ” Adamo fu creato mortale e sarebbe morto, sia che peccasse, sia che non peccasse. Il peccato di Adamo danneggiò lui soltanto e non il genere umano. La Legge conduce al regno nella stessa maniera del Vangelo. Prima della venuta del Cristo ci furono uomini senza peccato. I neonati si trovano nel medesimo stato in cui era Adamo prima della sua prevaricazione. Né per la morte, né per la prevaricazione di Adamo muore tutto il genere umano; né per la risurrezione del Cristo risorge tutto il genere umano”….Queste affermazioni furono obiettate come già udite e condannate… Eccole: ” L’uomo se vuole può vivere senza peccato. I bambini, anche se non vengono battezzati, hanno la vita eterna. Ai ricchi battezzati, se non rinunziano a tutto, non giova a nulla il bene che sembra a loro di fare e non possono ricevere il regno di Dio”.

1434. (ib. 35,65). “…La grazia di Dio e il suo aiuto non si dà per le nostre singole azioni, ma consiste nel libero arbitrio, nella legge e nella dottrina. La grazia di Dio si dà secondo i meriti e perciò la grazia stessa è riposta nella volontà dell’uomo, degno o indegno che sia. Non si possono chiamare figli di Dio se non coloro che sono diventati tali da essere assolutamente senza peccato. La dimenticanza e l’ignoranza non soggiacciono al peccato, perché non provengono da volontà, ma da necessità. Non è libero l’arbitrio, se esso ha bisogno dell’aiuto di Dio, perché ciascuno ha, per fare o non fare un’azione, la propria volontà. La nostra vittoria non proviene dall’aiuto di Dio, bensì dal libero arbitrio. Dall’affermazione di Pietro che noi siamo partecipi della natura divina 148 deriva conseguentemente che la nostra anima può essere senza peccato alla stessa maniera di Dio “.

CAPITOLO II

Il progresso dottrinale secondo nell’intenzione di  Agostino.

SOMMARIO. Nell’anno circa 394 Agostino riteneva che l’inizio della della fede partisse dall’uomo. Questo errore fu la causa di formule diverse, di cui le principali sono: a) l’elezione della grazia alla fede non fu gratuita, ma dovuta ai meriti; b) che nella massa dell’umanità decaduta e peccatrice Dio vide in alcuni dei meriti che resero alcuni degni della giustificazione, mentre in altri il contrario; c) che la fede meritò la grazia che giustifica; d) che la stessa grazia della vocazione non fosse nient’altro che la predicazione del Vangelo, “annuncio di verità”. Fu convinto del suo errore dalla testimonianza degli Apostoli (1 Cor. 4,7): 1435-1440. Invita i Semipelagiani, che si opponevano ai suoi primi scritti, a partecipare ai suoi progressi nella verità. Possono trovare la verità già esposta nell’opera De diversis quaestionibus ad Simplicianum: 1441-1443.

1435. (Retr. I 23,2). Inoltre, discutendo della scelta fatta da Dio in un uomo non ancora nato, al cui servizio predice che si sarebbe posto il fratello maggiore, e discutendo altresì della riprovazione espressa nei riguardi di questo stesso fratello maggiore, anche lui non ancora nato – è per questo che nei riguardi dei due fratelli vien riportata, anche se alquanto più avanti, la testimonianza del Profeta che suona: Ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù·313 – così ho condotto la mia argomentazione: Dio non ha scelto, nella sua prescienza le opere di alcuno, quelle opere ch’egli stesso gli avrebbe concesso di fare; nella sua prescienza ha scelto però la fede: conoscendo in anticipo l’uomo che avrebbe creduto in lui, questo ha prescelto per concedergli lo Spirito Santo sì che, operando il bene, conseguisse anche la vita eterna·314. Non avevo ancora cercato con attenzione e non avevo ancora scoperto in che consista l’elezione della grazia a proposito della quale lo stesso Apostolodice: Ciò che resta d’Israele è fatto salvo per elezione della grazia·315. E la grazia non è tale se è preceduta dai meriti: in tal caso infatti un bene concesso non per grazia, ma perché dovuto, sarebbe un compenso dei meriti, non un dono. Subito dopo ho detto: Dice lo stesso Apostolo: “·Lo stesso Dio che opera ogni cosa in tutti··316. Da nessuna parte però è detto: Dio crede ogni cosa in tutti. Ho quindi aggiunto: Credere è opera nostra, fare il bene è opera di colui che dà, a coloro che credono, lo Spirito Santo·317. Non mi sarei certamente espresso così se già avessi saputo che anche la fede fa parte dei doni che ci vengono concessi dallo stesso Spirito·318. Entrambe le cose, credere e ben operare, ci appartengono in virtù dell’arbitrio della volontà ed entrambe, tuttavia, ci vengono date attraverso lo Spirito della fede e della carità. Né la carità sta da sola ma, come è scritto, ci vien data, assieme alla fede, da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo·319.

1436. (ib. I 23,3). È inoltre vero ciò che ho detto poco dopo: È opera nostra credere e volere, di Lui invece concedere a coloro che credono e che vogliono la facoltà di ben operare “·per mezzo dello Spirito Santo” grazie al quale “la carità si diffonde nei nostri cuori··320. In base però al medesimo criterio sopra applicato mentre è vero che entrambe le operazioni appartengono a Lui in quanto predispone la volontà, è altrettanto vero che entrambe appartengono a noi in quanto si verificano solo se lo vogliamo.

1437. (ib. I 26 in q.68). In essa ho detto: La possibilità che chiunque, in seguito a peccati di non molta gravità, ma anche di peccati gravi e numerosi, diventi degno della misericordia di Dio col suo intenso pianto e col dolore del pentimento, non dipende da lui che, se fosse lasciato a se stesso, perirebbe, ma da Dio misericordioso, che viene in soccorso alle sue suppliche ed ai suoi dolori. È poco il volerlo, se Dio non ha pietà. Ma Dio, che chiama alla pace, non ha pietà se prima non la si vuole·406. L’affermazione si riferisce però al tempo che segue il pentimento. Ad intervenire prima ancora della stessa volontà è la misericordia di Dio, in mancanza della quale la volontà non sarebbe predisposta dal Signore·407. A questa misericordia si riferisce la stessa chiamata che precede anche la fede·408.

1438. (De div. quaest. 83 q.68,4). Senza dubbio usa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole, eppure questa volontà di Dio non può essere ingiusta. Scaturisce difatti da meriti assai occulti; anche gli stessi peccatori, sebbene a causa del comune peccato costituiscano un’unica massa, non sono tuttavia senza qualche differenza tra loro. In alcuni peccatori precede dunque qualcosa per cui, sebbene non siano ancora giustificati, sono degni di essere giustificati; e in altri peccatori precede ugualmente qualcosa per cui sono meritevoli di ostinazione.

1439. (Retr. I 23,4). In un altro passo ho detto: Dio fa bene operare colui del quale ha misericordia e abbandona colui del quale ha indurito il cuore perché operi il male. Anche quella misericordia però è accordata al precedente merito della fede mentre l’indurimento è dato come sanzione alla precedente empietà·324. Ed anche questo è vero. Occorreva però anche chiedersi se anche il merito della fede non dipenda dalla misericordia divina; in altre parole, se codesta misericordia si manifesti nell’uomo solo in quanto è fedele o se si sia manifestata in lui anche perché fosse fedele. Leggiamo le parole dell’Apostolo: Ho ottenuto misericordia perché fossi fedele·325. Come si può constatare non dice: Perché ero fedele. La misericordia è dunque concessa a chi è fedele, ma è stata data anche perché fosse fedele.

1440. (De praed. sanct. 3,7). Non era questo il pensiero di quel pio ed umile dottore, voglio dire il beatissimo Cipriano, il quale ha affermato: In niente ci dobbiamo gloriare, dal momento che nulla è nostro 18. E per dimostrarlo ha usato come teste l’Apostolo quando dice: Cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se non l’avessi ricevuto? 19. E’ soprattutto da questa testimonianza che anch’io personalmente sono stato persuaso, quando erravo in maniera analoga e ritenevo che la fede con la quale crediamo in Dio non fosse un suo dono, ma l’avessimo da noi stessi, e che fosse per essa che noi ottenevamo i doni di Dio con i quali vivere in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà 20. Io non credevo che la fede fosse prevenuta dalla grazia di Dio, in modo che per mezzo di essa venisse concesso a noi ciò che chiediamo utilmente. Mi pareva che non avremmo potuto credere se prima non fosse venuto l’annuncio della verità; ma l’acconsentirvi dopo la predicazione del Vangelo pensavo che appartenesse a noi e che lo avessimo da noi stessi. Alcune mie operette, scritte prima del mio episcopato, rivelano piuttosto chiaramente questo mio errore;

1441. (De dono pers. 21,55). D’altronde quelli che mi amano e verso i quali per questo io non devo essere ingrato, professano di abbracciare tutte le mie convinzioni, come voi scrivete, eccetto questa su cui verte il presente problema; allora io dico: prendano in esame le ultime parti del primo dei due libri che ho scritto all’inizio del mio episcopato al vescovo milanese Simpliciano, prima che apparisse l’eresia pelagiana. Vi rimane forse qualcosa che possa mettere in dubbio la nostra tesi: la grazia di Dio non viene data secondo i nostri meriti? Non ho dimostrato a sufficienza in quei passi che l’inizio della fede è un dono di Dio? Da tutto ciò che vi si dimostra non consegue con chiarezza, benché non sia detto espressamente, che anche la perseveranza fino alla fine non è altro che un dono di Dio che ci ha predestinati al suo regno e alla sua gloria?

1442. (De praed. sanct. 4,8). Voi vedete quale fosse allora la mia opinione sulla fede e sulle opere, benché già fosse presente da parte mia la preoccupazione di dar rilievo alla grazia: ma ora mi accorgo che questi nostri fratelli sono rimasti a quella opinione; evidentemente si sono curati di leggere i miei libri, ma non di progredire insieme con me. Infatti se si fossero presi questa cura, avrebbero trovato tale questione risolta secondo la verità delle divine Scritture nel primo dei due libri che proprio al principio del mio episcopato ho indirizzato a Simpliciano di beata memoria, vescovo della Chiesa milanese, successore di Sant’Ambrogio.

1443. (De dono pers. 20,52). Tutto questo cominciai a dirlo con maggiore pienezza in quella trattazione che scrissi per Simpliciano di beata memoria, vescovo della Chiesa di Milano, al principio del mio episcopato, quando compresi ed affermai che anche l’inizio della fede è dono di Dio 175.

CAPITOLO III

La grazia dell’ “amore ispirato” per la quale Agostino in prevalenza discuteva.

SOMMARIO. La grazia per la quale Agostino combatteva, non consiste nella natura creata con il libero arbitrio; né nella Legge che comanda, ma non aiuta; né nella dottrina; ma è da individuare nel dono del Mediatore, con cui siamo giustificati e aiutati ad allontanarci dal male e a compiere il bene, Conferma l’affermazione con molti testi della Scrittura. Distingue i doni tra naturali e soprannaturali. Prima erano chiamati “grazia” soltanto perché furono concessi gratuitamente, e sono comuni ai fedeli e agli infedeli: la grazia della giustificazione però è propria dei cristiani: 1444-1451. Della grazia attuale tratta specialmente adesso, e consiste nell’illuminazione dell’intelletto e nell’ispirazione della volontà. E’ data per agire, ad ogni singola azione. La identifica con la carità. Per essa non tanto conosciamo ciò che è da fare, ma riceviamo “l’ispirazione dell’amore”, affinché “facciamo con amore le cose conosciute”. La descrive come una luce e una soavità, ovvero come “un’ispirazione di luminosissima carità”: 1452-1466. La Grazia è interna ed esterna: operante e cooperante; preveniente e susseguente; medicinale ed elevante: liberante e dilettante:1467-1476.

1444. (Ep. 177,1). Abbiamo inviato alla Santità tua due lettere di due Concili, cioè della provincia di Cartagine e della Numidia, sottoscritte da un gran numero di vescovi, nelle quali si combattono i nemici della grazia di Cristo, i quali confidano solo nella loro forza 1 e pare vogliano dire al nostro Creatore: ” Tu ci hai fatti uomini, ma noi ci siamo fatti santi da noi stessi”. Essi affermano che la natura umana è libera, per non cercare il Liberatore; affermano ch’è salva, per giudicare superfluo il Salvatore. Affermano infatti che la natura ha tanta potenza che, mediante le sue forze ricevute nella creazione, può domare e soffocare tutte le passioni e vincere tutte le tentazioni col libero arbitrio, senza l’aiuto ulteriore del suo Creatore.

1445. (Ep. 177,2). Ma se alcuni vescovi lo hanno dichiarato cattolico, si deve credere che una tale eventualità si sarà potuta avverare solo perché Pelagio avrà proclamato che ammetteva la grazia di Dio e che uno può vivete santamente in virtù dello sforzo personale e della propria volontà senza per altro affermare che noi, per ottenere questo risultato, non siamo aiutati dalla grazia di Dio. All’udire siffatte dichiarazioni i vescovi cattolici non potevano intendere altra grazia se non quella che sono soliti leggere nelle Sacre Scritture e predicare al popolo di Dio, e precisamente quella di cui l’Apostolo dice: Io non annullo la grazia di Dio, poiché, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto certamente senza motivo 5. I vescovi intendevano senza dubbio la grazia che ci giustifica dalla colpa e ci salva dalla debolezza, non quella consistente nell’essere stati creati con la nostra volontà personale. Se infatti quei vescovi avessero capito che Pelagio parlava della grazia nel senso di quella che abbiamo comune con gli empi in quanto uomini come noi, e che negava quella per cui siamo Cristiani e figli di Dio, chi dei vescovi cattolici avrebbe sopportato non dico di ascoltarlo ma d’averlo davanti agli occhi? Per questo motivo non possiamo dar torto a quei giudici dal momento che intesero il termine ” grazia” nel senso consueto nella Chiesa, ignorando che cosa cotesti individui son soliti diffondere nei libri della loro scuola o nelle orecchie dei loro discepoli.

1446. (Ep. 177,4). Se infatti per ” grazia ” egli ha inteso il libero arbitrio o il perdono dei peccati oppure i comandamenti della Legge, non riconosce alcuno dei mezzi che servono a vincere le passioni e le tentazioni mediante l’aiuto dello Spirito Santo, il quale è stato abbondantemente effuso in noi 6 da Colui ch’è asceso al cielo e, portandosi con sé la schiavitù della natura umana redenta, ha concesso doni agli uomini 7. Ecco perché noi preghiamo di riuscire a vincere le tentazioni, affinché lo Spirito di Dio, di cui abbiamo ricevuto il pegno 8, aiuti la nostra debolezza 9. Chi poi prega dicendo: Non ci far soccombere nella tentazione 10, non prega precisamente per essere uomo, poiché lo è già per natura, e neppure per avere il libero arbitrio, poiché lo ha già ricevuto quando è stata creata la stessa natura, né domanda il perdono dei peccati, poiché in precedenza si dice: Rimetti a noi i nostri debiti 11 né prega per ricevere i comandamenti, ma precisamente per adempierli. Se infatti sarà indotto in tentazione, se cioè soccomberà alla tentazione, commette appunto un peccato contro i comandamenti. Chi prega così, prega per non peccare, cioè per non commettere nulla di male, come prega l’apostolo Paolo per i Corinti dicendo: Noi quindi rivolgiamo suppliche al Signore affinché non facciate nulla di male 12. Da ciò appare sufficientemente chiaro che il libero arbitrio, della cui esistenza non v’è alcun dubbio, non basta per evitare il peccato, cioè per evitare il male, se non viene aiutata la debolezza della volontà. La preghiera stessa, dunque, è la testimonianza più lampante della grazia. Pelagio riconosca questa grazia e noi ci rallegreremo della sua ortodossia o della sua correzione.

1447. (Ep. 177,5). Si deve distinguere tra la Legge e la grazia: la Legge dà solo degli ordini, la grazia invece è capace d’aiutare; la Legge poi non darebbe ordini, se non supponesse la volontà umana, né la grazia darebbe aiuto, se fosse sufficiente la volontà. Ci vien comandato d’avere l’intelligenza nel passo della S. Scrittura ov’è detto: Non siate come il cavallo e il mulo che non hanno intelligenza 13, eppure noi preghiamo per aver l’intelligenza dicendo: Dammi l’intelligenza perché io comprenda i tuoi comandamenti 14. Ci vien comandato d’aver la sapienza nel passo della Scrittura che dice: Voi, stolti, siate una buona volta sapienti 15, eppure si prega per aver la sapienza nel passo della Scrittura ov’è detto: Se però qualcuno di voi ha bisogno della sapienza, la chieda al Signore, che la concede a tutti in abbondanza senza rinfacciarlo, e gli sarà concessa 16. Ci vien comandato d’aver la continenza nel passo della Scrittura ov’è detto: Conservati puro 17, eppure preghiamo per aver la continenza secondo l’espressione della stessa Scrittura: Poiché sapevo che nessuno può essere continente, se non glielo concede Iddio, e che segno di sapienza è già sapere di chi essa è dono, mi son rivolto al Signore e glie l’ho chiesta 18. Infine, per non fare una rassegna troppo lunga di passi consimili, la S. Scrittura ci ordina di non fare il male quando dice: Evita il male 19, eppure noi preghiamo di riuscire a evitare il male conforme a ciò che ci dice la stessa Scrittura: Noi eleviamo suppliche al Signore affinché non facciate nulla di male 20; essa inoltre ci comanda di fare il bene quando dice: Evita il male e fa il bene 21, eppure si prega che facciamo il bene quando dice: Non cessiamo di pregare e domandare per voi 22, e tra le altre cose che domanda per i fedeli l’Apostolo dice: Che vi comportiate in maniera degna di Dio sì da piacergli in tutto, in ogni opera buona e in ogni discorso avente per oggetto il bene 23. Ordunque, come noi riconosciamo il libero arbitrio quando ci son dati tali precetti, così anche Pelagio riconosca la grazia quando la Scrittura ci attesta la preghiera per ottenere di adempierli.

1448. (Ep. 177,7). Se poi egli nega che il libro o i passi da noi sottolineati nel libro non sono suoi, noi non vogliamo stare a litigare: li condanni, e ammetta in modo chiaro ed esplicito la grazia quale è esposta e predicata dalla dottrina cristiana come propria e specifica dei Cristiani, la quale non è la natura ma quella con cui è salvata e aiutata la natura non già con la predicazione della dottrina o con qualche altro sussidio visibile, come fa dall’esterno chi pianta o innaffia, ma con l’aiuto dello Spirito Santo e con l’invisibile misericordia di Dio, il quale fa crescere 24. Si può, beninteso, chiamare grazia in un certo senso quella con cui siamo stati creati affinché fossimo degli esseri non simili a cadaveri senza vita o agli alberi privi di sensi o agli animali privi d’intelligenza, ma fossimo uomini, cioè esseri viventi, dotati di sensi e d’intelligenza, e fossimo capaci di ringraziare il Creatore per questo immenso beneficio. Possiamo quindi chiamare ciò una grazia perché concessaci non in vista di meriti acquisiti con buone opere precedenti, ma per gratuita bontà di Dio; tuttavia ben diversa è la grazia, in virtù della quale siamo predestinati, chiamati alla fede, giustificati e glorificati 25 e perciò possiamo dire: Se Dio è in favore di noi, chi sarà contro di noi? Egli non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato alla morte per noi tutti 26.

1449. (Ep. 177,9). Quando fu sollevata contro Pelagio l’obiezione a proposito di questa grazia, ben nota ai Cristiani fedeli e cattolici, affinché cessasse di combatterla, perché mai, dopo essersi fatto la stessa obiezione nel suo libro come se gli venisse da un avversario, davanti al quale dovesse giustificarsi con una risposta, perchè mai non rispose altro se non che a rappresentare la grazia del Creatore era solo la natura con cui è stato creato l’uomo? Perché mai rispose che in tal modo affermava che si può raggiungere la perfezione morale mediante il solo libero arbitrio accompagnato dall’aiuto della grazia di Dio, l’aiuto cioè dato da Dio all’uomo per mezzo della possibilità insita nella natura umana?. Gli si risponde con ragione: E’ stato dunque tolto di mezzo lo scandalo della croce 31, Cristo dunque è morto senza motivo 32. Non è forse vero che se Cristo non fosse morto per i nostri peccati e non fosse risorto, non fosse asceso al cielo e, menando in schiavitù la schiavitù della natura umana, non avesse dato doni agli uomini 33, non avremmo questa possibilità della natura difesa da Pelagio?

1450. (Serm. 26 4.7.12). Egli dunque ci ha fatti e non ci siamo fatti da noi stessi 12: noi suo popolo e pecore del suo pascolo 13. Ecco, colui che ci aveva creati ha fatto di noi uomini il suo popolo. Difatti non eravamo suo popolo noi uomini appena creati…. Veramente, anche i pagani nascono, e così tutti gli empi, tutti i nemici della sua Chiesa. In quanto nascono, egli li ha fatti; né è stato un altro dio a crearli. Quelli che nascono da [genitori] pagani sono fatti da lui, da lui sono creati. Eppure, non sono suo popolo né pecore del suo pascolo 15. Comune a tutti è la natura, non la grazia. Non si deve reputare grazia la natura [ricevuta]; che se la si considera grazia, è perché anch’essa è donata gratuitamente. Difatti non fu l’uomo – che ancora non esisteva – a meritarsi l’esistenza….7. Non consideriamo quindi la grazia della creazione della natura umana, grazia comune ai cristiani e ai pagani. La grazia più grande è questa: non l’essere stati creati uomini ad opera del Verbo ma l’essere diventati credenti ad opera del Verbo incarnato….12. Questa grazia va predicata. Essa è la grazia dei cristiani, conseguita ad opera dell’Uomo-Mediatore, di colui che patì e risuscitò 47, che salì al cielo e imprigionò i prigionieri e diede doni agli uomini 48. Questa grazia, ripeto, va predicata. Contro questa grazia non discutano gli ingrati. Il bastone del profeta non fu sufficiente per risuscitare il morto. E basterebbe la natura, morta anche lei? Anche se non lo troviamo così chiamato in nessun passo dalla Scrittura, chiamiamo pur grazia il dono d’essere stati creati, in quanto ci è stato dato gratis; ma lasciate che vi dimostriamo come sia maggiore la grazia per cui siamo cristiani. Statemi attenti! Prima d’essere creati non avevamo alcun merito buono, e quindi è grazia il dono d’essere stati creati senza che avessimo alcun merito. Se però è una grazia grande quella che abbiamo ricevuto quando eravamo senza meriti buoni, quanto non sarà grande quella che ricevemmo avendo tanti demeriti? Colui che non esisteva era sprovvisto di meriti, il peccatore accumulava demeriti. Colui che sarebbe stato creato, prima non esisteva. Non esisteva, ma non aveva nemmeno offeso [Dio]. Non esisteva e fu creato; ha offeso [Dio] ed è stato salvato. Colui che non esisteva, non sperava nulla e fu creato; il colpevole viceversa si attendeva la dannazione e ne fu liberato. Questa è la grazia per opera del nostro Signore Gesù Cristo 49. Egli ci ha fatti 50: ci ha fatti, ovviamente, quando non avevamo alcuna esistenza, ma poi, una volta creati e diventati colpevoli, egli ci ha fatti giusti,

1451. (De gr. et lib. arb. 13,25). Chi sarà così sordo verso le parole apostoliche,… da avere il coraggio di sostenere che la legge è la grazia? Chi sapeva pienamente ciò che diceva, non grida forse: Voi che cercate di giustificarvi nella legge siete decaduti dalla grazia?… Se dunque la legge non è la grazia, poiché al fine di applicare la legge stessa non è la legge che può aiutare, ma la grazia, la grazia sarà forse la natura? In effetti i pelagiani hanno osato dire anche questo: che la grazia sarebbe la natura, nella quale siamo stati creati in possesso di una mente razionale, che ci mette in grado di capire, fatti ad immagine di Dio,— Ma non è questa la grazia che l’Apostolo raccomanda attraverso la fede in Cristo. Infatti è certo che questa natura noi l’abbiamo in comune anche con gli empi e i non credenti; la grazia invece, che è data attraverso la fede in Cristo, appartiene solo a quelli che possiedono appunto la fede;

1452. (En. in Ps. 118 s.17,3). Dio dunque insegna la dolcezza ispirandone il gusto, insegna la disciplina mitigandone il peso, insegna la scienza comunicandone la cognizione. Siccome poi ci sono cose che s’imparano solo per saperle e altre che s’imparano per praticarle, Dio insegna le une in modo che le conosciamo come occorre conoscerle, e questo fa manifestandoci la verità; quanto alle altre invece, egli ce le insegna in modo che noi riusciamo a praticare ciò che è nostro dovere praticare, e questo fa ispirandocene la dolcezza.

1453. (De pecc. mer. et rem. II 17,26). Gli uomini non vogliono fare ciò che è giusto per due ragioni: e perché rimane occulto se sia giusto e perché non è dilettevole. Infatti tanto più fortemente noi vogliamo qualcosa quanto meglio conosciamo la grandezza della sua bontà e quanto più ardentemente ci diletta. Ignoranza dunque e debolezza sono i vizi che impediscono alla volontà di determinarsi a fare un’opera buona o ad astenersi da un’opera cattiva. Ma che diventi noto quello che era nascosto e soave quello che non dilettava è dono della grazia di Dio, la quale aiuta le volontà degli uomini:

1454. (ib. II 19). Noi, per quanto c’è concesso, cerchiamo d’avere la sapienza e l’intelligenza di questa convinzione, se possiamo: il Signore, Dio buono, non dona nemmeno ai suoi santi o la scienza certa o la dilettazione vittrice di qualche giusta azione, perché sappiano che non da se stessi, ma da lui ricevono la luce che illumina le loro tenebre e la soavità che fa dare alla loro terra il suo frutto 149.

 

1455. (De gr. Chr. I 47,52). Se dunque egli converrà con noi che non solo la possibilità dell’uomo,… ma altresì la volontà stessa e l’attività stessa,… sono aiutate da Dio ed aiutate in tal modo che senza l’aiuto di Dio noi non vogliamo e non facciamo nulla di buono;… se converrà con noi che è questa la grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 144,… allora, per quanto posso giudicare io, non rimarrà tra noi più nulla di tutto il contenzioso sull’aiuto della grazia di Dio.

1456. (C. epist. Pel. IV 5,11). La legge appunto in tutte le loro discussioni, con giri diversi di locuzioni e con varietà di parole, vogliono far passare per grazia, nel senso cioè che riceviamo dal Signore Dio l’aiuto della cognizione perché conosciamo le opere da fare, non l’ispirazione dell’amore perché facciamo con santo amore le opere conosciute: e questo amore è propriamente grazia.

1457. (De gr. Chr. I 9,10). Che senso ha infatti che costui reputi la legge e la dottrina una grazia dalla quale siamo aiutati a operare la giustizia, quando la legge e la dottrina, per molto che ci aiuti, ci aiuta al massimo perché si cerchi la grazia? Nessuno può adempiere la legge per mezzo della legge. Infatti pieno adempimento della legge è l’amore 17. L’amore di Dio però non è stato riversato nei nostri cuori per mezzo della legge, ma per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 18. Perciò per mezzo della legge si addita la grazia, perché per mezzo della grazia si attui la legge.

1458. ib I 10,11). È infatti nella legge e nella dottrina delle sante Scritture che si promette la grandezza della gloria futura e dei premi. Nella dottrina rientra pure che la sapienza si riveli, nella dottrina rientra che si persuada tutto ciò che è buono.

1459. (ib. I 21,22). Al contrario la carità che è una virtù viene a noi da Dio e non da noi, attestandolo la Scrittura che dice: L’amore è da Dio: chi ama è generato da Dio e conosce Dio, perché Dio è amore 56. Meglio in riferimento a questa carità s’intende detto: Chiunque è nato da Dio non commette peccato 57 e non lo può commettere 58. Perché la carità, per la quale è generato da Dio, non agisce sconsideratamente e non pensa al male 59. Perciò quando l’uomo pecca, non pecca secondo la carità, ma secondo la cupidità per la quale non è generato da Dio. Infatti quella possibilità, come si è detto, è capace di ambedue le radici. Poiché dunque la Scrittura afferma che l’amore è da Dio 60 o ancora di più che Dio è amore 61, e poiché l’apostolo Giovanni esclama assai apertamente: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente 62, come mai Pelagio, pur sentendo dire che Dio è amore, insiste tanto nel sostenere che di quei tre fattori noi riceviamo da Dio esclusivamente la possibilità e abbiamo da noi invece la buona volontà e la buona attività? Come se la buona volontà fosse una cosa diversa dalla carità che la Scrittura proclama venirci da Dio e data a noi dal Padre perché fossimo suoi figli.

1460. (ib I 26,27). la fede opera per amore 89. E quindi chi vuole riconoscere veracemente la grazia di Dio, che riversa nei nostri cuori l’amore di Dio per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 90, la riconosca così da non dubitare che senza di essa non si può fare assolutamente nulla di buono che riguardi la pietà e la vera giustizia.

1461. (Ep. 188 2,7). È Dio infatti – dice l’Apostolo – colui che opera in voi il volere e l’agire secondo il suo beneplacito 23, e non solo rivelandoci la dottrina (morale) per farci conoscere i nostri doveri, ma ispirandoci anche l’amore, affinché compiamo anche spinti dall’amore i doveri appresi mediante lo studio della rivelazione.

1462.De gr. Chr. I 8,9). Da qui dunque apparisce che Pelagio riconosce come grazia quella con la quale Dio mostra e rivela che cosa dobbiamo fare, non quella con la quale Dio ci dona di fare e ci aiuta a fare.

1463. (ib I 33,36). Ecco una volta ancora noi domandiamo di quale aiuto ci riconosca bisognosi e lo troviamo di nuovo ambiguo, perché può rispondere che intende la legge o la dottrina cristiana, dalla quale sia aiutata quella nostra famosa possibilità naturale. Noi al contrario cerchiamo nella confessione dei pelagiani la grazia di cui parla l’Apostolo dicendo: Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza 113. Ora, non è detto che chi ha il dono della scienza per conoscere cosa fare abbia pure il dono dell’amore necessario a farlo.

1464. (De gest. Pel. 14,31). ” la grazia e l’aiuto di Dio non si dànno per il compimento delle singole azioni, ma consistono nel libero arbitrio o nella legge e dottrina “, appare ben evidente che egli intende per grazia quella che viene insegnata dalla Chiesa del Cristo, quella che viene data con la somministrazione dello Spirito Santo, perché siamo aiutati nelle singole nostre azioni. È per questo anche che domandiamo sempre l’aiuto opportuno per non esser trascinati in tentazione 77.

1465. (De gr. Chr. I 35,38). Comunque non apparisce in nessun modo se voglia che la grazia s’intenda nella remissione dei peccati, o anche nella dottrina del Cristo,… o creda che un qualche aiuto per agire bene sia aggiunto alla natura e alla dottrina mediante l’ispirazione di un’ardentissima e luminosissima carità.

1466. (De Sp. et litt. 34,60). Dio con le suggestioni da noi avvertite fa sì che noi vogliamo e crediamo…. sia dall’interno dove non è in potere di nessuno scegliere che cosa gli deve sorgere in mente,

1467. (De civ. Dei XV 6): Lo Spirito Santo opera interiormente affinché sia efficace la medicina che si usa in superficie. Altrimenti anche se Dio stesso, servendosi di una creatura a lui sottomessa, si rivolge, mediante qualsiasi umano aspetto, alle facoltà umane, tanto quelle sensibili come quelle molto simili che funzionano nel sonno, ma non guida stimolandola la coscienza, non giova affatto all’uomo qualsiasi annuncio di verità.

1468. (De gr. et lib. arb. 17,33). Perché è proprio lui che dando l’inizio opera affinché noi vogliamo, e poi nel portare a termine coopera con coloro che già vogliono. Per questo l’Apostolo dice: Sono sicuro che Colui che opera in voi un’opera buona, la condurrà a termine fino al giorno di Cristo Gesù 173. Dunque Egli fa sì che noi vogliamo senza bisogno di noi; ma quando vogliamo, e vogliamo in maniera tale da agire, coopera con noi. Tuttavia senza di lui che opera affinché noi vogliamo o coopera quando vogliamo, noi non siamo validi a nessuna delle buone opere della pietà. Del fatto che Egli opera affinché vogliamo, è detto: E’ Dio che opera in voi il volere 174, e del fatto che coopera quando già vogliamo e volendo facciamo: Noi sappiamo che Dio coopera in ogni cosa al bene per coloro che lo amano 175.

1469. Denat. et gr. 31,35). Siamo noi a fare, cioè da noi giustifichiamo noi stessi. Nella giustificazione operiamo certamente anche noi, ma operiamo cooperando con Dio che opera prevenendoci con la sua misericordia 124. Ci previene però per guarirci e anche ci seguirà perché da sani diventiamo pure vigorosi!, ci previene per chiamarci e ci seguirà per glorificarci, ci previene perché viviamo piamente e ci seguirà perché viviamo con lui eternamente, essendo certo che senza di lui non possiamo far nulla 125. Ambedue le verità sono state scritte: Dio mio, la tua misericordia mi previene 126; e: La tua misericordia mi seguirà per tutti i giorni della mia vita 127.

1470. (Enchir. 9,32). Certamente se nessun cristiano oserà affermare che tutto dipende dalla volontà dell’uomo, non dalla misericordia di Dio, per non mettersi nella contraddizione piú stridente con l’Apostolo, per una comprensione corretta dell’espressione: Non dipende né dalla volontà né dagli sforzi, ma dalla misericordia di Dio, non resta che riconoscere tutto a Dio, che predispone la buona volontà dell’uomo e la sorregge dopo averla predisposta. In effetti la buona volontà dell’uomo precede molti doni di Dio, ma non tutti, ed essa stessa si trova fra quelli che non precede. Di entrambi i casi si legge nelle Sacre Scritture: La sua misericordia mi preverrà 60, e: La sua misericordia mi seguirà 61. Previene chi non vuole, perché voglia; segue chi vuole, perché non voglia invano

1471. (De pecc. mer. et rem. II 18,31). se Dio non ci previene e non ci aiuta, non possiamo convertirci a lui,

1472. (De pecc. orig. 25,29). Sebbene dunque non abbia potuto rimuovere da nessuno il regno della morte nemmeno la legge data per mezzo di Mosè, tuttavia anche al tempo della legge c’erano uomini di Dio che non vivevano sotto la legge terrificante, accusante, castigante, ma che vivevano sotto la grazia allettante, risanante, liberante.

1473. (Serm. 174 2,2). L’uomo si era perduto per libera decisione della volontà: Dio-uomo è venuto per la grazia liberatrice.

1474. (De pecc. mer. et rem. II 19,33). Ora, quando imploriamo da Dio il suo aiuto per fare la giustizia e farla perfettamente, che altro imploriamo se non che apra per noi quanto era chiuso e renda soave quanto non era dilettevole?

1475. (Serm. 131 2,2). Nessuno potrà venire a me se non lo avrà attratto il Padre che mi ha mandato 3. Non ha detto: ” avrà condotto “, ma: avrà attratto. Questa forma di violenza si fa al cuore, non al corpo. Allora, di che ti meravigli? Credi, e vieni; ama e sarai attratto. Non ritenerla violenza dura e importuna; è dolce, è soave; è la soavità in sé che ti attrae.

1476. (In Io. ev. tr. 26,4). Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci. Che significa essere attratti dal piacere? Metti il tuo piacere nel Signore, ed egli soddisfarà i desideri del tuo cuore (Sal 36, 4). Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: “Ciascuno è attratto dal suo piacere” (Virg., Ecl. 2), non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo.

PARTE I

Necessità della grazia che ispira l’amore.

CAPITOLO IV

La grazia dell’amore è necessaria a vivere piamente..

SOMMARIO. Pelagio: L’uomo può vivere in modo da meritare la vita eterna con il libero arbitrio e i comandi che tolgono l’ignoranza: 1477. Agostino: Se non piace e non si ama ciò che è da eseguire, non si accetta e non si vive bene. Affinché piaccia e sia amato viene data la carità dallo Spirito Santo. La grazia dunque, che è necessaria, è quella che dà e il volere e l’essere. Con molte citazioni della Sacra Scrittura Agostino conferma la tesi: 1478-1486. Oltre la grazia abituale occorre la grazia attuale. Il frutto buono viene dall’albero buono; l’albero diventa buono con la grazia della carità:1487-1489. La grazia è assolutamente necessaria a vivere rettamente, come la nave per navigare. La scienza gonfia, se la carità non edifica. Non c’è frutto buono che non cresca dalla radice della carità: 1490-1492. La necessità della grazia è dimostrata dalla pratica della preghiera: 1493. Ci sono anche argomenti dalla Tradizione.. Per non credere che Agostino abbia inventato questo dogma, rivela contro di loro le testimonianze dei Padri che scrissero prima che sorgesse l’eresia dei Pelagiani: 1494-1496.

1477. (De Sp. et litt. 2,4). Viceversa ci si deve opporre con la massima decisione ed energia a coloro che attribuiscono alla forza della volontà umana da sola senza l’aiuto di Dio la possibilità o di raggiungere la perfezione della giustizia o di tendere ad essa con profitto. Quando costoro sono incalzati a dire per quale ragione presumono che ciò avvenga senza l’aiuto di Dio, si tirano indietro e non sanno fare più tale affermazione, rendendosi conto quanto sia empia ed insopportabile. Quanto però alla ragione per cui tali risultati non si ottengono di fatto senza l’aiuto di Dio, affermano che è duplice: perché è Dio che ha creato l’uomo con il libero arbitrio della volontà e perché è Dio stesso che con i suoi precetti insegna all’uomo come deve vivere e certamente l’aiuta sottraendolo all’ignoranza con i suoi insegnamenti. In tal modo l’uomo nel suo operare saprà che cosa deve evitare e a che cosa deve mirare, e quindi per mezzo del libero arbitrio che gli è innato per natura, imboccando la strada indicatagli e vivendo nella continenza e nella giustizia e nella pietà, meriterà d’arrivare alla vita beata e insieme eterna.

1478. (ib, 3,5). Noi al contrario diciamo che la volontà umana viene aiutata da Dio a compiere le opere della giustizia nel modo seguente: oltre ad essere stato creato con il libero arbitrio [della volontà], oltre a ricevere la dottrina che gli comanda come deve vivere, l’uomo riceve fin d’ora, mentre cammina nello stato di fede e non di visione, lo Spirito Santo, il quale suscita nel suo animo il piacere e l’amore di quel sommo e immutabile bene che è Dio 8. Egli allora in forza di questa specie di caparra che gli è stata data della gratuita munificenza divina arde dal desiderio d’obbedire al Creatore e s’infiamma nel proposito d’accedere alla partecipazione della vera luce di Dio 9, cosicché da dove gli viene l’essere gli viene anche il benessere. Infatti anche il libero arbitrio non vale che a peccare, se rimane nascosta la via della verità. E quando comincia a non rimanere più nascosto ciò che si deve fare e dove si deve tendere, anche allora, se tutto ciò non arriva altresì a dilettare e a farsi amare, non si agisce, non si esegue, non si vive bene. Ma perché tutto ciò sia amato, la carità di Dio si riversa nei nostri cuori non per mezzo del libero arbitrio che sorge da noi, bensì per mezzo dello Spirito Santo che è stato dato a noi 10.

1479. (De gr. Chr. 25,26). La smetta dunque ormai Pelagio d’ingannare se stesso e gli altri discorrendo contro la grazia di Dio. La grazia di Dio verso di noi non si deve predicare solamente per uno solo di quei tre fattori, ossia per la possibilità di volere il bene e di fare il bene, ma anche per la volontà buona e per l’attività buona. Pelagio dichiara infatti che tale possibilità vale per ambedue le scelte, e tuttavia non sono da attribuirsi per questo a Dio anche i nostri peccati, come solo per la medesima possibilità gli vuole attribuire le nostre opere buone. Non per questo si deve celebrare l’aiuto così grande della grazia divina, perché aiuta la possibilità naturale. La smetta Pelagio di dire: ” Il potere che abbiamo riguardo ad ogni bene di farlo, di dirlo, di pensarlo, è di colui che ci ha donato questo potere e aiuta questo potere. Al contrario fare bene o parlare bene o pensare bene è merito nostro ” 78. La smetta, ripeto, di dire questo. Dio infatti non solo ci ha donato il nostro potere e lo aiuta, ma anche suscita in noi il volere e l’operare 79. Non nel senso che non siamo noi a volere e non siamo noi a operare, ma perché senza il suo aiuto né vogliamo né facciamo alcunché di buono. Come si può dire: ” Il potere che noi abbiamo di fare il bene è di Dio, ma fare il bene è merito nostro ” 80, quando l’Apostolo dice che pregava Dio per quelli a cui scriveva perché non facessero nulla di male e facessero il bene? Non dice infatti: Preghiamo perché non possiate fare alcun male, ma dice: Perché non facciate alcun male. Non dice: Perché possiate fare il bene, ma: Perché facciate il bene 81. Coloro infatti dei quali è scritto: Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio 82, certamente perché facciano il bene sono guidati da colui che è il Bene. Come può dire Pelagio: ” Il potere che abbiamo di parlare bene è di Dio, che parliamo bene è merito nostro “, mentre il Signore dice: È lo Spirito del Padre vostro che parla in voi 83? E infatti non dice: Non siete stati voi a darvi il potere di parlare bene, ma dice: Non siete voi a parlare. Né dice: È lo Spirito del Padre vostro che a voi dà o ha dato il potere di parlare bene, ma dice: Che parla in voi, non indicando il vantaggio della possibilità, ma esprimendo l’effetto di una nostra attività concorde con quella di Dio. Come può dire quell’esaltato assertore del libero arbitrio: ” Il potere che abbiamo di pensare bene è di Dio, ma pensare bene è merito nostro”? Gli risponde quell’umile predicatore della grazia: Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio 84. Non dice: ” Poter pensare”, ma: Pensare.

1480. (De corr. et gr. 2,3). Ma bisogna riuscire a capire la grazia di Dio che è concessa per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore; per essa sola gli uomini sono liberati dal male e senza di essa non possono assolutamente compiere alcun bene né con il pensiero, né con la volontà e l’amore, né con l’azione. E bisogna comprenderla non solo perché gli uomini sappiano attraverso l’indicazione della grazia che cosa occorre fare, ma anche perché attraverso l’aiuto della grazia facciano con amore quello che ormai sanno. E’ certo questa ispirazione della volontà buona e dell’azione buona che l’Apostolo chiedeva per quelli ai quali dice: Ma noi preghiamo Dio perché non facciate nulla di male, non per apparire noi stessi di virtù provata, ma perché voi facciate ciò che è bene 10. Chi potrebbe udire ciò senza svegliarsi e senza confessare che ci proviene dal Signore Iddio di allontanarci dal male e fare il bene? In effetti l’Apostolo non dice: Ammoniamo, ammaestriamo, esortiamo, rimproveriamo; ma dice: Preghiamo Dio perché non facciate nulla di male, bensì ciò che è bene.

1481. (C. duas epist. Pel. I 18,36). L’uomo infatti non è buono senza volerlo essere, ma la grazia di Dio lo aiuta proprio anche a volerlo essere, poiché non è stato scritto invano: È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni 83, e ancora: Dal Signore è preparata la volontà 84.

1482. (Ep. 188 2,7). dal momento che, se il libero arbitrio personale non viene aiutato dalla grazia di Dio, nell’uomo non può esistere neppure la buona volontà. È Dio infatti – dice l’Apostolo – colui che opera in voi il volere e l’agire secondo il suo beneplacito 23, e non solo rivelandoci la dottrina (morale) per farci conoscere i nostri doveri, ma ispirandoci anche l’amore, affinché compiamo anche spinti dall’amore i doveri appresi mediante lo studio della rivelazione.

1483. (De gr. et lib. arb. 5,12). Tuttavia perché non si pensi che la buona volontà di per se stessa possa fare qualcosa di buono senza la grazia di Dio, subito dopo aver detto: La sua grazia in me non fu vana, ma mi sono adoperato più di tutti loro, aggiunge: Non io però, ma la grazia di Dio con me 71. Evidentemente vuol dire: “Non da solo, ma la grazia di Dio era con me”; e perciò non intende parlare né della grazia di Dio sola, né di se stesso da solo, ma della grazia di Dio insieme con lui. Ma quando fu chiamato dal cielo e fu convertito da una chiamata così grande ed efficace, la grazia di Dio era sola, perché quello che aveva meritato era grande, ma in senso cattivo.

1484. (In Io ev. tr. 81,3). Ma con attenzione ancora maggiore considerate ciò che aggiunge e afferma la Verità: Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5). Affinché nessuno pensi che il tralcio può produrre almeno qualche piccolo frutto da se stesso, il Signore, dopo aver detto che chi rimane in lui produce molto frutto, non dice: perché senza di me potete far poco, ma: senza di me non potete far nulla. Sia il poco sia il molto, non si può farlo comunque senza di lui, poiché senza di lui non si può far nulla. Infatti, anche quando il tralcio produce poco frutto, l’agricoltore lo monda affinché produca di più; tuttavia, se non resterà unito alla vite e non trarrà alimento dalla radice, non potrà da se stesso produrre alcun frutto.

1485. (Ep. 214,2). secondo questa fede il trattato o lettera mia… non negate la grazia di Dio e non difendete il libero arbitrio in modo da renderlo indipendente dalla grazia di Dio, come se potessimo in alcun modo concepire o compiere qualcosa secondo Dio senza di essa; cosa che non possiamo fare assolutamente. Ecco perché il Signore, parlando del frutto della giustizia, ha detto: Senza di me non potete far nulla 7.

1486. (De gr. Chr. 29,30). Lo stesso dice in un altro passo del medesimo libro: ” Perché gli uomini possano per mezzo della grazia fare più facilmente ciò che si comanda ad essi di fare per mezzo del libero arbitrio “. Togli ” più facilmente ” e il senso non solo sarà pieno, ma anche sano, se si dice in questo modo: Perché gli uomini possano per mezzo della grazia fare ciò che si comanda ad essi di fare per mezzo del libero arbitrio. Aggiungendo invece ” più facilmente ” si suggerisce in sordina che il compimento dell’opera buona è possibile anche senza la grazia di Dio. È l’idea riprovata da colui che dice: Senza di me non potete far nulla 95.

1487. (De nat. et gr. 26,29). Notate molto attentamente come dice: “Dio usa la sua misericordia anche in questa direzione quando occorre, perché aiutare l’uomo dopo il peccato è necessario. Dio però non ha voluto la causa di tale necessità”. Vi accorgete o no che non dice necessaria la misericordia di Dio perché non pecchiamo, ma solo perché peccammo? Poi soggiunge: “Anche un medico dev’essere pronto a medicare chi si è già ferito, ma non deve desiderare che un uomo rimanga ferito”. Ammesso che questo paragone sia pertinente al nostro caso, certo la natura umana non può essere ferita dal peccato, perché il peccato non è una sostanza. Accettato dunque il paragone, come uno che per esempio zoppica a causa di una ferita, viene medicato perché, guarito dal male passato, il suo incedere torni ad essere normale per il futuro, così il Medico divino non guarisce i nostri mali unicamente perché essi spariscano, ma perché in seguito possiamo camminare bene, e non lo potremo nemmeno da sani se non con il suo aiuto. Infatti un uomo che fa il medico, quando ha guarito un altro uomo, che da allora in poi dovrà essere sostentato con elementi e alimenti corporali perché la sua salute si consolidi e perseveri con l’assistenza opportuna, lo lascia a Dio, il quale offre i mezzi della convalescenza a coloro che vivono nella carne, come era il padrone anche degli altri rimedi che il medico adoperava durante la cura. In realtà un medico non guarisce nessuno con medicine di sua creazione, ma con sostanze che sono di colui che crea tutte le cose necessarie ai sani e ai malati. Viceversa Dio, quando egli stesso per mezzo dell’uomo Gesù Cristo 108, mediatore tra Dio e gli uomini, guarisce spiritualmente un malato o risuscita un morto, cioè giustifica un peccatore 109, e quando l’ha ricondotto alla perfetta salute, ossia alla perfezione della vita e della giustizia, non l’abbandona se non è abbandonato da lui!, perché viva sempre nella pietà e nella giustizia. Come infatti l’occhio corporale, benché sanissimo, non può vedere se non è aiutato dal chiarore della luce, così l’uomo, benché perfettissimamente giustificato, non può vivere rettamente se non è aiutato da Dio con la luce eterna della giustizia. Dio dunque ci guarisce non solo così da cancellare ciò in cui peccammo, ma da prestare anche l’aiuto perché non pecchiamo.

1488. (De gr. Chr. 18,19). Di tale possibilità Pelagio nel primo libro del suo In difesa del libero arbitrio parla così: “Ora, abbiamo da Dio la possibilità innata di ambedue le scelte, quasi, per così dire, una radice fruttifera e feconda, che per volontà della creatura umana generi e produca frutti diversi e che a seconda dell’arbitrio del proprio coltivatore possa o splendere dei fiori delle virtù o coprirsi delle spine dei vizi” 50. Qui, senza intuire quello che dice, stabilisce una sola e medesima radice dei beni e dei mali, in contraddizione con la verità evangelica e con la dottrina apostolica. Infatti da una parte il Signore dice che né un albero buono può fare frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni 51, dall’altra l’apostolo Paolo, quando afferma che la radice di tutti i mali è la cupidità 52, ci ricorda certamente di sottintendere la carità come radice di tutti i beni. Perciò se i due alberi, buono e cattivo, sono due uomini, buono e cattivo, che cos’è l’uomo buono se non l’uomo di buona volontà, cioè un albero dalla radice buona? E che cos’è l’uomo cattivo se non l’uomo di cattiva volontà, cioè un albero dalla radice cattiva? I frutti poi di queste radici e di questi alberi sono le azioni, sono le parole, sono i pensieri: quelli buoni provengono dalla volontà buona, quelli cattivi dalla volontà cattiva.

1489. (ib 19,20). Ma a fare buono l’albero è l’uomo, quando accoglie la grazia di Dio. Non è infatti da se stesso che l’uomo si fa buono da cattivo, ma diventa buono per iniziativa di Dio e per mezzo di Dio e per unione a Dio che è sempre buono. E non solo per essere un albero buono, ma anche per fare buoni frutti è necessario all’uomo d’essere aiutato dalla medesima grazia, senza la quale non può fare alcunché di buono. Alla produzione dei frutti coopera appunto negli alberi buoni Dio stesso che all’esterno irriga e coltiva per mezzo di ogni suo ministro e all’interno dona da sé la crescita 53.

1490. (De gest. Pel. 1,3). Alcuni sono tali che senza di essi non si può ottenere ciò per cui aiutano: per esempio senza nave nessuno naviga, senza voce nessuno parla, senza piedi nessuno cammina, senza luce nessuno vede, e molti altri fatti simili, tra i quali anche questo: nessuno vive rettamente senza la grazia di Dio. Altri mezzi al contrario ci aiutano così che anche senza di essi resta possibile ottenere per altro verso il risultato per cui cerchiamo tali mezzi, come negli esempi già ricordati da me: le trebbie per battere le messi, il pedagogo per accompagnare i ragazzi, una medicina preparata dalla scienza umana per ricuperare la salute, e tutti gli altri mezzi di tal genere.

1491. (De gr. Chr. 26,27). Questo tipo di grazia divina, manifesto nella parola di Dio, lo riconosca manifestamente anche Pelagio… Distingua come si devono distinguere, la cognizione e l’amore: La scienza gonfia, la carità edifica 85. Ed è quando la carità edifica che la scienza non gonfia più… E se accorderà che è dalla grazia di Dio che noi riceviamo la carità, eviti di pensare che alcuni buoni meriti da parte nostra abbiano preceduto il dono della carità. Quali meriti buoni potevamo avere quando non amavamo Dio? Fu appunto per ricevere l’amore con il quale amare Dio che siamo stati amati da Dio quando non avevamo ancora il suo amore. Lo dice in forma tanto chiara l’apostolo Giovanni: Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi 86, e anche: Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo 87. Affermazione davvero ottima e verissima! Non avremmo infatti l’amore per amarlo, se non lo ricevessimo da lui che ce lo dona amandoci per primo. Che bene poi faremmo se non amassimo? O come ci è possibile non fare il bene se amiamo? Benché infatti sembri talvolta che i comandamenti di Dio siano osservati non da gente che ama, ma da gente che teme, tuttavia dove manca l’amore nessun’opera si accredita come buona, né è giusto che si chiami opera buona, perché tutto ciò che non viene dalla fede è peccato 88, e la fede opera per amore 89. E quindi chi vuole riconoscere veracemente la grazia di Dio, che riversa nei nostri cuori l’amore di Dio per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 90, la riconosca così da non dubitare che senza di essa non si può fare assolutamente nulla di buono che riguardi la pietà e la vera giustizia. Non si comporti come Pelagio, il quale, dicendo che ” la ragione per cui si dà la grazia è che si adempia più facilmente ciò che Dio comanda ” 91, mostra abbastanza chiaramente quale sia il suo pensiero sulla grazia: anche senza di essa, sebbene meno facilmente, si può fare tuttavia ciò che Dio comanda.

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1492. (De Spir. et litt. 14,26). È chiaro dunque che se manca il regime nuovo dello Spirito, invece di liberarci dal peccato il regime vecchio della lettera ci rende piuttosto colpevoli con la conoscenza del peccato. Per questo si legge altrove: Chi aumenta il sapere aumenta il dolore 125. Non che la legge sia per se stessa un male, ma il precetto ha il bene solo nella lettera che indica la strada, non nello Spirito che aiuta. Ora, se il precetto della legge si mette in pratica per paura della pena e non per amore della giustizia, si agisce servilmente, non liberamente, e quindi non si mette nemmeno in pratica. Non è buono infatti il frutto che non sorge dalla radice della carità. Quando invece c’è la fede che opera per mezzo dell’amore 126, allora questa comincia a suscitare il piacere della legge di Dio nell’intimo dell’uomo 127 e tale piacere non è dono della lettera, bensì dello Spirito, per quanto continui nelle membra la lotta di un’altra legge contro la legge della mente 128, fino a quando tutto il regime vecchio muti e passi nel regime nuovo che va crescendo di giorno in giorno nell’intimo dell’uomo 129, liberandoci dal corpo di questa morte la grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 130.

1493. (Ep. 179,4). Queste dottrine erronee ed empie sono in contraddizione non solo con le nostre preghiere, mediante le quali domandiamo al Signore tutte le grazie domandate dai santi, come sappiamo dalla S. Scrittura e come crediamo fermamente, ma sono in contraddizione pure con le nostre benedizioni che noi invochiamo sui fedeli desiderando e chiedendo per loro al Signore che li faccia abbondare nella carità tra di loro e verso tutti 5, e conceda loro, secondo la ricchezza della sua gloria, d’essere corroborati nella virtù per mezzo del suo Spirito 6, e li ricolmi d’ogni gioia e della pace nel credere e abbondino nella speranza per la virtù dello Spirito Santo 7. A quale scopo domandiamo per essi nella preghiera queste grazie che sappiamo essere state domandate per i fedeli al Signore dall’Apostolo, se già da se stessa la nostra natura, creata col libero arbitrio, può concedere a se stessa tutte queste cose solo con la sua volontà? Perché mai, inoltre, lo stesso Apostolo dice: Tutti coloro infatti che si lasciano condurre dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio 8, se, per esser figli di Dio, veniamo guidati dallo spirito della nostra natura? E perché mai dice ancora: Lo Spirito aiuta la nostra debolezza 9, se la nostra natura è stata creata talmente forte da non aver bisogno dello Spirito per compiere le opere della santità? Perché mai sta scritto: Dio però è fedele e non permette che voi siate tentati al di sopra delle vostre possibilità ma con la tentazione vi darà anche il modo di uscirne, sicché possiate sostenerla 10, se siamo stati creati in modo che, mediante le sole forze del libero arbitrio, possiamo sostenere e vincere tutte quante le tentazioni?

1494. (C. duas ep.. Pel. IV 8,20) Ma poiché vanno dicendo: “I nostri nemici hanno accolto le nostre parole in odio alla verità e da quasi tutto l’Occidente è stato accettato un dogma non meno stupido che empio”, poiché vanno lamentandosi che “a conferma dell’errore è stata estorta una sottoscrizione ad alcuni vescovi ignari, nei loro luoghi di residenza, senza riunirli in concilio”, mentre è vero al contrario che la Chiesa tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente ha sentito orrore delle novità profane delle loro chiacchiere 96, stimo che rientri nella nostra cura non solo adoperare come testimoni contro di essi le sante Scritture canoniche, come abbiamo già fatto a sufficienza, ma riportare anche alcuni insegnamenti dagli scritti dei santi che hanno commentato prima di noi le Scritture con fama celebratissima e ingente gloria. Non eguaglio l’autorità di un qualche commentatore ai Libri canonici, né dico che la sentenza di un cattolico non possa in modo assoluto essere più buona o più vera di quella di un altro ugualmente cattolico. Ma a coloro che prestano un qualche credito ai pelagiani vogliamo mostrare come sui medesimi argomenti prima dei vaniloqui dei pelagiani i vescovi cattolici abbiano seguito la parola di Dio, e far sapere a costoro che si difende da noi la fede cattolica, retta e fondata fin dall’antichità, contro la nuova presunzione e perversione degli eretici pelagiani.

1495. (ib IV 12,32). Sarò troppo lungo se voglio ricordare tutto quello che contro questa eresia dei pelagiani, che sarebbe sorta tanto tempo dopo, ha detto e scritto sant’Ambrogio, non certo per rispondere ad essi, ma per predicare la fede cattolica e per edificare in essa la gente. Ma nemmeno potevo o dovevo ricordare tutte le testimonianze che Cipriano, gloriosissimo nel Signore, pose nelle sue lettere e che valgono a dimostrare che questa fede posseduta da noi è la fede vera e veramente cristiana e cattolica, come tramandata dall’antichità per mezzo delle sante Scritture così nello stesso modo ritenuta e conservata dai nostri padri e da noi fino a questo tempo in cui i pelagiani hanno tentato di svellerla, e da ritenere e conservare in avvenire per la misericordia di Dio.

1496. (De dono pers. 19,50). Questi dottori tanto grandi dicono dunque che non c’è alcunché di cui ci possiamo gloriare come se fosse nostro e non ce l’abbia dato Dio; dicono che il nostro cuore e i nostri pensieri non sono in nostro potere; essi danno tutto a Dio e confessano che tutto riceviamo da lui: sia di rivolgerci a lui per essergli fedeli, sia di ritenere buono anche noi quello che è buono e di volerlo a nostra volta. Noi riceviamo dal Signore anche il dono di onorarlo e di accogliere Cristo in modo che dopo aver mancato di devozione diventiamo devoti e religiosi, crediamo nella Trinità e confessiamo anche con le parole quello che crediamo; tutti questi beni li attribuiscono senza esitazione alla grazia di Dio, li riconoscono per doni di Dio, testimoniano che provengono non da noi ma da lui a noi.

CAPITOLO V

Fare e perfezionare la giustizia.

SOMMARIO. Varie definizioni di peccato: 1497-1500. Nella controversia Pelagiana Agostino abusò largamente del nome di peccato. E i giusti hanno il peccato. 1501-1502. Due comandi: uno affermativo, e l’altro negativo: 1503. Descrive cosa sia fare giustizia, che cosa invece ottenere: 1504-1506. La giustizia piccola o minore (fare giustizia), fà il merito: la giustizia maggiore (ottenere giustizia) sarà il premio in cielo: 1507-1508. Per quanto nessuno in questa vita (eccetto il Signore e la Beata Vergine) sia senza peccato, è tuttavia possibile non tanto l’opera di giustizia, ma la stessa perfetta giustizia per una grazia straordinaria di Dio. Perciò i precetti sono dati affinché corriamo, speriamo, preghiamo perché le nostre forze siano aiutate dalla grazia. Quanto più siamo lontani dal peccato, tanto più ci avviciniamo alla pienezza della giustizia. E’ proprio della grazia di Dio fare in modo che cresca ciò che era nascosto e diventi soave ciò che non dilettava: 1509-1514.

1497. (De lib. arb. III 19,54). Infatti l’azione che non si compie secondo ragione per ignoranza e quella che non si può compiere secondo ragione anche se si vuole si dicono peccati appunto perché hanno origine dal primo peccato della libera volontà. Quella premessa ha richiesto queste conclusioni. Si dice lingua non soltanto l’organo che si muove in bocca nel parlare, ma anche l’effetto che consegue al movimento di questo organo, cioè la forma e la sequenza delle parole e in questo senso appunto si dice che la lingua greca è diversa dalla latina. Così non solo si dice peccato quello che propriamente è considerato peccato perché si commette volontariamente e coscientemente, ma anche quello che necessariamente consegue da quella condanna.

1498. (De 2 anim. c. Man. 11,15). Qualcuno dirà: ” E ciò in che cosa ti avrebbe aiutato contro i Manichei? ” Aspetta, permetti che prima definiamo anche il peccato, a proposito del quale ogni mente legge dentro di sé, iscritto da Dio, che senza volontà non può esistere. Il peccato è dunque la volontà di conservare o di acquisire ciò che la giustizia vieta e da cui ci si può liberamente astenere. Benché, se non c’è libertà, non c’è volontà.

1499. (Retr. I 15,2). Ho anche detto che non v’è peccato se non nella volontà·196. I Pelagiani possono pensare che questa affermazione sia a loro favore in considerazione dei bambini non ancora in grado di usare del libero arbitrio della volontà che perciò, a loro dire, sarebbero esenti dal peccato che vien loro rimesso nel battesimo. Ma affermare questo è come sostenere che il peccato – quel peccato che i bambini, a nostro avviso, hanno ereditato da Adamo e per il quale risultano implicati nel suo delitto e, per conseguenza, soggetti a pena – possa essersi verificato in qualcosa di diverso dalla volontà, la volontà con la quale fu commesso quando si verificò la trasgressione del comandamento divino. La nostra affermazione che non v’è peccato se non nella volontà può anche essere ritenuta falsa, ove si considerino le parole dell’Apostolo: Se faccio proprio ciò che non voglio, non sono più io ad agire, ma il peccato che abita in me·197. A tal punto questo peccato è estraneo alla volontà da indurre l’Apostolo a dichiarare: Faccio proprio ciò che non voglio. In che senso dunque non ci sarebbe peccato se non nella volontà?

1500. (De perf. iust. hom. 6,15). Ora, il peccato si ha o quando non c’è la carità che ci dev’essere o quando la carità è inferiore a quella che dev’essere, sia che ciò si possa evitare dalla volontà, sia che non si possa evitare. Se si può, il peccato è della volontà presente; se invece non si può, il peccato è stato della volontà passata, e tuttavia tale peccato si può sempre evitare, non quando si aizza una superba volontà, ma quando si aiuta un’umile volontà.

1501. (De nat. et gr. 36,42). Poi ricorda coloro “dei quali si dice non solo che non peccarono, ma che vissero anche santamente: Abele, Enoch, Melchisedech, Abramo,… Aggiunge pure delle donne: “Debora, Anna madre di Samuele, Giuditta, Ester,… e anche la stessa Madre del Signore e Salvatore nostro, e di essa dice “che va necessariamente riconosciuta senza peccato dal nostro senso religioso”. Escludiamo dunque la santa vergine Maria, nei riguardi della quale per l’onore del Signore non voglio si faccia questione alcuna di peccato. Infatti da che sappiamo noi quanto più di grazia, per vincere il peccato sotto ogni aspetto, sia stato concesso alla Donna che meritò di concepire e partorire colui che certissimamente non ebbe nessun peccato? Eccettuata dunque questa Vergine!, se avessimo potuto riunire tutti quei santi e quelle sante durante la loro vita terrena e interrogarli se fossero senza peccato, quale pensiamo sarebbe stata la loro risposta? Quella che dice costui o quella dell’apostolo Giovanni? Lo chiedo a voi. Per quanto grande potesse essere la loro santità nella vita corporale, alla nostra eventuale domanda non avrebbero forse gridato ad una sola voce: Se dicessimo di essere senza peccato, inganneremmo noi stessi e la verità non sarebbe in noi 148? O forse risponderebbero in questo modo più per umiltà che per verità? Ma a costui già piace, e gli piace con ragione, “di non mettere il pregio dell’umiltà dalla parte della falsità”. Allora, se quei santi nella loro risposta dicessero la verità, sarebbero peccatori e la verità sarebbe in essi, proprio per il loro umile riconoscimento. Se al contrario mentissero, sarebbero ugualmente peccatori, perché in essi non ci sarebbe la verità.

1502. (ib. 38,45). Così non era necessario nemmeno che la Scrittura dicesse se Abele, benché meritamente chiamato giusto 155, abbia riso qualche volta un po’ smodatamente, se abbia scherzato irriflessivamente o abbia guardato qualcosa con concupiscenza o se qualche volta abbia colto dei frutti oltre il giusto o abbia preso qualche piccola indigestione per eccesso di cibo o se durante la preghiera abbia pensato a qualcosa che lo distraesse, e quante volte gli siano scappati questi e molti altri simili peccati. O forse non sono questi i peccati dai quali ci esorta universalmente a guardarci e liberarci l’Apostolo ordinandoci: Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri 156? Per non obbedire ad essi in azioni che non sono lecite o sono meno convenienti dobbiamo combattere una battaglia quotidiana e continua… hanno meritato anche d’esser chiamati giusti, e l’hanno meritato per l’aiuto della grazia di Dio. Tuttavia, poiché spesso questo peccato striscia insensibilmente nelle situazioni più banali e qualche volta incontrollate, ci furono alcuni che sono stati giusti e nello stesso tempo non sono stati immuni dal peccato! Infine, se nel giusto Abele la carità di Dio, che è la sola a rendere veramente giusto chiunque è giusto, era ancora tale da poter e dover crescere, quello che le mancava costituiva un difetto 158! E in chi può non esser manchevole la carità finché non si giunge a quella sua fortezza che ingoi in sé tutta l’umana debolezza?

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1503. (De perf. iust. hom. 5,11). Si risponde: i precetti divini nelle Scritture sante sono così numerosi che sarebbe troppo laborioso ricordarli tutti. Ma il Signore… disse che la Legge e i Profeti si riducono a due precetti, così da farci capire che quant’altro è stato comandato da Dio sfocia in questi due precetti e deve riferirsi ad essi: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua mente 25, e: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti, disse, dipende tutta la Legge e i Profeti 26. Quanto perciò la legge di Dio ci proibisce di fare e quanto ci comanda di fare, ce lo proibisce e ce lo comanda perché noi adempiamo questi due precetti. E forse tutte le proibizioni stanno nel divieto: Non desiderare 27, e tutte le prescrizioni stanno nel comando: Amerai 28;

1504. (De nat. et gr. 62,72). Ma altra cosa è non avere il peccato, altra cosa è non obbedire ai desideri del peccato. Altro è osservare il precetto: Non desiderare 244 e altro è lo sforzo dell’astinenza per rispettare almeno il precetto: Non andare dietro alle tue concupiscenze 245. Tuttavia sappiamo che senza la grazia del Salvatore non siamo veramente capaci dell’osservanza né dell’un comandamento né dell’altro. Nel vero culto di Dio “fare la giustizia” è dunque combattere la battaglia interna contro il male interno della concupiscenza, “fare la giustizia perfettamente” è invece non avere più assolutamente nessun avversario da combattere. Chi combatte si trova infatti ancora in pericolo e qualche volta rimane battuto, anche se non abbattuto. Chi invece non ha più avversari, gode di una pace piena. E proprio di uno nel quale non abita più nessun peccato si dice con tutta esattezza che è senza peccato, non di uno che, pur astenendosi dal cedere alla concupiscenza nel fare una cattiva azione, afferma: Non sono io a farla, ma il peccato che abita in me 246.

1505. (In Io. ev. tr. 41,12). Sono in grado di volere il bene, – dice ancora l’Apostolo – ma non di portarlo a compimento (Rm 7, 18). Ha forse detto che non è in grado di fare il bene? Se avesse detto questo, non rimarrebbe alcuna speranza. Ha detto che non è in suo potere non il “fare”, ma il portare a compimento. E in che consiste la perfetta attuazione del bene, se non nella distruzione e nella radicale eliminazione del male? E in che consiste la eliminazione del male se non in ciò che dice la legge: Non aver concupiscenze (Es 20, 17)? La perfezione del bene consiste nell’essere totalmente liberi dalla concupiscenza, perché in ciò consiste la eliminazione del male. Questo è ciò che afferma l’Apostolo: L’attuazione perfetta del bene non è in mio potere. Non era in suo potere non sentire la concupiscenza: era in suo potere frenare la concupiscenza per non assecondarla, e rifiutarsi di offrire le sue membra al servizio della concupiscenza. Compiere perfettamente il bene, non è in mio potere, dato che mi è impossibile adempiere il comandamento: Non aver concupiscenze. Che cosa è dunque necessario? Che tu metta in pratica il precetto: Non seguire le tue concupiscenze (Sir 18, 30). Fa’ così finché nella tua carne permangono le concupiscenze illecite: Non seguire le tue concupiscenze.

1506. (De Sp. et litt. 36,65). Ma, se si può dire che sia una specie di giustizia minore quella che compete a questa vita e per la quale il giusto vive mediante la fede 420, sebbene pellegrino dal Signore e quindi in cammino nella fede e non ancora nella visione, non è uno sproposito dire che anche a questa giustizia minore spetta di non peccare 421. Né infatti deve già ascriversi a colpa se non ci può essere ancora tanto amore di Dio quanto n’è dovuto alla cognizione piena e perfetta. Altro è infatti non possedere ancora tutta intera la carità, altro è non correre dietro a nessuna cupidità. Perciò l’uomo, sebbene ami Dio meno di quanto lo può amare nella visione, non deve tuttavia bramare nulla d’illecito: come anche l’occhio può dilettarsi, se non c’è il buio, in mezzo agli oggetti che sono alla portata dei sensi del corpo, benché non possa fissarsi in una luce che per il suo splendore lo abbagli. Ecco, come noi concepiamo l’anima che si trova in questo corpo corruttibile: sebbene non abbia ancora smaltito ed eliminato tutti gli istinti della libidine terrena con la supereminentissima perfezione della carità di Dio 422, tuttavia in questa giustizia minore deve comportarsi così da non consentire per nessuna inclinazione alla libidine di compiere nulla d’illecito. In questa maniera spicca quanto compete a quella vita già immortale e a questa vita terrena. A quella vita si riferiscono le parole: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua forza 423, a questa vita alludono quest’altre: Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri 424; a quella vita: Non desiderare 425, a questa: Non andare dietro alle tue concupiscenze 426; a quella vita spetta di non cercare più nient’altro che di rimanere in tale perfezione, a questa vita spetta di considerare come giornate di lavoro quello che sta facendo e di sperare come paga la perfezione dell’altra vita: cosicché per la vita di allora il giusto viva senza termine nella visione che ha desiderata nella vita di ora e viceversa per tutta la vita di ora il giusto viva di quella fede 427 nella quale desidera la visione di allora come suo termine certo.

1507. (C. duas ep. Pel. III 7,17). Chi poi sopporterà che costoro ci rinfaccino di dire che “dopo la risurrezione ci saranno tali progressi che allora gli uomini cominceranno ad osservare i comandamenti di Dio che non hanno voluto osservare in questa vita”, poiché diciamo che là non vi sarà più nessun peccato, né conflitto con una qualche cupidigia di peccato, quasi che essi osassero negarlo? Qui dunque c’è il precetto di non peccare, là ci sarà il premio di non poter più peccare. Qui c’è il precetto di non obbedire ai desideri del peccato 104, là ci sarà il premio di non avere desideri di peccato.

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1508. (ib. III 7,23). Perciò chi seguendo la giustizia che si ha nella legge vive senza la fede della grazia del Cristo, come l’Apostolo ricorda d’esser vissuto egli stesso irreprensibilmente 154, è da ritenersi privo assolutamente di vera giustizia, non perché la legge non sia vera e santa, ma perché voler obbedire alla lettera che comanda senza lo Spirito di Dio che dà vita, come se tale obbedienza provenisse dalle forze del libero arbitrio, non è vera giustizia. La giustizia invece della quale chi è giusto vive mediante la fede 155, poiché proviene all’uomo da Dio tramite lo Spirito di grazia, è vera giustizia. La quale, benché non senza ragione si dica perfetta in alcuni giusti secondo la capacità di questa vita, è tuttavia una piccola giustizia rispetto a quella grande giustizia di cui ci dà la capacità la parità con gli angeli. La quale parità non avendola ancora l’Apostolo, diceva sia di esser perfetto per la giustizia che era già in lui, sia di essere imperfetto per la giustizia che non era ancora in lui. Ma è chiaro: questa giustizia minore fa merito, quella giustizia maggiore si fa premio. Pertanto chi non persegue la giustizia minore non consegue la giustizia maggiore. Perciò negare che dopo la risurrezione dell’uomo ci sarà la pienezza della giustizia e pensare che nel corpo di quella vita ci sarà tanta giustizia quanta ce ne può essere nel corpo di questa morte è una singolare follia.

1509. (De Spir. et litt. 36,65). Cotesti giusti che vivono mediante la fede, non hanno forse bisogno di dire: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori 428? Smentiscono forse essi ciò che sta scritto: Nessun vivente davanti a te è giusto 429? E pure l’altro testo: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 430? E l’altro: Non c’è nessuno che non peccherà 431? E l’altro: Non c’è sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e che non peccherà 432? Ambedue queste testimonianze parlano non al passato, cioè: “Non abbia peccato”, ma al futuro: Non peccherà. E smentiscono costoro altri testi che la santa Scrittura porta nel senso di questa sentenza? Ma poiché questi testi non possono essere falsi, vedo logico affermare: quale e quanta sia la giustizia da noi determinabile per questa vita, nessuno si trova qui che non abbia assolutamente nessun peccato,

1510. (ib III 36,66). Ma trovino costoro, se lo possono, tra quelli che vivono sotto il gravame della presente corruzione, una sola persona a cui Dio non abbia da perdonare più nulla. Ad ogni modo se costoro non riconosceranno che costui è stato aiutato per essere tale non solo dal dono esterno della legge, ma anche dall’infusione interna dello Spirito di grazia, incorreranno non nella colpa di un peccato qualsiasi, ma in una colpa d’empietà. Tuttavia è sicuro che non potranno trovare affatto un tale individuo, se intendono fedelmente quelle testimonianze divine. In nessun modo però dobbiamo negare a Dio la possibilità d’aiutare così tanto la volontà umana da far sì che l’uomo possa raggiungere quaggiù la perfezione completa non solo della giustizia proveniente ora dalla fede 437, ma altresì di quella in cui si dovrà vivere in avvenire per sempre nella stessa contemplazione di Dio. Infatti, se ora Dio volesse che in qualcuno anche questo corpo corruttibile si vestisse d’incorruttibilità 438 e se facesse vivere costui qui immortale tra uomini morituri e volesse che, eliminato totalmente il vecchio regime, nessuna legge muovesse guerra nelle sue membra alla legge della mente 439 e conoscesse Dio dovunque presente così bene come lo conosceranno in avvenire i santi, quale pazzo oserebbe affermare che Dio non lo può?

1511. (De perf. iust. hom. 8,19). Fin quando infatti rimane qualche traccia di concupiscenza carnale, pur frenata dalla continenza, non si ama Dio con tutta l’anima in modo assoluto. La carne infatti non può desiderare senza l’anima, mentre si suol dire della carne che desidera, perché l’anima desidera carnalmente. Il giusto sarà libero assolutamente da ogni peccato soltanto quando nelle sue membra non ci sarà più nessuna legge in lotta con la legge del suo spirito 66, ma amerà Dio davvero con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente:… Perché dunque non dovrebbe esser comandata all’uomo cotesta perfezione, sebbene nessuno l’abbia in questa vita? Non si corre come si deve se s’ignora dove si deve correre. Ma come si saprebbe se a indicarlo non ci fossero dei comandamenti? Cerchiamo dunque di correre così da giungere alla meta…. Dobbiamo correre credendo, sperando, desiderando, mortificando il corpo, facendo elemosine gioiosamente e cordialmente nel donare i beni nostri e nel perdonare i mali altrui, pregando che siano aiutate le forze di coloro che corrono. E dobbiamo ascoltare i precetti della perfezione così da non trascurare di correre verso la pienezza della carità.

1512. (ib. 13,31). Per quanto anche adesso chiunque progredisce, se progredisce con retta intenzione, si sottrae ad ogni peccato e tanto più se ne allontana quanto più si avvicina alla pienezza e alla perfezione della giustizia, perché la stessa concupiscenza, che è il peccato immanente nella nostra carne 152, pur restando ancora e per sempre nelle membra mortali, non cessa tuttavia di diminuire in coloro che progrediscono. Altro dunque è sottrarsi ad ogni peccato, e ciò è il compito della vita d’ora, altro è l’essersi già sottratti ad ogni peccato, e ciò avverrà nella perfezione di allora.

1513. (De pecc. mer. et rem. II 17,26). Poiché l’uomo, aiutandolo nella sua volontà la grazia divina, può vivere in questa vita senza peccato, al quesito come mai ciò non avvenga potrei con molta facilità e verità rispondere: perché gli uomini non vogliono. Ma se mi si chiede perché non vogliano, andiamo per le lunghe. Tuttavia dirò brevemente anche questo senza pregiudizio d’un esame più diligente. Gli uomini non vogliono fare ciò che è giusto per due ragioni: e perché rimane occulto se sia giusto e perché non è dilettevole. Infatti tanto più fortemente noi vogliamo qualcosa quanto meglio conosciamo la grandezza della sua bontà e quanto più ardentemente ci diletta. Ignoranza dunque e debolezza sono i vizi che impediscono alla volontà di determinarsi a fare un’opera buona o ad astenersi da un’opera cattiva. Ma che diventi noto quello che era nascosto e soave quello che non dilettava è dono della grazia di Dio, la quale aiuta le volontà degli uomini:

1514. (De Spir. et litt. 35,63). Ecco la ragione per cui la perfetta giustizia rimane senza esempio tra gli uomini, pur non essendo impossibile. Esisterebbe, se si usasse tanta volontà quanta ne occorre a tanto risultato. La volontà poi sarebbe tanta, se per un verso non rimanesse nascosta a noi nessuna delle verità che riguardano la giustizia e se per l’altro verso tali conoscenze fossero per il nostro animo così piacevoli che il loro piacere superasse quanto di dolore o di gioia vi si opponesse: e che ciò non sia non dipende da impossibilità, ma da un giudizio di Dio.

CAPITOLO VI

I giusti hanno bisogno dell’aiuto della grazia per perseverare nel bene; e per perseverare fino alla fine del grande dono di Dio.

SOMMARIO. Come l’occhio anche sano non può distinguere senza la trasparenza della luce, così l’uomo, anche giustificato, non può vivere rettamente se non è aiutato divinamente dalla luce eterna: 1515. A. descrive la perseveranza finale. Dimostra che questa è un grande dono di Dio: a) dalla Sacra Scrittura: 1516-1518. b) dalla pratica della Chiesa e dei fedeli che chiedono a Dio la perseveranza. Ragiona poi contro i Semi-Pelagiani. Ma davvero qualcuno crede di poter conquistare quello che chiede a Dio?. Ridicola è la richiesta, se quello che si chiede a Lui, e se Lui non concede, se lo può dare da solo? E’ un dono gratuito di Dio. Si può meritare supplicando, e una volta concesso non può perdersi in contumacia: 1519-1522. c) Terzo, Agostino dimostra che la perseveranza finale è dono grandissimo di Dio, per il fatto che la perseveranza è collegata immediatamente con la predestinazione. E’ un dono grande e gratuito di Dio che qualcuno muoia nello stato di grazia. Ciò avviene massimamente nei bambini, che muoiono battezzati, Che poi questo dono venga concesso ad alcuni e ad altri no, è un imperscrutabile e giustissimo giudizio di Dio. E non bisogna astenersi dalla correzione per il fatto che non si sappia a chi è stato concesso il dono della perseveranza e sono predestinati. Anche per un tale dono potrebbe essere necessaria la correzione: 1523-1527.

1515. (De nat. et gr. 26,29). Poi soggiunge: “Anche un medico dev’essere pronto a medicare chi si è già ferito, ma non deve desiderare che un uomo rimanga ferito”. Ammesso che questo paragone sia pertinente al nostro caso, certo la natura umana non può essere ferita dal peccato, perché il peccato non è una sostanza. Accettato dunque il paragone, come uno che per esempio zoppica a causa di una ferita, viene medicato perché, guarito dal male passato, il suo incedere torni ad essere normale per il futuro, così il Medico divino non guarisce i nostri mali unicamente perché essi spariscano, ma perché in seguito possiamo camminare bene, e non lo potremo nemmeno da sani se non con il suo aiuto…. egli stesso… mediatore tra Dio e gli uomini, guarisce spiritualmente un malato o risuscita un morto, cioè giustifica un peccatore 109, e quando l’ha ricondotto alla perfetta salute, ossia alla perfezione della vita e della giustizia, non l’abbandona se non è abbandonato da lui!, perché viva sempre nella pietà e nella giustizia. Come infatti l’occhio corporale, benché sanissimo, non può vedere se non è aiutato dal chiarore della luce, così l’uomo, benché perfettissimamente giustificato, non può vivere rettamente se non è aiutato da Dio con la luce eterna della giustizia. Dio dunque ci guarisce non solo così da cancellare ciò in cui peccammo, ma da prestare anche l’aiuto perché non pecchiamo.

1516. (De dono pers. 1,1). Ora è giunto il momento di trattare con maggior cura della perseveranza,… Dunque noi sosteniamo che la perseveranza con la quale si persevera in Cristo fino alla fine è un dono di Dio, e intendo parlare della fine che pone termine a questa vita, che è la sola nella quale esista il pericolo di cadere. Ciò premesso, è incerto se un individuo abbia ricevuto tale dono, finché resta in questa vita. Se infatti egli cade prima di morire, si dice che non ha perseverato, e lo si dice con tutta verità…. Ma poniamo il caso che qualcuno abbia un’opinione diversa e dica: Se dal momento in cui uno è diventato credente, è vissuto, per esempio, dieci anni e alla metà di questo periodo è venuto meno nella fede, non avrà forse perseverato cinque anni? Se uno pensa che si debba chiamare perseveranza anche quella, dato che per un certo periodo è durata, non voglio stare a discutere sulle parole. Ma in nessuna maniera si potrà dire che colui che non ha perseverato fino alla fine abbia avuto la perseveranza della quale parliamo ora, cioè quella con la quale si persevera in Cristo fino alla fine. Al contrario, questa seconda l’ha posseduta chi è stato credente un anno solo,… se però è vissuto credente finché non è morto; e non l’ha avuta piuttosto chi è stato credente per molti anni, ma è venuto meno alla saldezza della fede un breve momento prima della morte.

1517. (ib 2,2). Stabilito ciò, vediamo se sia un dono di Dio questa perseveranza della quale è detto: Chi avrà perseverato fino alla fine, questo sarà salvo 1. E se questo non è vero, come potrà essere vero quello che dice l’Apostolo: A voi è stato donato per favore di Cristo non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui 2 ? Una di queste due azioni riguarda un inizio, l’altra una fine, ma l’una e l’altra sono un dono di Dio perché sia dell’una che dell’altra si dice che è stata donata,… Quale può essere infatti il più autentico inizio per un cristiano se non il credere in Cristo? Quale fine è migliore che patire per Cristo? Per ciò che riguarda il credere in Cristo, è stata escogitata ogni sorta di contraddizione e si è detto che dono di Dio non è l’inizio, ma l’accrescimento della fede; e a questa opinione il Signore ci ha concesso di rispondere più che abbastanza. Ma se a uno è donato di soffrire per Cristo, oppure, arriviamo a questa ipotesi, è donato di morire per Cristo, che motivo troveremo per dire che non gli viene donata in Cristo la perseveranza fino alla fine?

1518. (De corr. et gr. 6,10). Certo, non possiamo negare che di fronte a queste obiezioni anche la perseveranza che progredisce nel bene fino alla fine è un grande dono di Dio, e che non può provenire se non da Colui di cui è scritto: Ogni concessione eccellente e ogni dono perfetto proviene dall’alto, discendendo dal Padre della luce 28….In effetti se diremo che questa perseveranza tanto lodevole e tanto felice appartiene all’uomo senza provenirgli da Dio, priviamo subito di ogni significato quello che il Signore dice a Pietro: Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno 30. Che era infatti quello che Cristo pregava per lui, se non la perseveranza fino alla fine?

1519. (De dono pers.. 2,3). E poi perché si dovrebbe chiedere a Dio questa perseveranza, se non è concessa da lui ? Non sarebbe forse una richiesta beffarda, se si pregasse dal Signore quello che si sa che Egli non concede, e che quindi, se non è lui a concederlo, è in potestà degli uomini?… t’innalzi sopra di lui, nella convinzione che tu possiedi da te stesso quello che fingi di pregare da lui. O forse non sarà vero che questa perseveranza si richiede a lui? Chi sostiene ciò non ha bisogno di essere confutato dalle mie argomentazioni, ma piuttosto d’essere caricato delle preghiere dei santi. Ce n’è forse uno fra di essi che non chieda a Dio di perseverare in lui? Nella stessa preghiera che è detta domenicale, perché fu il Signore ad insegnarcela, quando i santi pregano si capisce che praticamente non chiedono quasi altro che la perseveranza.

1520. (De dono  pers. 7,15). Dunque su questo argomento la Chiesa non ha bisogno di indugiare in laboriose disputazioni, ma di attendere alle sue preghiere quotidiane. Essa prega affinché gli infedeli credano: allora è Dio che converte alla fede. Essa prega perché i credenti perseverino: allora è Dio che dona la perseveranza fino alla fine.

1521. (ib 6,10). Ma questi fratelli – come voi scrivete – non vogliono che la perseveranza sia esposta in maniera da far credere che non si possa o meritarla pregando o perderla ribellandosi 23. E su questo punto non fanno molta attenzione a quello che dicono. Infatti parliamo di quella perseveranza con la quale si persevera fino alla fine; se questa è stata data, vuol dire che uno ha perseverato fino alla fine; ma se non ha perseverato fino alla fine, vuol dire che essa non era stata data…. Dunque gli uomini non sostengano che a qualcuno sia stata data la perseveranza fino alla fine se non quando sarà giunta proprio la fine e si sarà trovato che quello a cui era stata data ha perseverato fino a quel punto. Noi diciamo casto quello che conosciamo come casto, sia che debba sia che non debba rimanere nella medesima castità; e se uno ha qualche dono divino che si possa conservare o perdere, diciamo che lo possiede per tutto il tempo che lo possiede; se poi lo perde, diciamo che lo ha posseduto. La perseveranza fino alla fine invece, poiché non la possiede se non chi persevera fino alla fine, molti la possono avere, nessuno perdere. E non bisogna temere che, quando un uomo abbia perseverato fino alla fine, possa sorgere in lui una volontà malvagia di non perseverare fino alla fine. Questo dono di Dio si può meritare con la preghiera, ma una volta che è stato dato, non si può perdere con la ribellione. Quando infatti uno abbia perseverato fino alla fine, non può né perdere questo dono né altri che avrebbe potuto perdere prima della fine. Allora come si può perdere quello che impedisce di perdere anche ciò che è possibile perdere?

1522. (ib. 6,11). Ma ammettiamo che uno dica: La perseveranza fino alla fine certo non si perde, una volta che è stata data, cioè quando si è perseverato fino alla fine, ma in un certo qual modo si può perdere allora, quando l’uomo con la ribellione agisce in modo da non poter arrivare a questa perseveranza. Alla stessa maniera diciamo che l’uomo che non ha perseverato fino alla fine ha perduto la vita eterna, o il regno di Dio, non perché lo aveva ricevuto e lo possedeva, ma perché lo avrebbe ricevuto e posseduto se avesse perseverato. Allora non stiamo a fare questione di termini e diciamo che si può perdere anche qualcosa che non si ha, ma che si pensa doversi avere. Ma mi dica, chi ne ha il coraggio, se Dio non ha la possibilità di dare quello che ha ordinato di chiedergli. Certo chi intende così è, non dico insensato, ma dissennato. Ma Dio ha comandato che i suoi santi dicano pregando: Non c’indurre in tentazione 25. Chiunque è esaudito in questa richiesta, non è indotto nella tentazione di ribellarsi, così che possa perdere o si renda degno di perdere la perseveranza nella santità.

1523. (De praed. sanct. 14,26). Fu strappato affinché la malizia non cambiasse la sua mente 105. Ciò è stato detto pensando ai pericoli di questa vita, e non c’entra la prescienza di Dio, che sapeva in precedenza quello che sarebbe stato, non quello che non sarebbe stato: cioè Egli sapeva che gli avrebbe fatto dono di una morte prematura perché il giusto fosse sottratto all’incertezza delle tentazioni, non che il giusto avrebbe peccato, dato che questi non doveva restare esposto alla tentazione. E che questa vita è una tentazione si legge nel libro di Giobbe: Forse che la vita umana sulla terra non è una tentazione? 108. Ma riguardo al motivo per cui ad alcuni è concesso di essere strappati ai pericoli di questa vita finché sono giusti, mentre altri sono mantenuti attraverso una vita più lunga nei medesimi pericoli finché decadano dalla loro giustizia, chi comprese il pensiero del Signore? 109. E tuttavia da qui è concesso capire che anche quei giusti che conservano costumi buoni e pii fino alla tarda vecchiaia e all’ultimo giorno di questa vita non si devono gloriare dei propri meriti, ma nel Signore, perché Colui che ha rapito il giusto dopo una vita breve, affinché la malizia non cambiasse la sua mente, è il medesimo che attraverso una vita lunga quanto si vuole salvaguarda il giusto affinché la malizia non muti la sua mente. Ma chi si chiede perché abbia mantenuto sulla terra un giusto che sarebbe caduto, mentre poteva portarlo via prima che cadesse, rammenti che i suoi giudizi sono assolutamente giusti, ma imperscrutabili.

1524. (ib. 14,29). sostenere i meriti dell’uomo e quindi finiscono per andare contro l’evidenza somma della grazia di Dio. Eppure essa si manifesta con tutta chiarezza nei bambini. Nel fatto che alcuni di essi muoiono battezzati, altri senza battesimo, si dimostrano adeguatamente la misericordia e il giudizio: la misericordia gratuita, il giudizio dovuto. Se infatti gli uomini fossero giudicati in base ai meriti della loro vita che non ebbero perché prevenuti dalla morte, ma che avrebbero avuto se fossero vissuti, niente gioverebbe a colui che fu strappato affinché la malizia non mutasse la sua mente; niente gioverebbe a coloro che muoiono dopo la caduta, se potessero morire prima. Ma questo nessun cristiano oserà dirlo.

1525. (De corr. et gr. 8,19). Dunque sono costretti ad ammettere che per l’uomo è un dono di Dio mettere fine a questa vita prima di cambiare dal bene al male; ma perché ad alcuni lo conceda e ad altri no, lo ignorano; allora alla stessa maniera ammettano insieme con noi che secondo le Scritture, dalle quali ho già tratto numerose testimonianze, la perseveranza nel bene è un dono di Dio; e perché ad alcuni sia concesso e ad altri no, si contentino d’ignorarlo insieme con noi senza mormorare contro Dio.

1526. (De dono pers. 16,39). Ci sono anche quelli che per questo motivo non pregano o pregano con freddezza, perché sanno, per averlo detto il Signore, che Dio conosce ciò che è necessario per noi prima che noi glielo chiediamo 130. E allora per simili individui penseremo che bisogna tralasciare la verità di questa affermazione o che bisogna cancellarla dal Vangelo? Al contrario: come risulta, Dio ha preparato alcuni doni che farà anche a chi non li implora, come l’inizio della fede, altri che farà solo a chi li implora, come la perseveranza fino alla fine; allora colui che pensa di poter avere da se stesso questa virtù, non pregherà per ottenerla. Dunque bisogna guardarsi dal pericolo di lasciare estinguere la preghiera e divampare l’orgoglio per paura di diminuire il fervore dell’esortazione.

1527. (De corr. et gr. 9,25). Nessuno dunque dica che non bisogna riprendere chi esce dalla via giusta, ma solo richiedere per lui al Signore il ritorno e la perseveranza; nessuno che sia avveduto e fedele dica ciò. Se infatti questo è stato chiamato secondo il decreto, fuor di dubbio Dio coopera al suo bene anche attraverso il rimprovero. Ma poiché quello che lo riprende non conosce se egli sia stato chiamato in tal modo, faccia con amore quello che sa di dover fare; infatti sa che se uno ha deviato deve essere ripreso, e poi Dio praticherà su di lui o la sua misericordia o il suo giudizio. Sarà certo la misericordia, se colui che è ripreso è stato sceverato dalla massa di perdizione dalla generosità della grazia e non è tra i vasi d’ira che sono stati costruiti per la perdizione, ma tra i vasi di misericordia che Dio apprestò per la gloria 92; sarà invece un giudizio, se egli fu condannato ad essere tra i vasi d’ira e non predestinato tra i vasi di misericordia.

CAPITOLO VII

Qual’è la differenza tra il dono della perseveranza che riceviamo ora, e la grazia concessa ad Adamo.

SOMMARIO. Adamo aveva bisogno della grazia per perseverare nella giustizia.: 1528. Poiché era nello stato di natura integra, non c’era bisogno della grazia della liberazione, per la quale ora i giusti pregano: 1529. La grazia che viene data ora è più potente di quella concessa ad Adamo, e viene data attraverso Gesù Cristo. La grazia di Adamo dava soltanto il posse; questa dà anche il velle: 1530-1531.

1528. (Echir. 106). Neppure allora, per la verità, senza grazia avrebbe potuto esserci alcun merito, poiché, pur essendo il peccato fondato solo sul libero arbitrio, quest’ultimo tuttavia non bastava a perseverare nella giustizia, se dalla partecipazione al bene immutabile non provenisse l’offerta dell’aiuto divino. Come l’uomo ha il potere di morire quando vuole (ognuno di noi infatti può uccidersi, se non altro almeno cessando di alimentarsi), anche se però la volontà non basta per prolungare la vita, se vengono meno gli apporti costituti dagli alimenti o da qualsiasi altra forma di sostegno, cosí l’uomo nel paradiso era capace per mezzo della volontà di darsi la morte abbandonando la giustizia, anche se, per mantenere una vita di giustizia, senza l’aiuto del Creatore, il volere non bastava.

1529. (De corr. et gr. 11,29). E allora? Adamo non ebbe la grazia di Dio? Anzi al contrario l’ebbe e grande, ma diversa. Egli si trovava fra i beni che aveva ricevuto dalla bontà del suo Creatore; infatti quei beni nei quali egli non subiva alcun male, non se li era procacciati con i suoi meriti nemmeno lui. Invece i santi, ai quali è diretta questa grazia della liberazione, in questa vita si trovano tra i mali, e perciò gridano a Dio: Liberaci dal male 96. Egli in quei beni non aveva bisogno della morte di Cristo; questi invece sono sciolti dal reato sia ereditario sia loro proprio dal sangue dell’Agnello. Egli non aveva bisogno di quell’aiuto che implorano questi quando dicono: Vedo nelle mie membra un’altra legge, che si ribella alla legge della mia mente e mi imprigiona nella legge del peccato, che è nelle mie membra. Uomo infelice che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per Gesù Cristo nostro Signore 97. Infatti in essi la carne ha desideri contrari a quelli dello spirito 98 e lo spirito a quelli della carne, e mentre si affannano e rischiano in questa contesa, chiedono che sia data loro attraverso la grazia di Cristo la forza di lottare e vincere. Ma egli non era affatto combattuto né turbato da questa lotta di se stesso contro se stesso e godeva in sé della sua pace in quel luogo di beatitudine.

1530. (ib 11,30). Pertanto questi al momento hanno bisogno di una grazia non più beata, ma certo più potente; e quale grazia è più potente del Figlio di Dio unigenito,… fatto uomo per loro,… Questo Mediatore fu assunto in tal modo che non fu mai malvagio né mai da cattivo si trasformò per sempre in buono, e attraverso di esso, Dio, come ci fa vedere, trasforma da cattivi in buoni per l’eternità coloro che ha redenti con il suo sangue.

1531. (ib. 11,31). Questa è la prima grazia che fu data al primo Adamo; ma una più potente di questa è nel secondo Adamo. Infatti la prima è quella che fa avere all’uomo la giustizia, se vuole; ma la seconda ha maggior potere, perché fa anche sì che egli voglia e voglia tanto intensamente e ami con tanto ardore da vincere con la volontà dello spirito la volontà della carne che ha brame contrarie. Neppure la prima era piccola e dimostrava nello stesso tempo la potenza del libero arbitrio, perché l’uomo ne riceveva tanto giovamento che senza questo aiuto non era in grado di rimanere nel bene, pur potendolo abbandonare se voleva. Ma la seconda è tanto maggiore: infatti poco sarebbe per l’uomo riconquistare per mezzo di essa la libertà perduta, poco sarebbe non potere senza di essa conquistare il bene o nel bene perseverare volendo, se essa non glielo facesse anche volere.

1532. (ib. 12,32). Ma ora, se a qualcuno manca tale aiuto, ciò è ormai castigo del peccato; a chi invece è dato, è dato secondo la grazia, non secondo il dovuto. Ed esso tanto più generosamente è dato attraverso Gesù Cristo nostro Signore a quelli ai quali piacque a Dio di darlo, che non solo ci assiste un aiuto senza il quale non possiamo perseverare anche se vogliamo, ma esso è anche di tanta grandezza e valore da far sì che noi vogliamo. Così avviene che noi, per mezzo di questa grazia di Dio che ci aiuta a ricevere il bene e a conservarlo con perseveranza, non solo possiamo quello che vogliamo, ma anche vogliamo quello che possiamo.

1533. (ib. 12,34). Ma ora ai santi predestinati dalla grazia al regno di Dio non viene dato in questo modo l’aiuto della perseveranza; al contrario ad essi viene donata la perseveranza stessa. Così non solo senza questo dono non possono essere perseveranti, ma addirittura attraverso questo dono non possono essere che perseveranti. Infatti non solo disse: Senza di me nulla potete fare, ma disse anche: Non siete voi che avete eletto me, ma io ho eletto voi e vi ho disposto affinché andiate e portiate frutto e il frutto vostro resti 103. Con queste parole chiarì di aver dato non solo la giustizia, ma anche la perseveranza nella giustizia. Infatti se era Cristo che li disponeva affinché andassero e portassero frutto e il loro frutto restasse, chi oserebbe dire: Non resterà? Chi oserebbe dire: Forse non resterà? Senza ripensamenti sono infatti i doni e la chiamata di Dio 104; ma qui si tratta della chiamata di coloro a cui è stata rivolta secondo il decreto. Se dunque Cristo prega per essi affinché la loro fede non venga meno, senza dubbio essa non verrà meno fino alla fine e per questo saprà perseverare fino alla fine e il termine di questa vita non la troverà che ben salda.

1534. (ib 12,35). Certo è necessaria una libertà maggiore contro tante e tanto forti tentazioni che in paradiso non c’erano, una libertà fortificata e rafforzata dal dono della perseveranza, affinché questo mondo sia vinto con tutte le sue passioni, paure, errori; questo ci ha insegnato il martirio dei santi. Adamo, senza che nessuno gli ispirasse terrore, e per di più contro il comando di Dio che atterrisce 105, usando il libero arbitrio non rimase saldo in una felicità tanto grande, in quell’estrema facilità di non peccare; i martiri invece, mentre il mondo non dico li atterriva, ma inferociva per spezzare la loro resistenza, rimasero saldi nella fede. Inoltre Adamo vedeva i beni presenti che avrebbe abbandonato, questi al contrario non vedevano i beni futuri che avrebbero ricevuto. Da dove ricevettero tanta fermezza, se non gliela donò Colui da cui ottennero la misericordia di essere fedeli106, … Infatti, liberati dal peccato, sono stati resi servi dalla giustizia 111, nella quale staranno saldi fino alla fine, perché è Dio che dona loro la perseveranza, Dio che li conobbe fin dal principio, che li predestinò, che li chiamò secondo il decreto,

 

1535. (ib. 12,37). Il primo uomo non ricevette questo dono di Dio, cioè la perseveranza nel bene, ma perseverare o no fu lasciato al suo libero arbitrio, e questo ne era il motivo: la volontà di Adamo era stata creata senza alcun peccato e non le si opponeva nessuna forma di concupiscenza che sorgesse da lui; avendo dunque la sua volontà forze così grandi, giustamente l’arbitrio di perseverare era affidato a tanta bontà e a tanta facilità di vivere nel bene. Dio, è vero, sapeva fin da prima quello che Adamo avrebbe fatto di ingiusto; lo sapeva fin da prima, ma non ve lo costringeva; però contemporaneamente conosceva quale giusta punizione gli avrebbe inflitta. Ma ora, dopo che a causa del peccato è stata perduta quella grande libertà, è rimasta una debolezza che dev’essere soccorsa con doni ancora maggiori…. Per questo non resta a coloro che devono essere liberati nient’altro che la grazia di Colui che li libera.

1536. (ib. 12,38). E per questo anche riguardo alla stessa perseveranza nel bene, Dio volle che i suoi santi si gloriassero non nelle loro forze, ma in lui stesso, in lui che non solo dà loro il medesimo aiuto che dette al primo uomo, senza il quale non potrebbero perseverare se volessero, ma per di più opera in essi il volere. In tal modo, poiché non riescono a perseverare se non a condizione che possano e vogliano, viene donato ad essi dalla generosità della grazia divina tanto la possibilità quanto la volontà di perseverare. La loro volontà è accesa a tal punto dallo Spirito Santo che essi possono perché così vogliono; e così vogliono perché Dio opera affinché vogliano. Ammettiamo che nell’estrema debolezza di questa vita… sia lasciata loro la propria volontà, affinché rimangano, se lo vogliono, nell’aiuto di Dio senza il quale non potrebbero perseverare; ammettiamo ancora che Dio non operi in essi affinché vogliano; tra tali e tante tentazioni la volontà soccomberebbe per la propria debolezza. E allora non potrebbero perseverare, perché cedendo per la loro debolezza non vorrebbero, oppure per la debolezza della loro volontà non vorrebbero fino al punto di potere. Dunque si è prestato soccorso alla debolezza della volontà umana così che essa sia mossa dalla grazia divina in maniera indeclinabile e insuperabile; perciò, per quanto debole, non viene meno e non è vinta da alcuna avversità. Così avvenne che la volontà dell’uomo, debole e fiacca, perseverasse per virtù di Dio in un bene ancora piccolo, mentre la volontà del primo uomo, forte e sana, affidandosi alla virtù del libero arbitrio, non perseverò in un bene più grande. Non gli sarebbe mancato l’aiuto di Dio senza il quale egli non avrebbe potuto perseverare anche se avesse voluto; esso però non era tale che Dio operasse in lui il volere. A chi era fortissimo lasciò e permise di fare quello che volesse; per i deboli ebbe cura che grazie al suo dono invincibilmente volessero ciò che è bene e invincibilmente non volessero abbandonarlo.

CAPITOLO VIII

Con le preghiere più che con le forze Dio vuole combattere con noi.

SOMMARIO. I comandi della legge che proibiscono il peccato si riassumono in uno solo: Non desiderare. Questo ordine è la lettera che uccide, se non c’è lo spirito vivificante. Per quanto la legge sia buona, proibendo il peccato. il desiderio cattivo vince . La legge comanda più di quanto giovi; insegna qual’è il morbo, ma non lo guarisce. La grazia dello Spirito Santo suscitando è necessaria ispirando il desiderio buono ossia la carità, contro il desiderio cattivo: 1537-1540. Argomenti di Pelagio e risposte di Agostino. Oltre agli argomenti della S. Scrittura Agostino argomenta  sostenendo l’impotenza dell’uomo a seguire la legge senza la grazia, e la tradizione della preghiera per ottenere l’aiuto divino: 1541-1544. Se Dio non ci fosse nessuno sarebbe capace di combattere i vizi; pertanto in questa lotta c’è più bisogno di preghiere che di sforzi umani. I precetti non sono impossibili con la grazia dell’aiuto. Pertanto prega: “Da quod iubes, et iube quod vis”:1545-1549.

1537. (De Spir. et litt. 4,6). La dottrina appunto dalla quale riceviamo il comandamento di vivere sobriamente e rettamente è lettera che uccide, se non ci assiste lo Spirito che vivifica…. E certamente quando si dice: Non desiderare, non si dice qualcosa di figurato da non prendere letteralmente, ma è un precetto apertissimo e salutarissimo, adempiendo il quale non si avrà più nessun peccato. Ecco perché l’Apostolo ha scelto il comandamento: Non desiderare a principio generale in cui abbraccia tutto, come se esso fosse la voce della legge che tiene lontani da ogni peccato, e di fatto nessun peccato si commette se non per concupiscenza: perciò è buona e lodevole la legge che comanda così. Ma quando non aiuta lo Spirito Santo, suscitando al posto della concupiscenza cattiva la concupiscenza buona, ossia riversando nei nostri cuori la carità,… allora quella legge, per quanto buona, con la sua proibizione accresce il desiderio del male. Come l’impeto dell’acqua che non cessa di riversarsi in una direzione, se viene ostacolato, diventa più forte

1538.De gr. et lib. arb. 4,8). E tuttavia questo è un dono di Dio, e senza di esso non si possono osservare le norme della castità. Perciò si dice nel libro della Sapienza: Sapendo che nessuno può essere continente se non lo concede Dio; e questo stesso apparteneva alla sapienza: sapere di chi fosse questo dono 53. Ma a non osservare questi santi precetti di castità, ciascuno è tentato perché attratto ed allettato dalla propria concupiscenza 54. A questo punto se qualcuno dicesse: Voglio osservare la castità, ma sono vinto dalla mia concupiscenza, la Scrittura risponde al suo libero arbitrio quello… Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene 55. Ma perché ciò sia fatto, presta aiuto la grazia; e se questa nega il suo soccorso, la legge non sarà null’altro che la forza del peccato. Infatti la concupiscenza cresce e riceve forze maggiori dalle proibizioni della legge, a meno che lo spirito della grazia non venga in aiuto… E quando si chiama in causa la sua volontà, e si dice: Non lasciarti vincere dal male, a che gli giova questo, se la grazia non presta il suo soccorso per mettere in pratica l’intenzione? Ed è secondo questo concetto che l’Apostolo prosegue; dopo aver detto:. Ma rendiamo grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo 57. Dunque anche la vittoria con la quale si vince il peccato nient’altro è se non un dono di Dio, che in questa lotta aiuta il libero arbitrio.

1539. (Serm. 26 9). Ecco, la legge ti dice: Non desiderare 34. Hai conosciuto una legge che ti dice: Non desiderare, ma ecco insorgere la concupiscenza che tu non conoscevi. Essa era nell’uomo ma non la si conosceva. Cominciasti a far degli sforzi per vincere questa potenza che avevi in te, e apparve quel che prima ti era celato. O superbo, attraverso la legge diventasti prevaricatore. Riconosci la grazia e lodane [Dio].

1540. (De gr. Chr. 8.9). Da qui dunque apparisce che Pelagio riconosce come grazia quella con la quale Dio mostra e rivela che cosa dobbiamo fare, non quella con la quale Dio ci dona di fare e ci aiuta a fare. Ora, la cognizione della legge, se manca la cooperazione della grazia, vale piuttosto a far sì che ci sia la trasgressione del comandamento. Dice infatti l’Apostolo: Dove non c’è legge, non c’è nemmeno trasgressione 10, e: Non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare 11. Sono quindi tanto diverse tra loro la legge e la grazia, che la legge, se la grazia non ci aiuta, non solo non giova a nulla, ma anzi ci nuoce moltissimo, e l’utilità della legge si manifesta in questo: tutti quelli che essa fa rei di trasgressione li costringe a ricorrere alla grazia per esser liberati e anche aiutati a vincere le cattive concupiscenze. La legge infatti più che aiutare comanda, diagnostica il male, non lo guarisce, anzi il male che essa non guarisce piuttosto lo acuisce, perché si cerchi più attentamente e più sollecitamente la medicina della grazia.

1541. (De nat. et gr. 56 e 55.66). 56. La risposta ci viene proprio da costui che concludendo questo suo passo ricorda: “Come abbiamo detto, la dichiarazione contenuta nelle parole: La carne ha desideri contrari allo Spirito 216 non la dobbiamo intendere della sostanza della carne, bensì delle sue opere”….66. Ebbene, se otteniamo da costoro questo almeno che le persone non ancora battezzate implorino l’aiuto della grazia del Salvatore, non è poco contro la falsa difesa della natura quasi fosse sufficiente a se stessa e contro la difesa del potere del libero arbitrio; non basta infatti a sé chi esclama: Sono uno sventurato! Chi mi libererà 215? e non è da dire che sia in possesso di piena libertà chi domanda ancora d’essere liberato.

1542. (ib 49,57). Scrive costui: “Poiché non peccare è cosa nostra, possiamo peccare e non peccare”. Allora se un altro dicesse: Poiché è cosa nostra non volere l’infelicità, possiamo volerla e non volerla? Eppure non ci è affatto possibile volerla. Chi può desiderare d’essere infelice, anche se vuole delle cose che poi contro la sua volontà lo renderanno infelice? Inoltre, poiché non peccare è molto più proprio di Dio, oseremmo forse dire che egli può peccare e non peccare? Ci mancherebbe che dicessimo che Dio può peccare…Cos’è dunque quello che dice costui e con quali regole di retorica tenta di convincerci di quanto non vuole approfondire? Aggiunge ancora e dice: “Poiché la possibilità di non peccare non è cosa nostra, anche desiderando di non avere la possibilità di non peccare, non possiamo non avere la possibilità di non peccare”. Lo dice con una frase contorta e quindi oscura. Lo possiamo rendere più chiaro in questo modo: poiché non è cosa nostra la possibilità di non peccare, vogliamo o non vogliamo abbiamo la possibilità di non peccare. Non dice infatti: Vogliamo o non vogliamo non pecchiamo. Senza dubbio pecchiamo se vogliamo. Ma asserisce piuttosto che, vogliamo o non vogliamo, noi continuiamo a possedere la possibilità di non peccare, che dice insita nella natura. Ma di un uomo che ha le gambe sane si può passabilmente dire che ha la possibilità di camminare, voglia o non voglia. Con le gambe rotte invece non ha più tale possibilità, anche se volesse camminare. È malata la natura di cui si dice: Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere 184? È malata, implora il Medico. Grida: Salvami, Signore 185. Grida: Guarisci l’anima mia 186. Perché costui soffoca queste voci con il risultato d’impedire la sanità futura difendendo una presunta possibilità presente?

1543. (ib. 50,58). Scrive: “Nessuna volontà può togliere ciò che risulta inseparabilmente insito nella natura”. Perché allora quell’affermazione: Voi non fate quello che vorreste 187? Perché anche l’altra affermazione: Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio 188? Dov’è la possibilità che risulterebbe inseparabilmente insita nella natura? Ecco gli uomini non fanno le azioni che vogliono. E l’Apostolo parlava certamente di non peccare, non parlava di volare, perché erano uomini e non uccelli. Ecco l’uomo non fa il bene che vuole, ma fa il male che non vuole: in lui c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo 189. Dov’è la possibilità che risulterebbe inseparabilmente insita nella natura? Chiunque l’Apostolo rappresenti 190, se non parla di se stesso, certamente rappresenta l’uomo. Costui invece sostiene che la stessa natura umana ha la possibilità inalienabile di non commettere nessun peccato. Ora, l’effetto di queste parole,…è di annullare la grazia del Cristo, quasi che la natura umana sia sufficiente a se stessa per la propria giustizia.

1544. (ib. 53,62). Quando giustissimamente si chiede a costoro: Perché dite che l’uomo può essere senza peccato facendo a meno dell’aiuto della grazia di Dio? allora non è in questione quella grazia da cui proviene la creazione dell’uomo, ma questa grazia da cui proviene la salvezza dell’uomo per Gesù Cristo nostro Signore. I fedeli infatti dicono pregando: Non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male 199. Perché mai pregano, se hanno la possibilità? O da quale malanno chiedono d’esser liberati se non soprattutto da questo corpo votato alla morte 200? E da esso non ci libera se non la grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 201. Non certo dalla sostanza del corpo che è buona, ma dai vizi carnali, dai quali l’uomo non viene liberato senza la grazia del Salvatore, nemmeno quando a causa della morte del corpo si separa dal corpo. Per dire questo che cosa aveva scritto precedentemente l’Apostolo? Eccolo: Nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra 202. Ecco qual vizio la disobbedienza della volontà ha inflitto alla natura umana. La si lasci pregare, perché il male la lasci. Perché si presume così tanto della possibilità della natura? È stata ferita, piagata, danneggiata, rovinata: ha bisogno d’una sincera confessione e non d’una falsa protezione. La grazia di Dio che si deve cercare non è dunque quella con la quale Dio istituisce la natura, ma quella con la quale restituisce la natura: proprio l’unica grazia che costui per il fatto stesso che la taceva gridando che non è necessaria.

1545. (De perf. iust. hom. 10,21). Adopera poi costui alcune testimonianze per dimostrare che i comandamenti di Dio non sono difficili. Ma chi non sa che, essendo la carità il comandamento generale – perché il fine del precetto è la carità 85…non è gravoso ciò che si fa per amore e non per timore?; Durano fatica nei comandamenti di Dio certamente coloro che si sforzano d’osservarli per timore, ma la carità perfetta scaccia invece il timore 87 e rende il fardello leggero del comandamento non solo non opprimente per il carico dei pesi, ma anche sollevante a guisa di ali. Per avere poi la carità, anche soltanto quanta se ne può avere nel corpo di questa morte, è troppo poco l’arbitrio della nostra volontà, se non l’aiuta la grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 88. Si riversa appunto la carità nei nostri cuori, e ciò va ripetuto spesso, non da noi stessi, ma per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 89. Né per altro fine la Scrittura ricorda che non sono difficili i comandamenti divini se non perché l’anima che li trova gravosi capisca di non aver ancora ricevuto le forze per le quali i comandamenti del Signore diventino esattamente come sono raccomandati, cioè leggeri e soavi, e perché egli preghi con il gemito della volontà così da impetrare il dono della facilità. Chi infatti prega in questi modi:… Non c’indurre in tentazione 91 e in altri modi simili che sarebbe troppo lungo enumerare, quello che chiede è precisamente questo: di osservare i comandamenti di Dio. Che essi siano osservati né si prescriverebbe, se per la loro osservanza non avesse nulla da fare la nostra volontà, né si pregherebbe, se ad osservarli bastasse da sola la nostra volontà.

1546. ( C. Iul. o.i. VI 15). anche l’Apostolo dice: Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male 79. Il che se fosse in nostro potere così come lo fu antecedentemente al peccato, prima che la natura umana fosse stata viziata, non si chiederebbe certamente pregando, ma si manterrebbe piuttosto operando. Ma poiché dopo la primitiva rovina così grave da farci cadere nella miseria di questa mortalità, Dio ha voluto che noi prima combattiamo, donandoci di essere guidati dal suo Spirito e facciamo morire le opere della carne, e che in futuro, donandoci egli stesso la vittoria per il nostro Signore Gesù Cristo, regniamo con lui nell’eterna pace, sicuramente nessuno, se Dio non lo assiste, è idoneo a combattere con i vizi, perché non sia trascinato da essi senza combatterli o perché già combattendoli non sia vinto nella stessa lotta contro di essi. Perciò in questo agone Dio volle che noi combattessimo più con le preghiere che con le forze, perché anche le stesse forze, quante ci compete di averne quaggiù, le somministra ai combattenti colui stesso che noi preghiamo. Se dunque coloro il cui spirito già concupisce contro la carne hanno bisogno nelle singole azioni della grazia di Dio per non essere vinti, quale libertà di volontà possono avere coloro che, non ancora strappati al potere delle tenebre, prevalendo su di essi l’iniquità, non hanno nemmeno cominciato a combattere o, se hanno voluto combattere, sono vinti dalla schiavitù di una volontà non ancora liberata?

1547. (De nat. et gr. 43,50). È vero però quello che asserisce costui: “Dio, tanto buono quanto giusto, fece l’uomo tale da bastare a se stesso per evitare il male del peccato, ma purché l’avesse voluto”. Chi ignora infatti che l’uomo fu creato sano e senza colpa, dotato di libero arbitrio e in possesso del libero potere di vivere santamente? Ma ora si tratta dell’uomo che i ladri hanno lasciato semivivo sulla strada 177, dell’uomo piagato e trafitto da gravi ferite che non può ascendere più al culmine della giustizia con la stessa facilità con la quale poté discenderne, dell’uomo che per quanto già ricoverato in albergo ha bisogno ancora di cure. Dio dunque non comanda cose impossibili, ma comandando ti ordina sia di fare quello che puoi, sia di chiedere quello che non puoi! E vediamo ormai da dove viene all’uomo il potere e da dove gli viene il non potere. Costui dice: “Non dipende dalla volontà il potere che proviene dalla natura”.

Io dico: “Certamente dipende dalla volontà che l’uomo non sia giusto, se lo può per natura; ma sarà la medicina a dare alla natura dell’uomo il potere che non ha più per il vizio”!È vero però quello che asserisce costui: “Dio, tanto buono quanto giusto, fece l’uomo tale da bastare a se stesso per evitare il male del peccato, ma purché l’avesse voluto”. Chi ignora infatti che l’uomo fu creato sano e senza colpa, dotato di libero arbitrio e in possesso del libero potere di vivere santamente? Ma ora si tratta dell’uomo che i ladri hanno lasciato semivivo sulla strada 177, dell’uomo piagato e trafitto da gravi ferite che non può ascendere più al culmine della giustizia con la stessa facilità con la quale poté discenderne, dell’uomo che per quanto già ricoverato in albergo ha bisogno ancora di cure. Dio dunque non comanda cose impossibili, ma comandando ti ordina sia di fare quello che puoi, sia di chiedere quello che non puoi! E vediamo ormai da dove viene all’uomo il potere e da dove gli viene il non potere. Costui dice: “Non dipende dalla volontà il potere che proviene dalla natura”. Io dico: “Certamente dipende dalla volontà che l’uomo non sia giusto, se lo può per natura; ma sarà la medicina a dare alla natura dell’uomo il potere che non ha più per il vizio”!

1548. (De spir. et litt. 31,22). Dirò dunque in breve la differenza che c’è. Dove la legge delle opere impera minacciando, la legge della fede impetra credendo. La prima dice: Non desiderare 96, la seconda dice: Sapendo che nessuno può essere continente, se Dio non glielo concede, e sapere da chi viene questo dono è già effetto di sapienza, mi rivolsi al Signore e lo pregai 97.,,,. con la legge della fede si dice a Dio: “Da’ quello che comandi”. Infatti proprio per indicare quello che deve fare la fede interviene a comandare la legge, ossia perché colui che riceve il comando, se non lo può ancora fare, sappia cosa chiedere, se invece lo può fare subito e lo fa obbedientemente sappia altresì per grazia di chi lo può.

1549. (Conf. X 29,40). Ogni mia speranza è posta nell’immensa grandezza della tua misericordia. Dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza e qualcuno disse: “Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono 76. La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell’unità che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice. Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami. Comandi la continenza. Ebbene, dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi.

CAPITOLO IX

La dottrina di Agostino sulle opere dei peccatori e degli infedeli.

SOMMARIO. Non tutte le opere peccatori sono peccati. Dio esaudisce anche i peccatori. Non possiamo disprezzare nemmeno le opere degli infedeli. Mostra un’ottima ragione per ciascun argomento, quale ad esempio l’immagine di Dio non cancellata totalmente nell’ anima umana. Qui difficilmente si trova l’uomo che non fece alcuna opera buona: 1550-1555. Altrove Agostino spesso afferma che le opere degli infedeli sono peccati, che il libero arbitrio non serve che a peccare, se manca un indirizzo di verità, e cose simili. Si possono conciliare queste due cose? Se sì, come?: 1556-1560. Controversia con Giuliano. Questi elenca le “virtù” degli infedeli, che attribuisce alla natura. Agostino reagisce fortemente e asserisce che nel caso essi avessero avuto queste virtù, ciò era da attribuire ad un aiuto divino, e non soltanto alla loro volontà. Nega anche che essi avessero vere virtù degne di ricompensa soprannaturale. Altrimenti Cristo è morto gratis: 1561-1562. Discussione sulle virtù. Si considerano le azioni (di che cosa si tratta), e il fine (ciò per cui si agisce). Il fine, cioè l’intenzione, per lo più vizia l’opera degli infedeli, perché non fanno bene il bene. Agostino chiama “opera buona”, l’opera “che porta all’ eterno dono e regno di Dio”, cioè quello che è meritorio o della grazia di Cristo o della vita eterna. Si tratta dell’ordine soprannaturale. Perciò in questo senso, che non è “ex fide”, è peccato, e quindi non è, come sarebbe opportuno, che piacesse a Dio remuneratore soprannaturale. Conclude che, essendo il fine soprannaturale obbligatorio, ogni opera è peccato, perché non parte dalla fede, e non libera l’operante dalla pena: 1563-1568.

1550. (Serm. 136,2). Poi abbiamo ascoltato una sua risposta totalmente erronea; asserì infatti: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori 2. Se Dio non ascolta i peccatori, quale speranza abbiamo? Se Dio non ascolta i peccatori, a che scopo preghiamo e diamo la prova del nostro peccato col batterci il petto? E non è proprio il caso di quel Publicano, che… battendosi il petto, confessava i propri peccati? E costui che riconosceva i propri peccati si allontanò giustificato dal tempio a differenza di quel Fariseo 3.

1551. (In Io. ev. tr. 44,13). Si sa che Dio non ascolta i peccatori,… Ha ricevuto soltanto l’unzione colui che parla. Dio infatti esaudisce anche i peccatori. Se Dio non esaudisse i peccatori, invano il pubblicano, con gli occhi a terra e battendosi il petto, avrebbe detto: Signore, sii propizio a me peccatore (Lc 18, 13). Questa confessione meritò al pubblicano di essere giustificato, come al cieco di essere illuminato.

1552. (Serm. 349 1,1). C’è un amore divino e un amore umano; un amore umano lecito ed uno illecito….2. Per dirla in breve, è lecito l’amore con cui si ama la moglie, illecito quello con cui si ama la prostituta o la moglie altrui…. Vi è certo lecito amare di amore umano le mogli, i figli, gli amici, i concittadini…. Ma osservate: questo tipo di amore possono averlo anche i non cristiani: pagani, Giudei, eretici.

1553. (Ep. 186 3,7). Coloro dunque che hanno la fede con cui ottenere la giustificazione, hanno per grazia di Dio conseguito la legge della giustizia.

1554. (De spir. et litt 27,48). Poniamo viceversa l’ipotesi che coloro che agiscono per natura secondo la legge non siano ancora da contarsi nel numero di quelli che la grazia del Cristo giustifica, ma invece nel numero di coloro che sono ancora empi e non adoratori veri e giusti del vero Dio. Su costoro abbiamo letto o saputo o udito fatti che secondo la regola della giustizia non solo non possiamo biasimare, ma altresì lodiamo meritamente e giustamente. Quantunque, ad esaminare per quale fine siano compiute quelle azioni, sarebbe difficile trovarne che meritino la lode e la difesa dovute alla giustizia.

1555. (ib 28,48). nell’anima umana il disordine delle passioni terrene non ha danneggiato l’immagine di Dio fino a tal punto da non lasciarvene quasi nemmeno i più piccoli lineamenti. Perciò si può dire a ragione che gli uomini anche nell’empietà della loro vita sentono e osservano alcune prescrizioni della legge. Ammesso che questo sia il senso delle parole: I pagani, che non hanno la legge, ossia la legge di Dio, per natura agiscono secondo la legge, e delle altre parole: Sono legge a se stessi e dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori 271, ossia non è stato completamente distrutto quanto ci fu impresso con l’immagine di Dio quando gli uomini furono creati: anche in tale interpretazione rimane intatta la differenza tra il Nuovo e il Vecchio Testamento riposta nel fatto che nel Nuovo viene scritta nel cuore dei fedeli la legge di Dio, nel Vecchio sulle tavole….Come infatti non escludono il giusto dalla vita eterna certi peccati veniali senza dei quali non si vive questa vita, così non giovano nulla all’empio per la vita eterna certe buone azioni che mancano assai difficilmente nella vita anche degli uomini peggiori.

1556. (In Io ev. tr. 86,2). Che opera buona ci può essere prima di aver la fede, se l’Apostolo dice: Tutto ciò che non viene dalla fede è peccato (Rm 14, 23)?

1557. (C. Iul. IV 3,25). Se non avessero la fede di Cristo, non potrebbero essere giusti né piacere a Dio, al quale è impossibile piacere senza la fede.

1558.De nupt. et concup. I 3,4). Quando, dunque, uomini privi di fede compiono atti che sembrano propri della castità coniugale sia per il desiderio di piacere agli uomini – a se stessi o ad altri… ma vincono un peccato con un altro peccato.

1559. (C. duas ep. Pel. III 5,14). senza la fede invece si cambiano in peccati anche le opere che sembrano buone: tutto quello infatti che non viene dalla fede è peccato 91.

1560. (De spir. et litt. 3,5). Infatti anche il libero arbitrio non vale che a peccare, se rimane nascosta la via della verità. E quando comincia a non rimanere più nascosto ciò che si deve fare e dove si deve tendere, anche allora, se tutto ciò non arriva altresì a dilettare e a farsi amare, non si agisce, non si esegue, non si vive bene.

1561. (C. Iul. IV 3,16). Acerrimi nemici qual siete di questa grazia, ci obiettate l’esempio degli empi che, voi dite, “benché estranei alla fede, abbondano di virtù; in essi non c’è l’aiuto di Dio, ma solo il bene di natura, pur se talvolta inficiato da superstizioni, eppure con le sole forze della libertà ingenita spesso sono misericordiosi, modesti, casti, sobri”. Così dicendo hai sottratto alla grazia di Dio anche quello che prima le attribuivi, vale a dire l’effetto della volontà. Non hai detto infatti che essi vorrebbero essere misericordiosi, modesti, casti, sobri e non lo sono proprio perché non hanno ancora avuto dalla grazia l’effetto della buona volontà, ma affermi semplicemente che se vogliono esserlo lo sono senz’altro. In essi evidentemente troviamo la volontà e l’effetto della volontà. Cosa rimane alla grazia di Dio in tante evidenti virtù che, a tuo avviso, abbondano in essi?… Acerrimi nemici qual siete di questa grazia, ci obiettate l’esempio degli empi che, voi dite, “benché estranei alla fede, abbondano di virtù; in essi non c’è l’aiuto di Dio, ma solo il bene di natura, pur se talvolta inficiato da superstizioni, eppure con le sole forze della libertà ingenita spesso sono misericordiosi, modesti, casti, sobri”. Così dicendo hai sottratto alla grazia di Dio anche quello che prima le attribuivi, vale a dire l’effetto della volontà. Non hai detto infatti che essi vorrebbero essere misericordiosi, modesti, casti, sobri e non lo sono proprio perché non hanno ancora avuto dalla grazia l’effetto della buona volontà, ma affermi semplicemente che se vogliono esserlo lo sono senz’altro. In essi evidentemente troviamo la volontà e l’effetto della volontà. Cosa rimane alla grazia di Dio in tante evidenti virtù che, a tuo avviso, abbondano in essi?

1562. (ib. IV 3,17). Non può esserci vera virtù senza vera giustizia, né può esserci vera giustizia se non si vive di fede. È scritto infatti: Il giusto vive di fede 30. Chi mai tra coloro che vogliono essere ritenuti cristiani, eccetto i soli pelagiani, o eccetto tu solo forse tra i pelagiani, potrà dichiarare giusto un infedele, giusto un empio, giusto uno che appartiene al diavolo? E questo sia che si tratti di Fabrizio, di Fabio, di Scipione o di Regolo, col nome dei quali hai creduto di spaventarmi come se ci trovassimo in una antica curia romana…. Come possono essere veramente giusti coloro per i quali è viltà l’umiltà del vero Giusto? La superbia li ha allontanati dal punto dove li aveva avvicinati l’intelligenza, poiché pur avendo conosciuto Dio, né gli diedero gloria, come a Dio, né gli resero grazie, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti ed il loro cuore insensato si offuscò. Essi che pretendevano di essere sapienti, diventarono stolti 32. Come può esserci vera giustizia se in essi non c’è vera sapienza? Se noi l’attribuissimo a loro, non ci sarebbe motivo per dire che non arrivano al regno del quale è scritto: Il desiderio della sapienza porta al regno 33. Cristo sarebbe morto invano se gli uomini, pur senza la fede in Cristo, potessero giungere per qualunque altra ragione o qualunque altra via alla vera fede, alla vera virtù, alla vera giustizia, alla vera sapienza. E quindi, come l’Apostolo con assoluta verità afferma riguardo alla legge: Se la giustizia si ottiene mediante la legge, Cristo allora è morto inutilmente 34, alla stessa maniera, con identica verità, si potrebbe dire: se la giustizia si ottiene per mezzo della natura e della volontà, Cristo è morto inutilmente. Se una giustizia qualsiasi si ottiene per mezzo della dottrina degli uomini, Cristo è morto inutilmente. Il mezzo che porta alla vera giustizia è lo stesso che porta al regno di Dio… Di conseguenza se gli empi non hanno vera giustizia, le altre virtù, compagne e colleghe di essa, anche quando sono presenti, non sono vere virtù. (Quando i doni di Dio non sono riferiti al loro Creatore, per questo stesso fatto i cattivi che se ne servono diventano ingiusti). Per tutte queste ragioni la continenza e la castità non possono essere vere virtù negli empi..

1563. (ib. IV 3,19). Non è una definizione assurda quella di chi ha detto che “la virtù è un abito dell’anima conforme all’ordine della natura ” 39. Ha detto il vero ma ignorava quello che era conforme alla natura dei mortali per liberarla e renderla felice. Tutti noi non potremmo desiderare per naturale istinto di essere immortali e felici se questo non fosse possibile. Questo bene sommo però non può pervenire agli uomini se non per mezzo di Cristo e Cristo crocifisso,… Per questo il giusto vive della fede 40 in Cristo. Per questa fede infatti egli vive con prudenza, fortezza, temperanza e giustizia e proprio perché vive con fede egli vive rettamente e sapientemente con tutte queste vere virtù. Se le virtù pertanto non giovano all’uomo per il conseguimento della vera beatitudine che la vera fede in Cristo ci ha promesso immortale, non giovano a nulla e in nessun modo possono essere vere virtù. Vuoi forse chiamare vere virtù quelle degli avari quando escogitano con sagacità le vie del guadagno, quando… astenendosi dal toccare la roba altrui, disprezzano quello che hanno perduto, cosa che sembrerebbe appartenere alla giustizia, onde evitare il pericolo di perdere di più tra contese e tribunali?

1564. (ib. IV 3,20). Quantunque sia un uomo erudito, tu sei stato ingannato dall’apparenza di verità che hanno quei vizi. Essi sembrano confinanti e vicinissimi alle virtù, mentre in realtà sono tanto lontani da esse, quanto i vizi dalle virtù. La costanza, per esempio, è una virtù a cui si oppone l’incostanza: è un vizio tuttavia la quasi confinante ostinazione che rassomiglia alla costanza… I vizi non soltanto sono manifestamente contrari a tutte le virtù, per una evidentissima differenza, come la temerarietà alla prudenza, ma in certo modo anche vicini e simili, non nella realtà, ma per qualche aspetto ingannevole. Alla prudenza è simile non la temerarietà o l’imprudenza, ma l’astuzia, che è tuttavia un vizio,

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1565. (ib. IV 3.21). Sappi pertanto che le virtù debbono essere distinte dai vizi non per i loro compiti, ma per il fine. Il compito è quello che si deve fare, il fine è quello per cui lo si deve fare. Se un uomo fa qualcosa che apparentemente non sembra peccato, si dovrà convincere che è peccato se non lo fa per il fine per il quale lo si deve fare. Non ponendo attenzione a tutto questo, hai separato il fine dai compiti ed hai finito per chiamare vere virtù i compiti senza il fine…. Le virtù che favoriscono pertanto i diletti della carne o qualsivoglia altra comodità o profitto temporale, non possono decisamente essere vere. E neppure sono vere virtù quelle che non vogliono essere al servizio di nessuna cosa. Le vere virtù sono al servizio di Dio negli uomini e da lui sono donate agli uomini;… Tutto quanto di bene viene fatto dagli uomini, anche se dal punto di vista del compito sembra buono, se non lo si fa per il fine indicato dalla vera sapienza, è peccato per la stessa mancanza di rettitudine nel fine.

1566. (ib. IV 3,22). È possibile dunque che siano fatte delle opere buone, senza che agisca bene chi le fa. È un bene, per esempio, cercare di aiutare un uomo in pericolo, specie se innocente. Chi lo aiuta però, se lo fa amando di più la gloria degli uomini che quella di Dio, non compie bene l’opera buona, perché non compie bene quello che non compie con una volontà buona. Lungi sia chiamare volontà buona quella che cerca la gloria in altri o in se stessa e non in Dio. Non si può definire buono neppure il suo frutto. Un albero cattivo, infatti, non può fare frutti buoni. L’opera buona piuttosto deve essere attribuita a colui che opera bene anche per mezzo dei cattivi. Per la qual cosa non puoi neppure immaginare quanto t’inganni l’opinione secondo cui “tutte le virtù sono affezioni, grazie alle quali siamo buoni fruttosamente o sterilmente”. Non possiamo infatti essere buoni sterilmente perché non siamo buoni quando siamo sterili…. Quelli invece che non sono buoni, possono essere più o meno cattivi.

1567. (ib. IV 3,33). Cerca di comprendere le parole del Signore: Se il tuo occhio è malato, tutto intero il tuo corpo sarà tenebroso, se il tuo occhio è sano, tutto intero il tuo corpo sarà illuminato 74. Sappi vedere in quest’occhio l’intenzione con cui ognuno compie le sue opere e per questo riconosci che chi compie le opere buone senza l’intenzione della fede buona, di quella cioè che opera per amore, significa che quasi tutto il corpo, costituito da quelle opere come da membra, è tenebroso, pieno cioè dell’oscurità dei peccati. Come alternativa, in considerazione della tua ammissione che le opere degl’infedeli, che pur ti sembrano buone, non riescono a condurre gli uomini alla salvezza eterna ed al regno, sappi che noi siamo convinti che quel bene, quella buona volontà, quell’opera buona non possono essere concesse a nessuno senza la grazia di Dio per mezzo dell’Unico Mediatore tra Dio e gli uomini. Solo attraverso quel bene è possibile arrivare al dono eterno di Dio ed al suo regno. Tutte le altre opere che sembrano poter meritare apprezzamento tra gli uomini, siano pur viste da te come vere virtù, come opere buone e fatte senza peccato. Per quanto mi riguarda questo so, che non le fa una volontà buona: una volontà infedele ed empia infatti non può essere buona.

1568. (ib. IV 3,25). Nel giorno del giudizio i loro pensieri li difenderanno solo per essere puniti in maniera più blanda, per il fatto che hanno comunque compiuto secondo natura le opere della legge, portando scritta nel proprio cuore l’opera della legge al punto da non fare agli altri quello che essi non avrebbero voluto soffrire. Hanno mancato solo nel fatto che, non avendo fede, non hanno indirizzato queste opere al fine al quale avrebbero dovuto indirizzarle. Fabrizio sarà punito meno di Catilina, non perché egli era buono, ma soltanto perché questi era più cattivo. Fabrizio era meno empio di Catilina non perché possedeva vere virtù, ma solo perché ha deviato di meno dalle vere virtù.

CAPITOLO X

La necessità della grazia all’inizio della fede.

ARTICOLO I. La dottrina dei Semipelagiani.

SOMMARIO. L’errore del cartaginese Vitale: 1569. S. Prospero di Aquitania e il monaco Ilario mandano lettere ad Agostino informandolo degli errori dei monaci di Marsiglia. Dagli stessi testi, i Semipelagiani ritennero che l’inizio della fede e della salvezza partisse dal libero arbitrio. Questo inizio alla salvezza è così concepito: a) un pio affetto di credulità, che l’uomo può esercitare in se stesso, avendo ascoltato una predicazione del vangelo; b) desiderio della salvezza eterna proveniente da questo affetto della pietà; c) Implorazione della divina bontà conseguente al buon desiderio. Da questo fondamentale erronei deducono alcuni corollari: a) che la prima grazia e la fede non siano doni puramente gratuiti, ma sono dati a precedenti meriti naturali; b) Dio (che vuole la salvezza di tutti) avrebbe preparato  la vita eterna a tutti e ottenuta da quelli che vogliono venire a Dio; c) che sappia nella sua prescienza, quelli che avrebbero creduto spontaneamente, che sarebbero rimasti nella fede per grazia,  e poi predestinati al suo regno; d) che i bambini battezzati o morti senza battesimo, sono salvati o perduti, perché Dio prevede che cosa avrebbero fatto crescendo con gli anni; 1570-1576.

1569. (Ep. 217 7,29). Tu invece, se è vero quanto sento dire sul tuo conto, non pensi che sia dono di Dio l’inizio della fede, da cui nasce anche la volontà del bene, ossia della pietà, ma sostieni che appartiene esclusivamente a noi dare il primo assenso alla fede.

1570. (Ep. S.Prosp. 225 ,3). Ecco dunque la dottrina ch’essi professano:… di modo che chiunque vuole accostarsi alla fede e al battesimo è in grado di salvarsi. D’altra parte Dio nella sua prescienza conosce, prima della creazione del mondo, quelli che crederanno e quelli che persisteranno nella fede con l’aiuto susseguente della sua grazia. Dio inoltre ha predestinato al suo regno 2 coloro di cui prevedeva che, dopo essere stati chiamati gratuitamente alla fede, sarebbero stati degni di essere eletti e sarebbero usciti da questa vita con una santa morte. Ecco perché gl’insegnamenti divini ammoniscono ciascuno a credere e ad agire in modo che nessuno deve disperare di ottenere la vita eterna, essendo preparata la ricompensa per quanti amano Dio con tutto il cuore.

1571. (ib. 225,4). Alcuni di loro, però, si allontanano tanto poco dai sentieri dei Pelagiani che, quando sono costretti ad ammettere la grazia di Cristo e la sua priorità rispetto ad ogni merito umano – poiché, se fosse largita in compenso dei meriti, non potrebbe più chiamarsi grazia – pretendono che questa grazia si riferisca all’atto della creazione in cui ogni individuo, prima che potesse meritare nulla poiché non esisteva ancora, è stato costituito dalla grazia del Creatore come un essere libero e ragionevole, di modo che, distinguendo il bene e il male 5, possa indirizzare la propria volontà alla conoscenza di Dio e all’osservanza dei suoi comandamenti e arrivare alla grazia della rigenerazione in Cristo, naturalmente con le forze della natura, domandando, cercando, bussando 6; in tal modo se riceve, se trova, se entra, si deve al motivo che, avendo fatto buon uso della natura, ha meritato, con l’aiuto della grazia iniziale, di arrivare alla grazia salvatrice di Cristo. Quanto al decreto con cui Dio chiama gli uomini (alla salvezza) lo fanno consistere solo nel fatto che Dio ha stabilito di non accogliere alcuno nel suo regno, se non mediante il sacramento della rinascita, mentre sostengono che tutti senza eccezione sono chiamati al dono della salvezza, sia mediante la legge naturale, sia mediante la Legge scritta, sia mediante la predicazione del Vangelo. In tal modo, da una parte diventano figli di Dio tutti coloro che lo vogliono, dall’altra sono inescusabili quelli che non vogliono abbracciare la fede (e sono perciò puniti), poiché la giustizia di Dio vuole che si perdano coloro che non hanno voluto credere 7,

1572. (ib. 225,5). Tuttavia nella discussione si obietta loro il caso dell’innumerevole moltitudine di bambini i quali, senza avere altri peccati che quello originale,… Tuttavia nella discussione si obietta loro il caso dell’innumerevole moltitudine di bambini i quali, senza avere altri peccati che quello originale, in forza del quale tutti gli uomini, alla loro nascita, incorrono nella condanna che dovette subire il primo uomo, e senza avere ancora l’uso del libero arbitrio, né aver compiuto azioni personali, si vedono separati gli uni dagli altri, non senza giustizia da parte di Dio, al punto che, destinati ad esser tolti da questa vita prima di poter distinguere il bene dal male, gli uni, grazie alla rigenerazione 9, vengono accolti come eredi del regno celeste, mentre gli altri, non avendo ricevuto il battesimo passano nella schiera di coloro destinati a subire la morte eterna. Questi bambini – rispondono essi – si perdono e si salvano secondo la previsione che la scienza di Dio ha avuta di quello che diverrebbero nella maggiore età, se fossero preservati fino all’età in cui si è capaci d’agire responsabilmente.

1573. (ib. 225,6). Per quanto dunque dipende da lui, Dio tiene preparata per tutti la vita eterna, ma, per quanto dipende dal libero arbitrio, essa è conseguita da quanti credono spontaneamente in Dio e, per merito di questa fede, ricevono l’aiuto della grazia… E così, poiché in coloro, che sono giunti all’uso della ragione, sono due i fattori della salvezza: la grazia di Dio e l’ubbidienza dell’uomo, pretendono che questa preceda la grazia e, pertanto, bisognerebbe credere che l’inizio della salvezza dipende da chi è salvato e non da chi salva, ed è la volontà umana a procurarsi il soccorso della grazia divina e non già la grazia ad assoggettare a se stessa la volontà umana.

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1574. (ib. 225,7). Poiché dunque in questi avanzi dell’eresia pelagiana si alimenta la radice velenosa d’una funesta virulenza; se è vero che è male riporre nell’uomo il principio della sua salvezza; ch’è un’empietà mettere la volontà umana al di sopra di quella divina, quando si dice che uno ottiene l’aiuto di Dio perché lo vuole e non già che uno vuole perché è aiutato; se è male credere che l’uomo, nato nel male, può cominciare ad accogliere in sé il bene da parte di se stesso e non da parte del sommo Bene; se è vero che uno piace a Dio solo grazie ai doni di lui, concedici in questa situazione, o papa beatissimo e ottimo padre, l’aiuto della tua Pietà, per quanto lo potrai con la grazia di Dio, degnandoti di delucidarci con le spiegazioni più chiare possibili i punti particolarmente oscuri e difficili a comprendersi riguardo alle suddette questioni.

1575. (Ep. Hil. 226,2). Sono d’accordo con noi che tutto il genere umano si è perduto in Adamo e che nessuno si può liberare per mezzo della propria volontà, ma sostengono anche la seguente opinione, che dicono conforme alla verità oppure conveniente alla predicazione: che cioè quando si annuncia agli uomini decaduti e incapaci di rialzarsi con le proprie forze ch’è offerta loro l’occasione di salvarsi, è solo grazie al merito derivante dalla loro volontà e dalla fede nella possibilità di guarire dalla loro malattia che ottengono un aumento della fede e la effettiva e completa loro guarigione. Del resto sono d’accordo con noi che nessuno è capace d’incominciare e tanto meno di portare a termine un’opera buona, poiché non pensano sia da annoverarsi tra le azioni che procurano la guarigione né l’essere atterriti dal male né il desiderarne e l’implorarne la guarigione. Quanto a ciò che sta scritto: Credi e sarai salvo 1, dicono che la prima delle due cose si esige e la seconda è offerta in modo che, se si compie ciò che si esige, viene concesso in seguito quel ch’è offerto. Per conseguenza – pensano – l’uomo deve prestare fede (a Dio), poiché la facoltà di credere è stata concessa alla sua natura dalla volontà del Creatore, natura che in nessuno è corrotta o decaduta fino al punto che non debba o non possa volere la propria guarigione…. Non è una negazione della grazia l’affermare che essa è preceduta dalla volontà, la quale non fa altro che cercare il medico, ma non può far nulla da sola.

1576. (ib. 226,3). Quando però si domanda loro perché mai la parola di Dio viene predicata ad alcuni e non ad altri, in alcuni paesi e non in altri, e perché mai è predicata adesso mentre un tempo non fu annunciata a quasi nessun popolo dell’antichità e perché mai non è stata ancora annunciata ad alcuni popoli, rispondono che ciò dipende dalla prescienza di Dio: così la verità è stata e viene annunciata agli uomini nei tempi e nei luoghi ove, secondo la previsione di Dio, doveva e dev’essere accolta con fede. Essi affermano di provare ciò con le testimonianze non solo di altri autori cattolici ma altresì con i tuoi scritti anteriori, nei quali tuttavia hai esposto la dottrina della grazia con verità e chiarezza non minori che nelle altre tue opere. Citano per esempio quanto la Santità tua ha scritto nella questione contro Porfirio sul tempo in cui è apparsa la religione cristiana: ” Cristo – dicevi – ha voluto apparire agli uomini e far predicare loro la sua dottrina quando e dove sapeva che avrebbero creduto in lui” 3.

ARTICOLO II. La grazia è necessaria anche all’inizio della fede.

SOMMARIO. Le convinzioni dei Semipelagiani non si distinguono abbastanza dalla dottrina dei Pelagiani (che la grazia viene data secondo i meriti) se l’inizio della fede viene da noi e l’incremento da Dio: 1577. Ragiona dalla Sacra Scrittura: Se tutto viene da Dio, anche lo stesso inizio di fede è da Dio. Porta l’esempio della conversione di S. Paolo, il quale, con una grazia più potente, da nolente è stato fatto volente credente : 1578. Poi, per il fatto che il pensiero precede la fede, e non siamo idonei a pensare qualcosa di salutare da noi stessi, nemmeno la fede può provenire da noi stessi: 1579. Il Dio di Abramo dà la fede delle genti. Se la fede aumentata è considerata ricompensa della fede cominciata, la grazia già non è più grazia perché non viene data gratuitamente: 1580. Agostino distinse tra il poter avere la fede e l’ averla effettivamente. La possibilità è insita nella natura, la fede invece è frutto della grazia: 1581. Nessuno può venire al Figlio, se il Padre non lo attrae:1582. Il dono di Dio è fatto perché lo chiediamo, bussiamo, imploriamo. Poiché la grazia non distrugge il libero arbitrio credere e fare il bene è sia nostro che di Dio. Ma la volontà è preparata da Dio. La fede appartiene all’edificio soprannaturale, perciò è fondamento dello stesso, per cui lavorano invano quelli che edificano predicando, se il Signore non edifica dentro. Aggiunge anche le orazioni della Chiesa perché i fedeli credano: 1583-1586.

1577. (De praed. sanct. 2,3). Dunque in primo luogo dobbiamo dimostrare che la fede che ci fa cristiani è un dono di Dio, sempre che riusciamo a dimostrarlo con precisione maggiore di quanto abbiamo già fatto in tanti e tanti volumi. Ecco la tesi che noi, a quanto vedo, dobbiamo controbattere: secondo i dissenzienti le testimonianze divine che abbiamo utilizzato su questo argomento servono a farci conoscere che la fede in sé e per sé dipende da noi stessi, ma il suo accrescimento lo riceviamo da Dio, come se la fede non ci fosse donata proprio da lui, ma Egli ce l’accrescesse semplicemente per questo merito: che l’inizio è partito da noi. In definitiva non ci si distacca da quell’opinione: “La grazia di Dio viene data secondo i nostri meriti” che Pelagio stesso nel sinodo episcopale di Palestina fu costretto a condannare, come attestano gli Atti. Non apparterrebbe cioè alla grazia di Dio il fatto che cominciamo a credere, ma piuttosto l’aggiunta di fede che per quel merito ci viene fornita, in modo che crediamo più pienamente e perfettamente. Quindi saremo noi a dare per primi a Dio l’inizio della fede, affinché ci sia reso in ricompensa anche l’accrescimento di essa e quanto altro con la fede possiamo chiedere.

1578. (ib. 2,4). Ma contro queste argomentazioni ascoltiamo piuttosto: Chi per primo ha donato a lui, perché a lui fosse reso in contraccambio? Perché da lui e per lui e in lui sono tutte le cose 7. E dunque lo stesso inizio della nostra fede da chi proviene se non da lui stesso? E infatti non può essere che tutte le altre cose derivino da lui eccettuata questa; ma da lui e per lui e in lui sono tutte le cose. Ma chi potrebbe affermare che colui che ha cominciato a credere non abbia nessun merito nei confronti di Colui in cui credette?. Ne consegue l’idea che uno acquisterebbe merito da sé e il resto sarebbe aggiunto per retribuzione divina; quindi la grazia di Dio verrebbe data secondo i nostri meriti. Quando questa tesi gli fu rinfacciata, Pelagio la condannò da se stesso per non essere condannato. Pertanto chiunque vuole evitare sotto ogni aspetto questa convinzione condannabile, comprenda che è stato detto secondo verità quanto l’Apostolo afferma: A voi è stato donato per favore di Cristo non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui 8. Il passo indica come dono di Dio l’una e l’altra cosa, perché dichiara che l’una e l’altra cosa è stata donata. Non dice: di credere più pienamente e perfettamente in lui, ma: di credere in lui. E non ha detto che egli stesso ha ottenuto misericordia per essere più fedele, ma per essere fedele 9, perché sapeva di non essere stato lui a dare per primo a Dio l’inizio della fede e che l’accrescimento di essa non gli era stato dato dal Signore come ricompensa; anzi dal Signore era stato reso fedele, perché dal Signore era anche stato scelto come apostolo. E’ narrato nella Scrittura come ebbe inizio la sua fede 10, e i passi relativi sono notissimi per la lettura solenne che se ne fa nella Chiesa. Alieno dalla fede che perseguitava e ad essa violentemente contrario, all’improvviso vi fu convertito dalla potenza superiore della grazia. Lo convertì Colui al quale il profeta Isaia, nella consapevolezza che così avrebbe fatto, rivolse le parole: Tu convertendoci ci vivificherai 11; in tal modo non solo chi non voleva credere divenne uno che lo voleva, ma addirittura il persecutore si trasformò in un essere che patì la persecuzione per la difesa di quella fede che aveva perseguitato. Evidentemente da Cristo gli era stato donato non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui.

1579. (ib. 2,5). E perciò mettendo avanti questa grazia che non viene data secondo un qualche merito, ma produce tutti i buoni meriti, dice: Non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi stessi, ma la nostra sufficienza viene da Dio 12. Facciano attenzione qui e soppesino queste parole coloro che pensano che da noi proviene l’inizio della fede e da Dio il suo accrescimento. Chi infatti non vedrebbe che il pensare precede il credere? Nessuno certo crede alcunché se prima non ha pensato di doverlo credere. Infatti, per quanto repentinamente, per quanto velocemente alcuni pensieri precedano a volo la volontà di credere e immediatamente questa li segua e li accompagni quasi fosse strettamente congiunta, tuttavia è necessario che tutte le cose che si credono siano credute per il precedente intervento del pensiero. Del resto anche credere non è altro che pensare assentendo. Infatti non ognuno che pensa crede, dato che parecchi pensano proprio per non credere; ma ognuno che crede pensa, pensa con il credere e crede con il pensare. Per quanto dunque riguarda la pietà religiosa (della quale parlava l’Apostolo) se non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi stessi, ma la nostra sufficienza viene da Dio 13, ecco appunto che non siamo capaci di credere qualcosa da soli, perché non lo possiamo senza prima pensare; ma la nostra sufficienza, con la quale cominciamo a credere, viene da Dio. Ora, questi nostri fratelli, e lo dimostrano le vostre lettere 14, già ammettono essere vero che nessuno può da se stesso dare inizio o compimento a qualsiasi opera buona, sicché nell’iniziare e portare a termine qualunque opera buona la nostra sufficienza viene da Dio. Allo stesso modo nessuno può da se stesso dare inizio o completamento alla fede, ma la nostra sufficienza viene da Dio, perché la fede, se non è oggetto di pensiero, non è fede; e non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi stessi, ma la nostra sufficienza viene da Dio.

1580. (ib. 2,6). Bisogna badare, o fratelli diletti da Dio, che l’uomo non si inorgoglisca di fronte al Signore, quando sostiene di adempiere alle promesse di Dio. Non fu forse promessa ad Abramo la fede delle nazioni ed egli dando gloria al Signore non credette fermamente che Dio ha anche potere di operare ciò che ha promesso 15? Dunque a produrre la fede delle nazioni è lui, che ha anche il potere di fare ciò che ha promesso. Per cui se Dio opera la nostra fede, agendo in maniera mirabile nei nostri cuori perché crediamo, bisogna forse temere che Egli non possa portare a termine il tutto e che l’uomo debba rivendicare a sé l’inizio per meritare di ricevere da lui il compimento? Non vedete? Con questo ragionamento non si ottiene altra conclusione se non che la grazia di Dio viene data in qualche modo secondo i nostri meriti, e così la grazia non è più grazia. A questo modo essa viene corrisposta perché dovuta, non viene donata gratuitamente: è dovuto infatti al credente che la sua fede sia accresciuta dal Signore e che l’accrescimento della fede sia ricompensa dell’inizio di essa. Quando si dice così, non si fa attenzione che questa mercede viene corrisposta ai credenti non secondo la grazia, ma secondo un debito. Non vedo proprio perché non arrivino ad attribuire tutto all’uomo, con questa conclusione: l’uomo stesso, che ha avuto il potere di dare inizio in sé a quello che non aveva, accresce da sé quello a cui ha dato inizio.

1581. (ib. 5,10). In conclusione poter avere la fede, come poter avere la carità, appartiene alla natura degli uomini; ma avere la fede, come avere la carità, appartiene alla grazia dei fedeli. Pertanto quella natura che ci dà la possibilità di avere la fede, non distingue uomo da uomo; la fede invece distingue il credente dal non credente. E poiché è detto: Chi infatti ti distingue? Che cosa hai che tu non abbia ricevuto? chiunque osi affermare: Ho la fede da me stesso, dunque non l’ho ricevuta, contraddice in pieno quella lampante verità: non perché credere o non credere non sia nell’arbitrio della volontà umana, ma perché negli eletti la volontà è preparata dal Signore 43. Perciò s’intendono riferite anche alla fede, che è riposta nella volontà, le parole: Chi infatti ti distingue? Che cosa hai che tu non abbia ricevuto?.

1582. (ib. 8,13). Quindi lo stesso unico Maestro e Signore,… dice: Io ve l’ho detto: mi avete visto e non mi avete creduto. Tutto ciò che il Padre dà a me, verrà a me 55. Che significa: verrà a me, se non: crederà in me? Ma che ciò avvenga lo concede il Padre. Egualmente poco dopo:… nessuno può venire a me se non lo avrà attratto il Padre che mi mandò;… Chiunque ha udito dal Padre e ha imparato, viene a me 56. Che significa: Chiunque ha udito dal Padre e ha imparato, viene a me? Significa solo: Non c’è nessuno che oda il Padre e impari e non venga a me. Se infatti chiunque ha udito dal Padre e ha imparato viene, evidentemente chiunque non viene, non ha udito dal Padre e non ha imparato, poiché se avesse udito e imparato verrebbe…. Molto lontana da ogni senso fisico è questa scuola nella quale il Padre è udito e insegna… Molto lontana, ripeto, da ogni senso fisico è questa scuola nella quale Dio è udito ed insegna. Vediamo che molti vengono al Figlio perché vediamo che molti credono in Cristo; ma non vediamo dove e quando abbiano udito ed appreso quell’insegnamento dal Padre. Troppo questa grazia è occulta: ma che è grazia, chi lo può mettere in dubbio?

1583. (De dono pers. 23,64). ma avete ricevuto lo Spirito di adozione a figli, nel quale chiamiamo: Abba, Padre 197. Nel passo precedente dice: che chiama, qui invece: nel quale chiamiamo, rivelando per l’appunto in che senso abbia detto: che chiama, cioè, come ho spiegato, che fa chiamare…. E non vogliono capire che è un dono divino anche il fatto che noi preghiamo, cioè chiediamo, cerchiamo, bussiamo.

1584. (De praed. sanct. 3,7). Dunque l’una e l’altra cosa è nostra (credere e bene operare) grazie all’arbitrio della volontà, eppure l’una e l’altra è data attraverso lo spirito di fede e carità….entrambe le cose appartengono a lui, perché è lui che prepara la volontà; ed entrambe a noi, perché non avvengono a meno che noi non vogliamo.

1585. (ib. 7,12). La fede proviene da noi, tutte le altre cose riguardanti la pratica della giustizia dal Signore; come se la fede non riguardasse quell’edificio. Come se le fondamenta, ripeto, non riguardassero l’edificio! Se invece esse gli appartengono prima e più di ogni altro elemento architettonico, invano uno si affatica ad edificare la fede predicando, se il Signore non edifica nell’intimo donando la sua misericordia.

1586. (De dono pers. 23,63). E quelli che sono tardi e deboli di spirito, che non riescono o non riescono ancora a comprendere le Scritture o la loro spiegazione, possono prestare o no ascolto alle nostre discussioni su questo problema;. E quelli che sono tardi e deboli di spirito, che non riescono o non riescono ancora a comprendere le Scritture o la loro spiegazione, possono prestare o no ascolto alle nostre discussioni su questo problema;… Quando infatti non si è pregato nella Chiesa per gli infedeli e i suoi nemici, perché credessero? Quando un credente ebbe un amico, un parente, una moglie non credente, e non chiese a Dio per essi che il loro intelletto si piegasse obbediente alla fede cristiana? E chi non ha mai pregato per se stesso di rimanere nel Signore?.. Queste sono le preghiere, questa è la fede con cui è nata, cresce e crebbe la Chiesa, la fede per cui si crede che la grazia di Dio non viene data secondo i meriti di chi la riceve. In verità la Chiesa non pregherebbe perché sia data la fede ai non credenti, se non credesse che Dio rivolge a sé le volontà degli uomini